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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

treni perduti

I capostazione perdono tutti i treni, ma hanno una stazione, un luogo in cui arrivano e partono le persone più diverse, quelle che tornano per restare e altre che cambiano destinazione inseguendo un sogno che sembra eterno e lo è, ma muta e diventa altro, finché non si capisce che l’eternità è nel mutare. Nel lasciar morire il vecchio e portare entro sé il nuovo, così quei treni passati entrano nel ricordo, lo addolciscono, diventano leggeri e si posano tra parole e pensieri.

Cosa pensa chi non parte e cosa pensa chi arriva. Neppure gli addii hanno la capacità di annullare la speranza del ritorno e chi parte è sempre alla ricerca di qualcosa che è necessario.

Tra noi restavano le giornate di sole, le corse in campagna, le risate con gli amici, il fuoco, la voglia d’essere soli, la timidezza che doveva diventare coraggio. Ciò che era sperato e con sublime determinazione voluto, s’era poi, a suo modo, realizzato. Ma nel tempo che genera le cose, le forze dei nostri universi si mescolano con altri mondi, ne sono condizionati e si piega non la volontà o il fine o la realizzazione, ma ciò che si era immaginato che diviene vero e altro.


Delle volte lascio perdere il filo dei pensieri e mi prende una spossatezza che è malavoglia, spengo tutto, guardo il soffitto, lascio che le immagini scorrano. Senza desideri, tutto s’acquieta, trova un senso razionale, ma senza obblighi.

Ho imparato la scienza degli addii,

nel piangere notturno, a testa nuda.

-Osip Mandel’stam-

un lento ritorno

I gesti inutili hanno un senso come i giardini delle case in cui non abita più nessuno.

Dietro al cancello, stretto da una catena di ruggine, crescono erbe, alberi, fiori. Seminascosti stanno oggetti abbandonati che ricordano qualcosa; quieti aspettano d’essere anch’essi piante e rifugi d’animali. Davanti al cancello infiniti ritorni, passi che rallentano, visi ricchi di ricordo che guardano e si soffermano. Una mano stringe l’inferriata, ne prova la mobilità, ma è un posizionare il corpo verso una visione più attenta, gli occhi scorrono e cercano ciò che in realtà un tempo era condiviso. Una mano nella tasca a scaldarsi, parole inesauribili e la sera che calava nelle strade mentre luci e nebbia preparavano la notte. Ci sono luoghi che portano dentro a un vortice in cui si sovrappongono i sensi e l’accaduto. Un profumo particolare, l’aria sul viso, un saluto inatteso, la voglia di essere ovunque e insieme sapere che quello è un luogo di magia.

Chi si ferma toglie la mano dal ferro e si guarda attorno, intimorito da ciò che sente e che pare essere voce che narra attorno, d’altro tempo e speranza e vita, poi tutto si è costruito come doveva, ma quel luogo è rimasto dentro.

Nell’attesa che qualcuno si soffermi, il giardino respira, pensa, accoglie gatti e uccelli, tiene da conto lo sbattere d’una imposta mal chiusa, ricorda parole che sono state dette, quelle sussurrate, le piccole falsità, le certezze maturate sulla pietra d’una panca poco distante. Attende, il giardino, ciò che non ritorna, che forse è stato, ricorda il bello che è sembrato, gli pare ci sia stata una porta sbattuta, il silenzio, le risposte vaghe, ma questo era d’altri e i volti si sovrappongono. Ora non riconosce nessuno e tutti, pensa alle scie che lasciano i gatti, al cibo che viene loro dato attraverso l’inferriata, togliessero almeno la plastica dei contenitori. Toccherà a lui, assieme al sole e all’acqua, decomporre, togliere il colore dai cartocci, far crescere erba che nasconda e s’alimenti.

