fare il pane il secondo giorno dell’anno

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I millennials, non noi, hanno chiuso un secolo di guerre, di imperi frantumati, di dittature sanguinarie, di miseria, di migrazioni sollecitate e imposte, di rapine di risorse, di privazioni. Un secolo che seguiva molti altri secoli con le stesse caratteristiche, senza mobilità sociale, senza speranza duratura, come se questa fosse la naturale condizione dell’uomo. Secoli ripiegati sul potere che l’uomo esercita sull’uomo e lo fa schiavo per togliere a lui il necessario che lo renderà sovrabbondante. Ricco e fieramente ineguale, perché è bene ricordarlo che sono i poveri e i poeti a pensarsi eguali, gli altri pensano di essersi meritata una superiorità che li pone al di sopra.
È il secondo giorno dell’anno, nel primo ha trionfato l’io, quella particelle che identifica e rassicura, quel processo per cui la sera si dorme e si rinvia a domani ciò che di sicuro verrà fatto per noi soli. I propositi sono la glorificazione dell’io e del cambiamento, già questo dovrebbe farci pensare perché è l’io traballante e poco certo che ha necessità di cambiare. Ma così è e i propositi servono per sentirci autori delle nostre vite. Cosa c’entrano i millennials in tutto questo menare il cane per l’aia? C’entrano perché non hanno memoria, non hanno battaglie alle spalle, vedono il mondo secondo un lessico che i loro padri neppure intuiscono. Tra loro e i padri o i nonni, residui del secolo che finisce, ci sono i quarantenni, teoricamente al potere, gestori della novità e del cambiamento ma ancora “pupi” della generazione precedente. C’è un fondo scivoloso sul palcoscenico del mondo e la sensazione di una ineguaglianza crescente che nel redistribuire una crescita globale coglie solo le briciole. Briciole di sapere, di consapevolezza, di ricchezza fatua che appena toglie la fame. I confronti col passato sono congrui sui disastri, sulle carestie, sulle malattie, ma diventano incongrui se misurati con le possibilità distributive mai prima possedute da questa umanità. Mentre ancora non guardano in faccia nessuno, la sofferenza e il dolore ad esempio, la finitezza delle vite e quella più grande del pianeta, la crescita demografica senza controllo, la cupidigia di potere, l’esercizio ingiusto della forza. Potrei continuare e come nei film apocalittici si vedrebbe che si salvano solo i presidenti, i generali e quelli così ricchi che conteranno per ricostruire. Ma cosa ricostruiranno, che mondo sarebbe il loro? Non servirebbero la conoscenza, la poesia, il sapere condiviso che genera una cultura, una lingua, un modo di amare, di sentire se stessi e il futuro: tutto andrebbe perduto. Non è fantascienza, sta accadendo di continuo, adesso, solo che sono piccoli popoli, minoranze, curiosità per un sentire che considera umano il vicino, il parente, la medietà. Per questo sono importanti i millennials, non hanno memoria e possono riprendere in mano le vite, possono non lasciar fare e fermare la deriva di un mondo che agisce per automatismi privi di etica e di umanità seguendo il principio del cosa ci guadagno anziché quello del cosa ci è utile.
Un blogger che stimo molto per le sue analisi politiche, mi ha detto di non scrivere più di politica e di stare a guardare, tanto ormai nulla si influenza più. Meglio che tu scriva di ciò che vedi e senti, mi ha detto, e magari ha pure ragione perché nel parlare, nelle vite vicine c’è una riserva inesauribile di umanità che non si pone troppo il problema del tutti, anche quando parla di noi e di sé. Ma stamattina le borse erano tutte in calo, la terra aveva tremato in centro Italia, 50 migranti erano su navi che non sapevano dove farli sbarcare, in Syria bombardavano,come in Yemen, e in tutto il mondo dopo i festeggiamenti la realtà aveva ripreso il filo interrotto l’anno prima. Solo i millennials, pensavo, avevano sufficiente speranza, andavano, costruivano vite precarie, capivano quello che accadeva davvero.
Fuori si era levato un vento freddo da nord che faceva correre le foglie rimaste e larghe lastre di ghiaccio si erano formate sulla neve vecchia. Il sole illuminava la terra brulla e secca, perché da tempo non nevica e non piove e non è normale.
Camminando sul sentiero che costeggia i pascoli, sono passato vicino a un roccolo dove due mesi fa sparavano a qualsiasi cosa volasse. Erano due cacciatori attorniati da richiami vivi, con decine di gabbiette cinguettanti. Sparavano per divertimento, non per fame e ci hanno ricordato che noi calpestavamo  una terra che era loro. Ma gli uccelli no, non erano loro eppure li uccidevano lo stesso. Stamattina, ricordando l’episodio ho capito che in quelle persone non c’era il mondo futuro ma la ferocia del presente e che non erano loro che potevano salvare gli uomini. Ma i giovani senza memoria e senza “pupari” quelli si, quelli che non avevano bisogno di capire cos’è l’Europa o il mondo perché già lo sapevano. Serviva solo un po’ di etica dell’eguaglianza.
Tornato a casa ho fatto il primo pane dell’anno. I gesti lenti del mettere assieme farina e acqua, l’impastare, l’attesa della prima lievitatura, poi dopo alcune ore, il secondo rimpasto e di nuovo l’attesa. Adesso cuoce e spande l’odore di buono che in ogni parte del mondo ricorda agli uomini la sapienza di un cammino fatto prima dello sfamarsi. E mi sono tornati a mente tutti i pani visti cuocere in giro per il mondo e mangiati ancora caldi con quel sorriso che solo il pane condiviso riesce a generare.

