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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

cossa feto, dito, gheto, sito

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Cossa feto, dito, gheto, sito?

Cussì come late, ‘e paroe xe passà,

daprima sensa saver ben, da la boca,

pò come giosse, pian pian in na macia e se gà ponà.

Ponà, te gò domandà, cossa vol dire?

E co la to voze piana te me disevi de le onde

che pin pianelo, posa sabia su sabia,

graneo su graneo, capa su capa

cussì che quando te meti el piè se sente on sfrigolar de tenaro,

un desfar che ben tien el caminar,

dolse da sentir come na caressa de man che gabia lavorà.

Cussì, te disevi, ‘e paroe se pona,

una sora st’altra

e come i sogni no è gà peso, fin che no le xe dite.

No te me ghé mai dito dei tò sogni

e ti vol saver dei mii ogni matina

e par i to oci, cussì pieni de ben mio,

xe passà on lampo che xe finio nei basi,

e te me ghè brassà par no dir,

furba ti e piena de ben par mi.

Chissà cossa sognava i veci,

pensavo tra mi,

lori che gà visto e po’ tuto ghe xe ponà,

in tea testa sensa desmentegar.

Chissà cossa che i sogna quando de scorlon i se sveja

par po’ riscomissiar.

Chissà cossa ch’i sogna i veci,

quando i verze i oci e i varda el scuro.

E quando ch’ei pianze, chissà cossa i gà sognà.

Desso che lo sò, gnanca mi lo conto

e no xe sempre vero che su queo che xe ponà se pol caminar.

No xe vero quando l’acua rosega

e porta via lontan,

e resta on vodo, na buseta

che nessun jorno impenirà.

Però ghe xe del novo,

eco queo che te disevi, dopo verme brassà,

ti che che gavevi visto tanto ti vedevi lontan:

ghe xe del novo, tienlo streto,

vardalo, viveo, ma vaghe drio pocheto

sensa stufarte de zontare vita a la vita,

parché la resta insieme al ben,

e queo no teo star desmentegar.

 

le vie di mezzo lasciano ferite

Chi si ricorda di Bombacci?

In questi giorni di perenne crisi italiana, dopo una pandemia devastante e già pronta a essere rimossa, si sono attivati gli stati generali. Un affresco del futuro che ci dovrebbe attendere, ben calibrato sul termine ri costruzione dell’economia che di fatto riporta a un prima in crisi e che è favorevole per chi conta e ha gestito sinora destini e privilegi, ma non tocca i temi del diritto alla sanità, all’istruzione. all’abitare, alla mobilità non inquinante, al lavoro come diritto dovere equamente retribuito. Quindi continuerà una progressiva perdita di diritti e di possibilità di uscire dall’indigenza per quelli che già prima erano sull’orlo della crisi.

È una grande occasione questa crisi e in particolare per l’Europa, che però è immobilizzata dalla propria incapacità di essere di più che un aggregato e quindi silente, che cerca di tranquillizzare con molti denari che fanno gola ai soliti aggregati d’interesse la rabbia che cresce al proprio interno. Dobbiamo chiederci quanto c’è per un nuovo che sia davvero tale in economia come in rapporti sociali, che rimetta in moto l’ascensore sociale, riduca l’ineguaglianza, che faccia davvero emergere la volontà di affrontare la sfida ambientale? Nulla, perché non muta il modello neo liberista e la sinistra socialdemocratica si è adattata usando il si ma, ossia quella difficile manovra che di fronte all’impossibilità di dire che ci sarà più equità e speranza, calcia la palla in avanti. Tutto rinviato a nuovi equilibri politici mentre si addensa la paura per i molti che perderanno non solo il posto di lavoro ma la condizione sociale di autosufficienza. La rabbia dovrebbe essere la maggiore preoccupazione  per chi governa perché, alla fine l’opposizione che nulla fa, potrà dire che avrebbe fatto meglio. E verrà creduta portando verso una nuova accelerazione delle disparità e della perdita di diritti.

