Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

lo stato delle cose


È una fotografia, lo stato delle cose. Tiene dentro l’anima del momento e guarda indifferente al prima, le cause, ma pure al dopo, le conseguenze. Il sentimento si è cristallizzato davanti a una scelta, ora può accadere qualsiasi cosa compatibile con lo stato delle cose. Anche una rivoluzione, la capriola della continuità è in campo, basta far fatica. Quella necessaria. Da soli se ci riguarda, in molti se si vuole che il flusso cambi il corso, esca dall’alveo, trovi nuovi luoghi da vivificare. Non saremo uguali dopo la pandemia, ma non si è detto se migliori, ovvero meno diseguali e tristi d’impossibilità, oppure peggiori e arrabbiati per ciò che viene tolto rispetto a un prima che già s’ammanta di mito. Lo stato delle cose e noi che non dovremmo consumare l’attimo della consapevolezza d’essere, amare, vivere. Diversamente vivere, magari un poco più felici. È possibile.

il caffè

Chi metteva il caffè nella cuccuma ogni mattina e lo lasciava bollire sulla stufa, bevendolo poco a poco e aggiungendo acqua. Era un caffè che alla sera non faceva male e faceva leggere i fondi a chi lo sapeva fare. C’era chi metteva su una caffettiera napoletana, usava l’acqua raccolta in un pentolino che era ancora bruna dei fondi del caffè precedente e aveva dei segreti nel macinare i grani e nel premerli nel filtro. Diceva che il suo caffè era il più buono e nessuno gli assomigliava. Lo sorbiva piano, annusandolo, era molto caldo e dolce, e aveva ragione perché il profumo era parte del caffè. C’era chi faceva sempre una caffettiera da sei, anche se era sola. Le piaceva berne due tazze e guardar fuori dalla finestra. Se quella notte aveva fatto l’amore era solo felice, altrimenti pensava alla sua vita. C’era chi faceva il caffè nella moka da tre molto presto al mattino. Era ancora assonnato e tutti dormivano. Sembrava che la casa respirasse piano e bisbigliasse i sogni. Lui scacciava sonno e stanchezza, poi si vestiva e usciva nel freddo o nel caldo, in quello che trovava, perché quella era la vita. C’era chi seguiva un rituale per riempire d’acqua la moka, mettere il caffè e premerlo piano. Aggiungeva poche gocce d’acqua nella parte superiore, dove il caffè si sarebbe raccolto, perché non bruciasse il gusto e questo restasse dolce e pieno. Lo sorbiva, da solo o in compagnia, pensando che le cose che si fanno bene sono buone e condividerle è un piacere. E valeva per ogni cosa. C’era chi il caffè lo offriva a tutti, in qualsiasi ora. Era un modo di accogliere e di iniziare una conversazione. Cercava di fare bene il caffè ma gli interessavano le persone, quello che avrebbero detto, la loro presenza. C’era chi aveva chiesto al medico che non gli togliesse il caffè e sorbiva l’unica tazza con piacere anche se poi gli batteva forte il cuore come quand’era innamorato. C’era chi il caffè lo beveva anche prima di dormire perché tanto non gli faceva nulla e aveva un’abitudine e il cuore in pace. C’era chi aveva comprato una moka da una tazza e mezza, aspettava la sua metà ma non arrivava mai e questo lo rendeva triste e pensieroso. C’era chi il caffè lo beveva al bar, a casa ci stava poco, giusto il necessario, mentre la barista gli sorrideva sempre. C’era chi il caffè neppure sapeva farlo ma non gli pesava perché chi lo amava lo condivideva con lui. C’erano tanti modi di fare e bere il caffè e ciascuno aveva un umore, un segno del vivere, un’attesa che sarebbe stata mantenuta. Era un modo per dire e accudire che ciascuno per suo conto viveva.

Scrittore

Scrittore. Una parola che significa qualcosa se ciò che scrivi interessa qualcuno.

Scrittore. Quando si inizia a mettere insieme delle lettere, formarne parole e farle corrispondere a delle cose. Inizia per fatica e per gioco, per comunicare si adoperava altro e a provare sentimenti si era iniziato prima, ma non c’erano le parole giuste. Le emozioni, invece, le parole le avevano, ed erano associate al pianto, al riso, alla testa altrove.

