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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

lettera 9

Caro Dottore, siamo organismi complessi, interconnessi e reciprocamente influenzanti. Posso aggiungere che appartenendo a culture definite, è un’anomalia che il pensiero, pur essendo singolare e particolare, abbia la capacità di espandersi verso la comprensione di altre culture in modo egualitario. E’ sempre ciò che ci differenzia che prende il sopravvento su ciò che ci rende uguali, anche se siamo uguali e il riconoscimento della differenza ci fa sentire a posto con la coscienza. Voglio dirle, Dottore, che la nostra comune, piccola patria sarà un motivo di orgoglio ma è anche una barriera verso ciò che non sentiamo nostro. Solo la scienza, pare, riesca a superare questi limiti e a vedere il prodotto dell’uomo esaltandone la differenza. Forse perché cerca di comprendere il meccanismo costruttivo e vuole procedere oltre ad esso e perfezionarlo o rivoluzionarlo, piuttosto che limitarsi alla replica. Lei non mi chiede mai nulla, ma le mie domande sono le sue e nessuna ha una risposta certa. Se ci chiediamo cosa facciamo qui, in questo pianeta, quale scopo ha la coscienza e le domande che essa genera, al più dobbiamo chiedere aiuto. Anche nella solitudine chiediamo aiuto perché ogni artificio o realtà che troviamo in noi per dare una risposta, alla fine traballa e si rivela incapace di essere una soluzione definitiva. Siamo pulsioni, fame, necessità di branco e solitudine, sesso, conoscenza, paura di ciò che non conosciamo.

Di cosa abbiamo paura Dottore? Perché è chiaro che la paura la portiamo dentro ed è anzitutto il timore inane di non restare integri, di perdere la vitalità o quello che per noi coincide con l’essere vivi. Questa paura è il sentimento più diffuso nella società ed è così efficace che si adopera molto, sia per intimorire, ridurre al silenzio i singoli, ma anche per unire verso un nemico che quasi mai esiste. La paura si insinua negli interstizi del pensiero, investe e avvolge le azioni, ma soprattutto si manifesta nella solitudine. Essere soli è una scelta e ben più spesso una condizione. Se è una scelta, e la volontà ha gli elementi per considerarla come un modo per raggiungere l’equilibrio e il benessere (con la complessità che ci attornia e che portiamo dentro di noi), allora la solitudine riesce a confinare la paura, ma se essa è il risultato del rifiuto, dell’essere messi da parte o del non avere successo allora diviene patologia interiore ed esteriore. Le parlo della paura, Dottore, perché essa, nei suoi vari gradi passa dal collettivo all’individuale, se si riferisce alla salute diviene ipocondria, se si riferisce al lavoro o al proprio futuro, non di rado sconfina nell’angoscia. Allora la si copre, la si imbelletta o relativizza. Se si riesce a raggiungere il cinismo necessario, la si giudica un prodotto del vivere e della società. Diviene l’homini lupus che dovrebbe giustificare le nefandezze che si tolgono da un esame delle cause e ancor più spesso dalla considerazione che la minaccia non è necessaria. Come mettiamo insieme tutto questo, Dottore, con ciò che viene considerato giusto, naturale, ovvero un mondo in cui c’è l’onestà, l’onore, il rispetto, l’eguaglianza tra gli uomini. E’ la differenza tra ciò che dovrebbe essere e ciò che è la realtà che genera la paura, che non lascia tregua al pensiero che non sono bastati 400.000 anni di Specie per raddrizzare le cose, che i filosofi e i profeti hanno convinto chi gli stava attorno ma non hanno vinto sulla totalità. Il sospetto ì, il pregiudizio, la tendenza a verificare le verità degli altri sono tutte armi che ci rendono più deboli, indifesi rispetto a un mondo che non capiamo appieno, ma soprattutto indifesi verso noi stessi.

