la lingua dei coppi

Arrivano alle sette e mezza, li sento perché la betoniera comincia girare con quello sciacquio di sabbia grossa che si mescola al cemento. Mentre faccio colazione sono gia sul tetto, magri e muscolosi da lavoro, con le schiene curvate dai pesi passati e futuri e senz’ anni definiti. Vengono dalla campagna, un tempo avrebbero fatto i braccianti o i pescatori di fiume, adesso sono muratori. Da una settimana tagliano solai, mettono velux, allineano coppi. Parlano poco, i loro rumori sono il grido lancinante della mola, il penetrare convulso del trapano demolitore, il ronzare dell’argano che tira su carriole di malta. Hanno messo lastre di coibente sul cemento, sigillandole con cura, poi hanno applicato la membrana impermeabile, rossa e ruvida, come un corpo spellato dal sole. Infine hanno tracciato in silenzio delle linee blu verticali ogni cinque metri. Si vede che c’è una sintassi in questo lavoro, un ordine di segni che rende dissonanti le cose inutili, che impedisce sgrammaticature di tempo e ordine. Si parte dal bordo e si risale verso il colmo lasciando sentieri di movimento, tutto ha una sequenza risultante. Non ci sono cancellature e rifacimenti e tutto converge in quei coppi che salgono con l’argano.
Vedo che ogni tanto si curvano a verificare l’allineamento, danno piccoli colpetti, poi mettono del poliuretano e continuano.

Ormai è quasi completato, è un tetto grande e così si coglie bene dall’alto che le file sono perfette, i colori dall’arancio all’ ocra sono stati alternati come a comporre un disegno. Sembra un campo appena seminato, con lunghi solchi che attendono l’acqua che si raccoglierà nel fosso grondaia. Non avevo mai considerato quanta attenzione, silenzio e pazienza c’è nell’allinearsi delle cose. Alle diciotto finiscono e se vanno. Tornano in campagna, forse ad altri lavori oppure alla stanchezza che chiude presto gli occhi. Magari sognano coppi, allineati e in bancali, oppure file ordinate che corrono verso l’infinito, il precipizio dove le linee si congiungono e le cose tornano terra. La stessa terra rossa dei coppi che cotta, impermeabilizza, conserva, protegge, vive e cresce altre vite. Ma forse questo non lo sanno pur parlando una lingua silente di cose ben fatte. Una lingua naturale, come un albero, un fiore, un solco d’aratro, un tetto che allinea l’occhio e lo farà nelle stagioni. Anche quando sarà parte del conosciuto e mai scontato paesaggio dell’abitudine. Ecco la lingua che dice e distingue chi capisce da chi non coglie. La lingua dei coppi.

allora, e adesso?

Mentre raccontava di politica degli anni ’60, di un’economia che cresceva, di officine e piazze piene, dalle parole  emergeva la spinta di molte persone con un progetto personale e comune. Era diffuso ovunque, nelle città e nei paesi. -pensavo- E dalle considerazioni, mi astraevo e veniva  l’odore che ha l’acqua del fiume, quello della pelle scurita dal sole, la sensazione di fresco e di brivido che portava un tuffo sfrontato di paura. Avvertivo l’odore dell’erba che dissecca al sole di luglio, quello della terra che si spacca e quello dell’ombra degli alberi di greto. Percepivo  lo scorrere fatto di tanti momenti immobili delle stagioni e quello veloce della strada. Il puzzo della benzina e dell’olio delle auto della provinciale, il fischio del locale che affrontava  la curva prima della stazione, la polvere di certi sentieri che sarebbe stato meglio non fare. E dal mutare del tempo veniva l’aria densa di vapore e legna secca delle cucine con la stufa economica. C’era il profumo del legno delle tavole corrose, delle sedie impagliate, dei pavimenti delle case della bassa fatti di cotto e d’abete. E veniva il profumo che la minestra dispensava prima del primo cucchiaio, il caldo pesante delle coperte d’inverno e il ruvido abbraccio delle lenzuola di canapa, d’estate.

Questo pensavo, mentre continuava a parlare di dispute tra avversari politici  che finivano nelle osterie della piazza grande. E lì, il sabato si contrattava vino e carne da macellare. Parlava di discussioni infinite nei consigli comunali,  sul Viet Nam, sullo Scià di Persia e sull’Africa che era luogo di massacri e prime indipendenze. Citava le partecipazioni silenti dei cittadini che affollavano la sala e i battimani per un intervento che sembrava riassumere tutti i pensieri mai fatti, ma che c’erano, solo che chi parlava aveva le parole per dirli.

