ghetto

 

 

In questi portici, saranno 500 anni ormai,
abitava la giovane ebrea,
la pelle bruna di Spagna,
il bel viso dagli occhi profondi
d’azzurro verde che solo l’oceano possiede.
Nel sabato stava immota nel rito, e
aspettando che la luce scemasse,
ascoltava del mercato vicino i suoni:
voci di vino cattivo e risate gentili.
Pensava ai richiami della Torah,
al cantico dell’amor profano divenuto sacro,
nel suo corpo specchiato
e frenato
dal composto incedere.
Al celare la sfrenata voglia d’allegria,
il perdifiato correre,
nell’amore non ancor detto,
custodito, fragile, d’attenzione riempito,
già definitivamente amato.

sordità lievi e profonde

Il mio udito l’ho dissipato senza pensarci molto negli ambienti di lavoro. Non tutto  l’udito, ma le frequenze medie ossia quelle tra i 4000 e i 5000 hz hanno un discreto baratro che si allarga. Si sarebbe potuta ottenere una pensione, forse, ma avrebbero dovuto pensionarci tutti perché tutti vivevamo 8  ore al giorno in piccoli ambienti con 80 db di rumore. Eppure da noi si frequentava il nuovo, le tecnologie di punta, però erano gli albori di un’informatica, meccanica e rumorosa, dalle perforatrici alle stampanti che allora era meraviglia oggi preistoria.

Ci si riusciva a concentrare, incuranti dei rumori, cercando un baco del programma nei tabulati, poggiati su una memoria di massa che vibrava. Una pignatta di 7 o 9 dischi sovrapposti che ruotava ad alta velocità e si faceva accarezzare dalle testine che leggevano tracce magnetiche e forse si facevano il solletico con il loro muoversi preciso. Come una mano che sfiorava  la  pelle, ne uscivano brividi e dati  che si sarebbero riconbinati dentro una macchina grande come un armadio 4 stagioni. Ma intanto noi leggevamo immersi in vibrazioni e rumore, a volte distratti e presi dal fascino in quelle luci colorate che lampeggiavano testimoniando flussi.  Una circolazione senza sangue avveniva intorno a noi, ricca di vita strana, di azioni, di prodotti finali puntuali e preziosi.
Dalle perforatrici alle stampanti ad aghi o a tamburo c’era una filiera in cui l’uomo contava e al tempo stesso era a servizio. Sacerdoti con riti e dogmi e forse questo essere parte di qualcosa che nasceva non faceva badare troppo al rumore.
L’ esame audiometrico e il tendere l’orecchio confermava quelle piccole carenze, poi c’era il ripetere le parole, l’influenza crescente del rumore di fondo sull’intelleggibilità di una conversazione, di una jam session in ambienti piccoli e rumorosi. I concerti li sentivo bene, anche adesso li sento senza problemi, ma era il sovrapporsi dei piani sonori che diventava più arduo separare. Passavano gli anni e alle dissipazioni venivano aggiunti insulti. Uno, ma non fu l’unico, lo portò una compagnia aerea che pressurizzava malamente la cabina: sbarcai con un dolore che non passava, era notte, un antidolorifico, c’era un filo di sangue sul cuscino al risveglio e un timpano se n’era andato. L’altro timpano decise di seguirlo in un viaggio successivo. Viaggiavo molto a quel tempo, tanti aerei e non sempre al massimo dell’efficienza. Fare causa, chiedere il danno? Troppo complicato e non c’era tempo.

Il medico mi ha detto che devo accertare cosa se n’è andato, che la sordità isola rende più soli. Non so se sia vero, in fondo un po’ di solitudine per esercitare meglio i sensi, l’ho sempre cercata. È la complessità che isola, l’incapacità di avere una relazione col mondo perché non lo si capisce più, ma a me interessa ancora molto chi mi è prossimo. E anche chi mi è lontano. A volte vorrei capire le ragioni profonde di ciò che mi appare irrazionale, crudele, inumano, oppure vorrei penetrare negli sguardi, nei pensieri che sento attorno e che si caricano di emozioni frustrate. La gioia è semplice da capire, anche il dolore lo è, molto più difficile capire l’indifferenza. Credo che questa si sia insinuata nei meccanismi, nella tecnologia, nei rapporti e che renda tutto più complesso, inafferrabile. È un rumore di fondo che rende sordo il cuore e l’intelligenza e viviamo immersi in esso.