Scrittore. È qualcosa che inizia per bisogno, per scherzo, per euforia, per narcisismo e per disperazione. È qualcosa in cui bisogna credere e mentre ci si crede si sa che non ci si crederà mai per davvero, però diventa una droga e non si riesce a farne a meno. Si scrive per assuefazione e per saturazione interiore.

Scrittore. Prendere in mano un vocabolario e cercare una parola, vedere la successiva e poi un’altra e sentire che esiste un mondo che non si conosce e magari ti descrive, ma è sempre parziale, imperfetto, come la lotta contro il significato profondo della parola da estrarre e della frase da comporre. Non sono mai come dovrebbero. Se può consolare si capisce che ciò che dà un dizionario un vocabolario digitale non lo darà mai: la curiosità del dopo e della sequenza insperata.

Scrittore. Pensare che una parola suoni per come la scrivi e usare la lentezza necessaria, osservare come l’inchiostro si assorbe nella porosità della pagina, lasciare che il pensiero divaghi dentro la parola scritta, dentro le lettere e osservare che le t non vengono sempre tagliate, le e e le a si assomigliano troppo, le asole si restringono o si allargano con l’umore. Sono solo diversivi per lasciare che la parola parli.

Scrittore. Scrivere così in fretta per timore che scappi la giusta sequenza delle parole che si sono formate da sole in testa. Bisogna far corrispondere le parole a quello che si genera dentro.

Scrittore. Leggere molto e capire che quello che durerà di tante parole, sarà nulla o quasi, che di valore c’è la fatica e che questa è dentro un processo economico. Ma se lo scrivere è disinteressato, allora perché scrivere? Sapere che è un bisogno non basta, si pensa che ciò che si scrive durerà più a lungo di noi, che comunque sarà una traccia. In fondo, a parte pochi fortunati o fantasiosi, c’è talmente poco di ciò che ci ha preceduto che scrivere diventa un messaggio in bottiglia che qualcuno potrebbe trovare interessante.

Scrittore. Si rivolge a qualcuno che non è mai reale fino in fondo. La stessa realtà in cui avviene la scrittura non è reale allo stesso modo per chi legge e per chi scrive, tantomeno se non viene letta. Ad esempio: dico che ho sognato e ne ho la traccia vivida al mattino, non mi viene chiesto cosa sogno, eppure i sogni dicono molto. Bunuel nel racconto del soldato in uno dei suoi film più belli, mette una realtà parallela a confronto con quella apparente e tutti lo ascoltano. In ogni libro sacro ci sono tracce di sogni e del loro racconto, come premonitori oppure come parte della stessa realtà che modificano. Il sogno è un racconto per eccellenza, sfrenato e ricco di parole con profondità inaudite, con un legame che si definisce simbolico ma è coerente con ciò che è relazione e profondità. Uno scrittore dovrebbe tenere in gran conto il sogno e raccontarlo.

Scrivere. Mandare lettere a persone, su carta bianca e con penne e inchiostro. Mentre si scrive chi leggerà prende forma nella mente, suscita emozioni, porta a chiedere e a raccontare di più. Se si ha confidenza la scrittura a mano, libera il sentire, fa dire cose difficili e mentre si scrivono le fa capire, solo le convenzioni, il pudore, il timore di eccedere fermano la scrittura diretta.

Scrivere e pensare di essere capiti, letti. Anche tra le righe. Anche dove viene celato ciò che per essere detto attende un permesso. Superare la riga che limita e scrivere senza altro scopo che mettere insieme l’immagine e la sostanza. Non la storia, quella serve per tenere l’attenzione, ma il racconto, dove viene chiesto aiuto, amore, plauso, comprensione. E non sapere se questo avviene. Per questo scrivere è un gesto gratuito e insieme necessario, ha in sé l’inutilità dell’incompiuto che cerca i pezzi che gli mancano ed è felice di qualcosa che s’aggiunge.

mandala e scarichi d’auto

La sera sentiva i saluti di tutti mentre uscivano. Ricambiava. Si alzava dalla scrivania e guardava fuori. C’era un panorama di capannoni, poi la città con le cupole delle chiese e i radi grattacieli, infine i colli e le montagne.