Lei ha paura Dottore? Paura di non farcela. Paura di perdere ciò che è prezioso per vivere. Paura di morire. Lei ha queste paure oppure le ha superate e insegna a superarle. Lo stoicismo o la saggezza che ho incontrato in Africa, in Medio Oriente, l’affidarsi e l’accettare è ciò che anche Lei considera come unica strada per sconfiggere il timore che ci prende di notte e che rende i pensieri più pesanti della stessa solitudine? Una sua risposta rimetterebbe in ordine le cose. Io sarei il paziente e lei il medico, ma con una relazione nuova, con una serie di conseguenze che risalirebbero a monte delle infinite paure che tacito e che fanno capolino nel lavoro, nel rapporto con gli altri, in quello che conosco e soprattutto in ciò che non conosco di me stesso. Credo che ci siano poche pulsioni fondamentali e che queste si trasformino poi in gesti concreti, in decisioni. Abbiamo abolito il fato e ci troviamo a scegliere e poi a trarne le conseguenze. Un tempo la colpa veniva inoculata per cose ben più importanti delle attuali, 1800 anni di precetti l’hanno sparsa nei nostri gesti e in ciò che ad essi segue. Tutto questo, se scaviamo, viene ricondotto a un meccanismo primordiale di minaccia e Lei dovrebbe dirmi dove questo si inattiva, come ci fosse un interruttore virtuale che toglie il timore preventivo, che libera la scelta e con essa la libertà di ciascuno. Non voglio dire che non debba esistere una correlazione tra causa ed effetto, ma che essa debba essere vista nel contesto in cui avviene e matura. Insomma Lei dovrebbe insegnare come ci si perdona come meccanismo interiore per scegliere liberamente e trarne le conseguenze. Quando sono venuto da Lei, non volevo ripetere errori precedenti. Credevo fosse questo il motivo, insieme al concetto di fallimento che è insito in quello di successo. Ne abbiamo già parlato, ma se adesso guardo indietro vedo che non è questo il motivo reale del nostro incontro, capisco che alla base c’era un giudizio su me stesso e sulle opere compiute che voleva essere trasformato in successo. Mi creda, non c’era nulla di narcisistico, ma il senso di voler fare bene, di scegliere bene e di portare a compimento ciò che giudicavo importante. Era un modo per fare i conti con il passato e di passare al nuovo dimostrando di aver imparato oppure apprendere i meccanismi, le modalità per scegliere bene tra più opzioni ? Credo di aver confuso le cose, perché non avevo considerato il timore di fallire come una limitazione all’agire e non ero risalito all’origine della paura. Non avevo considerato che tutti abbiamo paura, anche Lei, e che questo ci rende aggressivi o remissivi, che i meccanismi di relazione diventano modalità di governo e poi fatti, oggetti concreti. Non l’avevo considerato perché non l’avevo capito, ora bisognerebbe sistemare le cose apprese, farne un bel fascicolo ordinato e leggere la sequenza di ciò che è stato sotto nuova luce. Insomma accettarsi per quello che si è diventati senza giudizi e pretese. Credo sia questo che dovrei fare, che ne dice Dottore?

“L’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia,
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio.
È una barca che anela al mare eppure lo teme”.

Edgar Lee Masters, “Antologia di Spoon River”

del corpo e di altri misteri

La cura di sé muta con l’età, cambiano i suoi fini e la relazione che il corpo ha con sé stesso e con gli altri. Al corpo si chiede di essere funzionale, di garantire il benessere e attraverso questo, una bellezza che muta il fascino nell’alone che ha chi sta bene. C’è più sincerità e misura che deriva dal cambiare delle abitudini, comprensione per la difficoltà che ha un meccanismo complesso di coordinarsi senza errori. E ciò vale anche per la mente. Studiare un pensiero, comprendere profondamente una frase non è più il pattinare sui significati dell’età della fretta, ma sentirne le asperità e le luci che si aprono oltre le crepe di ragionamenti consolidati.

Corpo e mente, prima così chiari e assertivi assumono la loro complessità profonda, aprono vie mai esplorate, mettono pozze di significati sul cammino. Soffermarsi, seguire un pensiero nuovo che scava nei significati, usare le parole nel loro turgore di senso, dà un piacere mai provato prima. E si comprende il limite del non sapere oltre la spavalderia che faceva sembrare la conoscenza un luogo in cui scegliere cosa conoscere.

L’utile e l’immediato perdono primati, si ascolta il cuore, quello fisico, quello mentale, ci si chiede cosa sia benessere e si comprende che ciò che è complesso ha una sua intelligente relazione con noi:ci parla e ci invita a capire le sue esigenze, conciliare con le nostre. La sensualità e la bellezza si fondono, divengono percezione profonda, catalogo di ciò che fa stare bene.