Tutto questo pensare al dopo covid non arresta i problemi del mondo e dell’Italia. Con l’estate riprenderanno tragedie e sbarchi. Abbiamo ancora i porti chiusi e chi glielo spiega alle donne, violentate nei campi di raccolta libici, che c’è una malattia in Italia che è peggio della loro vita? E gli uomini invisibili, quelli che ora l’agricoltura contingenta, sarebbe interessante andarli a a contare nei campi, sono illegali per legge, creati così dallo Stato che poi si volta dall’altra parte, dov’erano in questi mesi di chiusure: spariti, numeri, pedine di scambio per lavori meno che precari. Quindi esiste ancora il problema dell’immigrazione ma chi lo può affrontare e risolvere non sono i paesi dell’accordo di Visegrad che hanno accolto zero (0) immigrati, e così torniamo all’Europa che vede la realtà e chiude gli occhi, l’Europa dei diritti e dei doveri umani che derubrica il problema. Per ora tutto o quasi tace, finché non esploderà nuovamente visto che nessuna delle guerre è stata risolta, che la fame uccide 5000 bambini ogni giorno, visto che un miliardo di persone sono nell’indigenza nel mondo. Quindi il problema si può derubricare ma è alle porte.

Bombacci era un socialista rivoluzionario, un fondatore del PCI a Livorno, inizialmente molto radicale, poi negli anni del fascismo si illuse che il regime contenesse un po’ di socialismo,che ci fossero spazi di riformismo e di critica, finì a Dongo con Mussolini. Perché lo dico? Non per infangare la sua memoria ma per far capire che tra due visioni dell’uomo, della società e del suo futuro non ci possono essere sospensioni di giudizio. Ciò che dice l’Europa in termini di principi e di prospettive non rende efficace e lecito ciò che poi avverrà nel cambiare un sistema che non regge più anche se si spartirà gli aiuti, e non risolverà i problemi. Questo consegna responsabilità al governo Italiano, al m5s prigionieri di assiomi contraddetti dalla realtà, ma soprattutto non libera la sinistra e gli uomini di buona volontà dal dire che se non si risolvono i problemi verremo travolti da essi e anche l’Europa e la democrazia verranno travolti. Non basta un po’ di orgoglio nazionale. Orgogliosi di cosa, di quale cambiamento, di quanta equità da spendere in progetti e nuova occupazione?

Bombacci dovette tacitare l’intelligenza e i principi che aveva, con la guerra di Etiopia,  con gli eccidi di preti e civili copti, persone assolutamente innocenti, mentre gli italiani si costruivano il mito di essere brava gente e bombardavano in Spagna le truppe repubblicane, usavano armi chimiche, costruivano un impero invadendo nazioni sovrane. Dovette misurare l’intelligenza e la capacità di analisi con quello che ne venne poi di guerre, compresa quella alla Francia. E perse il rigore, l’aveva già perduto perché non c’erano elementi di giustizia sociale nel fascismo. Il giusto e la diplomazia contro la realtà della forza e la volontà di affermazione personale, non potevano essere corretti in un’opposizione ideologica se poi non si scavava facendo emergere il nero, il pensiero maleodorante che discriminava gli uomini, che generava le leggi razziali, che in colonia le aveva già applicate assieme al madamato e alle spose bambine da comprare. Un regime dove gli uomini che non erano uomini uguali era redimibile? Era una domanda che circolava nei guf, nelle fronde dei giornali universitari, ma solo gli antifascisti al confino o nascosti avevano dato la risposta giusta: no, non lo era. Si poteva solo non vedere la realtà e questa è già una condanna.

Ciò che non trova le soluzioni ai problemi ma afferma la volontà di potenza affascina gli uomini, ma la sinistra non può accettare che non cambi nulla, fermarsi alla superficie del mutamento. Non è più possibile,deve analizzare e indicare alternative.
È questa la funzione di chi ha una visione della società e della storia, dire ciò che pensa ed è conforme a un obiettivo generale, che mette al centro dell’agire il bene comune dei molti e non dei pochi. l’Italia non può essere identica dopo la pandemia, deve scegliere cosa essere e non dire cos’è stata. Il neo liberalismo non è riformabile se non in una chiave di responsabilità sociale, di lavoro ed equità diffusi, di welfare reale e stabile.

Così l’immigrazione deve essere vista, affrontato lo jus culturae, deve vedere gli uomini che circolano nelle città e nelle campagne, che lavorano e sono sfruttati oltre ogni dire. E se abbiamo una civiltà da spendere questa visione deve essere imposta all’Europa, bloccando trattati e crescita dei privilegi finché il richiamo etico non diventerà soluzione.  