Nelle giornate limpide si poteva vedere il riflesso della neve, mentre a notte, dalle curve delle strade che scendevano verso la pianura, venivano bagliori di fari. Auto che tornavano in città o se ne andavano verso i ristoranti. Ricordava i cibi. Sempre quelli. Le balere trasformate in night per le figlie e i figli dei turisti che venivano con la scusa delle terme.

Bastava poco tempo la sera per essere solo, nessuno aveva mai un lavoro da finire e l’ufficio si vuotava, le stanze erano buie, le ultime parole erano : chiude lei vero? Era così ogni sera, sentiva le risate per scale. Se avesse aperto la finestra gli sarebbero arrivati i rumori della tangenziale e delle voci che si attardavano a bere al bar. Poi chiudeva anche il bar e restava la tangenziale e i camion che caricavano.

Guardava fuori i tramonti bellissimi che solo la pianura padana e l’inquinamento riesce a regalare e aspettava. Spesso, nell’attesa, si rimetteva a lavorare accendendo la luce da tavolo, scorreva le carte, i prospetti. I problemi venivano riassunti scrivendo a mano il tema e le annotazioni. Metteva un cd di musica nel computer oppure provava a cercare qualcosa su you tube. Scriveva corrispondenza inevasa già godendosi la perplessità di chi l’avrebbe ricevuta guardando l’ora d’invio.

Le dita allineavano pensieri come briciole. faceva dei piccoli disegni a margine delle relazioni e sui fogli A4 scriveva a sinistra, una parte che non arrivava a metà foglio, come fossero temi d’italiano. L’altra metà veniva riempita di glosse e di pensieri che non c’entravano nulla, ma aiutavano a mettere a fuoco e a stabilire un equilibrio tra qualcosa che dentro esigeva e che non trovava corrispondenza con ciò che faceva.

Le dita spostavano cose, ritagliavano articoli, sottolineavano. Componevano disegni che attaccava alle pareti dell’armadio, con fotografie, frasi, scritte a penna. Qualcuno avrebbe chiesto il significato e lui avrebbe tergiversato sull’apparenza. Intanto si faceva buio e allora si alzava di nuovo, spegneva la luce e guardava fuori. Si vedevano gli stop delle auto che s’accendevano e spegnevano. Come una danza o un segnale criptato. Una danza è un enigma, un mimo evidente che ne nasconde un altro. Ma sono sempre gli stessi, l’amore, la felicità, la delusione, il distacco, il finire.

Lo sguardo era già lontano e il filo della giornata galleggiava con i pensieri nella notte. Sentiva i rumori delle sponde dei camion, dei motori che si avviavano verso luoghi ignoti e distanti, ma erano sempre magazzini e capannoni. Pensava a quando era lontano e ancora guidava a quell’ora; l’attendeva una riunione a cena oppure una stanza d’albergo. Anche quelle erano tutte uguali. E pensava che il tempo scorreva senza far male se si aveva un fine da raggiungere. Ci sarebbe stata la mattina, le colazioni con le brioches di cartone oppure il pane caldo scongelato, il caffè. Tanto caffè e poi il giorno così pieno che non lasciava spazi per annotare quello che gli veniva in testa, così pensava di ricordare per la sera e la notte. Tornare e fare le solite cose.

C’era stato un tempo, neppure tanto lontano dove quest’ora, in cui non accade nulla, era il luogo del raccogliersi, del misurarsi con ciò che non era. Come adesso che guardava fuori e vedeva gli stop delle auto che s’ accendevano e spegnevano in una danza che qualcosa doveva pur voler dire. Guardava dal buio, spegneva la musica. Il pensiero galleggiava nei fumi degli scappamenti, sui radicali liberi, nelle catene di azoto e carbonio che si spezzavano nei motori.

Forse era il suo mandala da completare.