La sordità deil’udito si cura, così la miopia o altro ma la sordità dell’intelligenza o la miopia di essa sembra non abbiano ausili, dipendono da noi e questo noi che diventa difficile rende davvero solo. Lo devo dire al dottore, che è questa la disfunzione su cui riflettere e agire.

quasi l’alba

Dalla finestra aperta è arrivato l’alito leggero dell’oscurità profonda, ora accarezza la pelle, mentre i rumori si sciolgono nell’ultimo scoppio di voci, nella risata che si sospende e guarda attorno indecisa sino a spegnersi. Nel  vicolo, sussurri e scalpicciare di passi che s’allontanano verso l’alba.

Silenzio ora, in casa, sotto e vicino.  Appena lontano, la penultima auto passa, passanti e senza dimora, pur rarefatti, manifestano la presenza nel corso, ma tutto avviene con lunghi intervalli di gonfio silenzio e il tempo sembra davvero infinito.

Nelle notti d’attesa, basta decidere che dormire non è poi così necessario, che il corpo ha i suoi tempi e sa tutto. Basta decidere che altre realtà sono presenti oltre la nostra, fatta d’abitudini e paure di stanchezza. Basta decidere e tranquillizzarsi che il tempo c’investirà e noi siamo roccia che si bagna oppure, trascinato sasso che s’arrotonda. Basta decidere e accarezzare i sogni nel dormiveglia, fino a mattina.

notte romana

Fuori si sentono le voci notturne, qualcuno litiga, un bimbo piange molto spesso, un cane abbaia al caldo con la stanchezza paziente degli animali. Dalla strada giungono accordi di chitarra, immagino seduto sul balcone, il ragazzo del piano terra, quello che ha le imposte sempre chiuse, ma stanotte prova una chitarra e parlotta con una ragazza. Rumori e voci. Ogni tanto passa un aereo che decolla da Ciampino, sirene e voci dai balconi, all’interno le case aprono piazze d’aria immobile. Poco distante, si vede il condominio, dove abita la famiglia Cucchi. Penso che quel ragazzo quando era a casa sentiva gli stessi suoni, soffriva lo stesso caldo,  dovremmo essere più vicini agli altri che condividono con noi l’aria, le strade, il bar dove la mattina si scambiano parole e si beve un caffè. Se non fosse stato per la sorella di quella persona, uccisa da una furia cieca, non si sarebbe visto l’uomo ma i suoi problemi. Sarebbe stato etichettato e subito scomparso nei gorghi dell’indifferenza. Eppure era una persona che passava per queste strade, portava e mostrava la fatica di vivere. Non vediamo umana l’eccezione e questo ci perde tutti.

Volevo parlarti delle sensazioni, che provo in questi giorni romani. Sono luoghi che mi pare un po’ di conoscere, ma io sono un foresto, uno straniero, come si dice dalle mie parti. La mia cantilena mi tradisce anche quando parlo in italiano.

Stasera sono andato a vedere l’inaugurazione di un archivio dei movimenti a Roma, di fatto l’autonomia romana. Guardavo i manifesti, la radicalità di molte parole e le persone attorno, molti avevano la mia età ma c’erano anche molti giovani. Chissà come vedono ora la situazione. Noi eravamo un obiettivo di autonomia, ricordi? Le telefonate in piena notte per sapere se eri a casa, le minacce dirette, le parole inutili e cattive di quella ragazza che poi ho scoperto che s’era innamorata di me e io non me m’ero accorto. È stato un attraversare gli anni della giovinezza, per fortuna senza odio. Non l’ho mai provato. Stupore quello sì e pure spesso perché non capivo.