6 pensieri su “fare il pane il secondo giorno dell’anno

  1. Il cibo che lega, quello necessario, primordiale e semplice, come il pane.
    Tatto e odorato delle meraviglie …

    Un ottimo inizio d’anno: ben’augurante :))

  2. Il pane è così pieno di simboli e forza che in ogni luogo definisce chi lo da e chi lo toglie.
    Ad Ovodda, a Tiana ho visto fare il pane e mi sembrava una poesia.
    Buon giorno .marta 🙂

  3. Una volta, non ricordo bene dove, lessi qualcosa sul buddismo e il suo modo di affrontare certe situazioni. Vedi il mondo che si distrugge? Siediti e guarda dei fiori. La gente uccide? Siediti e ascolta le mosche.
    Ed uno si chiedeva:” ma se non faccio nulla il mondo andrà sempre peggio”.
    Ma il buddismo dice che il mondo è solo illusione. Che le persone sono solo un aggregato di elementi. Inoltre se noi creiamo la pace dentro di noi questa si rifletterà anche fuori di noi. Dunque sedersi e meditare o fare il pane o cantare non è fare niente ma è trovare la pace in se stessi. Dei gesti semplici possono riportarci a noi stessi.
    I giovani di oggi non fanno e non sono. È questa la tragedia.
    Molti di loro nemmeno esistono per se stessi.
    La politica è morta, è vero, ma se tu ami parlare di politica fallo. Non devi scrivere qualcosa che rifletta un pensiero altrui ma il tuo di pensiero. Puoi riempire tutto il tuo blog solo di politica. È il tuo spazio personale e chi ti vuole seguire ti segue e chi non vuole va bene lo stesso.
    Scegli sempre ciò che piace a te e che rispecchia te stesso 😊

  4. C’è una massima che cerco di seguire e non è priva di costi: non essere mai d’altri che di te stesso. Con la sensibilità che mi è stata regalata e quella che ho costruito, con il pensiero che non può adattarsi dal mondo perché questa non è stata la mia scelta. C’è un vivere sensuale che ha molte connotazioni e sottintesi, sente, è curioso, si imbeve di apparenti cause perse e inutilità ma è ciò che per me dà senso alla vita.
    Il senso della vita include gli altri, il giusto e lo scegliere questa è la politica e se vi rinunciasse rinuncerei a me.
    Fare il pane è un gesto di pace interiore, come scrivere o tessere, dipingere o sognare ma a nulla serve la pace interiore se fuori di te l’ingiusto genera la guerra.
    Grazie per la tua bella riflessione Amleta, è un buon augurio che faccio a me stesso e a te. 😉

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