Non sapeva dove tornare.

leggere nel flusso

Ho letto i libri sbagliati. Quelli che facevano immaginare, che arrossavano le guance, che illuminavano i mondi. Mi sono rinvoltolato nelle cose che m’incuriosivano, in ciò che era segreto, nelle tecniche del sapere parallelo. Eppure ricordo – e ricordavo – cos’era giusto fare, dov’era la logica, il crescere con un obbiettivo, ma io non avevo un fine che non coincidesse con me. Anche se mi toccava frequentarlo di straforo, quello era il fine. Ho perso il tempo che serviva ad altro per privilegiare il tempo rubato. Così i libri attorno si sono moltiplicati perché la porta della curiosità mostrava mondi sterminati, lasciava vedere quello che c’è oltre la collina. I miei amici ci andavano in auto, anzi la saltavano la collina ed io andavo a piedi, seguendo le righe allineate in pagine nuove o già consunte.

Cos’è il flusso quando l’uggia pomeridiana frena le cose, spinge i doveri da parte, mette indietro il tempo, le cose che si dovrebbero fare scivolano via e basta una pagina, poi un’altra, poi un’altra ancora. Ho imparato a leggere nel flusso, ad uscire dalla solitudine e a sentire chi era accanto silente o vociante. A dargli il giusto peso. Per me naturalmente. Si scoprono segreti importanti leggendo, e ancor più scrutando negli altri i vizi accennati, le rivelazioni che li fanno sentire grandi o piccoli. Ho imparato a non giudicare. O almeno a tentare di non farlo. Non volevo essere giudicato, questo era lo scopo, per le mie innumerevoli mancanze, per le lacune che dovevo riempire d’inventiva, di deduzione. Deduzione e logica ovvero la capacità di seduzione verso se stessi: basta crederci profondamente e libertà insperate si aprono. Nel flusso ciascuno nuota, si lascia trasportare, lotta contro corrente. Leggere insegna ad andare controcorrente, a riempire le crepe d’oro fuso, a sfogliare i petali senza toccarli e ad ammirarne la trasparenza. Poi arrivano i ceffoni della vita, ma sono piccola cosa se si ha un segreto, se i pomeriggi e le notti sono state riempite di pensiero apparentemente altrui che è diventato nostro. E non era lo stesso, non era uguale nel profondo perché qualcosa dentro rielaborava e trasformava una realtà in qualcosa di personale che nessuno può imitare.

A chi lo puoi raccontare dentro al flusso? A qualcuno che ti somiglia, che alterna silenzi a troppe parole, i sogni alla realtà. Difficile, ma comunque è nato uno sguardo nitido, che vede il particolare e l’oggetto nel suo insieme e un sentire che va oltre il suono. Per questo ci si riconosce. Oppure ci sembra che altri nel flusso la pensino più o meno allo stesso modo. Più o meno. È così che nasce la delusione ed è nei libri che hai letto, nella vita che hai vissuto di conseguenza mescolandoli con te e la realtà, che la delusione ha tutte le sue sfumature sino al tradimento. Parola difficile da vedere in positivo, nel flusso, ma cosa contiene il tradimento della tua realtà. Chieditelo perché solo tradendo te stesso non avrai requie, non potrai assolverti. Prova a pensare perché delusione e tradimento si toccano, perché l’una sconfina nell’altro, perché il giudizio altrui dovrebbe essere più importante del tuo male. Importante è non fare il male ad altri come importante è non farti del male, è in questo equilibrio che trovi una ragione per superare ciò che si chiama colpa. Non bisogna arrivarci nel flusso alla colpa perché annegheresti, e allora leggi, fai quello che senti dentro, fai cose inutili e ripetile finché non diventano inutili a te. Poco interessanti, indifferenti. E cerca chi capisce tutto questo. Lo sai già che sarà uno che legge i libri sbagliati e che butta via il suo tempo. Lo sai perché è questo cercare di assomigliarsi che porta la asincronia apparente con l’utile. Ed è il gesto gratuito, inutile, che lo fa riconoscere, che lo rende una propaggine del bello. Quello che non delude e non tradisce, ma che è sbagliato per gli altri, non per te.

