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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

ancora, prima della notte

Togliendo l’io che resta: una constatazione quasi d’impotenza. Nella stranezza dei discorsi quella prima persona plurale è così ardua per capire quanto e come includa un eguale sentire.

Così mi rivolgo a te che capisci, allora.

Tu che hai disagiate modalità, versi incombusti da bruciare, parole trattenute, pensieri inconsulti di contesto. Tu che sostituisci il gesto e il tatto alla parola e poi metti profumo in un verbo. Tu che hai il soggetto nei piedi e nel cuore, che agiti la testa per scuotere i capelli e tieni in gran conto i riccioli ribelli. Tu che insisti senza dire, che lasci parlare gli occhi, che accarezzi le cose pensando agli amori dispersi nella corsa. Tu che hai colto senza cogliere, trattenuto un respiro che scioglieva l’aria, spartito l’acqua dicendo questa è la mia parte. Tu che non lesini, che giri in tondo per danzare e sposti una sedia senza far rumore. Tu che guardi e pensi altrove, mentre lasci che il tuo corpo splenda alla luce. Tu che righi il vetro come la pelle, che chiudi una porta senza far rumore. Tu che non usi la punteggiatura, che bevi l’aria per unire le parole. Tu che sei attenta all’indolente muovere d’una coccinella, che guardi il gatto e questo abbassa il capo. Tu che conosci la strada tra un letto disfatto allegramente e una sedia con la luce che illumina le spalle. Tu che scrivi sui margini dei libri, che semini aromatiche per i giorni che verranno. Tu che non guardi la scadenza delle tisane e mentre scaldi l’acqua pensi all’ultima birra, all’ultima sigaretta, all’ultima riga letta e piangi di bellezza. Tu che hai aperto il cuore e non l’hai rinchiuso. Tu riconosciti se puoi, se vuoi, ma non importa perché tracce di te sono in ogni sogno, in ogni sguardo attento, in ogni giorno che vuol venire, in ogni passo che trasale l’ombra. Tu, ovunque, ancora, prima della notte.

e più o meno detto in altro modo:

Tu che hai disagiate modalità, versi incombusti da bruciare, parole trattenute, pensieri inconsulti di contesto.

Tu che sostituisci il gesto e il tatto alla parola mentre metti profumo in un verbo.

Tu che hai in gran conto il senso e lasci lo scorrere dai piedi al cuore annodandolo in un pensiero.

Tu che agiti la testa per scuotere i capelli e tieni per te i riccioli ribelli.

Tu che insisti senza dire, che lasci parlare gli occhi, che accarezzi le cose pensando agli amori dispersi nella corsa.

Tu che hai colto senza cogliere, trattenuto un respiro che scioglieva l’aria, spartito l’acqua dicendo questa è la mia parte.

Tu che non lesini, che giri in tondo per danzare e sposti una sedia senza far rumore.

Tu che guardi e pensi altrove, mentre lasci che il tuo corpo splenda alla luce.

Tu che righi il vetro come la pelle, che chiudi una porta senza dire una parola.

Tu che non usi la punteggiatura, che bevi l’aria per unire le parole.

Tu che sei attenta all’indolente ancheggiare d’una coccinella, che guardi il gatto e questo abbassa il capo.

Tu che il mare guarda e si ritrae e poi torna.

Tu che conosci la strada allegra tra un letto disfatto e una sedia con la luce che illumina le spalle.

Tu che scrivi sui margini dei libri, che semini aromatiche per i giorni che verranno e sorridi alla prima foglia.

Tu che non guardi la scadenza delle tisane e mentre scaldi l’acqua pensi all’ultima birra, all’ultima sigaretta, all’ultima riga letta e piangi di bellezza.

Tu che hai aperto il cuore e non l’hai rinchiuso.

Tu riconosciti se puoi, se vuoi, ma non importa perché tracce di te sono in ogni sogno, in ogni sguardo attento, in ogni giorno che vuol venire, in ogni passo che trasale l’ombra.

Tu, ovunque, ancora, prima della notte.

che accade dopo l’uragano?

