Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

no logo né luogo

No logo per sentire la sostanza delle cose, l’amorevole loro utilità 
a noi soli. Adesso non luogo per non procedere
e per andar via,
già s’è dissolta la patina di sensazioni che chiamiamo memoria: 
lavata da sé a fior di pelle.
E la pelle non fiorisce se non nell’amore, 
ma quando il gelo l’accarezza
rabbrividisce,
e stanca d’appartenere diventa muta.
Prigionieri d’una terra di nessuno,
d’un non luogo, fatto d’abitudini in cui ci si riconosce e si regolano i corpi,
così si diventa un supermercato dove tutto viene allineato, comprato, consumato.
Scaduto.

 

tutto normale

I tavolini nella piazzetta davanti al bar del ponte erano tutti pieni ieri sera. Come prima, come al solito. Le mascherine ornavano l’ avambraccio, oppure civettuole, appese ad un orecchio. Non pochi le avevano abolite. Tutto normale quindi, anche la distanza era la solita delle conversazioni. Forse si saranno dette poche parole all’orecchio e qualche inutile cattiveria sarà rimasta nei pensieri, ma era una tranquilla serata di giugno all’ora dell’aperitivo. 

Non ho recriminazioni, ciascuno si regola come crede perché questo è il limite della responsabilità e la disciplina esige sanzioni, restrizioni esterne, un diverso stile di vita. Stamattina dicevano per radio che il distanziamento è tra le persone e non sociale, infatti per essere stanziati serve una responsabilità interiore e una fantasia che trova nuovi modi di stare assieme e porta la sicurezza nella fiducia.

Se tu mi ami non ti ammali, fai di tutto perché non accada e non mi contagerai.

Quest’attenzione semplice tiene unite le persone, possibili i baci e gli abbracci ed esamina ciò che invece è consuetudine, abitudine senza un pensiero che la sorregga e la nega come possibilità. Non per sempre ma per un po’. Sempre ieri sera, alla commemorazione di Berlinguer in piazza, eravamo distanti e insieme vicini. Ordinati nel porre un fiore senza nessun discorso ufficiale. Ma appena usciti dalla piazza sono cominciati altri incontri e ancora il tentativo di stringere mani, di annullare gli spazi fisici anche nel parlare. C’è un’impressione di libertà che supera l’attenzione e che è in sé un indice di ciò che verrà. Non parlo delle recrudescenze pandemiche, ma del cambiamento che si sognava negli stili di vita durante il confinamento in casa. L’inquinamento ha ripreso a crescere, il mutamento climatico continua il suo corso e dei piani che si sentono annunciare per la crescita, per l’economia, non c’è nulla che non sia una ulteriore declinazione di un neo liberismo che farà fare a minor prezzo ciò che si produceva prima. Nessun ripensamento vero, il che dimostra, e ciò è particolarmente vero nei paesi che si dicono democratici, che l’economia capitalista governa per suo conto, stabilisce cosa è progresso, ciò che deve piacere e con quanta fatica si dovrà acquistare l’inutile, il transitorio, il nuovo che è solo rappresentazione. Nessuno dei problemi di questo mondo che connette tutto tra ambiente produzione, consumo, viene affrontato. E lo stesso distanziamento sociale diventa rottura tra interessi comuni, tra esistenze. È triste che sia la forza a insegnare le cose e non l’intelligenza. Triste e brutto.

pioggia di giugno

Ne è venuta di acqua. Molta di stravento, a raffiche. Rabbiosa per essere stata a lungo trattenuta. Ieri il cielo aveva nubi bianchissime, obese di umidità alta e di luce riflessa. Si alternavano con nubi più piccole d’un grigio leggero che solo a tratti scuriva, ma stavano le une distanti dalle altre, come non si volessero parlare. Così siamo entrati nella sera, una nave piena di luce aranciata che guardava il succedere di queste meraviglie sospese verso il mare. Poi qualcosa dev’essere accaduto, forse una baruffa in cielo, ma ha atteso il giorno e improvvisa l’acqua si è scatenata. Ha bagnato scarpe, rovesciato ombrelli, le tende da sole si sono inzuppate e le strade sono diventate signore luccicanti con rivoli di rimmel ai lati.