finisce e ricomincia

Avviene una prima volta da ragazzi, poi accadrà e riaccadrà nella vita, quando amicizie e vicinanze prendono altra forma. S’assottiglia il legame tra persone sino ad essere l’esile filo del ricordo. Perché ciò accada, come in tutti i rapporti che implicano un sentire emotivo, ci possono essere ragioni diverse, alcune dirompenti e traumatiche, altre per progressivo perdere d’interesse. Non occorre che tutto ciò sia simmetrico basta che si capisca che ciò che poteva essere non sarà più, è giunto a un limite e questo non è stato superato. Continuare suonerebbe falso, inutile e chi testardamente prosegue, scivola in un suo mondo oppure, peggio, diventa inutilmente persecutorio. Per questo è bene annusare l’aria e lasciare che ciò che è consumato sia ricordo, con la sua bellezza e il suo essersi compiuto.
C’è tristezza in tutto ciò che finisce ed era importante, ma è giusto capire che oltre non poteva procedere.

Non sempre, quando il limite è superato da tempo, c’è solo il dolore, in specie se gli ultimi tempi sono stati difficili e essi stessi dolorosi, allora al senso di aver perso qualcosa di importante, s’affianca un sollievo e sembra si riaprano possibilità che s’erano accantonate.

È necessario accettare il limite di ciò che si può essere assieme, per avere profondità. Oggi è diverso, la parola amico perde consistenza e quando il numero sostituisce l’essenza resta la superficialità che tutto tiene e nulla ha per davvero. In questo tempo di cattività protratta, c’è tempo per pensare, per sentire cosa e chi conta nelle nostre vite e quale parte viene invece portata innanzi senza uno scambio vero, senza qualcosa che sia un di più rispetto all’abitudine. Rimettere in ordine ciò che è la nostra vita, i rapporti che essa mantiene, è una manutenzione sincera dell’anima, del sentire, del presente e del futuro che ci mostra quali siamo. Non si è più soli quando si prende atto di ciò che non c’è più, si è consapevoli che era l’abitudine a reggere la vita e non la profondità di ciò che si scambiava. Si era già più soli prima ed è solo la consapevolezza che subentra e mette a disposizione la possibilità anche del silenzio, nell’attesa che qualcosa di nuovo ci corrisponda.

barcelona gipsy e gli haiku

Vorrei scrivere un Haiku di 700 pagine, non di tre righe, con la leggerezza dello sguardo che scorre. Che vede le pieghe dell’acqua, coglie la bocca del pesce mentre afferra il fiore nella corrente e sente il sinuoso muoversi dell’acqua. E sulla riva, la luce gioca con le foglie, illumina un albero tra i molti, stupisce l’uccello che sente il calore che lo avvolge.

Vorrei la leggerezza di ciò che scende nell’aria e la risale, che si posa e non si fa male. Il sentire dell’anima che parla con altre anime e non sa cosa sia natura perché di essa è parte. Vorrei l’udito che discerne il crepitare del legno che cambia la sua finta immobilità con le stagioni, ascoltare il suo racconto di cose e d’uomini visti passare, gioire, soffermarsi, partire e a volte non tornare.

Vorrei l’odorato del lupo che sente la neve che arriva, che ascolta il cadere delle foglie una ad una, l’ammucchiarsi nelle tane, l’odore del pelo della femmina e la vigile attesa che vi sia per il branco una preda da dividere.

Vorrei il superfluo dell’inutile, la sua sicurezza priva d’ogni calcolo, il borbottare delle cose lasciate in disparte dall’attenzione, il posare della passione quando si riscalda e corre veloce in ogni angolo del corpo.

Vorrei il riflesso dello specchio che racconta la verità e non giudica mai chi guarda, il profumo del caffè che sale, l’attesa del merlo che finirà le generose briciole della mia colazione.

Vorrei la preghiera del silenzio che non ha tempo e luogo, che s’immerge in ogni cosa, che dona ogni pensiero all’aria e che ringrazia distendendosi nel vivere.

Vorrei le parole che scavano nella terra in cerca di senso, che lo trovano in ogni ricordo di chiunque sia vissuto per poi prendere il volo.

Vorrei la sensazione di chi balla a piedi nudi, di chi sente il vento della sera sulla pelle, di chi poggia il bastone accanto all’uscio e si siede per guardare l’ultimo sole di quel giorno.