Che accade dopo l’uragano?
Ciò che succede dopo una calamità è lo specchio della nostra realtà sociale.
Non quella raccontata, ma quella vera che ha bisogno di analisi e risposte.
Uso tre parole guida: solidarietà, diseguaglianza, normalità.
La solidarietà è quel meccanismo che non dipende dalla protezione civile, né dal ministero dell’interno, né dalle raccolte di fondi dei giornali. È qualcosa di immediato che supera le considerazioni di convenienza, che aiuta come può, e con quello che ha, persone che non potranno restituire ciò che ricevono se non facendolo a loro volta quando sarà necessario. La solidarietà è il collante di una società che accantona i luoghi comuni e affronta un problema nella sua urgenza ed evidenza.
La diseguaglianza è quel pezzo di realtà sociale per cui a fronte di una calamità chi è ricco, se perde la casa la ricostruisce senza problemi, se invece vive del suo lavoro, perde la casa e quello che ha, non solo non riuscirà a riavere ciò che era importante per lui ma si impoverirà ancora di più. Il fenomeno della segregazione delle elites, enunciato da Baumann, semplicemente racconta la realtà per cui, anche di fronte all’uragano, il ricco si chiuderà nel suo mondo e non vedrà, solidarizzerà, con i bisogni di chi subisce il disastro e viene lasciato a se stesso. Chi è diseguale per ricchezza è in grado di assolutizzare i suoi problemi, di influire sulla soluzione politica di essi e non riceverà risposte dilatorie alle sue richieste, mentre ignorerà la realtà degli altri.
Normalità è la condizione di apparente assenza del problema.
Il canale tombinato, la casa non a norma, il mutamento irreversibile dell’ambiente non sono problemi finché il canale non esonda, la casa non crolla, l’aria o l’acqua non generano malattie. Tornare alla normalità per chi subisce un evento che gli toglie ciò che ha, significa tornare alla situazione in cui stava bene, ma quello stare bene conteneva il pericolo, lo occultava, pensava che non sarebbe accaduto a lui.
E qui emerge un’ulteriore parola guida: consapevolezza. Solo chi vive la realtà ne può essere consapevole e farla diventare elemento di cambiamento, può togliere diseguaglianza rendendo sicuro l’ambiente in cui vive, può usare la solidarietà perché un problema di alcuni diventi un problema di tutti. Se invece passato il disastro ciò che ha permesso alle persone di riconoscersi come uomini e come portatori di bisogni sociali viene scordato, se ci si impedisce di vedere la realtà nella normalità, allora il disastro sarà ancora più grande perché preparerà il disastro prossimo venturo.

p.s. di questo ragionamento c’è una versione che riguarda il singolo e i sentimenti importanti e stranamente ha molti punti di coincidenza, ma questa è un’altra storia da raccontare.

11 settembre

L’aereo non atterrava, nella mattina di luce,
volteggiava tra Roma e il Tirreno,
a terra venne il buio, ma per ciascuno a modo suo.
Molti anni prima, qui era sera,
ma lo stesso giorno, di mattina in Cile,
e anche allora ci parve che morisse un mondo.
Un altro mondo,
non quello che ora scinde l’inquietudine e l’attesa,
di chi e cosa, bene non si sa,
ma l’11 settembre chiede dov’eravamo e dove saremo.
E l’inquietudine storce le bocche
scuote capelli e teste,
non nobis Domine non basta più,
dove siamo noi quest’oggi?

le donne

Hanno ossa cave, come gli uccelli,
le donne,
e gli servono per volare.

Ma hanno anche i passi pesanti del piombo, le donne,

se un cuore non batte ciò sentono.

Così lasciano impronte profonde
anche quando volano,
le donne.

E se il loro udito si riempie dei suoni attorno,
a volte si mescola con la dolcezza dei pensieri,
e allora è musica,
nelle donne.

non possiamo essere diversi da ciò che siamo

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Stasera c’era una luna incredibile in cielo. Incredibile perché inattesa. Era grande, appena gialla, con le tracce dei crateri. Era sopra la basilica, poi sopra una statua, ancora sopra una giostra con i cavalli e le carrozze. Una giostra illuminata, di quelle antiche, dove i bimbi vanno finché non hanno gusti inutilmente forti e condizionati da mode, finché sanno ridere per un apparente nonnulla e non si sforzano. Era una giostra in cui a volte c’era qualche bambino piccolo con la mamma o con il nonno. I padri sono ancora a lavorare la sera e arrivano stanchi a casa: non amano le giostre come i bambini e così la giostra è sempre semivuota.

