fontane senz’acqua

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Camminare per quei viali mi fa sempre impressione. Oggi è altro, anche se un servizio di igiene mentale c’è ancora. Tutto diverso dai luoghi della follia d’un tempo, però gli edifici ridipinti, gli spazi verdi, le alte mura e i cancelli, sono gli stessi. Ancor oggi ci sono le sedie e panche messe a fronte. Non c’è nessuno, fa già freddo in questo settembre senza estate, ma sono gli oggetti che definiscono, nella loro posizione, il giudizio, la soluzione mentale di chi ha potere all’ordine delle vite. Se vale nelle nostre case per le disposizioni delle piccole cose, dei libri, di quello che ci sembra utile e pare essere un prolungamento di noi, a maggior ragione lo si vede qui, dove la follia è sempre stata intesa come un disordine. Allineare le sedie lungo il vialetto, mettere i piccoli gesti di riferimento e controllo nella giusta posizione, ha uno scopo, pensano che questo rassicuri, faccia parte della terapia assieme agli psicofarmaci e all’analisi. Sopire, smussare, ordinare. Questa è l’impressione.

Vedo fontane che non hanno mai dato sollievo, secche d’acqua chissà da quanto. Involucri e metafore d’altre condizioni. Gli alberi enormi, i laghi di foglie gialle a terra, tutto vuoto di passi e di grida. Per fortuna, mi dico, questo significa che Basaglia comunque ha avuto successo, c’è stato un passo innanzi, ma poi sembra che tutto abbia rallentato e pian piano si sia fermato. Accade dopo ogni rivoluzione, fuoco, passione e poi si derubrica, si pensa altro. L’edilizia manicomiale del primo ‘900, forse inconsciamente si ispirava a caserme. Un corpo centrale e poi tanti edifici bassi che ospitavano camerate e luoghi di cura. Qui è così. Per questo l’impronta è rimasta. E’ la disposizione dei luoghi, degli spazi che riporta ai percorsi mentali di chi interpretò l’architettura come parte funzionale della cura. Nei corridoi imbiancati di fresco, ora c’è altro, sempre sanità, ma quella normale, da piccolo cabotaggio, poliambulatori, punti di prelievo, sale raggi. Però le panche di lamiera verniciata di bianco, i mobili dello stesso colore tradiscono ciò che un tempo era il maggiore male dell’uomo: l’attesa. Oggi si attende poco, un tempo l’attesa durava l’intera vita. Si usciva poco da questi luoghi, quasi mai, eppure le persone attendevano. La follia era una galera senza redenzione, però attendevano. A modo loro, attendevano. E’ difficile non pensare alla diversità della percezione del tempo, il tempo dei sani e il tempo dei folli non era, e non è, il medesimo. Mancando una gestione della quotidianità, chissà come si accumulava il ricordo e l’esperienza nella memoria. 

Percorro i viali che mascherano l’uso antico della separazione tra un mondo maggiore ed uno minore, c’è molto verde preservato. Mi sembra inutile, senza scopo, senza grida di bambini, confusione di giochi, corse. Nella riforma non è stato previsto che aprendo i cancelli il verde potesse essere ricondotto ad un uso comune, come se il mondo di fuori si sia comunque fermato alle soglie delle barriere, ora aperte. Salvo in un piccolo padiglione, qui non c’è più chi era l’oggetto della contenzione. Le parole hanno un senso, contenzione, tenere a bada, oggetto, qualcosa di cui si può disporre per un ordine. Tenere ed evitare che si potessero fare del male o farne, fino a dimenticare che ci potesse essere un limite o una soluzione. La follia si è razionalizzata e diffusa, è normale, e così in gran parte è guarita, oppure si nasconde in recessi impensabili e tende agguati al proprio vivere che si manifestano in altro modo da quello di un tempo. Se la grande industria farmaceutica continua a investire somme enormi nella ricerca di panacee a tempo, qualche motivo ci dovrà pur essere. In fondo la ricerca della felicità è qualcosa di talmente articolato nelle risposte e nella personalizzazione che si è allargata la normalità per contenerla, piuttosto che farsi domande sulle cause della sua assenza. 

