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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

ci sono

Ci sono momenti in cui si inizia con non so che dire, ma perché troppo s’affolla e vorrebbe dire.

Ci sono assensi che contengono un diniego e un chiudere di porte interiori e si lasciano sfuggire perché non è ora, e quell’ora stenterà a venire.

Ci sono battaglie, molte, che non combatteremo. Per stanchezza, per il risultato già palese, per convenienza, perché un soldato vivo è meglio di uno morto. Se l’idea non muore.

Ci sono pomeriggi che si arrampicano sulla sera e dentro contengono il bollire del nulla che prende e liquefa il voler essere davvero.

Ci sono i possibili che non hanno avuto altra occasione, e bussano e non smettono finché qualcosa di più grande non prende il loro posto.

Ci sono momenti da cucchiaino e altri da forchetta perché le passioni sono carne e polpetta.

Ci sono ore che non scorrono e altre che s’ammucchiano, cose non dette che affondano e parole inutili che galleggiano.

Ci sono specchi mendaci che dicono altro, pacche sulle spalle, piccoli interessi adulanti che ci provano.

C’è la consapevolezza che il passato si paga e non paga, che solo il futuro ha qualcosa da dire, basta scegliere a chi dirlo. E questa forse è la difficoltà maggiore.

non sono come tu mi vuoi

Le parole seguivano i pensieri. Erano lisce, precise. Se si fermavano era per raccogliere una spinta dal silenzio, senza alcuna furbizia.

In fondo le cose che ci riguardano sono semplici. Le copriamo di strati di complessità che poi divengono armature, croste di un passato che non ha attribuzione. Chi è stato il mandante? Chi l’esecutore? E come il controllo è continuato? Vedi. Se scopri che il controllo è stato affidato a te, a ciascuno di noi, ti chiedi ragione del perché qualcuno voglia controllarti e magari risali all’esecutore. E se questo coincide con te, con il controllore, allora hai trovato il meccanismo della colpa.

C’è molta presunzione nel costruire la propria maschera: quella che vogliamo mostrare agli altri. Cerchiamo di intuire ciò che sarebbe gradito e quello che non ci espone troppo, formiamo un ritratto in cui restare noi stessi e farci disvelare poco a poco. Se ci sarà attenzione e curiosità, la manifestazione dell’interesse ricevuto, sarà una piccola carezza all’autostima e all’ego. 

Altrimenti avremmo dovuto assomigliare a qualcos’altro, ripetere il precedente consolidato, fare poche domande e sufficientemente vaghe da consentire risposte generiche.

Ti faccio anch’io una domanda: qual è la relazione tra il non essere mai per davvero veri sino in fondo e la colpa?  E le cose che accadono in conseguenza, intendo quelle materiali, di cui ci circondiamo, e quelle che produciamo con le scelte, ma ancor più quelle che si materializzano nelle relazioni, quanto risentono di questa presunzione di essere o invece sono esse davvero vere? Io credo ci sia molta verità nelle cose e nei particolari se si sanno leggere con la giusta pazienza. Che in essi ci sia una parte del ritratto di noi stessi che non viene rivelata. In un rapporto, in una comunicazione profonda si connettono le cose con le motivazioni, Si capisce perché qualcosa accade e qualcos’altro attende, ed entrambi sono importanti anche se all’apparenza banali. È l’uso distratto che rende banali le cose, le piccole scoperte su ciò che ci sembrava di conoscere dell’altro. 

Non sono come tu come mi vuoi, ma come mi vorresti: come una cosa che ti accade e che assomiglia oppure come qualcosa che ha una sua vita e produce differenze. Cosa ti affascina? La differenza, e ciò che permette di scambiarla o la prevedibilità?

Comunque se si percorre strada assieme, togliamo la colpa dai nostri passi; togliamola piano come si pulisce un cristallo prezioso che sotto ad esso ci siamo noi.

buon compleanno Papà

Sono 105 gli anni e ci sei. Non cambierei una parola a quanto scrissi, ne aggiungerei per raccontarti cose belle e vita, difficoltà e tempi difficili per questa Italia. Ma ti parlerei di noi principalmente, e lo faro. Continuerò a farlo come sempre.