Vorrei il fuoco che riscalda i visi nella notte, gli stivali che s’incrociano nel sedere a terra, il canto di chi ha camminato a lungo e ora racconta la storia di ciò che ha visto.

Vorrei la mattina che s’inerpica nel canto dell’allodola, il risveglio dell’amante, la luce che ancora esita il colore.

Vorrei che ciò che vola, ruota, corre, sentisse che l’immoto non è tale, ma ha in sé l’universo e l’indifferente suo arrivare, ovunque, come l’onda che mostra il profondo e poi lo toglie, la polvere che s’innalza in colonne nel deserto per coprire e poi svelare, gli atomi e le molecole di vita che scorrono incessanti verso un’origine che è già stata.

Vorrei la leggerezza che non dice, per 700 pagine racconta ma non pesa, la parola zingara che balla e non ha padroni, che sente e mostra mentre è pudica. Vorrei ciò che affina le punte ai rami e fa nascere le gemme e non si cura d’altro ch’essere se stesso.

Hanno pazienza nel giuggiolo, le gemme

senza fretta guardano,

si realizzano in piccoli verdi fiori

e nei dolci frutti dell’autunno.

entropie allegre

Chi non ha un segreto non ha nulla di allegro da raccontare. L’allegria quella mattina si spandeva sulla lunga piazza e i segreti dovevano essere tanti. In realtà la piazza era un viale molto largo ma da quando le auto non correvano più, era ridiventata la piazza ch’era stata un tempo. Sotto i portici, nel cono d’ombra dei pilastri, ragazzi amoreggiavano. I bar erano pieni e il sole veniva preso in vari modi, chi si stendeva sulla sedia e offriva il viso, chi s’accontentava di quello che arrivava dai varchi degli ombrelloni, chi aveva deciso che era vacanza e si era steso sui gradini dell’antico porto e mostrava più pelle poteva alla luce. C’era un gran disordine, capannelli di discussioni, risate e attraversamenti a slalom tra biciclette e persone che andavano in tutte le direzioni, ma lentamente. Insomma un festina lente realizzato dove la percezione di ciascuno era parte di un tutto dai fini sconosciuti. Molecole di pensiero nell’aria, discussioni sulla freschezza dei tramezzini e bevande poco o medio alcoliche che venivano sorseggiate per punteggiare discussioni. Si parlava di tutto, dagli esami imminenti, ai risultati del campionato di calcio, si facevano progetti sul fine settimana e si approfondivano simpatie sull’orlo di traboccare in qualcos’altro. Si poteva discutere su come si assapora all’ombra della volta di un portico, il mezzo uovo, già un po’ verdastro, con l’acciuga arrotolata e il cappero stanco, redento dal vino bianco ghiacciato che velava il bicchiere. Si poteva chiamare ripetutamente il gestore del bar a testimone di una scena avvenuta sere prima, incresciosa ed ilare per ubriachezza non molesta ma nemmeno modesta e non ottenere risposta, tanto la cosa era ancora viva nel ricordo e nelle tracce sulla saracinesca del locale. Poco prima di mezzogiorno si era formata una lunga fila in attesa davanti alla focacceria, pizzeria e nel rispetto delle distanze, il chiacchiericcio allegro continuava. Una caratteristica della focaccia piegata a mezzo era il colare sulle magliette attraverso i pertugi della carta paglia in cui era avvolta, per cui la fontana aveva un gran daffare e le risate scomposte accompagnavano l’additare, formando nuove aggregazioni in cerca di asciugarsi al sole. Da una delle strade laterali era apparso il trio klezmer che suonava alle lauree, un contrabbasso, una fisarmonica e una tromba e aveva iniziato a sparare motivi balcanici, sperando in un’attenzione accompagnata da qualche moneta. E arrivavano le monete perché aggiungevano confusione allegra.  Anche troppa e per tacitare la tromba, qualcuno comprò una focaccia e gliela portò fumante.