I bambini sono rientrati e hanno preso a giocare nelle stanze con i troppi giocattoli rotti in questi mesi di clausura. Attorno, in cielo, il silenzio s’è confuso con gli scrosci e solo pochi uccelli sui rami del mandorlo hanno continuato a lanciare richiami. È la stagione degli amori e la pioggia rende nuovo ciò che ieri era solo caldo istinto.

frugalità

Scrivo impressioni, emozioni personali senza pretese d’infinito, piccole cose, particolari che mi colpiscono e che si riconnettono con altro che riemerge. Non è una scrittura da affreschi, ma una calligrafia, un insieme di note a margine su un testo che leggo(la mia vita) e su cui è facile soffermarsi. Il mio scrivere è quello che vedo e che sento. Quindi sono un lettore, che indugia nella disattenzione e segue il pensiero suo e quello dell’autore. Un pessimo metodo per imparare e ottimo per perdere se stessi e il proprio tempo in qualcosa che attinge al piacere del dialogo quando è possibile, dal vero, oppure nella propria mente. Gli autori spesso rispondono, non sono tutti uguali e il mio modo di mostrare loro che capisco è mettere assieme senso e parole. Un lettore devoto che si sofferma sulle parole e ne resta incantato dal significato. Le parole contengono, mostrano e nascondono, dipende da come si leggono. In questo si costruisce un rapporto se non si ha il corpo a disposizione, ed è un rapporto con emozioni, attese, delusioni (non poche) e intuizione. Cioè lo strumento più vero e fallace di cui si dispone per parlare, sapere, conoscere l’altro. Manca il corpo con i suoi linguaggi potenti, ma questa, seppur virtuale è carta e allora ad essa più che le note di un seguire sé cosa si può attribuire? Seguirsi per seguire, dire in verità ciò che conta per il momento in cui nasce. Un’ immensa mappa di segni, di tracce, di cose apparentemente scollegate a cui trovare nesso e senso: ad una sola condizione: che interessi, come in un libro, chi ci sta davanti. È questo un ossimoro della mente perché tali e tante tracce si sono sommate, stratificate, che i punti comuni ormai dovrebbero emergere ed è così, in ogni massa di indizi ci sono plurime verità che il tempo rende vere e false e una frugalità appena sotto la superficie. Oltre gli aggettivi, i testi che si gonfiano, le ripetizioni che rafforzano, oltre c’è il poco e l’essenziale, quello che nella mistica ebraica è il numero, ossia la lettera: ciò che dà la vita e insieme la rende un mistero. A questo serve il girovagare, penso, tra lettere e parole, tra luoghi e particolari, nel sentire multiplo che ricomprende i sensi. O almeno spero sia così, perché comunque altro non saprei fare.

sabbie e clessidre

Si parla di tempo e di tempi, senza vedere che ci sgraniamo in grani sempre più sottili, siamo consegnati alla nostra percezione attonita di ciò che se ne va. Vorrei, vorremmo, desideri sottili come bolle nel cielo: per un attimo volano, mutano le stelle, sconfessano la luna, poi tutto torna in una normalità che non è mai tale. Cosa avremmo davvero voluto fosse normale? L’eccezione non è mai una regola, al più un accidente lieto che carica d’emozione e poi si espande nel ricordo. Lo porta nel momento in cui serve.