Sentivo in quello che diceva e in quello che pensavo, un dentro/fuori che guardava la casa e il mondo, la crescita e il cammino, l’orgoglio d’essere parte di una storia comune e quello di avere idee forti e proprie.

Capivo la città che saliva verso il cielo e la pianura, la fatica del viaggiare e la meraviglia attesa. C’era un rispetto per il sapere che veniva da secoli infiniti d’analfabetismo, ma era anche la coscienza che dietro il ragionare c’era la fatica fatta  nell’apprendere e un uso del silenzio che forse proveniva da notti insonni in cui i pensieri s’attorcigliavano  alle cose importanti che il giorno avrebbe portato. Sapere era verbo e sostantivo che s’appiccicava alla persona, poteva essere trasmesso, ma comunque faceva parte del mondo in cui la fatica era più forte se esso mancava.

Il racconto continuava e si sentivano le difficoltà collettive, la scelta che veniva fatta nel votare, si percepiva l’affidarsi che includeva un patto reciproco. Grandi ideologie erano commiste alle vite, scrivevano futuri comprensibili. Ascoltare diventava naturale, si andava ad un comizio perché qualcuno spiegava la realtà, ma lo facevano anche i padri ai figli, i vecchi all’osteria, il prete nella predica. E se non era tutto buono, però anche la ribellione si mescolava agli odori di casa, avere un’altra idea poteva portare ad andare via, ma non ad uscire dalla realtà. Raccontava e chi aveva vissuto in quegli anni, sentiva un’acuta nostalgia di cose ancora da fare, di possibilità da spendere, e non era la malinconia dei vecchi ma la coscienza che una tela di sensi s’era strappata e ricucirla era impossibile.

Una parola si è infine sposata con un’altra, entrambe sembravano lontane eppure indicavano una via d’uscita: dignità ed ironia, ovvero conoscere la propria importanza ed usarla per smussare il rumore acuto che offende le idee, il sapere, le vite. 

ascoltare stanca

Ascoltare, a volte, stanca; come lavorare, ma cambia il modo di vedere le cose. Ad esempio si capisce che il sistema di evidenze costruito pazientemente, non è così evidente, che gli assiomi sono traballanti, che le vite, come le felicità, si assomigliano tutte e che per molti neppure l’infelicità è differente. Si capisce che il futuro che sembra appartenerci e così carico di noi, è tutto da spiegare e non è detto che assomigli neppure un briciolo a quello che stanno raccontando. Si capisce che i giudizi perentori sono come le simpatie, ovvero basati su un’impalpabile essenza di quotidianità distratte.

Molte persone credo abbiano pensieri brevi e penso dormano, poi si svegliano, lavorano, tornano, si prendono cura e a volte fanno all’amore. Ma non fanno solo questo, perché dentro di loro pullula un mondo che chiede di uscire e allora la scelta che hanno è tra il tacitarlo oppure guardarlo con la giusta meraviglia, chiedendosi dov’era prima tutta quella roba e di chi fosse.

È quando si mette un tappo che cominciano ad accumularsi gli anni, come appartamenti di periferia, gli uni sugli altri, nati da speculazioni arroganti che lasciano senza storia e con vite che si rimpiccioliscono. Allora chiedere ragione di un giudizio genera fastidio, la vita è in 80 mq, il resto è rumore, o spiaggia, o villaggio turistico, o l’auto che invecchia e diventa lo specchio dei motori interiori che accendono spie che vengono ignorate, si adattano, funzionano come possono. Ad certo punto c’è più memoria di uno striscio di carrozzeria che di un cambiamento sociale e così se si chiede quando è iniziata l’emergenza profughi, o quando le badanti sono diventate più convenienti degli ospizi e dei figli amorosi, gli occhi si sgranano cercando una data che in fondo non c’è. Neppure di prima dello smart phone c’è memoria e nèanche di quell’ultimo libro letto che aveva quell’autore, coso, come si chiama, sì quello che poi hanno fatto anche il film. Ma qual era la trama? Pare ma non c’è certezza. 

Allora essere governati significa farsi gestire il percorso casa lavoro in maniera più semplice, vuotare il cassonetto sotto casa, cacciare i topi e tappare le buche. E il futuro così si è risucchiato nelle vite, che hanno futuri propri e divergenti. Il giornale semina disgrazie, e forse dovrebbe mostrare una possibilità, ma quando lo si legge in internet scompare quando si spegne.