No, non riesco ad essere indifferente in questo luogo, posso rimuoverlo quando ci passo davanti, ma quando per mestiere, ci entravo, aveva persone vere che camminavano per i viali, stazionavano al bar, costruivano con la vita gli aneddoti e le barzellette sui matti. Già, anche le barzellette era un antidoto, un tentare di togliere il dolore e portarlo in una dimensione che mettesse assieme interno ed esterno, ma nel riso c’è una crudeltà che rivendica la propria differente normalità oltre al moto affettuoso. Ubbie, pensieri sull’ordine e il disordine. Ho l’impressione che quella rivoluzione (rivoluzione è il cambiamento del modo di vedere le cose e le vite) si sia fermata, che il disordine  sia diventato non fonte di vita, ma una nuova contenzione. Come avessero allungato il guinzaglio. Ma chi lo tiene, chi?

 

rumori alle porte

Notizie gravi si susseguono dal mondo. Basta leggere i giornali, sfogliare Internazionale, seguire i notiziari per capire che ci sono rumori alle porte di casa. E crescono le pressioni emotive che mescolano difficoltà quotidiane, la crisi economica, i giovani senza certezze, le crescenti debolezze dei già deboli, con le notizie inquietanti e terribili dal mondo sempre più vicino. Ucraina, Iraq, Siria, Libia, Israele, l’epidemia di ebola. Insomma un quadro dove prevale il fosco, e il pittore sembra non avere colori chiari e non sa raddrizzare la situazione. Il binomio economia/democrazia, astutamente usato per mascherare la crescente diseguaglianza negli stati democratici, si rivela imbelle e inetto sulla difesa dei principi all’esterno. Se morire per Danzica era un azzardo idealista ora non lo si considera neppure perché sarebbe negativo nei sondaggio di popolarità e si toglie comunque la possibilità che ci sia un governo positivo per il mondo. Nel governo della medietà, delle parole alla pancia, le cose andranno come devono andare. L’occidente rinuncia e sceglie che al più si salvino scambi ed economia.

Obama è stato una delusione, ma forse caricare la speranza su un solo uomo è sempre sbagliato, in piccolo accade anche da noi con Renzi, ciò che può fare la differenza è la volontà prevalente di un popolo, la presenza di forti principi comuni, l’idea di un mondo possibile e diverso. Poiché questi latitano e le bandiere restano nel fango, emerge il fatalismo e la sensazione di impotenza. Solo i giovani ci possono spingere in avanti, ma non si avvertono segnali forti su quel versante di età. Basta una osservazione per capire come funziona il mondo della real politik: negli impianti petroliferi dove sventola la bandiera nera dell’isis, non si è fermata la produzione (lo stesso accade in Libia) e quel petrolio viene acquistato e pagato in contanti da mercanti occidentali. Finirà nelle nostre auto immemori. E il denaro pagato servirà a comprare armi, sempre in occidente, che serviranno per altri eccidi, di cui ci si scandalizzerà, e per altre conquiste da riconquistare: La malattia viene eccitata e resa più virulenta dal corpo malato. Alla faccia degli embarghi e delle sanzioni, che quelle riguardano i produttori di frutta e verdura, di prosciutti e di formaggi, manovalanza dell’economia.

Segui il denaro e troverai le sue ragioni vere e il marcio, ma davvero interessa farlo oppure è tutta una finzione e di questi buoni sentimenti e principi al più portiamo qualche piccolo dolore d’assenza? Qualcuno dirà che tutto questo realismo evita guai peggiori, ma è un occultare la verità e il non dire che ciò che è giusto è evidente e riguarda il rispetto dell’uomo. Solo che economia e denaro l’uomo non lo rispettano affatto al più se ne servono.

déjà vu

La sensazione m’ha preso finché impastavo il salame di cioccolato: avevo già vissuto quel momento. Era stato in tempo diverso dove qualcosa di piacevole e qualcuno m”attendevano fuori di una cucina. Adesso era questa cucina. Sono cose che non durano a lungo, la razionalità fa strage di sensazioni, ma tanto è bastato perché continuando a lavorare, rimanesse un retrogusto di indecisione. Cos’era accaduto? Allora ero io, come adesso, ma diverso. Di certo più giovane, in altro posto, forse stavo facendo la stessa cosa, ma non mi pareva. E’ stato come un singulto di passato, poi diventato essenza, non era una sostanza con tutte le sue noie e ripetizioni, una sensazione bella e basta, come un pezzo di realtà espunta dai contesti.