Bisogna ricordarsi dei cadaveri buttati in mare, dei pescatori che non vanno più a pescare per timore di incontrare persone da salvare che non sanno come sbarcare e c’è chi non mangia più tonno. Il Mediterraneo è il nostro futuro o la nostra maledizione per l’insensibilità collettiva dimostrata. E non possiamo far finta di niente perché nel futuro ci siamo noi e loro: ci sono quei due cadaveri abbracciati, un ragazzo e una ragazza, morti di fame sul fondo di un gommone o il ragazzino con la pagella cucita nella giacca, ci sono le madri affogate assieme ai figli, e insieme a loro ci sono i salvati che scivolano in una indigenza senza speranza. Ci sono i nostri lavoratori, la nostra società che si disgrega assieme ai diritti faticosamente conquistati. Pensiamoci perché i poveri sono tali per condizione e per ingiustizia e sono brave persone, uomini che il sistema di prima condanna.
Bisogna dire da che parte si è perché non c’è speranza di riformare la destra e per cambiare il mondo non si può tornare a prima. Le vie di mezzo non esistono se si vuole davvero mutare il modello in cui si vive, far vivere meglio le persone, dare un futuro in cui ci siano gli uomini e i bisogni, non solo il denaro.

no logo né luogo

No logo per sentire la sostanza delle cose, l’amorevole loro utilità 
a noi soli. Adesso non luogo per non procedere
e per andar via,
già s’è dissolta la patina di sensazioni che chiamiamo memoria: 
lavata da sé a fior di pelle.
E la pelle non fiorisce se non nell’amore, 
ma quando il gelo l’accarezza
rabbrividisce,
e stanca d’appartenere diventa muta.
Prigionieri d’una terra di nessuno,
d’un non luogo, fatto d’abitudini in cui ci si riconosce e si regolano i corpi,
così si diventa un supermercato dove tutto viene allineato, comprato, consumato.
Scaduto.

 

tutto normale

I tavolini nella piazzetta davanti al bar del ponte erano tutti pieni ieri sera. Come prima, come al solito. Le mascherine ornavano l’ avambraccio, oppure civettuole, appese ad un orecchio. Non pochi le avevano abolite. Tutto normale quindi, anche la distanza era la solita delle conversazioni. Forse si saranno dette poche parole all’orecchio e qualche inutile cattiveria sarà rimasta nei pensieri, ma era una tranquilla serata di giugno all’ora dell’aperitivo. 

Non ho recriminazioni, ciascuno si regola come crede perché questo è il limite della responsabilità e la disciplina esige sanzioni, restrizioni esterne, un diverso stile di vita. Stamattina dicevano per radio che il distanziamento è tra le persone e non sociale, infatti per essere stanziati serve una responsabilità interiore e una fantasia che trova nuovi modi di stare assieme e porta la sicurezza nella fiducia.

Se tu mi ami non ti ammali, fai di tutto perché non accada e non mi contagerai.

Quest’attenzione semplice tiene unite le persone, possibili i baci e gli abbracci ed esamina ciò che invece è consuetudine, abitudine senza un pensiero che la sorregga e la nega come possibilità. Non per sempre ma per un po’. Sempre ieri sera, alla commemorazione di Berlinguer in piazza, eravamo distanti e insieme vicini. Ordinati nel porre un fiore senza nessun discorso ufficiale. Ma appena usciti dalla piazza sono cominciati altri incontri e ancora il tentativo di stringere mani, di annullare gli spazi fisici anche nel parlare. C’è un’impressione di libertà che supera l’attenzione e che è in sé un indice di ciò che verrà. Non parlo delle recrudescenze pandemiche, ma del cambiamento che si sognava negli stili di vita durante il confinamento in casa. L’inquinamento ha ripreso a crescere, il mutamento climatico continua il suo corso e dei piani che si sentono annunciare per la crescita, per l’economia, non c’è nulla che non sia una ulteriore declinazione di un neo liberismo che farà fare a minor prezzo ciò che si produceva prima. Nessun ripensamento vero, il che dimostra, e ciò è particolarmente vero nei paesi che si dicono democratici, che l’economia capitalista governa per suo conto, stabilisce cosa è progresso, ciò che deve piacere e con quanta fatica si dovrà acquistare l’inutile, il transitorio, il nuovo che è solo rappresentazione. Nessuno dei problemi di questo mondo che connette tutto tra ambiente produzione, consumo, viene affrontato. E lo stesso distanziamento sociale diventa rottura tra interessi comuni, tra esistenze. È triste che sia la forza a insegnare le cose e non l’intelligenza. Triste e brutto.