Nella piazza allegra si mescolava la giovinezza, il guardar sottile dei perditempo seduti nelle sedie d’alluminio, il viavai delle biciclette di passaggio e un suono di folla scomposta a distanza di sicurezza che faceva vibrare l’aria. Così il rintoccare del mezzogiorno dalla campana posta nella cella sopra la porta, sembrò scivolare su un tappeto di pensieri, di chiacchiere, di aspettative e desideri, di appuntamenti e di ritrosie, di promesse sussurrate e di voglia di restare. Convinta di prolungare nell’infinito del qui e ora quella mescolanza di rimbalzi disordinati e allegri, l’aggregarsi per simpatie e per ricerca di vicinanza, l’entropia aveva bisogno di spontaneità e di scuse, di sigarette offerte, di parole senza peso e di conversare profondo. Si muoveva a ondate l’entropia e riempiva lo spazio, rimbalzava sulle case, cercava il cielo, dove le nuvole benevole e bianche osservavano come i non giovani erano lieti di quel muoversi, bevevano e pensavano che nel disordine allegro c’è la vita.

la perversa assoluta forza dell’amore

La perversa assoluta forza dell’amore,

dimostra la nostra imperfezione.

E che ci sia amore, oppure manchi, esso cambia le vite,

le piega da dentro eppure sta fuori.

Ci guarda, giudica, e considera adeguati,

alle paure che esso genera,

e, se sbaglia, ci consola con un sospiro:

tanto basta sembra dire,

hai avuto più d’ogni speranza prima.

L’amore è fuori di noi e ci investe,

travolge o ignora,

ma noi restiamo a sua disposizione.

Di tutti i sentimenti è il più violento

e nessuno ne verrà risparmiato.

Anche quando non lo si vorrebbe.

la nostra distopia quotidiana

Oggi è il primo maggio. Il pensiero va al lavoro, a quello che ci accade attorno, a quello che è accaduto in questi anni. A come le parole prendono un senso diverso, a come la funzione del lavoro sia mutata nella nostra società e con essa quella del lavoratore. Se parliamo del lavoro c’è un qui e ora da sostenere che si traduce nel mantenere gran parte dei lavori tradizionali, nell’assicurare una transizione rallentata che porti senza violenza verso un nuovo che la tecnologia e il profitto hanno fretta di imporre a qualunque costo. Se parliamo di lavoratori e di persone c’è la necessità di un mutamento sociale che renda il welfare strutturale e compreso nei diritti della persona umana in quanto tale, almeno per la parte della dignità personale e sociale, del sostegno vitale, della salute.

Questo è il presente prima, durante e dopo la pandemia, perché se qualcuno non se ne fosse accorto la vulnerabilità dei lavoratori, la precarietà dei lavori, l’impoverimento lavorando, la diseguaglianza crescente, il blocco della mobilità sociale, il calo del reddito e dei diritti dura ormai da decenni. A questo si aggiunge un futuro, molto prossimo che è fatto di due parole che ne producono una terza: robotica, big data e degrado ambientale e climatico. Il primo termine descrive attraverso l’applicazione dell’algoritmo attraverso macchine, ovvero la soluzione normalizzata del come e cosa produrre senza l’uomo, l’automazione estesa su scala globale che già genera la sua evoluzione nella globotica, ovvero la possibilità di controllare i processi e produrre a distanza ciò che serve ad essi con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. Così il concorrente per un posto di lavoro potrà trovarsi in qualsiasi posto nel mondo ed essere pagato, fatto lavorare o licenziato secondo le leggi del paese in cui risiede. Il produrre automatizzato elimina dai cicli di produzione milioni di lavori e di lavoratori, introduce una nuova gerarchia e stratificazione delle persone e dei loro diritti e già pensa a come ridurli e pagarli meno. Così si pone il problema della sussistenza, della mobilità sociale su basi nuove e toglie al lavoro quella connessione con la dignità dell’appartenenza sociale che ha avuto sinora. Se oggi si lavora e ci si impoverisce, in futuro accadrà di più, in particolare per la platea sempre più vasta dei lavori che assommano precarietà a basso reddito. La robotica come applicazione di automazione totale, genera la fabbrica senza finestre, perché i robot non hanno bisogno di luce e la priva di lavoratori umani se non per i tecnici altamente qualificati, gestori/manutentori del sistema/algoritmo e limita l’apporto dell’uomo a mansioni accessorie per le quali non conviene acquistare una macchina, ma assoggetta l’uomo agli stessi ritmi della macchina.  Questo processo è già qui, vicino a noi, nei magazzini automatizzati privi di personale, nelle linee di montaggio dove l’uomo mette alla fine un’etichetta su qualcosa che non conosce.