La luna era inattesa e grande, come la sera che calava dolce. Ed era dolce davvero perché l’aria non era più né calda né troppo fresca, non ancora. E le persone stavano sedute sui muretti, nei bar che sono sul corso o che guardano il Prato, e mangiavano o bevevano quieti, come si fa quando si vuole stare con una persona e si cena o si beve assieme, ma senza uno scopo vero perché ciò che importa è stare assieme.

Non possiamo essere diversi da quello che siamo, non possiamo fingere e adeguarci, e sottometterci o urlare sempre. Non possiamo e se guardassimo davvero dentro a quelle tracce che chiamiamo pensieri, se li liberassimo dal ragionamento resterebbero due poli: una grande immensa solitudine e un immenso grande amore che attende di avere un ponte. Per colmare la solitudine, per diluirla, per cancellare l’urgenza delle risposte e affievolire le domande.

Non possiamo essere diversi da ciò che siamo davvero, per questo la luna era incredibile, le parole usate per giustificarci non uscivano ed era chiaro che dobbiamo cercare dentro altre solitudini le parole che servivano. Che ne faremo di noi se tutto ciò che abbiamo è una giustificazione a non essere, un chiedere scusa e un prendere a prestito parole che non hanno consolato.

La luna era un ponte fragile di meraviglia tra una solitudine e un bisogno d’amore. E continuava a sorgere stasera, ed era grande di sé, attirava gli sguardi, forniva materia per qualche parola che aggiungesse dolcezza ai discorsi, al parlottare, persino ai silenzi che s’arrampicavano per scavalcare ostilità radicate, aggiungeva un punto di tregua. Era un dirsi sapendo troppe cose e così solo i bambini la guardavano davvero incantati, ma per poco prima di riprendere un gioco, una domanda, una corsa, o un giro di giostra su un cavallo di cartapesta. Loro, i bambini, sono abituati alla meraviglia e ancora non sono diversi da quello che sono e magari sono tornati dal mare, o sono rimasti a casa, e gli è sembrato naturale perché sono ancora bambini.

Non possiamo essere diversi da ciò che siamo e non possiamo far sempre tacere il bambino che è in noi, per questo guardavamo tutti la luna e lasciavamo che entrasse dentro, e lei entrava, girava con la giostra, addolciva i discorsi, gettava un ponte che faceva sognare.

la memoria dell’aria

Che sarà rimasto dell’impronta del corpo davanti al quadro di Bridget Riley?

Gli atomi e le molecole d’aria per accoglierlo si sono spostati, dei neutrini l’hanno attraversato indifferenti, qualcuno si è messo un po’ a lato e ha intrecciato le aure. Ma senza volere.

E del vedere che ha prima scrutato e poi cercato, è rimasta solo l’eco e l’impressione d’una vibrazione che si trasformava?

C’erano voci attorno. Alcune normali, altre sussurrate, avranno spinto l’aria addosso. Senza sapere hanno accarezzato un timpano e gli abiti che si muovevano, ma anche il viso e il collo d’uno sconosciuto.

E del viso che s’è girato, degli sguardi incrociati, dell’attenzione momentanea che ha trovato un particolare che stupiva, cos’è rimasto?

E mentre il quadro, lui fermo, faceva muovere piano i corpi eretti, piegava con gentilezza le teste, generava pensieri che cercavano appigli di conosciuto, lo sapeva che pian piano stava diventando un foglio su cui ciascuno scriveva con caratteri solo a lui conosciuti, che ne dipingeva un lato, che metteva sul bordo l’impressione sopraggiunta e che infine lo lasciava cadere volteggiando nella pila di fogli della sua memoria?

Poi il corpo si muoveva, gli occhi cercavano di essere sorpresi e occupavano nuovi spazi mentre vibrazioni, atomi rimescolati assieme a pulviscolo danzavano. Era la memoria dell’aria che finiva in uno stipo dell’universo dove tutto il possibile di quel momento si archiviava in attesa di un nuovo presente.