Dei corpi parliamo poco, più delle anime, ma esse ben poco sarebbero senza quegli attimi di cielo confuso in cui tra le stelle abbiamo navigato. Ad essi dobbiamo segreti e dimensioni che ripetono la speranza, la scandiscono nei giorni in cui è grigio il colore della confusione. Come accade ai bambini quando mescolano i colori e alla fine resta l’assenza. E cosa entra nel frattempo? Un nuovo foglio in cui scrivere, disegnare un’inaudita attenzione. E il corpo con noi sogna nel costruire procedendo per ossimori. Equilibristi in attesa di un applauso oppure costruttori di futuro che tracciano nella sabbia nuovi disegni?

Dei corpi parliamo poco tra sabbie e clessidre che scandiscono i giorni, sembra quasi non vogliamo farci davvero capire dal tempo perché non rubi l’invito prezioso, mentre arrossisce il volto che accetta e diviene sabbia il passato che non conta per il nuovo momento da vivere appieno.

 

innamoramenti

Il cielo non è per tutti, neppure il trasalir d’amore lo è, ma accade, spesso quanto serve. Gli anni fanno cadere i sogni a chi vuol essere vecchio, ma per chi non smette di vivere, l’emozione del sentire diviene diversa da quella del provare. E sogna. A questo serve una mano nella mano, la dolcezza dello star svegli guardando un buio che s’illumina di pensieri che hanno un volto e un nome. È bello che l’amore sia così.

La primavera, è quasi estate nel giugno, 
è il rosso dei papaveri che confonde il grano e alimenta il cuore?
Oppure è il cucchiaino che s’avvolge pensoso nella tazzina:
è pensiero che indugia,
abbraccio che non si stacca,
dolcezza che segue nella sera
e risveglia la mattina.
Non finisce e penetra nei sogni
con foglie che suonano i venti, 
cieli che attirano lo sguardo,
lì avvolge tenero,
e indugia in silenzi infiniti di dolcezza.

Se in quella notte, in cui c’erano tutte le prime mie donne attorno, e gli uomini che come sempre assistevano, si fosse pensato che la vita che mi regalavano era un infinito generare, ne sarebbero stati ulteriormente felici. A loro, inconsapevoli, bastava quella felicità del nascere, quella speranza che la vita sarebbe stata comunque bella, diversa e migliore. E tutto si condensava in sorrisi con la fatica già alle spalle. E speranza, molta speranza allietata da una grande luna di giugno che di certo portava buono. Fu un innamoramento a prima vista e della loro felicità non mi hanno mai fatto mancare il sentire. Così non finirò mai di restituirla quella felicità con l’amore che tutti li comprende e distingue. Grazie.

non so di te

Non so di te. Che significa sapere se non far coincidere i desideri?
E allora non so di te,
però vorrei sapere, avere un portolano che indichi la strada,
non servono mappe dettagliate, basta la fiducia
e quel tipo d’amore che non si riesce a trattenere:
il coraggio.
Non so di te e vorrei sapere,
perché non so più nulla di me. Sono disperso,
appannato, sfuocato, ombra dello specchio ch’eri tu,
Non so nulla che davvero serva e tutto si sgrana.
è anche piacevole passare tra le dita e intuire,
questo era, quest’altro doveva essere, di questo c’è speranza
Grana grossa e sottile, una scia di pigmenti,
dovrei correre prima che s’alzi il vento,
ma di sicuro tu saresti altrove.

 

la figura è a 2/3, sulla sinistra

La figura dell’uomo è eretta, tiene un bastone con un manico strano, quasi un anello, a cui non si appoggia. Penso alla storia di quel manico modellato da chi, ben attento a non bruciare il legno nel calore umido di un camino, ha lavorato in una sera d’inverno e di nebbia. Poi, soddisfatto, l’ha messo con gli altri, tutti diversi, e venduti al mercato la primavera successiva. Un manico strano e unico, come i luoghi in cui è nato: dalle parti del partigiano Johnny.