Più distante dal cancello, davanti alla porta della casa, c’è la pietra tenera che era sedile e gioco, ora il giallo è diventato grigio ma le impronte di infinite sedute di bimbi e adulti si vedono nel muschio. Attorno l’erba è alta, il vento la muove con dolcezza attenta e indaga, chiede delle crepe nel vialetto, nella tazza della fontana dove ristagna l’acqua ormai verde di tempo.

Nulla è stato invano ed è nulla che diventa aria e verde e guarda la mano che s’allunga, strappa uno stelo per farne suono d’erba tra le labbra. E’ un gesto che conosce, d’allora antico, che canta una canzone. E’ più un pensiero che melodia di suono, ma è il senso che ciò che trascorre è nuovo.

entrocrazia

Trionfa il prevalere dell’entropia come orizzonte dell’uomo, luogo del massimo disordine e per questo perdonabile a prezzo di soggezione assoluta, Sempre più difficile e rara è la fatica eroica del togliersi la colpa di non rispondere a qualcuno o qualcosa che ha semplicemente usato il potere come autorità e la parola come verità. Tra questi estremi siamo noi, immagine di un tempo e di una società che pure qualche valore doveva averlo in sé, avendo come soggetto l’uomo. Le ideologie, le guerre, i regimi, tutto ciò che è fallito, è scomparso con il dio che si era imposto un noi senza compromessi. Alle idee di eguaglianza e solidarietà è stato negato il perdono e con esso si è negata la speranza perché ciò che le ha sostituite non è stato meno terribile ma era vuoto e ha lasciato l’uomo solo e in balia di forze che mai potrà controllare.

Il passato conteneva sogni e convinzioni che giravano per l’umanità da qualche migliaio d’anni, possibile che tutti si siano sbagliati, che non ci sia stato modo di ridurre l’ansia del possesso a qualcosa di compatibile con la vita?

Oggi, anche nelle contraddizioni assolute, tutto ciò che cambia è buono, o almeno preferibile all’ordine che fissava diritti inalienabili, che riportava all’equilibrio del mondo, la presenza umana. Cose private del loro senso intaccano le libertà, vengono scambiate con privilegi da scartare subito. Il merito è il sollevarsi dell’uno, non della specie mentre dovrebbe essere il contrario e l’insieme è sostituito dall’alta opinione personale che dice che io sono al centro del mio destino e il resto viene di conseguenza, quindi eticamente e moralmente oltre il bene e il male che sono concetti collettivi.

Così anche le cose impalpabili, però assai concrete come l’amore, la serenità e il giusto rispetto dell’altro vengono piegate dal pensiero entropico, dove tutto passa e si trasforma. Diventa disordine incanalato entro rigide pareti d’ordine dove la libertà e il diritto di ciascuno sono moneta di scambio e come in un’arena i gladiatori si affrontano per chi li guarda indifferente dagli spalti. Apparentemente tutto è eguale, tutto si svolge secondo le regole che sono scritte nelle leggi, nelle costituzioni, ma perché allora, cresce la fatica di vivere, perché la diseguaglianza dilaga e toglie speranza consumando gli anni, perché non si vede il vicino che ha la stessa sofferenza e bisogno? 

Nel migliore dei mondi possibili la punta del rifiuto fa un male nuovo e l’abbandono è un lago nero in cui vengono lasciate naufragare le vite. 

dove inizia l’umano?

Cos’è moralmente un assassinio? Mi spiego meglio, se scientemente si lascia che una persona muoia, se non si presta aiuto potendolo, se si ritiene che la vita possa essere affidata alla clemenza del caso, se si assente a una politica o alle norme di legge che implicano la morte come probabile, come si può definire moralmente questo modo di pensare, di distogliere lo sguardo?

