post lamentoso, visionario e politico

post lamentoso, visionario e politico

Gli italiani e la sinistra si sono scordati della legge elettorale vigente, quella del PD di Renzi e Gentiloni che da la maggioranza assoluta al partito o allo schieramento che raggiunge il 40% dei voti. Già oggi Salvini è il nuovo presidente del consiglio e ogni giorno lo diventa di più. Il M5S è lo sgabello che consente tutto questo. Non capisco come gli strateghi del movimento non lo capiscano o forse questo vogliono: tornare a quella opposizione che li libera dalla realtà.

La sinistra e il PD tacciono sul pericolo incombente, perduti nelle interminabili analisi di identità, come se l’identità non fosse visibile appena fuori dalle sedi di partito, dagli alberghi delle inutili convention. Ed è la realtà di bisogni veri, a partire dal lavoro e la legalità, è la realtà che non vuole più i nomi usurati dal troppo passato.

Dovrebbe farsi strada la consapevolezza della sostanziale ininfluenza sulla realtà sociale e politica del Paese, delle decisioni e dei dibattiti di molti mesi e anni, avvenuta in un’area, la sinistra, che ha trovato nell’avversario politico le proprie ragioni di identità e non nell’interpretazione del nuovo e dei nuovi bisogni diffusi. Abdicando dalla rappresentanza, dalla alternativitá vera delle proposte e delle soluzioni, si scompare anche nel contrastare una destra pessima che sta conquistando il potere. Serve una sana professione di umiltà che dica non il buono fatto ma ciò che non si è colto e proponga uomini e progetti nuovi e radicali per il Paese.

Si dice di essere al servizio, bene, questa condizione anzitutto significa non servire gli interessi che hanno generato la povertà crescente, l’ineguaglianza, l’assenza di legalità. Bisogna essere differenti e credibili. Questo insegna il corpo elettorale, ma pare che la cosa non si voglia capire.

ruggine

ruggine

Degli involucri fragili e tondi messi a guardia dell’io, uno in particolare merita d’essere indagato per la sua funzione di aggiusta crepe: la dignità del nostro tempo.

Essendo noi oggetti comunque fragili, la pressione che generiamo all’interno del sinuoso vaso che ci contiene è proporzionale allo scostamento tra desideri e ppossibilità. Più alto è lo scostamento tanto più alta è la pressione che genera dipendenza, ovvero bisogno, e infine, incapacità di vivere. Per questo generiamo ruggine, scaglie ossidate di io che si disperdono e consumano.

Meglio un vaso che si rompe e che potra aggiustarsi con saldature d’oro che un foro che s’allarga e diventa incolmabile.

Ruggine è la colpa di ciò che non si è fatto, ancora ruggine è l’abitudine che consuma il tempo. Ruggine è il lasciarsi affogare in luoghi comuni. Ruggine è il rimpianto che impedisce di vivere il nuovo. Ruggine è ciò che consuma i sogni e restringe il cuore.

questa città

questa città

Questa città è fatta di percorsi circolari. C’era prima di Roma, parlava la sua lingua con gli Etruschi, costruiva circonferenze e raggi.

Questa città non ha un cardo e un decumano, ma è stata distrutta almeno due volte. Completamente. Per questo c’è una strada diritta che unisce il sud al nord. Ogni rapace di terra ne costruisce una: serve per arrivare e portare via in fretta.

Questa città custodisce. E’ colma di segreti, di urne, di parole dette che vogliono dire altro, di ricordi senza lapidi, di cocci di bottiglia sui muri tra i giardini, di alberi che conservano gelosamente le loro ombre, di finestre che si aprono sui cortili interni, di portici e spioncini, di nebbie autunnali, di luci dietro le tende, di portoni senza un nome .

Questa città sussurra. Accompagna i passi, indica delle mete e poi sta zitta. Ha un segreto per ogni amante, una strada, un bacio, un androne, un vicolo, un’ombra che risucchia, un desiderio che si stende, una dolcezza che ha già l’amaro e poi di nuovo il dolce. 