In una sera d’autunno eravamo ad Alba e andavamo verso Barbaresco, una cena e una nebbia talmente fitta che la strada era un’opinione nella testa di chi guidava. Doveva esserci anche lui, l’uomo del bastone, alla cena, ma non venne, così tutto scorse tra antipasti e vino degno di ricordo. Non so ancora come tornammo, sopra di noi si vedevano le stelle e davanti un muro bianco. Dovevamo essere uccelli. La musica che leniva la fatica del digerire e guidare, era il clavicembalo ben temperato, suonato da Edwin Fischer, e tutti amavamo Gould, ma era bellissimo sentire che la musica ci avvolgeva. Il tempo non esisteva più e l’albergo era un semplice luogo, non l’andare e il restare. Un luogo dove dormire e poi partire. Ciò che contava era l’arrivare e vedere il sorgere del sole in una mattina d’inverno. Per testimoniare che eravamo lì e pieni di quella vita che rende le cose degne di essere vissute. Per questo arrivare tardissimo e dormire nulla, non contava. Così posso associare il ricordo di ciò che vedo in questa fotografia, scattata non distante. Colline, campi verdi e poi, sullo sfondo, le Alpi. Ma torniamo al nostro mancato ospite e conversatore. Il suo sguardo è rivolto verso il fotografo interlocutore e ha un sorriso un po’ forzato. Fino a poco prima ha raccontato dei luoghi che stanno attorno e di molti altri ben più lontani. Ha parlato di persone incontrate, alcune di esse sono di comune conoscenza, altre, famose, per la sua vita che non è stata usuale, diventano aneddoti, frasi secche che definiscono un punto di ricordo che ha lasciato traccia.

Ripensando a lui, mi torna a mente che la vita usuale è stato l’argomento di una conversazione che ho avuto con una persona da cui imparo molto, qualche settimana fa e che non si è conclusa.

Non sono necessarie avventure particolari o viaggi incredibili per rendere inusuale una vita, è l’approccio e la capacità di vederne la singolarità che ha importanza. 

Nelle abitudini c’è una storia che ci precede, che abbiamo ricevuto. Anche nei rifiuti di accettare un modo di fare o di dire, è così, c’è una discontinuità con un passato che era la somma di sensazioni, di preziosità divenute comuni, di cose inusuali passate nei giorni e tali da punteggiare le ore. Cosa c’era prima del caffè mattutino e perché ne amo il profumo, se non lo ricollego a ciò che avveniva nella mia casa ogni mattina e prima di essa nelle case che erano state abitate dai nonni e dai loro padri, fino al punto in cui dall’assedio di Vienna quei misteriosi sacchi di chicchi tostati erano poi scivolati dall’alto verso il basso.

Di quante singolarità è fatta la nostra vita, che senza attenzione hanno un significato per i sensi più che per un pensiero cosciente. E dove è nato quel piacere che essi portano in noi, e come e quanto piacere noi abbiamo aggiunto ad essi.

E cosa trasmettiamo? Così mi avrebbe risposto, ricordando cose che si sbriciolano se non vengono stipate in parole.

Ora riguardo la fotografia, la figura è a circa 2/3 verso sinistra, con un ampio panorama davanti, guarda come volesse essere già oltre una linea del tempo: il passato è alle spalle. Ripenso ai suoi libri letti, e a quelli che ho evitato perché mi avrebbero disturbato l’essere immerso in un’altra mente che pure veniva dagli stessi luoghi. Mi piace il suo modo di guardare e di mantenere una posa così eretta, come usavano i militari che, in alta uniforme con uno sfondo sempre uguale, mandavano la fotografia a casa e posavano appena il cappello sul braccio. Guardavano l’obbiettivo e il cuore di una cosa che avevano dentro; mostravano ciò che avrebbe fatto piacere a chi li avrebbe visti non le fatiche della lontananza. Lui ha calzoni di fustagno e un maglione chiaro, di lana grossa, tra poco andrà a passeggiare. Forse farà un sentiero che lo porterà a scollinare e intanto, camminando, converserà pensando alla frase successiva e alle parole da non dire. Mescolerà dialetto e un italiano che possa essere connotato con il luogo in cui viene parlato. Così, per ribadire che un tempo, lì si parlava volentieri francese, ma senza dirlo.