Questo è il momento di chiederci dove inizia l’umano nelle nostre società, dove i principi, ciò che sembra contraddistinguere questa epoca, non siano solo parole e contenitori vuoti di sentire.
Lo misuriamo nella difficoltà del cambiamento verso il meglio nelle nostre piccole società fintamente libere, e vediamo che non dipende solo dalla volontà di poche persone, ma ha la necessità di trovare un denominatore comune che ne giustifichi la fatica. Cioè essere contro ha dei costi fisici ed è una fatica rispetto al conformismo che assente, non ascolta, si volta dall’altra parte. Partiamo dal fatto che esistono certamente diversi modi di vedere la realtà, che il giusto è un concetto con una discreta relatività e che in un’epoca post ideologica forse dovrebbe essere più praticabile, almeno dialetticamente, ma che invece scivolano verso il pensiero unico. Ciò che troviamo di assoluto in una fotografia, in un testo magari diffuso attraverso questi mezzi immateriali, ha però una forza che supera la barriera dell’indifferenza. Il dolore delle donne e dei bambini, il sangue degli innocenti, i morti sulla spiaggia o tra le rovine, la narrazione delle infinite angherie che uomini infliggono ad altri uomini riesce a colpire per poco tempo le menti. E forse per pochi minuti subentra il sospetto che il mondo in cui viviamo abbia un’ingiustizia diffusa e profonda. Così quando guardiamo il lavoro senza speranza di riscatto di persone immerse nel fango, quando vediamo le città che affastellano catapecchie in cui si ammassano persone, quando si sente il racconto del cammino di fuga dalla fame, dalle persecuzioni di uomini che portano con sé bimbi e donne che sarebbero solo cose se rimanessero dove sono nati, qualcosa in molti si muove. Per poco ma si capisce che questo mondo che viene distrutto per mero profitto, ha in sé qualcosa di profondamente ingiusto. Il povero, il perseguitato, l’annegato, la violentata, l’ucciso dovrebbero maledire, raccontare del loro dolore e rendere tutti responsabili perché indifferenti. E forse lo fanno, forse questa maledizione rende ciechi e inani, guasta il mondo e la vita, rende vana la bellezza, impedisce di cambiare e porta alla distruzione. Non voglio pensarlo, voglio pensare che la somma delle ingiustizie ne generi la coscienza, che il dolore non sia sprecato, disperso occultato, che ogni amore, ogni benessere, ogni tranquillità debba considerarlo per restare tale. Voglio pensare questo perché quella parola: maledetti, non aleggi dove viviamo e neppure altrove, altrimenti non ci sarebbe nessun cambiamento e per le nostre città, nazioni, continenti non ci sarebbe speranza, perché l’indifferenza è il peggiore dei contagi e non ha cura.

indeterminato bisogno d’amore

Si desidera, a volte, un’attenzione che non viene. La si copre d’altro. Motti di spirito, qualche gesto nervoso, ricerca di cibo, un parlare per immagini vaniloquenti ossia col parlar d’altro. Ma quel bisogno d’attenzione resta insoddisfatto e vissuto come un’ingiustizia senza ragione. Cercare cosa manca veramente porterebbe a un mondo colorato dove lo star bene si coniuga con i desideri, e più a fondo, con i bisogni che sono sempre un interpello di vita e benessere. Per noi resta ancora misterioso il perché dopo quattro miliardi di anni di evoluzione, ciascuna cellula parli a sé stessa e all’altra vicina, e tutte assieme esprimano un bisogno d’essere accudite. L’amore, insomma.

omeostasi

“Bisogna davvero riuscire a conservare in sé qualche traccia inestirpabile di ciò che si è stati prima di quella grande disfatta che si chiama maturità”
Romain Gary

L’omeostasi ovvero il nostro muoversi verso ciò che permette la vita include dove e ciò che siamo, come lo sentiamo, chi siamo. Tutto separato e frammischiato come si pescassero i numeri dal sacchetto della tombola perché il gioco è unico come il suo fine. Per il corpo è importante stare bene, per lo spirito o la mente, meno ma star male non piace all’omeostasi. Quindi tutto si tiene, si conserva e si evolve e del passato si può parlare bene anche solo per il fatto di essere vitali e attempati.