Ho letto articoli su queste sensazioni “fasulle” del già stato, del riconoscere luoghi in cui non si è mai stati, del riprendere situazioni che ci sembra di non aver mai vissuto. Gli articoli spiegavano tutto, anche come il già vissuto, per analogia, si traspone e diventa sensazione reale di un altrove. Spiegavano che questo sentire non aveva relazioni, se non combinatorie, con la nostra vita e metteva in relazione connessioni tra un passato e un presente senza portare con sé il resto delle storie già vissute. Tanto che così erano ricordi senza contesto. Insomma, ciò che avevo letto mi diceva che prendevo degli abbagli e che sommando sensazioni mi raccontavo una storia. Dopo aver ricordato gli articoli e ragionato, m’è venuta una piccola malinconia perché quella sensazione l’avevo ancora eppure me la stavo sottraendo, come il rifiuto d’un sogno. Una deprivazione della bellezza di quel moto di cuore che, assieme alla sensazione di aver già vissuto, nella stanza a fianco collocava una persona, un affetto, un moto d’amore che altro raccontava. Ho anche pensato che in effetti molto si spiega, ma molto resta insoddisfacente nella sua razionalità e che se un amore, un affetto che nasce sono impalpabili, pur essendo moto d’ormoni, stimoli elettrici e piccole chimiche trasformazioni, la sensazione di un piacere annunciato e di un déjà vu che si ripeteva era un irrazionale moto del cuore da tenere ben stretto. E qui la storia finisce, ma la sensazione è rimasta, e così stasera le ho scritto.

Già che ci sono allego la ricetta del salame di cioccolato che stavo facendo:

250 gr, di biscotti secchi sbriciolati,

70 gr. di mandorle a pezzetti,

30 gr di burro a pezzi,

40 gr di cacao amaro in polvere,

un etto di cioccolato amaro sciolto a bagno maria con un po’ di latte,

poco zucchero, a me piace amaro.

Si impasta bene con le mani e poi si compone un cilindro su un foglio di alluminio. Si avvolge il tutto e gli si dà la forma di salame. Poi si mette in frigo. Non è garantito che nel farlo vengano dei piacevoli deja vu, ma se accade potrebbe essere allucinogeno.

 

bradipo

Corro, divoro vita.

Io no, aspetto che mi venga addosso. Ho esaurito da tempo l’idea che la corsa mi dia di più del capire, che l’esperienza abbia un valore se non mi da nulla e non mi rende almeno per poco felice. Ho anche l’impressione che non sia la corsa ma la leggerezza il vero modo di andare innanzi. Che nella leggerezza ci sia un puntare all’essenza, un trovarla e poterla scambiare con chi ha tempo per condividerla.

Magari sono gli anni che si accumulano, ma la stagione delle corse ormai non mi attrae più. Ciò non significa che rinuncio ad andare incontro al nuovo, anche se mi attrae più la bellezza della novità. E la bellezza ha bisogno di tempo e leggerezza. Per accoglierla e per darle spazio dentro di noi.

Credo ci sia generosità nella bellezza, che sia un uscire da sé che non ha equivalenti se non nell’amore. Eppure è difficile trovare categorie morali nel fruire della bellezza. In una astrazione immemore di limiti  è davanti a noi e si propone, basta coglierla. Sì credo ci sia generosità e semplicità nella bellezza. Se c‘è una cosa che il pidocchioso non potrà mai fare è innamorarsi della bellezza, perché vorrà possederla. Ma la bellezza è qualcosa che oltrepassa i mezzi, stabilisce un rapporto dove l’impossibile non è il possedere ma il non esserne posseduti e prigionieri. E dopo tutto diventerà più opaco e privo di luce, se la si perderà come cognizione. Per questo nella velocità e nel nuovo mi chiedo se c’è bellezza, e quando c’è non è né veloce né nuova, al più lo è a me che la scopro. 