pioggia di giugno

Ne è venuta di acqua. Molta di stravento, a raffiche. Rabbiosa per essere stata a lungo trattenuta. Ieri il cielo aveva nubi bianchissime, obese di umidità alta e di luce riflessa. Si alternavano con nubi più piccole d’un grigio leggero che solo a tratti scuriva, ma stavano le une distanti dalle altre, come non si volessero parlare. Così siamo entrati nella sera, una nave piena di luce aranciata che guardava il succedere di queste meraviglie sospese verso il mare. Poi qualcosa dev’essere accaduto, forse una baruffa in cielo, ma ha atteso il giorno e improvvisa l’acqua si è scatenata. Ha bagnato scarpe, rovesciato ombrelli, le tende da sole si sono inzuppate e le strade sono diventate signore luccicanti con rivoli di rimmel ai lati.

I bambini sono rientrati e hanno preso a giocare nelle stanze con i troppi giocattoli rotti in questi mesi di clausura. Attorno, in cielo, il silenzio s’è confuso con gli scrosci e solo pochi uccelli sui rami del mandorlo hanno continuato a lanciare richiami. È la stagione degli amori e la pioggia rende nuovo ciò che ieri era solo caldo istinto.

frugalità

Scrivo impressioni, emozioni personali senza pretese d’infinito, piccole cose, particolari che mi colpiscono e che si riconnettono con altro che riemerge. Non è una scrittura da affreschi, ma una calligrafia, un insieme di note a margine su un testo che leggo(la mia vita) e su cui è facile soffermarsi. Il mio scrivere è quello che vedo e che sento. Quindi sono un lettore, che indugia nella disattenzione e segue il pensiero suo e quello dell’autore. Un pessimo metodo per imparare e ottimo per perdere se stessi e il proprio tempo in qualcosa che attinge al piacere del dialogo quando è possibile, dal vero, oppure nella propria mente. Gli autori spesso rispondono, non sono tutti uguali e il mio modo di mostrare loro che capisco è mettere assieme senso e parole. Un lettore devoto che si sofferma sulle parole e ne resta incantato dal significato. Le parole contengono, mostrano e nascondono, dipende da come si leggono. In questo si costruisce un rapporto se non si ha il corpo a disposizione, ed è un rapporto con emozioni, attese, delusioni (non poche) e intuizione. Cioè lo strumento più vero e fallace di cui si dispone per parlare, sapere, conoscere l’altro. Manca il corpo con i suoi linguaggi potenti, ma questa, seppur virtuale è carta e allora ad essa più che le note di un seguire sé cosa si può attribuire? Seguirsi per seguire, dire in verità ciò che conta per il momento in cui nasce. Un’ immensa mappa di segni, di tracce, di cose apparentemente scollegate a cui trovare nesso e senso: ad una sola condizione: che interessi, come in un libro, chi ci sta davanti. È questo un ossimoro della mente perché tali e tante tracce si sono sommate, stratificate, che i punti comuni ormai dovrebbero emergere ed è così, in ogni massa di indizi ci sono plurime verità che il tempo rende vere e false e una frugalità appena sotto la superficie. Oltre gli aggettivi, i testi che si gonfiano, le ripetizioni che rafforzano, oltre c’è il poco e l’essenziale, quello che nella mistica ebraica è il numero, ossia la lettera: ciò che dà la vita e insieme la rende un mistero. A questo serve il girovagare, penso, tra lettere e parole, tra luoghi e particolari, nel sentire multiplo che ricomprende i sensi. O almeno spero sia così, perché comunque altro non saprei fare.

sabbie e clessidre

Si parla di tempo e di tempi, senza vedere che ci sgraniamo in grani sempre più sottili, siamo consegnati alla nostra percezione attonita di ciò che se ne va. Vorrei, vorremmo, desideri sottili come bolle nel cielo: per un attimo volano, mutano le stelle, sconfessano la luna, poi tutto torna in una normalità che non è mai tale. Cosa avremmo davvero voluto fosse normale? L’eccezione non è mai una regola, al più un accidente lieto che carica d’emozione e poi si espande nel ricordo. Lo porta nel momento in cui serve.