Questo io che si innalza a noi, ha il suo posto nelle cose che si fanno, negli amici che diventano o profondi oppure conoscenze, si acquista il senso del limite e il rispetto per l’onnipotenza che non è una presunzione da esercitare ma una costruzione a cui portare un contributo. E si sa che esso sarà relativo, vissuto non per mettersi in luce ma per la piccola soddisfazione di aver capito un poco del nostro grande mistero: cosa ci facciamo qui.

ritorni

Stasera, tornando, avevo le Alpi Carniche alle spalle. Erano avvolte da temporali e i picchi emergevano tra nubi nere. Sono belle queste dolomiti, un po’ neglette, poco frequentate e i paesi non hanno quel kitsch che tutta la parte bolzanina e trentino veneta si sono trascinati dall’Austria. Ti sarebbe piaciuto vederle. Un pomeriggio mi fermai apposta a Ponte Rosso per guardare. Seduto a un bar di zona industriale, guardavo verso le cime che apparivano improvvise e nette tra le nubi che correvano. Credo di aver suscitato qualche commento tra gli avventori frettolosi che si chiedevano cosa quel tizio guardasse, tanto che mi chiesero, oltre all’ordinazione, se avevo bisogno di qualcosa, ma era di quiete che avevo bisogno e questa non si può ordinare al bar. Stasera invece ero solo, guidavo e guardavo. In autostrada ci sono questi ponti, che l’attraversano, semplici, tesi e dritti, con una ringhiera un po’ alta e qualcuno che guarda. Sono cinque, sei travi che poggiano su due rampe. Lì sotto, oggi, c’erano macchie di sole e sopra vedevi un grigio asfalto a pennellate larghe, che a volte sfumava in azzurro. Solo che quel grigio era il cielo, mentre l’asfalto, quello vero, marezzava di giallo. Ho avuto modo di guardare con attenzione quei ponti: rompono la vista, l’orizzonte, forse servono anche a non distrarsi e sono poco frequentati perché attorno c’è la campagna. Mi parevano dei boccascena. Solo che oltre si vedevano case, fabbriche, alberi senza confini, qualche macchia di pioppi da cartiera.

Sono arrivato al Piave e il ponte, lunghissimo, oscurava la vista laterale con transenne molto alte. Però qualcosa si vedeva comunque. E’ strano che sul ponte del fiume sacro alla Patria non ci sia un posto dove fermarsi. Non si può pensare, meditare su quello che è accaduto su quelle sponde: nel secolo scorso la guerra e il Vajont e non solo. Quest’anno, da giugno è stato quasi sempre una serie di pozze che comunicavano, immagino, carsicamente, e faceva pena quel mare di ghiaia, arido, senza una idea di fiume. Potevano chiamarlo: fiume secco alla Patria non sacro. Ma è spesso così, ormai più che un corso d’acqua è una nozione: lunghezza del ponte, nome, cartello. Però oggi, stranamente c’erano larghe vene d’acqua che attraversavano la ghiaia. Poca cosa, ma almeno aveva la parvenza d’un fiumicello.

Pensa che gli hanno cambiato nome perché la virtù mascolina del fare la guerra non sopportava che il fiume avesse un nome femminile: la Piave. Bisognava provvedere, ci pensò D’Annunzio. Anche la fronte non andava bene e la mutarono in il fronte. Le donne mica potevano assaltare, resistere al nemico, dovevano allevare i figli, dargli da mangiare non si sa come, e piangere compostamente i morti. Senza disturbare. Quei femminili nei fiumi e nelle cose di guerra davano fastidio e così senza saperlo hanno genderizzato le cose, gli hanno cambiato sesso mantenendone la funzione.