il migliore dei mondi possibili

Non interesserà poi molto quello che sto per dire, ma oggi un articolo su Repubblica avvalorava qualche mia intuizione (si intuisce ciò che non ha una base ragionata di dati) e i timori conseguenti sulla formazione di nuovi regimi illiberali e non democratici in occidente. Orban, il leader democraticamente eletto in Ungheria, e che in forza del consenso sta sopprimendo non poche libertà di dissenso, dice che il benessere degli Stati (e naturalmente sott’intende che questo coincida con quello dei cittadini) prescinde dalla democrazia liberale. Per cui ci possono essere governi illiberali, non democratici, financo non eletti, purché perseguano il benessere dello stato. L’Ungheria è un paese dell’Unione Europea e solo il calcolo politico e la debolezza politica dell’idea di Europa, hanno permesso che fossero più importanti l’euro e i parametri economici per far parte dell’Unione rispetto alla precondizione del rispetto dei diritti individuali e collettivi. Questo comporta che si possano dire e praticare teorie illiberali in Europa senza che vi sia alcuna sanzione e reprimenda. La democrazia non è un sistema perfetto, anzi il connubio democrazia/capitalismo ha elementi forti di perversione, ma da questo dire che si vive meglio in India o in Cina o in Turchia, ne passa. Di certo le democrazie capitalistiche non hanno risolto i problemi dei conflitti regionali negli ultimi 20 anni, spesso li hanno alimentati, ma la democrazia consente ai cittadini non solo di parlare e di dire ciò che pensano, ma di tramutarlo in indirizzo di governo. E la democrazia funziona come meccanismo che evolve il sistema anche quando le idee positive non sono maggioritarie, agendo con il controllo e con la proposta, per cui chi è minoranza può influire sulle decisioni. Per questo i segnali centralisti e forieri di poteri forti che ci sono in Europa e anche in Italia, sono gravi in quanto tolgono la possibilità che idee giuste possano farsi strada. Il fatto è che in questi anni, i governanti, i filosofi politici, gli economisti, non hanno ragionato molto sui limiti e sull’evoluzione necessaria per la democrazia, ma si sono crogiolati nei loro angoli di potere ben remunerato pensando che questo comunque fosse il migliore dei mondi possibili. Il problema è che hanno convinto anche i cittadini (parola bellissima che evoca responsabilità, coscienza e forza), che così si sono disinteressati dando per scontato che crescita economica e welfare fossero assiomi della politica e che la crescita economica fosse direttamente correlata all’esercizio dei diritti individuali e collettivi. Siccome non è così e Orban che comunista non è, indica in alcuni paesi l’esempio per cui le cose possono andar bene per i cittadini senza tanti orpelli democratici ( nei suoi esempi ci sono la Russia, la Turchia, l’Egitto, la Cina, ecc.) forse sarebbe bene che cominciassimo a preoccuparci. E preoccuparci significa capire ciò che accade ed agire di conseguenza. Se le cose hanno una storia, basti ricordare che Hitler fu eletto democraticamente, che Mussolini usò la maggioranza per modificare la legge elettorale e togliere, di fatto, il voto.  Basti ricordare che le ragioni di rifiuto della democrazia di allora non erano dissimili da quelle odierne e che attraverso un benessere presunto si ignorò tutto quello che era contro i diritti individuali, non solo in Germania e in Italia, e le conseguenze furono immani. 

2 agosto

2 agosto. Bombe a Gaza. Nessuna tregua, interessi inconciliabili. Servirrebbe una azione di forza dell’occidente, della democrazia per imporre la paca. Ma la democrazia non contraddice se stessa, soprattutto se gli interessi economici e di potere non sono evidenti. E’ assurdo pensare che la democrazia violi se stessa in nome della pace, dell’equità, del diritto a vivere dei popoli, dei più deboli tra essi, eppure è così. Da tempo si parla di democrazia mitigata, da tempo essa è operante, senza che nessuno lo affermi apertamente. Quindi lacrime virtuali, ciascuno sta dove è sicuro, il pilastro del valore della vita è una finzione che vale al più vicino a casa. Non inquietiamoci troppo questo è un mondo riservato a chi può goderlo e lasciamo che le paure restino virtuali. Ieri ricordavo il racconto di Brecht su chi veniva cercato e chi si disinteressava, credo che l’abitudine alla pace in casa ci abbia reso più sordi sulla sventura di chi la pace non ce l’ha. Così semplicemente, non c’è ricordo.