Ascoltare e scoprire che ci pare di sapere, capire che ci è stato tolto il governo dell’ignoranza: prima ci pareva di conoscere bene i nostri confini, mentre ora si capisce che la volontà di sapere non colmerà nessuna lacuna, ma in fondo sarà un fatto personale. Ascoltare, spiegare, tacere ed essere stanchi di capire, è questa la differenza di cui parlava Tolstoi? L’infelicità di non colmare le distanze tra i progetti, tra le vite, la coscienza che non ci sono toppe e tantomeno l’onnipotenza del metterle giuste. Ascoltare e capire che il reale è uno specchio infranto. E mostra tanti piccoli pezzi di presente, quindi tanti futuri, ma nessuno che ricomponga quello che era assieme.

C’è a chi viene naturale ascoltare, gli pare di imparare non sa bene cosa, si riconosce e nel capire sente un profumo di già vissuto oppure di pericolo scampato, o ancora di felicità perduta e vorrebbe pronunciarla quella parola, noi, che annoda le storie, ma non gli viene e così ascolta e annuisce.

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tutto dovuto?

Sbriciolo pochi ricordi tra le dita,

passeri e colombi si gettano voraci:

mangiare non è condividere.

Resta l’essenza,  il rosso nastro, 

sottile di ciò che non è,

non bisogna dolersi, è la vita,

quella che fa capire che avanti e oltre

son differenti percorsi,

righe di luce e di tenebra,

divenute diffrazioni per palpitare la retina,

di fantasie e realtà.

Piano emergono indizi,

un puzzle si compone in una traccia,

dove scorre la luce.

I ricordi sono merce scomoda,

da maneggiare con l’accuratezza delle rose,

profumo, gambo, colore, smorzando le spine,

e dovrei dire che quel pulviscolo

che ora m’attornia,

è quel ch’è rimasto.

No, non è tutto dovuto.

il tempo della morbidezza

Le mani hanno preso prima le spalle, poi i fianchi e infine le gambe. Hanno lavato con delicatezza, poi dopo il primo sorso d’aria e il primo pianto mi hanno posato dentro un panno morbido e mostrato a mia madre. Già quelli attorno mi avevano visto. Ci saranno stati commenti, espressi e silenti. Chissà quanto dei pensieri sarà stato detto e quanto taciuto. Poi le mani sono state usate ancora con delicatezza, ed erano quelle di mia madre, per rimettere in ordine una ciocca, sorreggere la testa.

Credo fossero morbide quelle mani. Erano mani di donna sostituite poi da altre mani di donna. Hanno parlato in silenzio dicendo cose che nulla avevano a che fare con i rumori attorno. Hanno protetto, rassicurato e dato forma alle carezze incavando leggermente il palmo a sfiorare la pelle. Morbidezza come parola ancora non esisteva ma c’era già il suo linguaggio del contenere dolce, del mettere a contatto la pelle. E subito si sono parlati i gangli nervosi con qualche algoritmo che non aveva bisogno d’essere scritto, eppure già conteneva risposte a sentimenti grandi: paura, caldo, protezione, dolcezza, cura.

Le mani comunicano molto sia quando toccano e accarezzano o quando interrogano, sollecitano, dicono per loro conto rispetto alle parole. Si nasce e le mani ci parlano, poi verrà il resto. Questo pensavo. 

L’altra sera c’era quasi luna piena. Gli amici erano seduti in tavole staccate, si erano aggregati come gli veniva e i discorsi navigavano liberi nella notte. Il cielo era clemente e profumava di cereali pronti a essere mietuti. Al limite dell’aia, c’erano le piante aromatiche di un piccolo orto botanico che aggiungevano profumi ai refoli d’aria fresca. Su tutte primeggiava la lavanda.

Aguzzando gli occhi si leggeva, sull’architrave di quello che un tempo era stato l’edificio principale, che un Varoto, da Volta del barocio aveva fatto quella casa, nel 1708.  E poi l’aveva abitata, ci aveva fatti nascere e cresciuto figli e nipoti, aveva depositato vite a far da legante per quelle pietre. Aveva, il Varoto, coltivato i campi attorno, superato guerre di cui non conosceva la ragione e stabilito una discendenza, compiendo un opera, la vita, che gli pareva naturale. Ma questo non l’aveva scritto, però volendo lasciar traccia del suo fare aveva stabilito un tempo e un luogo da cui era partito verso qualcosa di nuovo. 

Eravamo là assieme e c’era anche chi non c’era. I discorsi che si sperdevano nella notte, le risate che si accendevano, come forse molte volte era stato fatto in quell’aia, in uno stare quieto tra amici che festeggiavano qualcosa.

Abbiamo necessità, pensavo, di tirare linee e riassumere progetti. Abbiamo necessità, fin da quando nasciamo, di essere in compagnia con qualcuno. Nasciamo immaturi e questa necessità d’essere insieme, con una rete di relazioni e di cura, ce la portiamo dietro per sempre. Dopo molti percorsi circolari, dopo essere spesso tornato, mi chiedevo cosa nasceva da quella pace e da quello star bene assieme che c’era attorno.