Oggi comunque la Piave ti sarebbe piaciuta. Ho rallentato, cambiato corsia e ho visto quell’acqua limpida in mezzo ai sassi bianchi. Sarebbe stato bello sedersi con i piedi nell’acqua e guardare il grigio sui monti che contrastava con il biancore dei sassi. È tutta questione di luce, le cose diventano nette e anche i pensieri lo fanno. È durato poco ma quell’acqua mi ha fatto bene, c’era la continuità delle cose, la corrispondenza con le parole. Ho pensato che se anche era un fiumetto, uno di quelli che abbiamo a iosa tra i nostri campi e a cui nessuno penserebbe di cambiare nome, però questo era il fiume della Patria e che forse anche tutto quel bianco che rifletteva il cielo e faceva risaltare il verde dei campi era fiume e Patria. Così com’è adesso. Sulla Piave non ci sono argini, forse perché non ha mai troppa acqua. Ho pensato che quando accade che ce ne sia molta, di acqua, allora la Piave porta sfiga, quindi è meglio così: si vede che le centrali idroelettriche pensano alla nostra salute oltre che ai loro profitti.

Il cielo davanti era indeciso tra scrosci d’acqua e sole a manate, come se la stagione fosse in bilico e non sapesse più bene dove andare. Ho pensato che le facciamo correre troppo le stagioni, neppure ci accorgiamo di quello che ci dicono. Bisognerebbe fermarsi, ma un grill non è una cosa ferma, è parte della corsa. E noi dobbiamo sempre arrivare da qualche parte. Rallentare fa parte del vedere e del raccontare ciò che si vede, e oggi ti sarebbe piaciuto fermarsi assieme, scambiare il silenzio e qualcosa di quello che vedevamo.

non noi

Le mie, le tue, erano spesso virtù ineguali,
lasciate all’estro che pescava dal profondo,
e di tanta oscurità il colore ne soffriva,
il voler essere cangiante era prigione:
parlavamo d’altro eppure eravamo incredibilmente prossimi e vicini,
chi s’intendeva di magie avrebbe conosciuto l’assonanza,
non noi, così aperti e chiusi,
non noi che donavamo senza risparmio e conto,
eppure di quella necessità d’essere riluceva l’assenza,
il grido acuto che non aveva parole,
non ancora,
o forse mai,
nell’occasione ripetevamo l’io, la necessità, il bisogno,
mentre da tutto il vero urgeva il noi,
l’allacciarsi nell’assoluto, e ancora il noi.

l’ultima settimana di agosto

L’ultima settimana di agosto mutava l’umore, la spiaggia si svuotava degli amici di scorribande; anche la casa dove soggiornavamo, vedeva partire famiglie e ragazzi. Arrivavano gli inquilini di settembre. Anziani (così mi pareva allora) che amavano alzarsi presto, fare lunghe passeggiate per prendere l’aria e lo jodio, tendenzialmente nervosi per le nostre urla soffocate, per le piccole corse nei corridoi: persino lo scalpiccio sembrava dar fastidio. Per niente simpatici, sin dai convenevoli iniziali, con le caramella alla menta e le osservazioni sulla nostra crescita. Quando arrivavano loro era finita, subentrava un senso di straniamento verso il luogo e la vacanza stessa. Avvertivo lo scivolare ineluttabile dei giorni verso il ritorno e uno strano desiderio dei giochi di casa, come se la vacanza mi avesse colmato di tutto ciò che poteva dare ed ora stancamente, si ripetesse senza convinzione. C’era il mare, i bagni infiniti di richiami, il sole un po’ meno caldo, la sabbia che non scottava più come a fine luglio. E le ombre erano più lunghe, le sere meno luminose per cui tornare per cena metteva una leggera malinconia. Era un attendere qualcosa che non preannunciava nulla di esaltante, ma piuttosto un sentirsi svuotare senza potersi opporre. Meglio tornare. Sapevamo che ci sarebbe stato il rito dei libri nuovi da ricoprire, dei quaderni, del profumo d’inchiostro e del legno di cedro delle matite, tutto da sniffare nella cartoleria vicina a casa. E si sarebbero riallacciati i legami con gli amici di città, racconti di vacanze da infiorettare di avventure e qualche piccola scorribanda per saggiare le vecchie complicità. L’abbronzatura si sarebbe lentamente dissolta in un cedere alle lenzuola strati di pelle bruna. Diventavo scurissimo, c’era solo la traccia del costumino che spiccava e neppure quella era bianca perché, per scherzo, facevamo i naturisti tra le dune. Poi tutto sarebbe stato archiviato nel ricordo: estate del … e si sarebbe sovrapposto, salvo gli eventi eccezionali, alle altre estati.