2 agosto. Ero a Rovigo, quando sentii per radio la notizia della strage a Bologna. Che fare? Mi chiesi allora. Speravo nella verità e nella sua funzione risanatrice. Così, assieme a molti altri, chiedemmo la verità, ripetutamente, senza stancarci. Chi non ha vissuto quegli anni, non ricorda che c’erano le stragi in Italia. Ripetute. Bologna fu ancora più grave, fu una pugnalata, e generò ancora più paura. Quando andavo a Roma in treno, la notte, nelle gallerie, dovevo forzarmi di dormire, di non pensare, di sperare. Cosa sperare? Che non sarebbe accaduto a me. E non cadere nella voragine della paura. Fare quello che era giusto fare, andare in piazza, fare il proprio lavoro. Poi senza sapere la verità, le stragi scomparvero dalle paure. Non c’è ancora un mandante per quanto successe, ma chi non ha vissuto in quegli anni non sa e non può ricordare e forse non gli interessa più di tanto. Interessa a me e molti altri e questo rende le commemorazioni un fatto di allora, ma dimenticare non fa mai bene, non aiuta lo Stato, né la democrazia.

2 agosto. Il primo grande esodo dell’estate. Bollino rosso. Code chilometriche. Così dicono le notizie, e sono le solite di ogni anno, anche se osservano che non è come gli altri anni. C’è crisi. Qui i villeggianti sono arrivati. Riempiono i bar, i mercatini, le piazzette.  Parlano tutti assieme, di cibo, di politica, di sport, di gite, del tempo. Stanotte l’acqua scrosciava dolce sul tetto, sembrava una piccola cascata, ma questa mattina il sole filtrava tra le persiane. Fuori le nubi erano gonfie e bianchissime, su un’altopiano il cielo mutevole fa parte dell’arredo atmosferico. 21 gradi. Quest’anno verrà ricordato a lungo, lo dicono tutti, sto zitto perché so che non sarà così, se ne parlerà il giusto poi basterà un po’ di sole e una nuova estate in cui sperare, per archiviare tutto. Si lamenteranno più a lungo gli albergatori, ma un po’ ci siamo abituati e negli anni in cui la crisi non c’era i prezzi non calavano. Passerà.

2agosto. Una quiete da stagione estiva senza estate e da vacanza. Lettura, passeggiate, scrittura e pensieri. Va in vacanza la testa? Difficile. In altri anni sarei stato altrove, ma rompere le abitudini fa bene. Chi si rassegna alla dittatura del tempo resta prigioniero. E il tempo non fa prigionieri.

la lettura per l’estate

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Cominciava appena dopo il Santo, il tempo sconfinato dell’estate. Era finita la scuola, i verdetti si sarebbero visti a giorni, ma la porta del far nulla operoso era già spalancata. C’erano quartieri della città, anche in centro, che erano un paese. I ragazzi sciamavano assieme. Poco divisi per età, quasi tutti ruotavano attorno al patronato e ai campetti dove si giocava a carte e a calcio. Io abitavo in uno di quelli ed eravamo bravi ragazzi. Anche quelli che eccedevano nelle sciocchezze, lo erano, c’ avrebbe di lì a poco la vita a separarci. Il discrimine era il censo e i 15 anni, chi continuava ad andare a scuola, chi al lavoro, chi stava bene economicamente e chi no, chi cresceva in mezzo alle timidezze dell’età e chi le avrebbe superate d’ un balzo e magari finendo in riformatorio.

In quell’estate che sta cominciando, ho 13 anni da poco. Luglio sembra lontano e settembre in un altro anno, fa molto caldo e si va a nuotare alla Rari Nantes, la sera si esce fino a tardi, i pomeriggi sono un prato infinito di possibilità e di noia. Ho già l’abitudine di leggere assai. Molto Salgari e molta fantascienza. la biblioteca Salani, i classici per ragazzi, che rileggo, i promessi sposi di mio fratello, che mi sembra un bel romanzo, London, Stevenson, Verne, Dumas, Molnar, qualche inglese strappalacrime, insomma una macedonia di parole. Ho amici coetanei e più grandi. Gli amici a quell’età insegnano perché si ha fame di apprendere. E apprendo, quello che mi fa bene e anche altro. Funziona l’emulazione oltre che la competizione. Si prova fino appena oltre il limite del coraggio.