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Oggi compiresti cent’uno anni, ne hai potuti compiere poco più di metà. E’ stato un peccato per tutti. Ho pensato spesso a tuo padre in questi mesi, al Nonno. Alla tua nascita in Germania, al rientro concitato di tutti voi, al fatto che poi Lui sia morto troppo presto per Te. Anche per noi è morto troppo presto. Bisognerebbe che ci venisse lasciata la possibilità di decidere quando è ora di andarcene e invece questo non ci è concesso. E’ una banalità ripetercelo, e comporta una serie di conseguenze sul vivere il presente, ma non impariamo mai. Neppure Tu hai imparato. Ho pensato a quanto ti sia mancato tuo Padre, al ricordo che ne potevi avere, Tu così piccolo quando morì, ai bisogni che sono rimasti senza risposta. I tuoi occhi azzurri avevano dentro sia la malinconia che il sorriso. Non parlavi molto, però le tue parole erano ricche di…

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Il limite

Conosco il limite,
è dentro,
corre su una lunga linea di gesso,
larga quanto basta per intingere il passo,
incerta per conoscere il bruno della terra che ricopre.
È il senso di ciò che sono,
non tutto e non per sempre,
neppure su come si sia tracciata,
chi abbia stabilito che oltre c’era il batticuore, potrei dire.
Frequento quella linea,
faccio l’indifferente mentre passeggio,
sembra un gioco stare un po’ da una parte e tornare all’altra,
mi dico del coraggio,
della curiosità,
ma parlo a me che traccio mentre cammino
e penso a un me che muta,
e di questo nuovo sento ciò che sfugge ancora
e s’annida beffardo nel profondo.