Di quella settimana conclusiva sento ancora il suo sospendersi e mutare, come fosse un attimo senza tempo prima di una picchiata verso qualcosa che semplicemente pareva ed era dovuto. E lì ho appreso il gusto difficile del mutare che abbiamo dentro e che si manifesta quando non è ancora definito il cambiamento. Potrei dire che era l’attesa che prendeva fisionomia, che pian piano acquistava modalità d’esperienza e diventava parte di me. Ma non avevo ancora a disposizione la pazienza, il gusto dell’attendere lento, e questo farsi era così confuso e dolce che semplicemente mi ascoltavo crescere. E vivere. Ma questo l’avrei capito poi.

inshallah

Nei primi anni di università frequentavo un gruppo di studenti arabi, c’erano palestinesi, iraniani, giordani, qualche siriano. Ci vedevamo a lezione, al bar o in sala studio, si parlava con le ragazze, c’era sempre molto caffè da bere, risate, curiosità reciproca. Erano anni in cui le guerre tra i Paesi Arabi ed Israele si susseguivano, in Iran c’era molta resistenza, cercavamo di capire senza darlo a vedere e  per questo parlavamo tutti con generosità di parole, di tutto, ma anche molto di vita quotidiana. Inshallah concludeva tutti i ragionamenti pratici: gli esami, una serata programmata, un approccio possibile con qualche ragazza, l’appuntamento per il cinema.

Non mi rendevo molto conto del valore che c’era dietro a questa parola, m’affascinava il suono, come accade per la lingua araba quando scivola tra le vocali ed addolcisce consonanti. Mi chiedevo come si potesse rallentare una vita fatta di slanci, perché tali erano i loro e quelli della loro storia, temperando il governo delle cose e del tempo, con l’attesa e l’ accettazione di una volontà esterna così forte da essere l’ultima a dire la parola. Sembrava un affidarsi operoso: ho fatto il possibile adesso tocca a te.

I miei amici erano laici, bevevano e mangiavano senza preclusioni, comunque non credenti e come noi spesso agnostici, si parlava di religioni comparate come fenomeno culturale più che come insieme di precetti, eppure inshallah emergeva come modo di vedere prima che intercalare. L’impressione che ne traevo era quella di essere altrove, come venisse aperta d’estate la porta d’ una chiesa ed il fresco che usciva, prendeva, non occorreva credere in qualcosa per star bene, e si capiva benissimo che quello era il logico accompagnare di ogni sereno preannuncio di impresa, di programma futuro.

Pur sentendone il fascino, mi sfuggiva allora questo affidarsi dinamico, lo capii di più in seguito, con gli anni, e con i viaggi. La parola ed il suo significato tornava, mentre si allargava il suo confine e diventava un modo di vedere il mondo. Credo che il probabilmente a cui aderisco quando vado in africa, o l’affidarsi vigile di quando viaggio nei paesi arabi siano il mio modo di aver capito che ci sono posti e regole in cui lasciar fare agli eventi. E che questo è un aiuto al compimento  dei progetti. Inshallah così diventa anche il mio intercalare, ed il modo per ritrovare una serenità messa a dura prova dagli orari mancati, dalle deviazioni continue, dagli accidenti che spostano di albergo, di cibo e di tragitto. Non arrivo ancora a pensare che la vita, la salute siano poco da tutelare perché comunque un caso benevolo le difenderà, mi premunisco per quanto possibile, ma dove non arrivo, spero e lascio fare.

Mi viene da pensarlo in queste giornate di terremoto, quando l’imprevisto diviene più forte e la scelta è tra alternative inesistenti: è meglio restare o andare? correre od attendere? Scelgo e mi muovo sperando che sia la scelta giusta. Per me il significato di inshallah è questo, fare con serenità una scelta che presa, non dipende più da noi soli, ma da una miriade di variabili per cui è meglio che la loro somma conduca pressapoco dove dovevamo andare.

Ecco, facciamo, impegnamoci, portiamo noi e il nostro mondo verso qualcosa che ci porti avanti, ci faccia bene e speriamo che tutto vada per il verso giusto.