Ho un amico parecchio più grande che mi da lezioni di francese. Studio niente, solo quello che m’interessa. E i “risultati” si vedono. Basterebbe poco, ma a me sembra tanto. Da lui sento che andrà in montagna. I democristiani andavano in montagna, i comunisti al mare. Io andavo al mare, ad agosto, i miei erano comunisti. Mi dice che porterà con sé, due romanzi grossi. Di quelli che si leggono d’estate. Dice proprio così. Fino a quel momento non ho fatto differenze, a me interessano le storie e se durano più a lungo, meglio. Capisco che crescendo, possono cambiare gli usi del tempo: romanzi brevi durante l’anno, lunghi e impegnativi d’estate. Il tempo della lettura per chi fa il suo dovere è nel riposo. Io che il mio dovere non lo faccio proprio, leggo seguendo la voglia. E’ quasi una lezione di morale applicata all’età, il premio ce lo si elargisce dopo aver fatto ciò che si deve. Insomma scopro un controllore interno che prima non mi pareva esistesse. Devo dire che il controllore ha funzionato come voleva, poi, negli anni, forse era guasto. Il mio amico leggerà Il cardinale di Robinson e forse un nuovo libro di Cassola: la ragazza di Bube, oppure il romanzo di quel tedesco comunista: il tamburo di latta di Grass

Ci sarà da riflettere e discutere. Così dice. Mi piace questa idea che finita l’estate si possa discutere di quello che si è pensato dopo aver letto, ma non è il mio caso. E mi vergogno un poco a dire che leggo gli orrori di omega, il pianeta impossibile, le sirene di Titano, fanteria dello spazio, ecc. ecc. e che mi piacciono pure molto. E così non lo dico.  La sua casa è fresca, è dentro un vecchio palazzo. Mi pare che con quel fresco potrei anche uscire di meno, se avessi da leggere. Si potrebbe essere autosufficienti con la fantasia, se si avesse da leggere. Rimugino. Mi piace questa idea dei libri grossi, ma non durerà molto in testa, perché quell’estate è speciale, per il sole, le corse, il mare, i giochi, i pensieri nuovi.

L’estate attende appena fuori. Predomina il caldo e la pelle che si abbronza, i giochi di carte che fanno un po’ adulti, il molto parlare assieme prima dei silenzi dell’adolescenza, il gioco. L’ultima estate bambina prima dei pensieri più ricchi di desideri difficili da maneggiare. Però, da allora, in estate leggo un grosso libro. Li leggo tutto l’anno, ma quello d’estate è quasi un rito, come ci fosse qualcosa che mi riporti ad allora, all’imparare a pensare e poi discutere. Come una spinta in avanti in mezzo all’ozio e al far nulla. Un tempo utile a me. E a chi sennò?

mattinale

Il bambinetto pedala sul suo triciclo. E’ a torso nudo, ha un paio di calzoncini scozzesi un po’ troppo grandi. E’ cicciotto e allegro. Si gira spesso per controllare il rimorchio di plastica su cui ha messo palette e secchiello. Ha giocattoli vecchiotti, ma è felice. Gira attorno a una casa di periferia, fatta negli anni ’50. Case di malagrazia e di molta fatica, senza progetto e di nessuna bellezza, ma è servita per dare un luogo e una prospettiva ad almeno due famiglie. Ghiaia e una corsia di cemento tutt’attorno, sulla rete di recinzione, roseti, potati innumerevoli volte, fioriscono, nell’angolo una baracca di lamiera. Il bambinetto ha una casetta di plastica da giardino, era molto colorata, ora è stinta e forse riciclata, come i calzoncini, da un fratello più grande. E’ un po’ sbilenca, lui si ferma, mette a posto il tetto, raddrizza una parete, poi parcheggia il triciclo e con gli attrezzi comincia a scavare. Si vede che è intento e felice. Del sole, della giornata calda, della stradina silenziosa, del richiamo della mamma che gli annuncerà qualcosa che lo riguarda. C’è amore attorno, una giornata felice, un futuro. Lui non lo sa ma vive in una parte del mondo che è in pace e se questa parte resterà così, dipenderà anche da lui quando sarà adulto.

A Gaza ho visto case simili, tantissimi bambini che giocavano, strade che finivano contro una casa, proprio come in questo vicolo di periferia. C’era caldo, il cielo era di un azzurro preoccupante, da giorni non si vedeva una nuvola. Cominciava la seconda intifada e ci dicevano di stare attenti, lì ho ritrovato la follia della normalità nella guerra dove la vita continua mentre si spara a poca distanza. Non ci è accaduto nulla, la sera tornavamo a Ramallah, si parlava di futuro, di progetti. Cenavamo tardi e la notte si sentiva il crepitare delle armi automatiche distanti.