Però di quegli anni le parole non danno misura, sono immemori della dimensione dei giorni e delle notti, delle passioni che le animavano e le rendevano brevi e infinite di connessioni continue. C’era una dolcezza diffusa, anche i profumi erano diversi, e questo manca, come la reversibile pazzia degli unici amori, delle attese senza fine, del palpitar sognando. Su tutto imperava una agitazione allegra che faceva cantare con la voce e con il corpo. Il tempo non passava mai e sfuggiva tra innumerevoli impegni, doveri, piaceri.

Difficile dire a posteriori che si era felici, ha ragione il poeta, ma la quantità di sensazioni che si ottenevano vivendo era smisurata. Prima tra tutti la consapevolezza di vivere un tempo irripetibile che ci mutava in persone differenti da prima di allora.

Imprudenza nel credere e nel lasciarsi prendere, eppure L’omeostasi funzionava, ma gli scenari che traccia vano le sensazioni nella mente erano così ricche e alternative da considerare vitale la vita complicata, l’assenza, la delusione assieme all’innamoramento, alle felicità improvvise, le presenze totalizzante.

L’età matura fa emergere l’intelligenza della conservazione, porta verso il caldo, il buono, il dolce ma con parsimonia d’entusiasmo, è questo che permette le vite e scatena altri scenari dove le sensazioni oscillano tra il ricordo e un nuovo legato al possibile.

La linea del possibile è la misura di ciò pensiamo di noi e su questa linea danza il tempo nostro.

salvare qualcosa

Salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più. Annie Ernaux

A volte il peso dei ricordi è puro e leggero come fieno. Ha profumo d’erba tostata, accoglie e avvolge ridendo. Come la sapesse lunga e prendesse un poco in giro perché alle domande vere non si risponde mai. Al più si ironizza e poi si passa ad altro.

Lei mi diceva di stendermi e si sedeva alle mie spalle, guardavo le vetrine colme di oggetti portati dai bisognosi di comprensione. Guardavo i libri di teoria e di clinica, in italiano e in tedesco e lo sguardo cercava un punto di cesura tra l’essere lì e insieme altrove. Un punto dove si potevano chiudere gli occhi e lasciar fluire le parole. Ha mai osservato che ciascuno di noi parla con una lingua appresa di ciò che sarebbe solo sentire e non avrebbe nome.

Quando usiamo il silenzio per capire o anche non dire, tutto resta dentro e non finisce in un cestino da cui il sistema operativo si incarica di cancellare il contenuto, ma continua a parlare con altri modi e lingue. Quanto di tutto questo è parte di quel non sapere la risposta. Lasciare un traccia di sé fa trasparire il giudizio sul poco che è costato molto. Lei dovrebbe lavorare su questo, dottore, ma come gestisce i silenzi senza premessa, senza il racconto che si blocca dopo aver aperto una storia?

Il cambiamento come possibilità a qualsiasi età della vita, anzi proposto come antidoto alla noia del vivere, alla sua ripetitività è nella riflessione della nostra epoca. Un antidoto all’insoddisfazione, una pezza messa sull’abito mentale che elimina l’infelicità come condizione generatrice di passioni e promette una felicità di diverso colore. Leggo sempre più frequentemente libri che aggiustano la noia e il sé, con l’autocoscienza e il cambiamento, ma attorno la gabbia resta eguale ed è uno sbattere contro il vetro questo mutare senza ricerca di un senso comune. Ho letto una frase illuminante sulla poesia, come ciò che rende illuminato e fuori dal tempo il presente. Una verità improvvisa e disvelata che diviene esperienza. Credo sia questo il mutare che genera passioni e ci porta fuori dai luoghi comuni accumulati come visione di noi stessi e del mondo. Necessariamente noia e prevedibilità perché sappiamo come va a finire. Ecco in cosa dovrebbe esserci una cesura che riclassifica e riordina i sensi e il percepire, il passato e il suo ricordo, come la fine di un amore per un noi che si è consumato e un nuovo amore di sé e degli altri.