Di quella notte è rimasto il pensiero d’una mancanza, ma forse è meglio così perché alle cene ufficiali difficilmente si hanno le giuste confidenze. Mi è rimasta una nebbia e un incrocio di coincidenze che ci ha portati e poi riportati senza danno, le stelle sopra di noi e il cielo così scuro quando non ci sono paesi attorno. La lentezza del trovare una via di mezzo tra il ciglio e la mezzaria, l’alba attesa come una liberazione, il piano di Edwin Fischer, e il sole che con pazienza dissolveva la nebbia mentre un’abitudine si rinnovava. Prima un caffè nero e poi un caffè con il latte a parte.

qualcuno dentro di me narra qualcosa

La notte faccio sogni strani, avversi o concordi, spesso interessanti. Finiscono con naturalezza come avessero detto tutto quello che c’era da dire. E se li interrompo riprendono. Qualcuno dentro di me narra qualcosa, mescola le carte, fa giochi di prestigio, sembra un professionista di un’altra realtà. Ha delle regole che non riesco ad intuire bene, ma qualcosa ormai ho compreso.

Il giorno è anarchico di volontà, oblomoviano e ripetitivo, la stessa parola anarchico è troppo seria per definirlo, ha  consuetudini che si mescolano e che danno origine ad impegni. Tutti labili e faticosi, nessuno o quasi che davvero sia importante, c’è la consapevolezza d’un naufragio avvenuto e di un salvamento che non è salvazione, ma una vita è stata regalata. Che faremo di noi, viene da dirlo per diluire la responsabilità, ma ciascuno davvero farà di sé ciò che gli viene. Per scelta o ignavia, come sempre, l’importante è capire che tutto ciò che assomiglia al prima non è autentico, sono cattive imitazioni di ricordi.

Prima non era così e non era neppure bello, possiamo salvare la giovinezza perché ha generato ciò che ne è venuto: amori, passioni, delusioni ed errori senza pensarci troppo. Tutto maturato in un’età che procedeva per suo conto, con grandi decisioni ( così pareva) e la percezione che qualcosa se ne andava mentre altro arrivava. Il difetto stava nell’essere tutto in questa realtà, mentre trascuravamo l’altra, quella dei sogni.  Per questo ora si ripresentano a chiederci se abbiamo ancora voglia di vedere le cose impossibili, di praticare inutilità e di tenerci stretta la capacità di sognare un mondo differente. Dentro di me qualcuno mi narra di un mondo con regole che non fanno male e ammaestramenti lievi, mi parla di un compagno di strada che cammina con me, con noi noi, e ha voglia di ridere facendo cose serie.

ad una qualsiasi ora

Ad una qualsiasi ora della luce o del buio, il pensiero di te mi prende. Pioggia rada o sole in raggio, entrambi scelgono nell’indeterminato mucchio e così io vedo.

Si cuce il pensiero, fila, trova col dito il segno d’una ferita antica. Solo i sorrisi sembrano non lasciar traccia, eppure nei racconti, d’essi si parla, ma non di ciò che dopo è stato. Così attendo che la compagnia ritorni, e ciò che a suo tempo non compresi, si renda chiaro. Nel caffè si mescola il tempo e lascia piccole tracce sulla tazza: ora una linea sembra un volto, la scia della bruna polvere, una foresta di parole e il venir tuo, d’improvviso, riannoda eventi e cose.

Le vecchie botteghe dei garzoni fannulloni non ci sono più, la polvere ch’ aggiungeva valore e sembrava far fare buoni affari, non è più parte degli oggetti d’acquistare : tutto è pulito e luccica ammiccando. Solo il pensiero di te, scava una ruga e poi la spiana, come se il mondo si srotolasse agli occhi e prendesse insieme, mistero e senso.