Dei corpi parliamo poco, più delle anime, ma esse ben poco sarebbero senza quegli attimi di cielo confuso in cui tra le stelle abbiamo navigato. Ad essi dobbiamo segreti e dimensioni che ripetono la speranza, la scandiscono nei giorni in cui è grigio il colore della confusione. Come accade ai bambini quando mescolano i colori e alla fine resta l’assenza. E cosa entra nel frattempo? Un nuovo foglio in cui scrivere, disegnare un’inaudita attenzione. E il corpo con noi sogna nel costruire procedendo per ossimori. Equilibristi in attesa di un applauso oppure costruttori di futuro che tracciano nella sabbia nuovi disegni?

Dei corpi parliamo poco tra sabbie e clessidre che scandiscono i giorni, sembra quasi non vogliamo farci davvero capire dal tempo perché non rubi l’invito prezioso, mentre arrossisce il volto che accetta e diviene sabbia il passato che non conta per il nuovo momento da vivere appieno.

 

innamoramenti

Il cielo non è per tutti, neppure il trasalir d’amore lo è, ma accade, spesso quanto serve. Gli anni fanno cadere i sogni a chi vuol essere vecchio, ma per chi non smette di vivere, l’emozione del sentire diviene diversa da quella del provare. E sogna. A questo serve una mano nella mano, la dolcezza dello star svegli guardando un buio che s’illumina di pensieri che hanno un volto e un nome. È bello che l’amore sia così.

La primavera, è quasi estate nel giugno, 
è il rosso dei papaveri che confonde il grano e alimenta il cuore?
Oppure è il cucchiaino che s’avvolge pensoso nella tazzina:
è pensiero che indugia,
abbraccio che non si stacca,
dolcezza che segue nella sera
e risveglia la mattina.
Non finisce e penetra nei sogni
con foglie che suonano i venti, 
cieli che attirano lo sguardo,
lì avvolge tenero,
e indugia in silenzi infiniti di dolcezza.

Se in quella notte, in cui c’erano tutte le prime mie donne attorno, e gli uomini che come sempre assistevano, si fosse pensato che la vita che mi regalavano era un infinito generare, ne sarebbero stati ulteriormente felici. A loro, inconsapevoli, bastava quella felicità del nascere, quella speranza che la vita sarebbe stata comunque bella, diversa e migliore. E tutto si condensava in sorrisi con la fatica già alle spalle. E speranza, molta speranza allietata da una grande luna di giugno che di certo portava buono. Fu un innamoramento a prima vista e della loro felicità non mi hanno mai fatto mancare il sentire. Così non finirò mai di restituirla quella felicità con l’amore che tutti li comprende e distingue. Grazie.

non so di te

Non so di te. Che significa sapere se non far coincidere i desideri?
E allora non so di te,
però vorrei sapere, avere un portolano che indichi la strada,
non servono mappe dettagliate, basta la fiducia
e quel tipo d’amore che non si riesce a trattenere:
il coraggio.
Non so di te e vorrei sapere,
perché non so più nulla di me. Sono disperso,
appannato, sfuocato, ombra dello specchio ch’eri tu,
Non so nulla che davvero serva e tutto si sgrana.
è anche piacevole passare tra le dita e intuire,
questo era, quest’altro doveva essere, di questo c’è speranza
Grana grossa e sottile, una scia di pigmenti,
dovrei correre prima che s’alzi il vento,
ma di sicuro tu saresti altrove.

 

la figura è a 2/3, sulla sinistra

La figura dell’uomo è eretta, tiene un bastone con un manico strano, quasi un anello, a cui non si appoggia. Penso alla storia di quel manico modellato da chi, ben attento a non bruciare il legno nel calore umido di un camino, ha lavorato in una sera d’inverno e di nebbia. Poi, soddisfatto, l’ha messo con gli altri, tutti diversi, e venduti al mercato la primavera successiva. Un manico strano e unico, come i luoghi in cui è nato: dalle parti del partigiano Johnny.

