l’attesa

Nel pomeriggio appena iniziato, sono le due, le persone si accalcano fuori e dentro il portone. Attendono un vaccino che hanno prenotato. Il distanziamento è approssimativo e internet fa le bizze, così altri si aggiungono. Un assembramento da cui uscire al più presto. I pensieri sono quelli dell’attesa con una piccola aggiunta di apprensione. penso ad altri giorni di vigilia della festa. Alle tovaglie bianchissime, stese al sole che attendono di essere raccolte e stirate. Alle case con le finestre aperte e i rumori delle stoviglie, i profumi dei pranzi per il giorno dopo, le voci che trovano un accento di primavera nelle parole usuali e assomigliano agli alberi carichi di fiori che si preparano a nevicare allegramente sui ritagli di terra che li ospitano. Penso alla vigilia nelle isole, quando i riti si sono consumati nel dolore e ora le chiese hanno le porte aperte e le luci delle candele che delimitano i Sepolcri. Con mia nonna facevamo un giro per la città, come una commissione giudicante, per dirci qual era il più bello o il più ricco e spesso le cose non coincidevano. C’erano sacrestani indaffarati che preparavano la messa di mezzanotte, odore di cera e di fiori che si disfacevano. Similitudini del disfare prima della trasformazione. Quindi allegrie contrapposte a silenzi e preghiere mormorate a fior di labbra. Un dentro e un fuori. Fino alla cerimonia della luce dopo la tenebra dell’assenza di vita. Qualche giorno fa ho sentito Augias che parlava del Cristo uomo e di come la divinità teologica ne avesse messo in ombra gli aspetti enormi della testimonianza. La nascita di qualcosa di uguale, di una società in cui non conta il censo o il denaro ma solo la giustizia e l’amore era un messaggio talmente forte che bisognava toglierlo all’uomo e metterlo alla divinità perché essa poteva raggiungere quei traguardi non la società degli uomini. Così il messaggio rivoluzionario è stato quasi subito depotenziato, ha ammesso non la comprensione della differenza ma la sua legittimità in termini di potere. Gli uomini non potevano essere eguali e insieme diversi, ma ordinati, sottoposti a un potere gerarchico che non solo guidava i rapporti tra essi, ma li metteva gli uni sopra gli altri.
Nel pomeriggio del giorno prima della festa c’è l’attesa, anch’io attendo, anzi tutti lo fanno cambiando l’oggetto che viene atteso. Il mondo è un infinito attendere che si realizzi l’ lndicibile, ciò che da gioia e insieme serenità, la realizzazione di ciascuno e insieme il rispetto per gli altri. Nel buio dell’attesa fuori ci sono i preparativi della festa. L’essere assieme, immaginare che tutto andrà bene anche se poi le persone non saranno mutate e scoppieranno i nervosismi, le noie, la voglia di essere altrove. Ebbene, nulla di tutto questo è l’attesa, come le candele non sono la luce, i fiori che si disfano non sono la gloria, il simbolo si perde e viene soverchiato da cose che saturano, alimentano i corpi, donano ad essi la sensazione tattile dell’essere vivi. Molti anni fa la notte di Pasqua ero a Regensburg. Nevicava e non c’era nessuno per strada. Mancava poco alla mezzanotte ed entrai nella cattedrale. Era stipata di persone in silenzio. Lontano, nell’abside c’era la celebrazione. Solo quella parte della chiesa era illuminata. Poi anche gli officianti tacquero e si spensero le luci, C’erano solo le candele a illuminare un leggio e dei volti. Il canto gregoriano nacque dal nulla, dall’oscurità, una voce parlava cantando fino alla parola che indicava la resurrezione. In quel momento l’intera chiesa fu illuminata, il coro e l’organo intonarono l’Halleluja. E insieme ci fu un gran strepito di cose sbattute assieme. Come a scacciare il dominio del buio, definitivamente. Un rito apotropaico per sconfiggere la paura. Ho capito il senso dell’attesa in quel momento. Che tutti noi attendiamo e capire cosa, ci fornisce la misura di noi. I simboli parlano allo spirito profondo, non hanno intermediari, entrano a gamba tesa e ci dicono chi siamo, poi faremo come vorremo. E’ la libertà, non la felicità. Quest’ultima verrà a volte assieme alla serenità ma dopo che si è capito chi si è.
Così il pomeriggio del giorno avanti la festa doveva essere dedicato al silenzio, a capire cosa siamo noi come umani e poi ci sarebbe stata l’esplosione della luce, della speranza. Dopo poco uscii nella neve che cadeva fitta e non mi curavo molto di correre al riparo. Avevo bisogno di conservare la comprensione di qualcosa che poi si sarebbe smarrito nelle cose che fanno la festa.
Mi è tornato a mente nell’attesa di un vaccino, di una salute che riguarda tutti, nel timore che il mondo non ci ami più, mentre l’attesa è rimasta la stessa e non abbiamo compiuto la mutazione che ci rende uguali, vivi, rispettosi e solidali. Dopo 2000 anni gli uomini attendono ancora e non sanno dare parole all’attesa, ma solo sperano che si passi dal dolore al riscatto del mondo. Buona Pasqua a tutti.

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