Questa città per due secoli era un insieme di pecore e paura. S’addossavano le une agli altri e si tenevano, arrancando il tempo, spostando pietre, rimettendo muri dov’era passato il fuoco. Era palizzate e gambe veloci per fuggire, acqua e barche pesanti verso il mare. Ma anche amori e figli, lenta risalita, orgoglio d’un racconto. Pietre squadrate, tante, tantissime, disseminate ovunque. Abbandonate.

Questa città conduce discreta. Si poggia su solide zampe di felino, salta, si rovescia, attende d’essere lisciata e dilaga d’amore mentre sembra quieta. Guarda ed è guardata, è falsa nel mostrarsi a chi non l’ama. Lo sa ed è impudica. Generosa e acuta nel pensarsi, molle e ritrosa nel raccontar di sé. E’ sempre altro, ma appena un poco. Si sfuoca vezzosa per le rughe, disegna l’anima di chi l’accoglie, inerme.

Questa città ha ciottoli di fiume nelle strade e trachite larga sotto i portici, dolce nel camminare, spinge. E’ libera e lascia andare, non trattiene, aspetta. Si lascia circuire, sorride, addita affreschi e finestre che si sfaldano nell’aria. Non ha vento, è immota perché vuol essere penetrata.

Questa città si stratifica di tempo e cose, seppellisce e con poca voglia si rivela. Sotto c’è il passato e poi sette o otto strati di vite aggrovigliate. Nodi che emergono per caso, anse e tracce di passioni, che svelte si ricoprono per zittire domande inopportune. 

Questa città ha case con pietre antiche, impregnate di amori, di segreti sfrontati, di silenzi paurosi. E sogna. Di notte mischia ciò che è stato con ciò che ancora attende; senza  apparente ragione inquieta il senso. Al risveglio resta un eco, una domanda mentre ricomincia il giorno. E l’andar di fretta o lenti, ma dove, solo lei lo sa davvero.

pomeridiana

pomeridiana

 

Si chiamano sale del commiato, hanno bisogno di una presenza e si riempiono e vuotano dopo i discorsi, ma in realtà non è mai un chiudere, un salutare per davvero. Stamattina la sala era zeppa di persone, moltissime in piedi, con i discorsi, le canzoni rivoluzionarie cantate assieme e infine l’Internazionale. Colpiscono le biografie raccontate, ci conosciamo e sappiamo tutti che non c’è enfatizzazione, che le cose pubbliche fatte in una vita sono veramente tante. Il privato resta pudicamente da parte ed è bene ci sia questa sfera che un tempo non era ostentata come accade ora nei social. Pensate a cosa accadrebbe se il big data mettesse assieme tutto ciò che abbiamo fatto filtrare di noi, lo riassemblasse in un racconto organico fatto di date e momenti, di fotografie, messaggi, mail e telefonate, di racconti, post, musiche, film e chissà quant’altro e poi lo pubblicasse come la nostra storia, mancherebbe la dimensione del fare taciuto, dell’essere noi per davvero nelle cose. Prevarrebbe l’io, un interminabile io che descrive speranze e solitudini personali, una sorta di racconto che è anche un rappresentarsi, mentre sono i gesti, le cose collettive costruite con pazienza che danno una dimensione vera.

Per questo Compagno l’età non è stata una scusa per tirarsi indietro, c’è stato sempre nella storia. Una storia apparentemente piccola, locale, come si usa nelle città medie dove ancora il quartiere fa la differenza, e un tempo la facevano le mura cittadine. Esser nati “sol sasso” aveva la connotazione della prima certificazione di appartenenza: non sulla terra, in campagna, ma nella città. I quartieri erano piccoli borghi con una identità di mestieri e per chi nasceva negli anni’20 una scelta maturava abbastanza presto, tra l’essere fascisti oppure no. Ammetto che le mie frequentazioni, la mia famiglia era di parte, naturalmente antifascista, ma se si vuole leggere quello che accadde nella guerra e dopo di essa si trova la traccia di un noi condiviso più grande, che si rafforzava ed entrava a fare parte delle vite plasmandole in conformità. Non era un perdere qualcosa ma un acquisire, un essere se stessi e insieme un’idea forte di cambiamento. Questo avveniva con i mezzi forti e semplici della parola, del condividere l’anguria d’estate, del prendersi cura di un vicino, del cantare e mangiare assieme, nel fare politica. Un vedere il mondo uscendo dalla porta e mescolandosi ad esso, non guardandolo dalla finestra. Un assommarsi di umanità che convergevano su persone che rappresentavano con la vita, la coerenza trasfusa nell’etica del bene comune, della giustizia, dell’eguaglianza vera e pratica di chi tende la mano, sia per rialzare, sia per chiedere aiuto.