Dirsi che dei giorni inanellati senza grazia non è rimasto nulla ed ora tocca ai nuovi.

Lei ascolta me che mi ascolto e in questo dire percepisco la limitatezza delle parole, la loro necessità e il loro limite se da esse non scaturisce passione e vita.

chi è quell’uomo che m’assomiglia

Posted on willyco.blog 24 gennaio 2016

È giusto si sappia che trattenere la rabbia costa fatica, che restare calmi consuma quantità immani d’energia.

È giusto si sappia che nessuna rinuncia è a basso costo, che la notte o il primo mattino ci sarà un risveglio che porterà il pensiero lì, proprio su quella rinuncia, e farà star male.

È giusto si sappia che per costruire una vita come la vorremmo serve non meno energia che per accendere una stella, ma anche per quello straccio di vita che abbiamo realizzato con fatica serve altrettanta energia e se questa ha un sentimento, è meglio ricordare che è stata irrorata di un amore inverosimile. Senza misura, proprio come quello degli dei. Quelli del nostro olimpo, perché gli altri dei hanno tutti misura e limite.

Se qualcuno l’avesse raccontato, magari insegnato, quando ancora capivo a malapena, non avrei creduto. Non mi sarebbe parsa una grande impresa vivere, ne avrei visto l’eroicità, non la consuetudine, non le incrostazioni, gli obblighi. Avrei protestato la mia libertà facile, la limpidezza di poche idee che non avevano contrasto apparente, non mi sarei fermato sulle contraddizioni, anzi le avrei sciolte con la lieta spensieratezza e coscienza d’ Alessandro: con un colpo netto anche il nodo di Gordio giaceva risolto. E invece poi quelle contraddizioni si sono rivelate la vera essenza di ciò che stava dentro, quello che protestava la sua umanità vilipesa dalle costrizioni, da idee ricevute e stantie, dalle consuetudini.

Allora è giusto si sappia che non è nel distruggere se stessi ma è nell’assomigliarsi la fatica. Che il comporre equilibri esige un’infinita dolce pazienza, un’energia che ordina ad una stella d’accendersi nel cuore e nel pensiero. Che questo è tutto quello che a volte si potrà offrire e quasi mai verrà compreso.

lettera dall’insoddisfazione di come cambia il mio mondo

buon giorno Amico mio. Ogni mattina quando leggo i commenti alle “imprese dei nostri” del giorno precedente ho l’impressione di un cupio dissolvi illimitato. All’incapacità di mettere d’accordo ciò che si dice con ciò che viene fatto e di usare parole civetta come costituente per mascherare ciò che non si vuol mutare ovvero la gestione del potere interno e la congruenza di questo con gli ideali professati. Questo mi fa stare male senza ragione che lenisca, nè la speranza soccorre che questo mal stare finisca presto. Appena fuori di queste baruffe banali ci sono questioni grandi e davvero epocali, omesse o affrontate con sufficienza: la fine dellea guerra e la pace come necessità vitale oltre che bene politico comune, il cambiamento dell’atmosfera e il suo inquinamento che mette a repentaglio le specie, anche la nostra, la crescita di un capitalismo vorace, senza limiti, che è più forte di ogni logica, divora diritti, dignità umana oltre alle risorse del pianeta. E poi la corruzione dilagante, sotterranea, fatta di furbizie e di colpevole disattenzione. Ti sei mai chiesto perché le tasse vengono evase in misura abnorme, perché c’è tanto lavoro e prodotto nero non perseguito? Perché è consustanziale al modo di pensare il rapporto con lo stato e con gli altri cittadini, perché i servizi non si vuol capire chi li paga, perché arricchirsi comunque è una virtù sociale. Ma non tutti la pensano così, non tutti si comportano in questo modo altrimenti non ci sarebbe Stato.