E il corpo era parte di quel possibile che coincideva con una delle infinite bellezze disponibili.

 

perché non me la prendo con i politici se non quando davvero serve

È facile prendersela con i politici. Si mostrano molto e pavoneggiano, dicono sempre troppo e senza obbligo di coerenza, fanno cose di parte spacciandole per tutti, non capiscono la realtà che viviamo davvero e non sono più intelligenti di molti di noi, ma solo furbi.  E si sa che i furbi non piacciono, anzi si piacciono solo tra loro e si stimano per questo.
E noi cosa c’entriamo?
Durante la formazione in quel percorso che ci ha fatto cittadini di un paese democratico, ci è stato insegnato che chi esercita il mestiere dell’amministrare e del fare leggi, è il terminale temporaneo di un processo di dislocazione del potere

Un potere che essendo del popolo dovrebbe partire da noi, approvando, attraverso il voto e la delega, un progetto e dar mandato a chi lo propone. Ma soprattutto verificarlo nella sua attuazione.
Tutto questo per ordinare e rendere equo e giusto il mondo in cui viviamo. Poi ci accorgiamo che non è vero, che non accade quello che ci era stato detto, ma soprattutto verifichiamo che non siamo uguali detentori del potere perché ci sono molti altri più “importanti” di noi che ne hanno uno infinitamente superiore al nostro e questi non hanno bisogno di delega per trattare con la politica: le banche, i potentati economici, i grandi funzionari pubblici, sono pezzi di potere senza elezione. E ci accorgiamo che le loro decisioni non hanno di fatto sindacabilità. Quindi solo un pezzo di potere viene da noi e questo non ci fa cambiare le cose, cosi preferiamo pensare che quando si vota si esaurisca la responsabilità di una scelta, mentre è in realtà il controllo che ci tiene in democrazia e ci fa contare davvero.
Il controllo è quella cosa che non accetta ciò che gli viene raccontato, ma fa la fatica di verificarlo e apprezza chi è indipendente più di chi si conforma.
Eppure viviamo in un livello crescente di baggianate, di eccitazione alle soluzioni semplici quando il mondo è invece complesso e rende tutto precario. Pensiamo alle nostre vite, di facile c’è ben poco ma sappiamo che senza un po’ di fatica non si va avanti, per questo dovremmo pretendere dalla politica e dai politici, di rispettare i programmi ed essere coerenti con la realtà. Però non basta perché trovato un evidente responsabile poi non ce la prendiamo allo stesso modo con il vicino che non pratica la legalità, che dice cose che non condividiamo, che è esso stesso furbo.

Al più si ribatte, si evita che invada i nostri spazi e in nome di una libertà precaria dal punto di vista concettuale permettiamo che pensieri e pratiche illiberali, coercitive, razziste allignino tra noi.
La religione con le sue barriere ha aiutato i processi di delega, ha giustificato il peggio in nome di qualcosa che doveva essere più alto e soprattutto ha reso indiscutibile la delega del potere. Aveva capito che nel portare il potere verso il basso si generano processi di discussione e di controllo che se aumentano la differenza rendono anche più evidenti le storture e urgente il loro metterci mano.

La società laica dovrebbe quindi esercitare costantemente la critica e controllare la delega ma non solo verso l’alto ma anche e sopratutto in orizzontale perché senza una presa di coscienza che le idee perniciose restano tali anche in democrazia non si riesce a vedere la stortura che esiste nei comportamenti, nella prassi quotidiana, nelle furbizie, nella giustificazione dei piccoli abusi, nell’interesse che pur essendo giustificato ha un limite: non togliere nulla agli altri, non far male, rispettare le regole comuni perché questa è la base del rispetto reciproco. E se le regole non vanno bene protestare finché cambieranno. Per questo me la prendo con i politici il giusto che conservi il rispetto per la funzione che hanno, ma me la prendo molto di più con la chiacchiera che osserva ciò che sta nel piatto dell’altro e non guarda nel proprio, me la prendo con chi non fa nulla e si lamenta, me la prendo con chi non ha un’idea comune, che non fa nulla per un futuro in cui si stia meglio. E questo è più difficile di imprecare contro qualcuno che è talmente distante da non sentire.