L’umanità di Guerrino era questo, un essere insieme restando caparbiamente fedele a se stesso e a ciò che era importante per tutti. Stamattina un ex sindaco democristiano che l’aveva avuto come avversario politico, ma insieme amico, ha detto che loro, i giovani DC di allora, invidiavano un po’ questa capacità di essere tra la gente ed insieme di essere gente, che il sentimento di una collettività era un noi fatto di tante individualità. A me veniva in mente l’immagine del fiume che porta innanzi e ha una meta più grande, mentre per strada porta benessere ai luoghi che percorre, che si fa rispettare ma insieme unisce e trasporta e ha un prima che non interferisce col poi. Guerrino rappresentava visivamente la generazione di compagni che avevano semplicemente costruito una società, e con le difficoltà di trovare una sintesi, avevano percorso idee forti. Erano rimasti fedeli all’umanità che avevano attorno e che era lo specchio e la sostanza di ciò che volevano mutare. Così sono sorti parchi, messe panchine, piantati alberi, voluti asili nido, aiutati anziani a vivere nella loro casa. E tutto questo cercando di mutare la città e di capire il mondo. Essere in un contesto che ha una lingua propria non significava avere una barriera per il giusto, per l’equo, per la libertà di chi aveva altra lingua e altro colore della pelle.

In questa cerimonia laica c’era anche il parroco ed era una cosa naturale perché la comunità comprende chi crede e chi non crede, ma entrambi si ritrovano in chi è di fronte al loro: l’uomo e i suoi bisogni. Di Guerrino si è sottolineata la schiettezza e la ruvidità che tradotto significa che era vero, senza infingimenti, poco diplomatico e affidabile in ciò che diceva, perché era il suo pensiero. Aveva mani grandi, da artigiano e da liutaio. Aveva fatto entrambe le cose: mobili e strumenti musicali, poi solo strumenti che dovevano essere un miracolo che trasformava il legno in armonia udibile oltre che belli da vedere. Assieme al suo, sono stati evocati molti nomi di donne e uomini che hanno condiviso questo fare comune, questo lottare per un ideale. Si conoscevano tutti, si frequentavano, erano un insieme di vite vere e di famiglie che mettevano assieme quanto di bello e forte genera il privato. Un’umanità irripetibile che ha costruito molto ed è stata molto assieme. Essere assieme era il senso di una politica e di una vita, una condizione che metteva davanti l’uomo, i suoi bisogni, e il cambiare, tutti, insieme. Per questo Guerrino era amato assieme a molti altri che hanno condiviso e sono stati generosi nel vivere. Non so se tutto questo sia finito, essere stato testimone e in piccola parte dentro quella realtà mi sembra una condizione che debba ripetersi, che l’essere uomini lo esiga. Magari in nuove forme ma che non possa essere che così perché solo assieme si va oltre il bisogno, la solitudine, l’ingiustizia.