Inshallah.

dell’innocenza mai posseduta, il nero

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Nel rigoroso candore del nero,
che tutto assorbe e ordina,
c’è lo stato perplesso di chi osserva,
la sua infantile inermità.
E se tutto poi fosse ruotato sulla necessità
d’una rottura,
una liberazione, come oggi si direbbe, scoprendo che non c’era nulla che impedisse il nero,
oppure il bianco,
oppure qualsivoglia sfumatura di piacere e voglia,
se tutto questo fosse il senso d’una ribellione,
molto insegnerebbe il contemplare la paura,
il rifiuto dell’irrequietezza,
il disordine apparente ch’essa conduce alla coscienza.
Allora la serenità a lungo così agognata avrebbe un senso,
e renderebbe meno certe le direzioni dei passi,
l’attendere e il sacrificare pezzi innumeri di sé importanti,
per un ordine che è resa,
e disperato desiderio d’un cavaliere indomito che liberi.
Ma da chi e cosa lo sappiamo
e non c’è nulla di scientifico nella sofferenza di non essere appieno,
non c’è nulla di risolutivo nel traboccare un bicchiere con purchessia,
a noi tocca liberarci
e cogliere ciò che contiene il nero.

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gli amori del limite

I confini, che a nessuno davvero appartengono,
sono il luogo dove tutto accade
e resta immobile, in attesa del farsi:
lì sono gli amori del limite.
E sembra vi sia la sfida
del cercare di noi lo sconosciuto desiderio,
ma non è questa l’insaziabile irrequietezza,
e neppure il rifiuto d’ogni ragione,
è quel farsi che affascina,
come accade vedendo un fiore che sboccia,
eppure era erba,
un verde senza pensiero,
ma prefigurava una stella
dove ora s’annodano energie convergenti
e prima era vuoto apparente di tempo.
Nell’area dove tutto è possibile,
la determinazione assume la giusta modestia
ed è grande la pazienza,
così vede la crepa del cemento che si popola di steli e di foglie,
il verde che si nutre di grigio per essere rosso,
nella stagione che rifulge.
E ha il sapore dell’adesso e del profumo che sarà,
e ogni muscolo è pronto alla corsa
mentre ora muove placido nel fare consueto,
così anche il coccio di vetro rifulge
mentre il sole lo rende diamante.