In un altro vicolo vicino, una ragazzina torna a casa dalla piscina. Ha uno zainetto, il vestito leggero, l’abbronzatura di città e cammina con un passo aggraziato. E’ magra, molto carina, fa il primo anno di liceo, ha bei voti e una famiglia disastrata in cui vive. E’ nella bellissima età in cui ci si innamora perdutamente senza alcun filtro sociale e tutto sembra possibile. La sua dolcezza riscatta gli urli della casa da cui proviene. L’ho vista giocare poco, ma di sicuro l’avrà fatto, adesso la sento come una possibilità bella di vita, un contenitore di sogni che in parte si realizzeranno. Studierà e se ne andrà, potrà vivere ed essere felice. Lei forse ancora non se rende conto appieno, ma vive in una parte del mondo che è in pace e se questa parte del mondo resterà così, dipenderà anche da lei e dal suo impegno di adulta.

Penso ai tre ragazzi ebrei, uccisi da un odio senza umanità. Penso ai 4 bambini palestinesi morti ieri in spiaggia a Gaza mentre giocavano spensierati. Penso agli oltre 200 morti palestinesi di una guerra incipiente. Sento l’indifferenza dell’estate attorno, le emozioni leggere che fanno saltare le pagine di giornale e puntano al gossip, al positivo e confinano tutto in un brusio lontano.

Come si ama, si vive, si cresce, si provano sentimenti nell’età in cui tutto accade lontano? Perché se parlo di crisi, di difficoltà, di politica, anche qui sento il silenzio? E’ l’indifferenza, il tener fuori dalla propria porta il mondo che ci salverà? Non mi indigno più troppo facilmente, e non è cinismo, il fatto è che mi commuovo e la commozione è la spia dell’impotenza, del sentirsi inermi di fronte a un mondo che non è quello che sembra logico. Non quello che vorrei, ma quello in cui sarebbe bello vivere. Parlare di ciò che si sente, della bellezza, dei sentimenti è in fondo facile. Posso ascoltare musica, leggere libri che mi appassionano, godere dello spettacolo della natura, posso camminare, provare sentimenti profondi, pensare che tutto questo abbia un futuro e parlarne a persone che sentono le stesse cose. Posso decidere cosa fare e ho tempo per posticipare. Quando c’è la precarietà e la guerra, anche mezz’ora viene vissuta come un pezzo di vita, mentre io posso permettermi di vivere a tratti, di dire farò domani, di godere di un’attesa. Chi ha una guerra attorno non può farlo, deve vivere adesso, avere sogni immediati.

Non posso farci niente, però mi chiedo se essere insensibili, non parlarne, non sentirsi parte del mondo poi ci aiuti a stare davvero meglio. Avviene tutto fuori dalle nostre vite e ci chiudiamo in un particulare che alla fine diventerà la nostra dimensione. Toglierà le speranze comuni, non ci farà sentire in grado di cambiare assieme ad altri il mondo. Mi pare che tutto si restringa, che diventino angusti i vicoli in cui vivo, la pace che mi consente di pensare, provare, riflettere è un privilegio. Ho tristezza per quelli come me che sentono la propria impotenza, fiducia che il bambino del triciclo, la ragazzina, i tanti ragazzi che vedo per la città faranno qualcosa di sé. Tenteranno una felicità che li riguarda. Non so se diventerà una felicità comune, non so neppure se ho insegnato a mio figlio che la felicità comune è più grande di quella singola.

E’ mattina, c’è il sole ed è estate. Io sono parte di un mondo, mi tengo i dubbi, le piccole felicità e la sensazione che qualcosa mi sia, ci sia, sfuggito. Ma forse c’è tempo. Forse.

dopo la tempesta

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Come diceva mia nonna, la tempesta è arrivata da occidente. Dal lago di Garda. L’acqua e il vento si sono divertiti a sradicare alberi, far straripare fossati, allagare scantinati e garage, scoppiare fognature. Poi, com’era venuta, la tempesta s’è quietata. Ed è emerso un silenzio livido di luci gialle, tra una moltitudine di rami spezzati, calcinacci caduti, spazzature sparse tra mucchi di foglie ed aghi di pino. Il cielo, limpido nella notte, era indifferente, solo noi, sconcertati, avevamo di che pensare. E tutto si è ridimensionato in noi, per poco, come a contemplare le nostre reali dimensioni.