Si chiama sala del commiato ma non si lascia mai ciò che si è vissuto come importante e vero. E neppure chi l’ha testimoniato, ci lascia mai, perché sennò saremmo soli e senza speranza, ma non è così. Non è mai così.

 
a sé, in disposizione

a sé, in disposizione

Un sogno o una malvissuta paura riga il giorno,

prima d’un crocicchio l’ignoto riposa,

silente ancora dorme con l’illusione e la certezza,

dolcezze che solo il cuore ospita serene, 

distratto, intanto, un lavorio di dita segue una piega di carne,

appallottola un pensiero:

c’è l’abbindolarsi che dell’altalena suona il moto tra terra e cielo, mentre immoto resta,

o il desiderio repentino all’alba, poi  dolce naufrago nel meriggio,

che nell’insoluto s’infratta, e inatteso scuote, di senso, i suoi piccoli sonagli.

La nebbia che non cade mai ci avvolge,

e apre,

all’abbraccio più dolce di dolcezza, e all’inverno il cuore,

come la tua mano, fredda prima e poi calda nella mia

che cerca e cerco. 

Ecco a che servo

e servire è mettersi a sé in disposizione.

 

passi tra le foglie

passi tra le foglie

sdr

Un indeterminato fulgore di sole, di nubi cariche d’acqua, di cenci di brezza, di alberi spogli e di stoppie. E righe d’acqua, riflessi color seppia nelle pozzanghere, dossi di terra smossa, colline puntute di rami. E foglie, ovunque foglie, di colori inattesi o esausti, mai banali, sovrapposte a mucchi. gioco di cani, smosse dal vento, appiccicate dalla pioggia. Foglie nei colori dei lecci e del frassino che riottosi cedono al vento magnificenze e invidia di stagione. Alberi rassegnati che ora mutano foggia e mantello prima d’offrirsi nudi alla stagione e puntare l’attesa dei rami. Foglie e nebbia, scricchiolare di suole, pedate, freddo e bruma che s’inerpica al cielo controluce e spande, trabocca pace. Tanto che il camminare nell’aria ormai fredda chiede ancora tempo. Per sé, per gli occhi, per il pensiero che si stende, per l’attesa lieve della prima luce della sera, per ritardare la notte e il molesto sogno di giorni uguali mentre qui tutto è diverso, mentre qualcosa di nuovo  s’appresta…

c’è dell’ altro, sempre…

c’è dell’ altro, sempre…

Ripensando alle cause di non pochi insuccessi, alle strade sbagliate, agli errori compiuti, mi accorgo che non poteva essere altrimenti. Ero poco  furbo anche quando vedevo l’errore di strategia, quando non stavo zitto o non facevo le giuste riverenze e cosa poteva uscirne se non un andare addosso a qualche muro? Eppure ne ho conosciuti altri come me, non proprio uguali ma con la testa piena di fanfaluche, ingenui quando era la furbizia a dettare le regole, coerenti con la loro idea nei trasformismo imperanti, non disponibili a farsi comprare. Conosco anche gli altri, quelli che sono passati davanti, quelli che avevano chiarezza negli obiettivi, che sapevano cosa conveniva e come convincere. Di non pochi di loro avevo un giudizio. Sbagliavo, erano i vincenti delle loro vite.

Sarebbe sbagliato dire che non rimpiango nulla, ma rifarei quasi tutto. Almeno le scelte decisive. Per ritrosia o timidezza non ho accumulato amicizie importanti però quelle che ho ancora sono importanti di umanità e se nessuna cambierà i destini di una parte politica o di un paese, sono quelle che sono rimaste a prescindere. Poteva andare diversamente ma non erano le mie regole, non era quello che avevo appreso da chi avevo stimato. Questa parola, stima, si dovrebbe usare con parsimonia, darla a chi è un esempio per noi o a quelli di cui ci fidiamo. Non saranno mai esattamente come li pensiamo ma il loro riferimento agisce su di noi, ci aiuta ad essere noi stessi. Le persone che ho stimato non mi hanno mai tradito, pensateci bene, non è poco perché sono rimaste anche quando importante non lo ero più se mai lo sono stato. È una considerazione che aiuta a vedere meglio i fallimenti e i successi e se ancora oggi gioisco o sto male per qualcosa che riguarda il noi, significa che non tutto è stato sbagliato, che non ci si mette mai in disparte per davvero dalle passioni e dal cuore.