Ti sembrerò troppo romantico, ma anche in questa debacle della sinistra, che troppo spesso scambia i diritti per concessioni e usa quella maledetta parola: compatibilità per togliere anziché dare, ancora credo in un paese buono, dove esistono buone pratiche e persone che le perseguono. Dove i peccati veniali per chi crede, sono piccoli rimorsi per chi non crede e li spinge a migliorare. Credo in un paese che vuole cambiare e non sa come, dove le persone non capiscono più chi fa il loro bene ma vogliono vivere ed ogni giorno si misurano con problemi concreti. In più credo che le persone che conosco siano frequentabili, ovvero che abbiano un codice etico simile al mio e che quelli che non ce l’hanno non meritano la mia amicizia.

Ma credo anche che sia stato fatto molto danno dal punto di vista morale e che la maggioranza di questo paese, pur con l’impegno di papa Francesco, abbia sviluppato un relativismo etico importante sui problemi veri e nel rapporto con chi ha meno. Un relativismo che smorza le coscienze e gli atti quotidiani nel decidere, che inficia il concetto di legalità, toglie il senso di appartenere allo stesso paese. Ma ripeto, per me questo non è un paese di malfattori ed ogni giorno nella scuola, negli uffici, negli ospedali, nelle fabbriche, gran parte delle persone fanno quello che serve a mandare avanti la nave. Quella in cui siamo tutti. Credo anche che la sinistra nelle sue colpe e omissioni non abbia intera la responsabilità di ciò che accade a chi è più debole e ti dirò di più, penso non ci siano partiti di malfattori, ma malfattori che si servono di partiti. E che questo, nonostante tutto non sia così forte da essere la prassi che non si può cambiare. In sostanza penso che mettere un’etichetta impedisca di vedere davvero cosa c’è sotto.

Vorrei, non desidererei, dare un senso costruttivo a ciò che faccio assieme ad altri, partendo dalla mia vita, da ciò in credo. Una prospettiva, un orizzonte o cui camminare. Non mi importa di zigzagare, di fare più strada, ma una direzione serve. Questo vorrei e forse molti altri lo vogliono. Io credo in quelli che fanno le cose gratis, che, se hanno obbiettivi personali, sono leciti, e credo siano tanti. Quelli che pensano, come noi, che il bene di tutti non sia una cosa astratta, ma una parte della vita dei singoli, che la vita sia preziosa e che non deve dipendere da un pezzo di carta e che chi condanna a morte chi cerca un futuro per sé e per i propri figli, commetta un assassinio. Mi interessa sempre meno il nominalismo della politica, del Pd o di altro, non mi interessano i congressi in cui non viene proposto un futuro, atti concreti da perseguire per risolvere i problemi quotidiani, mi interessa una ragione al fare e non la mia demoralizzazione quotidiana perché il mondo non è come lo vorrei. Vorrei cambiare, cambiare il mondo, amico mio, un poco, quello che è possibile, non fare il cronista del mio tempo.

sintesi

Le parole sono semplici e vive, spesso gonfie per troppo cammino, ma se ridotte a puro significato, si innalzano e divengono essenza. Diventano lance acuminate di significato, pregne di quella forza che contiene l’emozione. Non serve l’antecedente e il susseguente, si mettono sulla carta, possibilmente con penna e inchiostro perché anche il segno, la sua forza e larghezza, è parte del significato. Sono fonte di meditazione, sino alla sintesi, all’emozione pura. Così si realizza la sintonia tra chi ha tracciato un segno e chi lo legge, ed è una cosa che attraversa la bellezza e va oltre.

La parola si poggia sulla bellezza ma è trasferimento di pensiero, quanto più semplice essa è, ridotta a sequenza minuta, scollegata apparentemente dal tempo e dal contesto, tanto più aumenta il suo potere evocativo. Un dialogo tra menti che non dimostra ma mostra, che non può offendere, che si curva sino a diventare un oggetto intangibile e posseduto definitivamente. Ecco, tutto questo è avventura e influenza la vita, fa essere tra gli altri ma con una dolcezza in più: quella di aver compreso.