fare il pane il secondo giorno dell’anno

nor

I millennials, non noi, hanno chiuso un secolo di guerre, di imperi frantumati, di dittature sanguinarie, di miseria, di migrazioni sollecitate e imposte, di rapine di risorse, di privazioni. Un secolo che seguiva molti altri secoli con le stesse caratteristiche, senza mobilità sociale, senza speranza duratura, come se questa fosse la naturale condizione dell’uomo. Secoli ripiegati sul potere che l’uomo esercita sull’uomo e lo fa schiavo per togliere a lui il necessario che lo renderà sovrabbondante. Ricco e fieramente ineguale, perché è bene ricordarlo che sono i poveri e i poeti a pensarsi eguali, gli altri pensano di essersi meritata una superiorità che li pone al di sopra.
È il secondo giorno dell’anno, nel primo ha trionfato l’io, quella particelle che identifica e rassicura, quel processo per cui la sera si dorme e si rinvia a domani ciò che di sicuro verrà fatto per noi soli. I propositi sono la glorificazione dell’io e del cambiamento, già questo dovrebbe farci pensare perché è l’io traballante e poco certo che ha necessità di cambiare. Ma così è e i propositi servono per sentirci autori delle nostre vite. Cosa c’entrano i millennials in tutto questo menare il cane per l’aia? C’entrano perché non hanno memoria, non hanno battaglie alle spalle, vedono il mondo secondo un lessico che i loro padri neppure intuiscono. Tra loro e i padri o i nonni, residui del secolo che finisce, ci sono i quarantenni, teoricamente al potere, gestori della novità e del cambiamento ma ancora “pupi” della generazione precedente. C’è un fondo scivoloso sul palcoscenico del mondo e la sensazione di una ineguaglianza crescente che nel redistribuire una crescita globale coglie solo le briciole. Briciole di sapere, di consapevolezza, di ricchezza fatua che appena toglie la fame. I confronti col passato sono congrui sui disastri, sulle carestie, sulle malattie, ma diventano incongrui se misurati con le possibilità distributive mai prima possedute da questa umanità. Mentre ancora non guardano in faccia nessuno, la sofferenza e il dolore ad esempio, la finitezza delle vite e quella più grande del pianeta, la crescita demografica senza controllo, la cupidigia di potere, l’esercizio ingiusto della forza. Potrei continuare e come nei film apocalittici si vedrebbe che si salvano solo i presidenti, i generali e quelli così ricchi che conteranno per ricostruire. Ma cosa ricostruiranno, che mondo sarebbe il loro? Non servirebbero la conoscenza, la poesia, il sapere condiviso che genera una cultura, una lingua, un modo di amare, di sentire se stessi e il futuro: tutto andrebbe perduto. Non è fantascienza, sta accadendo di continuo, adesso, solo che sono piccoli popoli, minoranze, curiosità per un sentire che considera umano il vicino, il parente, la medietà. Per questo sono importanti i millennials, non hanno memoria e possono riprendere in mano le vite, possono non lasciar fare e fermare la deriva di un mondo che agisce per automatismi privi di etica e di umanità seguendo il principio del cosa ci guadagno anziché quello del cosa ci è utile.
Un blogger che stimo molto per le sue analisi politiche, mi ha detto di non scrivere più di politica e di stare a guardare, tanto ormai nulla si influenza più. Meglio che tu scriva di ciò che vedi e senti, mi ha detto, e magari ha pure ragione perché nel parlare, nelle vite vicine c’è una riserva inesauribile di umanità che non si pone troppo il problema del tutti, anche quando parla di noi e di sé. Ma stamattina le borse erano tutte in calo, la terra aveva tremato in centro Italia, 50 migranti erano su navi che non sapevano dove farli sbarcare, in Syria bombardavano,come in Yemen, e in tutto il mondo dopo i festeggiamenti la realtà aveva ripreso il filo interrotto l’anno prima. Solo i millennials, pensavo, avevano sufficiente speranza, andavano, costruivano vite precarie, capivano quello che accadeva davvero.
Fuori si era levato un vento freddo da nord che faceva correre le foglie rimaste e larghe lastre di ghiaccio si erano formate sulla neve vecchia. Il sole illuminava la terra brulla e secca, perché da tempo non nevica e non piove e non è normale.
Camminando sul sentiero che costeggia i pascoli, sono passato vicino a un roccolo dove due mesi fa sparavano a qualsiasi cosa volasse. Erano due cacciatori attorniati da richiami vivi, con decine di gabbiette cinguettanti. Sparavano per divertimento, non per fame e ci hanno ricordato che noi calpestavamo  una terra che era loro. Ma gli uccelli no, non erano loro eppure li uccidevano lo stesso. Stamattina, ricordando l’episodio ho capito che in quelle persone non c’era il mondo futuro ma la ferocia del presente e che non erano loro che potevano salvare gli uomini. Ma i giovani senza memoria e senza “pupari” quelli si, quelli che non avevano bisogno di capire cos’è l’Europa o il mondo perché già lo sapevano. Serviva solo un po’ di etica dell’eguaglianza.
Tornato a casa ho fatto il primo pane dell’anno. I gesti lenti del mettere assieme farina e acqua, l’impastare, l’attesa della prima lievitatura, poi dopo alcune ore, il secondo rimpasto e di nuovo l’attesa. Adesso cuoce e spande l’odore di buono che in ogni parte del mondo ricorda agli uomini la sapienza di un cammino fatto prima dello sfamarsi. E mi sono tornati a mente tutti i pani visti cuocere in giro per il mondo e mangiati ancora caldi con quel sorriso che solo il pane condiviso riesce a generare.