Si è fatto l’inventario dei danni, tutto sommato poco, rispetto al vento e l’acqua orizzontale. Un vetro rotto, piante ridimensionate, giornali e carte bagnate. In terrazza la bandiera si è sbrindellata, però resistendo abbarbicata al suo palo, è abituata alle battaglie. La tenda invece, è a pezzi e qualcosa d’altro la dovrà sostituire. Guardando attorno, stanotte mi veniva da scrivere una lettera alle stelle e al silenzio notturno per parlar loro delle mie piccole cose, del fatto che dopo una tempesta ci si sente più vicini. Trovar compagnia nelle cose alte, sopra di me, come fossimo tutti assieme per davvero. Pensandoci è arrivato il sonno, tardo e agitato. 

Al risveglio, stamattina c’era un silenzio innaturale. I carpentieri e i muratori che lavorano nel cantiere vicino, non battevano, ma facevano ordine con rumori soffocati. Ed era strano, che gli uccelli non volassero nel cielo bianco di nubi senza forma. Anche la strada aveva ancora quiete notturna, eppure era giorno pieno. Sono sceso, e mi sembrava parlassero a voce più bassa. Sui giornali, la tempesta aveva abbattuto alberi, fatto danni alle cose, qualche ferito. Tutto era durato meno di un’ora. Nessuno parlava dello sconcerto dopo la paura, fatto di difficoltà piccole, medie, grandi.

Guardo nel giardinetto di casa, il cipresso dovrà essere tagliato, adesso si appoggia alla cancellata, sembra esausto e vecchio. Penso a noi, c’è stanchezza nel constatare la propria inanità a fronte della natura, lo sento dai commenti delle persone al bar, all’ edicola. Passerà, come al solito, tra due giorni non ce ne ricorderemo più. Tutto dura il tempo degli articoli di giornale con i loro titoli banali e stupidi: bomba d’acqua, ciclone, tornado. Analizzare le cose e gli effetti sarebbe troppo intelligente, anche perché il cambiarle impegnerebbe a lungo. E’ vero, cambia il clima, ma qui siamo in pianura e le trombe d’aria non sono così eccezionali. Una scoperchiò il Salone nel 1756, ogni estate sul litorale o sui colli, il turbine macina campi e sabbia, tegole e ombrelloni. Queste presenze sono state una normalità per i miei ricordi, solo che ora accade più spesso, in poco tempo e con molta forza. Questa è la piccola novità.

Mi guardo ancora attorno, le tracce della notte sono evidenti, e ci ricordano la nostra debolezza, ma le faranno sparire in breve tempo e l’arroganza del non mutare stili di vita ricomincerà. La prossima volta speriamo tocchi ad altri, è questo che si pensa, come se tutto fosse solo questione di caso e fortuna. Lo è in buona parte, ma quella farfalla che chissà dove ha dato inizio alla catena delle tempeste di ieri, non aveva ali variopinte, ma mani umane. Passerà, toccherà altrove, non pensiamoci troppo, per cambiare dovremmo essere in tanti e determinati, non accade e allora congratuliamoci della nostra fortuna. Non è accaduto nulla di grave, poteva accadere ma non è successo. 

ho messo Vivaldi perché le tempeste di casa lui le conosceva bene, ed è bello pensare che poi ci fosse lo stesso cielo. Quello del Tiepolo, a sancire la quiete.

istruzioni per l’uso

Di tutte le manipolazioni tentate su di me, quella che mi è stata più distante è l’essere usato. E naturalmente ho cercato di non usare.

E’ stata una buona scelta nel vivere ?

Non potrò mai saperlo davvero. Non ne ho la controprova, però ne conosco il prezzo, e vale la scelta.

Una scelta può spingere in avanti oppure far retrocedere, ma certamente non ha lascia nulla di fermo.

Una scelta non elimina le possibilità che si sono perdute, vivranno altrove, in altri  e così non basterà il ricordo o l’emozione che l’accompagnerà.

Ed è davvero una scelta, se corrisponde alla propria pelle come un abito ben tagliato. Questo è il tradire o l’essere fedele.

Però confondono la pazienza con l’arrendevolezza, la forza di lasciar perdere con la debolezza. Forse non può essere altrimenti, ciò che certamente non sarà buono è il tradire se stessi.

Poi per descrivere cosa ci accade bisogna leggersi dentro, e lì non ci si nutre di frasi usate. Neppure quando le parole sono buone. Neppure in prospettiva.

Per adesso può bastare aver fugato una sensazione.

Per ora può bastare.