Questa evoluzione della manifattura coinvolge il mondo delle cose, investe la produzione ed espelle in continuazione lavoro e nasce dal produrre per produrre. Da un dissipare risorse che non aiutano e rendono migliore la vita delle persone, che non alimentano le risorse comuni mentre producono quantità immani di scarti e tolgono al lavoro la sua centralità, la stessa qualità e gioia del nuovo a favore della produzione senza limiti.

Quindi c’è un qui e ora che è fatto di lavori da conservare e sviluppare, da diritti da consolidare, di produzione di beni e di lavori utili che riducano lo sfruttamento del pianeta e delle sue risorse e un presente distopico in cui l’uomo si consegna alla automazione sfrenata e permette che la sua vita sia regolata da ciò che il capitale vorrà produrre. Questo qui e ora se vorrà essere al servizio dell’uomo, della sua dignità e libertà, non sarà regalato ed è il nuovo compito della sinistra e di chi tiene all’umanità realizzare un cambiamento di rotta. Questa visione implica che lavoro non sia più una parola che dovrebbe contenere un diritto, ma ben di più, deve diventare il modo in cui gli uomini costruiscono, e sono parte, di una società equa e solidale, dove il centro è l’uomo non la produzione e il profitto illimitato.

La robotica comunque si estende, depreda di materie prime i popoli più deboli che abitano territori ricchi, incentiva il degrado del clima e del pianeta, provoca immani crisi di sopravvivenza e fatalmente genererà crisi e proteste. Qui subentra il big data, il controllo invasivo, capillare, pervasivo sino a sostituire la democrazia con un nuovo potere che controlla, precede i desideri, li orienta come orienta il consumo, sino alle opinioni sulla libertà e il potere. È già tra noi questo immane deposito di dati a cui nessuno sfugge e che viene alimentato da ogni smartphone, da ogni operazione d’acquisto, da ogni preferenza espressa, sino all’analisi semantica di quanto viene scritto come parere in un social. Dovremmo ricordarci che nulla è gratis e che questo controllo che ci sorprende offrendoci ciò che ci pare di desiderare, verrà usato contro di noi, sorveglierà e colpirà ogni comportamento che qualcuno considera non compatibile con l’asservimento, eliminerà ogni legittima protesta, non amplierà la critica o la conoscenza, ma legherà indissolubilmente le persone alla possibilità di consumare, farà considerare come nemico il bisogno altrui, e renderà la libertà come accessoria alle cose che si possono avere, rendendoci isolati in una folla che ha gli stessi bisogni e non comunica, .

Queste frontiere di un’umanità che anziché essere più libera dal bisogno ne diviene schiava, riproducono condizioni del passato che si pensava di avere definitivamente superato. Dieci persone posseggono tanta ricchezza quanto metà della popolazione mondiale, quattro miliardi di persone. Questo non solo fa riflettere ma indica una strada che non è quella di distruggere la tecnologia ma di metterla al servizio di una libertà dal bisogno, di introdurre l’equità e la diseguaglianza come criteri della gestione della società e del potere, di assicurare nuovi diritti stabili e un lavoro che sia per tutti: equo, solidale e che renda possibile a tutti percorrere l’intera scala sociale. Con un pianeta e i suoi beni comuni, tutelati come inalienabili e a disposizione non del produrre per produrre ma del vivere quotidiano.

Oggi, primo maggio è un inizio e una festa per un futuro diverso, per un pianeta vivibile per tutti, per una libertà che non appartenga a una banca dati, per una umanità che si riconosca come tale e così cresca. Se uno spettro si deve aggirare per il mondo, dev’essere quello di un nuovo umanesimo e di un rispetto del lavoro e della libertà mai conosciuto prima.