auguri

Abbiamo bisogno di un termine per iniziare il nuovo. Che magari nuovo non è ma è un modo diverso di vedere e vederci. Lo chiamo cominciamento perché è un atto di volontà, un voler vedere, mutare ciò che ci rende meno noi stessi. Non è facile. Implica svelamento, ossia vederci come siamo davvero e non sotto innumerevoli croste di abitudini. Neppure le idee che diamo per scontate sono davvero così solide se le esaminiamo, spesso sono convenienze, modi per vivere senza problemi. Se ci basta, va bene così e si può continuare indefinitamente. Qualcosa ci stupirà, molto meno di quanto vediamo. Qualcosa ci emozionerà, ma molto meno di quello che c’è oltre le barriere che abbiamo messo. Basta accontentarsi, ovvero farsene una ragione, come se le ragioni potessero emergere come elemento che continua nel tempo. Le ragioni sono le firme ai nostri armistizi, necessari per non essere travolti da una disfatta, utili a riprendere fiato, ma inefficaci per mutare un desiderio, una passione in vittoria. Nelle vite mettiamo limiti diversi, alcuni, importanti, sono necessari per non offendere gli altri, per conformare le nostre azioni a regole che abbiano un futuro. Altri paletti sono convinzioni religiose, paure e fedeltà che cercano di evitare guai. Ci sono poi convenzioni, comodità, finti principi, convenienze, non poche meschinità che se lette correttamente darebbero il valore reale del nostro io e delle nostre vite. Tutto importante e legittimo, noi siamo quello che scegliamo di essere, ma non raccontiamoci che questo vivere non fa macerie e danni. Non abbiamo forse inventato il male minore e l’accontentarsi per far diventare una scelta un po’ infingardi, una necessità buona e fertile di futuro? Il fatto negativo è che sappiamo che non è vero, che nulla di ciò che facciamo è perfetto e che quel restare sulla strada vecchia non è avere un passato, una raccolta di successi e fallimenti ma la paura boja di andare in territori sconosciuti dove ci sono altre regole e tutto viene azzerato. C’è chi riesce davvero a cambiare vita e chi lo sogna. Entrambi sono migliori di chi non sogna più. Dovrei trarre delle conclusioni, propormi qualcosa, faccio entrambe le cose ma riguardano me, le mie paure e il mio coraggio, la capacità di cambiare e l’insofferenza del lasciare che le cose generino una costante malinconia e insoddisfazione. Noi non siamo stati fatti per questo, l’insoddisfazione l’abbiamo creata giorno dopo giorno allontanando la curva che ci rappresentava da quella che vivevamo. Non siamo stati fatti per essere infelici, nessuna educazione può affermarlo, ma per essere a volte felici, qualche volta soddisfatti, sempre alla ricerca di ciò che corrisponde a noi e ai desideri che ci contengano. Ciò che auguro a me e che riguarda anche voi, è di vedermi come sono e come potrei essere, di avere la forza per colmare un divario di fatica perché nulla sarà regalato, di avere il coraggio di lasciare ciò che non fa bene, che tiene legati ed essere felice o infelice ma per mia scelta.
Che il tempo sia buono e il cuore grande. Buon futuro a tutti voi e a me.

un incontro

Ci siamo incontrati per un augurio, per la conclusione di un lavoro comune, per un”amicizia ancora titubante eppure nata. Ci siamo incontrati nel suono prepotente di un ottetto che provava le canzoni per la fonda notte, per parlare un poco e per usare qualche silenzio tra parole incerte di durata. Ci siamo incontrati com’eravamo, chi col vestito rosso d’allegra attesa, chi col verde che meditava di trovare un filo alle cose. Le cose che sono accadute, che accadono e che non sembrano mai slegate ma quando si mettono in mano altrui già non sono più così lucide e belle. C’era chi rideva per una battuta e ripeterla non avrebbe più avuto effetto, chi stava dolcemente in silenzio e mi ha abbracciato poi alla fine. C’era la mia timidezza che si nasconde di ragionamento, e chiunque l’avrebbe scoperta guardando il mio cappello pieno di sciarpa e lontano dal guardaroba, ancora col giaccone addosso come stessi sempre per andarmene. Come se il saluto riassumesse un senso e prima di dire, fosse necessario pensare, anche quando è festa, il vino è buono, i salatini occupano il gusto e posticipano i pensieri.

Si è parlato un po’ di questo e un po’ di quello: mai una frase descrisse meglio l’andare preceduto da un venire. Perché tutti o quasi eravamo venuti ed eravamo un po’ felici di quanto fatto assieme ma senza vanteria, con la discrezione degli errori fatti che mai sono pari alla fatica del fare il buono e il giusto. Ci siamo salutati che il freddo c’avvolgeva e dentro altra notte iniziava nella luce di lampade pensate per essere guardate. Ci siamo salutati da amici che si ritroveranno e faranno altro. Finché il gruppo si formava per la foto pensavo che altro avremmo fatto assieme, eppure diverso e meno ricco del caso che ci aveva messo assieme. Nuovo come il tempo che verrà, nuovo di noi che abbiamo solo arrivederci e baci da colmare di verita.
Ci siamo salutati con una foto, i cappelli in testa, le mani atteggiate, mentre attorno il parcheggio si riempiva e il nuovo anno non era poi distante. Ci siamo salutati prima di sciamare, passeri che tornano e fuggono il rapace.