17 agosto 1917


Il 17 agosto era il suo compleanno. 17 anni li aveva lasciati nel secolo precedente e 17 nel nuovo. Era abituato a fare conti, confrontare numeri, vedere i risultati. I numeri erano curiosi a volte, ma non tradivano, si sommavano, sottraevano, dividevano, ma alla fine restava un numero che rappresentava qualcosa di univoco. Un dare e un avere. Lui pensava che doveva ancora avere molto. Aveva persone che amava, due figli, una moglie, un lavoro, una vita da vivere assieme, quindi i conti erano aperti, i numeri dovevano tornare.
Quella notte ci fu il trasferimento che era stato comunicato in giornata. Poche parole in italiano ripetute dagli ufficiali, verso i sotto ufficiali, e poi giù fino alle orecchie dei soldati. Le sue. Tra soldati parlavano in dialetto, il battaglione era stato costituito all’interno di due province vicine. C’erano anche altri che venivano da regioni diverse e parlavano altri dialetti, ma alla fine ci si capiva. Lui era abituato a capire lingue e dialetti differenti, parlava anche la lingua di quelli dell’altra parte dei reticolati, ma non serviva, non c’era molto da dirsi in linea, c’erano solo urli e sfottò. Ed erano meglio i secondi perché significavano quiete.
Venivano da un turno di riposo, dopo essere stati in linea dal 13 maggio al 23 luglio, sempre da quelle parti, ed erano stati dimezzati: 1806 uomini e 36 ufficiali morti. Poche centinaia di metri conquistati, erano passati da quota 224 a quota 247. Numeri che erano piccoli dossi e buche che lì si chiamano doline. Buche in cui si ammucchiavano vivi e morti, pietre e ordini, assalto e fortuna. Numeri. Si contavano muti, la sera, poi c’era la notte per pensare e la speranza che la sera dopo si potesse contare di nuovo.
Chissà cosa pensava ricordando maggio, giugno e luglio. I visi si confondevano, le persone e i fatti, tutto nel rumore degli scoppi, la corsa dell’assalto, l’acquattarsi nella dolina. Fare, sparare, correre e attendere la notte, non pensare, restare vivo.
Nei momenti di quiete ci si aggrappa a quelli certamente vivi, alla famiglia. Contava la famiglia e lui, lui e la famiglia. Vivo.
Durante il riposo e le esercitazioni si formavano gruppi, assonanze sociali, quasi parentele, ma sapevano tutti che erano su un crinale, vivere era questione di attimi, dipendeva da una coincidenza con una pallottola o una scheggia, dalla caduta di quello a fianco, dal caso.
Fino ad agosto riposo, meno di un mese e poi il 17, il giorno del suo compleanno, di nuovo in linea, immersi nel caldo torrido del giorno, con la pietra che si arroventava e lì c’era solo pietra. I pochi alberi erano stati spazzati via dai bombardamenti preventivi, i cespugli bruciati dai lanciafiamme. Pietre a pezzi, sminuzzate, frammiste a metallo di scheggia, reticolati, doline e trincee, teli sbrindellati e la comunanza di essere accalcati gli uni sugli altri. In attesa.
Il tempo si comprime e dilata, lì per giorni si caricava con la molla dell’attesa. Non passava mai ed era sempre corto, immediato.
La notte del 17 era fresca, come tutte le notti, si faceva sentire l’alito del vento del mare di Trieste che s’incanalava tra quelle valli strette, lambiva quei cumuli di pietre.
A luglio, dal colle di Sant’Elia, il mare si vedeva e sembrava così strano che laggiù ci fosse una vita normale, che le persone andassero al lavoro, a casa la sera, dormissero in letti normali, facessero l’amore, bevessero birra fresca nelle osterie e a cena accarezzassero la testa dei figli chiedendogli com’era andata la giornata. Li, anche se non formalmente, c’era la pace.
Il Papa aveva parlato di inutile strage per tentare di fermare la guerra, non c’era riuscito anche se i re e gli imperatori erano tutti cristiani. Ma poi quelle parole così comprensibili e adatte ai tempi non erano esse stesse una contraddizione: quale strage può essere utile?
Lui non pensava tutte queste cose, la notte del 17 agosto, sentiva che andava in linea, compiva gli anni, e sperava che quella pace poco distante nelle retrovie avrebbe potuto raggiungerla. Contava i giorni in cui restare vivo. Iniziava quella notte l’11.a battaglia dell’Isonzo, un numero palindromo. E bisognava conquistare quota 219 poi quota 246, la dolina della bottiglia.
Ma tutte queste cose non gliele dicevano, quando la molla del tempo si scaricava, usavano parole semplici: baionetta in canna, tutti fuori, all’attacco. Qualcuno gridava Savoia, qualcun altro moriva subito, altri correvano e i feriti urlavano. Col cuore in gola, sparavano e correvano, vivi, finché durava.
Era la notte del 17 agosto, compiva 34 anni, si chiamava Antonio, aveva due figli piccoli e una moglie e li amava tutti.
Restò vivo e li pensò fino al 22 agosto, in quattro giorni morirono tra quota 219 e 246, 1594 soldati e 67 ufficiali. Numeri, ma Lui fu uno di questi e il suo luogo convenzionale di morte fu indicato in quella dolina della bottiglia che ora non c’è in nessuna carta geografica.

d’estate, il vicolo

Il vicolo, d’estate, ha finestre che sbattono
tovaglie e lenzuola stese,
biancheria intima nascosta come i sussurri la notte,
le stoviglie fanno il rumore del mezzogiorno e della sera,
come le voci che ascolto tra i voli delle rondini,
nel frullo dei pipistrelli che escono a sentire i muri.
D’estate tutto s’arroventa in questa piazza d’aria
che attende la notte,
come fosse un amore ripetuto e nuovo,
sente il vento come carezza mai data,
un dire nascosto e intriso di dolcezza.
Al mattino riprendono altre voci,
prima un cantiere,
poi il caffèlatte e il litigio,
mai finito, della coppia che fa piangere i bambini.
Quella voce che d’inverno il vetro trattiene,
ora urla, la rabbia di non essere ascoltata.