Stasera mi incuriosivano le storie parallele dei miei coetanei. Chissà che avevano fatto nella vita. Non erano male in arnese, curati, vestiti sempre un po’ fuori fase ma non sembrava avessero problemi. Abbracci, ricordi tra loro, il vino nei bicchieri di plastica e qualcuno che tagliava il pane e il salame. Il posto non è male e credo sia importante che resti memoria di quanto è accaduto. Anche per noi che eravamo considerati dall’altra parte. Chi parlerà di noi, delle fatiche e della mediocrità nel non aver saputo realizzare i sogni? Credo ormai nessuno perché il tempo vira verso un nuovo che non ci comprende, come non comprende i devianti, i controcorrente, i tanti che non hanno tutela. Però il noi l’avevamo in comune forse ora l’abbiamo perso entrambi.
Penso poco in questi giorni di calore furioso. Aspetto la notte, come fanno tutti, stasera il tramonto alitava calore e il cielo era grigio azzurro, con qualche venatura di rosa. Un cielo da polvere senza vento. Siamo in una cupola di calore e il sudore sale al cielo, un sudore triste, senza riposo. Manca quel venticello che spostando l’aria sembra scollare gli abiti dalla pelle e scartoccia i pensieri dai circoli viziosi.
Credo che molti non capiscano la correlazione tra questa calura che fiacca pensieri e corpo con quanto sta avvenendo al pianeta in conseguenza dell’attività  umana. Questo non essere coinvolti e l’indifferenza, pervadono la convinzione che tutto ciò non ci riguardi. Si attende che passi e intanto si cerca una difesa per il disagio. Questo è un altro effetto del noi che si dissolve in un non-io senza altri appigli che l’ attendere.
Bevo molta acqua ma non serve, vorrei gli anni forti di sole e di scelte, ora c’è solo calura e ci si preoccupa sui giornali per il vino che verrà. Dovrei chiederti se era questo il mondo che abbiamo sognato ma sarebbe troppo facile. Tu, io, cosa sognamo in questa notte in cui una nave con dei profughi entra in un porto e il.problema non sono gli uomini ma il nome che gli hanno appiccicato?

non sopporti il caldo

Per qualche anno avevi avuto come vicino un muratore. Era più giovane di te, una persona generosa, senza pensieri non necessari. D’estate tornava a casa la sera disfatto dal calore. D’estate si fanno i tetti e cinque litri d’acqua non bastavano per placare la sete. Era una abbronzatura assoluta, senza olio né creme dopo il primo giorno. Con le mani che maneggiavano malta era impossibile avere cura di sé. Lo vedevi che bruciava pelle e anni, invecchiava e ti raggiungeva. Lo hai incontrato qualche mese fa, ormai in pensione, gonfio di cortisone, il viso paonazzo, tormentato dai dolori alle mani e alla colonna vertebrale. Con te è stato cortese come sempre, ti ha parlato dei tempi andati, dei bei momenti passati insieme, quando eravate giovani entrambi e ora poveri vecchi. Anzi lui era un povero vecchio con 15 anni meno di te, mentre tu ancora …
C’è chi può seguire il suo equilibrio, che può fuggire il caldo d’estate o cercarlo per un rapporto con la propria idea di benessere e chi non può farlo. Non serve che tu rinunci a te stesso ma hai la vista per vedere e la testa per capire, ciò che ti accade attorno non è solo fortuna o la parte giusta del mondo, ma opportunità distribuite in modo ineguale. C’è chi può scegliere, gli altri subiscono. Pensaci un poco, non stare male, ma non permettere a nessuno di dire che questo è giusto.