cominciamenti

L’inizio è sempre un po’ farlocco, una convenzione anche quando le congiunzioni astrali raccontano di altezza delle stelle, precisione di ore (quali?), di colpi di fulmine. Quando davvero è iniziato quell’amore così rapido e assoluto? Dov’era l’indecisione del mi vedrà davvero interessante ai suoi occhi? E quando inizia un lavoro e ancora più una nuova vita, tutto ciò che l’ha preparata, la fatica della consapevolezza, era già un inizio?
Penso al cominciamento come a una decisione, titubante e preparata e insieme fertile di incerta meraviglia. La penso come una volontà che crede di avere le forze per giungere poi subito termine malignità che il termine non esiste, che la strada muterà molte volte, che ciò che non era previsto dirà tutta la sua dirompente novità e ci porterà alla dimensione che meglio ci descrive agli occhi altrui. Ma l’inizio è una condizione così dolce e personale, così piena di cose buone, di desideri da soddisfare, di meraviglioso non esplorato che ha in sé una verità. Una verità vera, che dura e non ha timore del tempo, noi siamo infiniti inizi, siamo ciò che si apre che allarga tutto ciò che abbiamo posseduto sino a quel momento e siamo anche la gelosia felice del possedere ciò che si capisce per davvero. La gelosia felice è il dono di ciò che ci appartiene a chi ci è caro, senza alcun timore di sminuirlo perché è la nostra identità. Siamo noi, come ci siamo costruiti attraverso infiniti cominciamenti e fini che non erano nel conto. Siamo noi che iniziamo, a volte con entusiasmo e a volte con stanchezza (l’entusiasmo arriva dopo). Siamo noi che nessuno obbliga a cominciare eppure lo facciamo perché non basta mai. Siamo noi che scopriamo un non mai sentito prima in ciò che ci pareva di conoscere. Il sapore di un bacio, un pensiero libero come mai prima, un colore che riempie l’occhio e colora la vita di sfumature sconosciute, il tocco delle dita, la timidezza mascherata di sfrontata allegria, la trepida attesa di un dopo. Ecco cos’è il cominciamento eterno che ci assiste e accompagna: la trepida attesa di un dopo che sarà diversamente felice come mai lo è stato prima.

tu sai

dav

 

Tu sai cos’è il profumo della nostalgia

lo sai nell’ora incerta

in cui la luce cede al velluto l’evidenza,

alla forza del sogno la realtà.

Tu sai che le pietre ricordano,

conosci il profumo della carta,

il sottile erotismo delle parole,

ascolti l’inquietudine del giorno.

E se compi,

il gesto netto del direttore d’orchestra,

dell’inchiostro che decide,

del pensiero che s’arresta,

la musica continua,

la pagina attende.

Tu tornerai come credi

perché tu sei

e t’attendo.

cortesie

Non bisognerebbe mai dare poesie agli amici, perché imbarazzano. Non sanno che dire e comunque difficilmente ci racconterebbero la verità del primo impatto; lo si sente dalle frasi troppo lunghe, dallo sfumare del giudizio.

Neppure testi lunghi, siano saggi o racconti, bisogna dare, perché costringerebbero a leggere e spesso, gli amici, hanno altro da fare.

Non bisognerebbe riempire le case di dipinti non richiesti, di fotografie non domandate. Bisognerebbe lasciar chiedere e se non viene chiesto è semplicemente perché non interessa. L’interesse è una dimensione della curiosità, in ogni rapporto d’amore c’è curiosità. E sopravalutazione di sé verso l’altro: ci si pensa un poco più importanti. Quando si chiede attenzione, ci si dovrebbe chiedere: noi abbiamo dato attenzione? Cosa fanno queste persone che credono di conoscerci? E cosa pensano del mondo, delle cose di cui discutiamo, ma soprattutto di quelle che evitiamo? Cosa pensano di noi, delle nostre fatiche, delle ambizioni malcelate, del tempo e degli interessi che usiamo’ Perché noi, un pensiero su di loro ce l’abbiamo e non ci hanno dato manoscritti, poesie, fotografie particolari. Ci hanno parlato di film, di libri letti, di sogni di un tempo, ma poi cos’è accaduto che ha mutato le traiettorie e le ha rese quelle che ci pare di conoscere?

Gli amici vanno lasciati stare, se chiedono si risponde, ma altrimenti meglio che si limitino ad essere veri.