 

acua morta

Acua morta, che rabia
col so’e che bate
el remo pesca erba e scoasse,
sbrissia ‘a barca sensa movar aria,
l’acua xe brodo de pesse che lessa,
ch’el salta par sentir se cambia:
on tonfo de pansa, se sarà pian i serci
e xe passà ‘a speransa.
Resta on pensiero
che se gira e rigira
come se ‘a testa sercasse calcossa,
nel senso de ndar,
nea spiera de vento,
ne l’ombra del salgaro che pesca coe foie,
e tuto invesse se rompe
come el remo ne l’acua ch’el serca
na spinta
e intanto entra, se spaca
e quasi no se bagna.
Sbrissia via ‘a barca col pensiero
che se destriga e el se intriga,
ne l’ acua morta, nel sole,
che rabia.

Tamigi

Sotto la terrazza ci sono piccole onde marroni che sciacquano sassi marrone. Dove ci sono uffici e pub c’era una fabbrica di pesce affumicato e in salamoia. L’odore è entrato nella calce e nei mattoni che non sono stati demoliti, e si sente. Bisogna annusare e ascoltare ma si sente. Arrivava il pesce e le mani delle donne toglievano ciò che non era necessario. Fanno sempre così le donne. Poi immergevano i pesci squamati nella salamoia calda e poi in quella fredda. La mani erano rosse e levigate dal sale, se le avessero messe a bagno nell’acqua trasparente l’avrebbero colorata e succhiata dalle unghie, dai polpastrelli, dai palmi. Respirando sale e pesce il naso si affila, diventa trasparente come porcellana controluce, annusa e scarta. E sogna, ma per suo conto. Meglio la salamoia che l’affumicatura che entra in tutta la pelle, sotto i vestiti, ovunque ci sia qualcosa da imbibire di fumo e di carne di pesce. Però le cassette di aringhe allineate e luccicanti d’oro erano più belle dei barili pieni di pesce che guazzava in un sale marrone. Estetica del conservare. Ma questo era prima. Ora c’è una terrazza sull’acqua e si vede bene il tramonto. Anche attraverso la birra, si vede. Nell’angolo c’è un signore vestito di lana scura, pesante per la stagione: guarda l’acqua e i palazzi dell’altra riva. Ha un bastone di legno duro levigato dal palmo. E il palmo si è curvato per accogliere il bastone. Non guarda i ponti e nemmeno il tramonto, guarda l’acqua che si sovrappone con piccole onde marroni ai sassi marrone. Le mani sono grandi e pulite, nodose di artrite, solo le unghie hanno una corona nera del tempo in cui trasportava carbone dai barconi.
Pensa alla sera, a un naso che sembrava porcellana contro la lampada e le mani rosse che lavavano le sue nel secchio. A lungo.
Alza gli occhi verso i grattacieli e annusa il muro che sa ancora di salamoia e pesce. Poi guarda l’acqua che sposta i sassi e non sposta il tempo.

ad alta voce, inflessibili per un poco

I proclami, le prese di posizione “definitive”, spesso contengono l’insofferenza per la propria solitudine. Cosa sia poi la solitudine è difficile dirlo, perché contiene molte assenze, proprie e altrui, tanto che alla fine si mal sopporta persino la propria differenza. C’è il bisogno di una linea che definisca chi sta da una parte e chi dall’altra di noi, insomma di escludere per rafforzare la propria coincidenza con il mondo. Il nostro mondo. E perché mai perdere tempo con ciò che non è affine, utile o semplicemente troppo complicato? Non ne vale la pena, ma se non accade matura una frattura che fa dire cose assolute in un mondo evanescente e sostanzialmente indifferente. Quasi ad enunciare dei principi che poi principi non sono ma sono ingarbugliate sofferenze senza voglia di nome. Non ritorna molto delle nostre posizioni e un embè seppellisce come un like. Allora tornare a noi, che conteniamo problemi e soluzioni, sembra l’unica cosa davvero giusta.