In una sera d’autunno eravamo ad Alba e andavamo verso Barbaresco, una cena e una nebbia talmente fitta che la strada era un’opinione nella testa di chi guidava. Doveva esserci anche lui, l’uomo del bastone, alla cena, ma non venne, così tutto scorse tra antipasti e vino degno di ricordo. Non so ancora come tornammo, sopra di noi si vedevano le stelle e davanti un muro bianco. Dovevamo essere uccelli. La musica che leniva la fatica del digerire e guidare, era il clavicembalo ben temperato, suonato da Edwin Fischer, e tutti amavamo Gould, ma era bellissimo sentire che la musica ci avvolgeva. Il tempo non esisteva più e l’albergo era un semplice luogo, non l’andare e il restare. Un luogo dove dormire e poi partire. Ciò che contava era l’arrivare e vedere il sorgere del sole in una mattina d’inverno. Per testimoniare che eravamo lì e pieni di quella vita che rende le cose degne di essere vissute. Per questo arrivare tardissimo e dormire nulla, non contava. Così posso associare il ricordo di ciò che vedo in questa fotografia, scattata non distante. Colline, campi verdi e poi, sullo sfondo, le Alpi. Ma torniamo al nostro mancato ospite e conversatore. Il suo sguardo è rivolto verso il fotografo interlocutore e ha un sorriso un po’ forzato. Fino a poco prima ha raccontato dei luoghi che stanno attorno e di molti altri ben più lontani. Ha parlato di persone incontrate, alcune di esse sono di comune conoscenza, altre, famose, per la sua vita che non è stata usuale, diventano aneddoti, frasi secche che definiscono un punto di ricordo che ha lasciato traccia.

Ripensando a lui, mi torna a mente che la vita usuale è stato l’argomento di una conversazione che ho avuto con una persona da cui imparo molto, qualche settimana fa e che non si è conclusa.

Non sono necessarie avventure particolari o viaggi incredibili per rendere inusuale una vita, è l’approccio e la capacità di vederne la singolarità che ha importanza. 

Nelle abitudini c’è una storia che ci precede, che abbiamo ricevuto. Anche nei rifiuti di accettare un modo di fare o di dire, è così, c’è una discontinuità con un passato che era la somma di sensazioni, di preziosità divenute comuni, di cose inusuali passate nei giorni e tali da punteggiare le ore. Cosa c’era prima del caffè mattutino e perché ne amo il profumo, se non lo ricollego a ciò che avveniva nella mia casa ogni mattina e prima di essa nelle case che erano state abitate dai nonni e dai loro padri, fino al punto in cui dall’assedio di Vienna quei misteriosi sacchi di chicchi tostati erano poi scivolati dall’alto verso il basso.

Di quante singolarità è fatta la nostra vita, che senza attenzione hanno un significato per i sensi più che per un pensiero cosciente. E dove è nato quel piacere che essi portano in noi, e come e quanto piacere noi abbiamo aggiunto ad essi.

E cosa trasmettiamo? Così mi avrebbe risposto, ricordando cose che si sbriciolano se non vengono stipate in parole.

Ora riguardo la fotografia, la figura è a circa 2/3 verso sinistra, con un ampio panorama davanti, guarda come volesse essere già oltre una linea del tempo: il passato è alle spalle. Ripenso ai suoi libri letti, e a quelli che ho evitato perché mi avrebbero disturbato l’essere immerso in un’altra mente che pure veniva dagli stessi luoghi. Mi piace il suo modo di guardare e di mantenere una posa così eretta, come usavano i militari che, in alta uniforme con uno sfondo sempre uguale, mandavano la fotografia a casa e posavano appena il cappello sul braccio. Guardavano l’obbiettivo e il cuore di una cosa che avevano dentro; mostravano ciò che avrebbe fatto piacere a chi li avrebbe visti non le fatiche della lontananza. Lui ha calzoni di fustagno e un maglione chiaro, di lana grossa, tra poco andrà a passeggiare. Forse farà un sentiero che lo porterà a scollinare e intanto, camminando, converserà pensando alla frase successiva e alle parole da non dire. Mescolerà dialetto e un italiano che possa essere connotato con il luogo in cui viene parlato. Così, per ribadire che un tempo, lì si parlava volentieri francese, ma senza dirlo.

Di quella notte è rimasto il pensiero d’una mancanza, ma forse è meglio così perché alle cene ufficiali difficilmente si hanno le giuste confidenze. Mi è rimasta una nebbia e un incrocio di coincidenze che ci ha portati e poi riportati senza danno, le stelle sopra di noi e il cielo così scuro quando non ci sono paesi attorno. La lentezza del trovare una via di mezzo tra il ciglio e la mezzaria, l’alba attesa come una liberazione, il piano di Edwin Fischer, e il sole che con pazienza dissolveva la nebbia mentre un’abitudine si rinnovava. Prima un caffè nero e poi un caffè con il latte a parte.