persone singolari e plurali

Molto si dice in prima persona, un’assunzione insistente per un io ipertrofico che si convince di verità in corso d’opera. La terza persona consente di vedersi in azione, è un distacco necessario per ristabilire i pesi reali di quello che ci angustia oppure della fretta del decidere. Cosa, come, perché dovrei fare. Per la seconda persona basta lo specchio, reale o virtuale. Il parlarsi, conoscendosi quel tanto che solo chi ha avuto la nostra confidenza, ha potuto apprezzare e a volte sopportare. C’è misericordia e comprensione nello specchio, oserei dire che nella sua impietosità, è amico e generatore di speranza. Ci concede sempre un’altra possibilità, ha il domani tra le cose che regala assieme ai giudizi temporanei. Sì, un buon specchio ci può aiutare assai. Anche a vedere conoscenze che lasciano perplessi. Io che ci faccio qui, si trasforma in tu cosa ci trovi in questo restare?
Per raccontarsi, meglio la terza persona, anche per capire quanto gli altri entrino nelle nostre vite, le modifichino per i loro limiti, impongano condizioni. Capisco le tue necessità, mi adatto perché sei importante, ma non dovrei accondiscendere. Accondiscendere toglie progressivamente qualcosa, spolpa le relazioni, finché resta lo scheletro e allora si capisce che non si è scesi ma si è scivolati via. Un toboga che disperde piccoli sorrisi per la velocità e non torna indietro, allontana e colloca nel ricordo.

Che sia questo uno dei sensi del tempo? Cioè quello dell’usare la seconda persona singolare per mettere ordine tra presente, passato e soprattutto futuro? Tu che futuro vuoi? Quello immutabile che cristallizza nei limiti tracciati oppure un futuro che trovi strade nuove, che dilaghi in cerca di un mare senza argini? L’io ipertrofico queste domande non se le pone, ha già tutte le risposte dentro: esisto e il resto viene di conseguenza.
Oscillare tra la seconda e la terza persona, comprende il plurale, include l’altro e di quest’altro, assieme a noi, bisogna fare conto, essere sinceri nel dire ciò che ci spinge avanti. Cosa sia questo procedere lo specchio lo racconta, sono i desideri, le passioni, il farsi e disfarsi dell’amore e quella ricerca, che tutto comprende e che si riassume in una affermazione:

sono bastevole eppure insoddisfatto cresco,
sento che tu ci sei e corri,
anche a me incontro,
e condividi,
mai soli, instancabilmente mutevoli, siamo.

per chi ama la sete e la pioggia

La pioggia è arrivata, prima tiepida e sporca
d’oscure particelle, d’ozono e vapori,
poi limpida ha svettato col profumo dei tigli,
degli arsi muri e del legno d’alberi esausti.
È scrosciata, impudica e forte,
da togliere la ragione e gettare le gambe nell’inutile corsa,
oppure ha generato il felice pensiero d’inzupparsi nei cotoni leggeri.
Così un uomo attempato cammina con piccoli passi,
ha un sacchetto della spesa,
ne difende l’imboccatura e il pane,
rifiuta un ombrello e la giacca leggera è ormai fradicia,
dalle spalle l’acqua riga i calzoni,
s’infila nelle scarpe,
e ancora rifiuta, mettendo i piccoli passi verso qualcuno,
che con pazienza attende il pane, la spesa e lui stesso.
Amo la pioggia quando ha sete la terra,
quando il verde si scuote dal torpore,
e felice brulica di gocce:
generoso le getta nella pozzanghera che s’ingrossa
e disegna, come fanno le nubi, figure nell’asfalto,
nella terra già ebbra.
Sul muro di mattoni, cocci di vetro rilucono i lampi,
sotto d’essi, piante d’interstizio
bevono e distendono radici nella calce,
a loro canta un uccello
e guarda dai rami degli alberi reclusi.
Amo la pioggia quando accarezza le foglie e la pelle:
nei suoi brividi, che scorrono in luoghi segreti,
c’è sensuale maestria,
che toglie il pensiero dal giorno e lo posa nell’attimo
Amo la pioggia mentre distacca fiori di tiglio e
bacia, ingorda, i boccioli di rosa.
Amo la pioggia che rammenda larghe trame di luce,
mentre tutto scorre in rivoli,
coagula, scorre,s’ingrossa là, dove più facile corre l’arsura
e genera la vita del tempo,
mio, nostro, di chiunque
insieme ami la sete e la pioggia.