Erano pensieri slegati, quietati della vista e dal sentire d’essere tra amici, quindi solo per il vizio che ho di dar nome ai percorsi che vorrò fare, ne è uscita una parola che non era stata pronunciata molti anni addietro, ma era la prima. Morbidezza. Ecco, con quegli amici, e con chissà chi altro, si potrà parlare del noi che possediamo, si potrà dar senso a qualcosa che era iniziato molto prima: il tempo della morbidezza. 

 

nuvole

Nuvole grandi e gonfie ieri, si sono rincorse, sovrapposte, fino allo scoppio del temporale.

Violento, ha schiaffeggiato alberi, uomini, cose. Si sentiva sul tetto, si vedeva dalle finestre e porte. Poi la luce ha sfrangiato le nubi esauste, ha colpito la facciata d’ una chiesa, la strada, le case attorno e la vita ha ripreso i suoi sorridenti traffici.

Così la memoria, è uno scroscio che rinfresca e fa vivere. E si nutre di presente, gli parla, a volte lo convince. E getta sguardi sul futuro, contornandolo di sogni e di previsioni sempre sballate.

Volendo vite precise ci si negherebbero i ricordi di ciò che è stato  perché non rientrava nei canoni del previsto, e così tutto si perderebbe, Anche i temporali furiosi, o le giornate di sole vivo, il sedersi all’ombra in quel tavolino godendo la compagnia e le parole, l’ incontro atteso e l’altro inatteso, tutto finirebbe in un grigio prevedere che semplicemente accade.

Solo ai pusillanimi fa paura mettere assieme il passato con il presente e immaginare il nuovo che rompe le abitudini.

non muto

Se si finisce per giustificarsi, se le conversazioni sono un canovaccio che si potrebbe riempire prima di iniziare, compresi tempi e silenzi.

Se questo dirsi attiene molto al passato e quindi agli errori, ché tanto i meriti saranno sempre scontati, se tutto ciò è ricorrente, qualche errore presente pure ci sarà.

Nessuna buona indole giustifica la ricerca dei colpi scontati, neppure la speranza di cambiare chi ci colpisce oppure l’evolvere nostro. È solo un innaturale, incongruo, assurdo senso di colpa privo d’oggetto a cui ci si assoggetta. Ovvero il senso di colpa dell’esistere e dell’essere come si è, e se di chi ci ha ferito poi si riesce a dire : chissà perché di te io ricordo solo cose buone, in questa frase chissà quante illusioni o rabbie sono state sollevate.

Lo penso ora, che di più capisco e meno faccio per adeguarmi. E non muto e d’altro mi curo.

Si può vivere per approssimazione a se stessi, cercando di assomigliarsi quanto più si può, ma non essendo altri. Ogni notte ne verrebbe una colpa da annegare nel sonno, forse per questo la bussola è semplicemente essere, cancellando ciò che può far male.

la ruota del tempo

Il movimento della ruota del samsara, del procedere del tempo, che immagino cigolante e disassata come quella di un vecchio carro che continua ad avanzare con l’inesorabile fatica del dovere, è immagine dello scorrere.

Da noi c’è il fiume del tempo in cui si perde lo sguardo quando la foglia o il tronco non sono più il punto a cui ancorarsi per impedire d’essere noi stessi scorrere.

Un ruotare cigolante è meglio del flusso dove la scelta è l’essere parte oppure l’osservare?

Si capisce che quell’osservare è lo stesso che Nietzsche guardava nell’abisso: se si guarderà troppo il flusso esso volgerà gli occhi verso di noi e ci guarderà, perdendoci. Quindi sembra che la scelta migliore sia essere nel flusso. Non so se esso coincida con la dittatura del presente, ovvero questa continua ricerca del provare e della coniugazione del verbo essere, oppure se sia un affidarsi, un lasciare che le cose accadano con noi. Il carpe diem, non era privo di passato e aveva un futuro, insegnava a godere di ciò che si conosceva e nel suo farsi con una direzione. Od almeno così l’ho inteso, perché negli apparenti ozi poetici, gli amori si impegnavano, le intelligenze inerpicavano nuove vette, e le armi del potere correvano. Insomma il carpe diem era nel flusso che ricordava la sorgente e andava al mare. Affidarsi per godere del giorno, oppure osservare affascinati lo scorrere, questo il tempo che scorre lineare e non si ripete.

Altrove il tempo era ed è altro. 

Per la ruota del tempo e il mondo, nei suoi fatti apparentemente asincroni, diradare le nubi, capire, implica l’azione. È una condizione strana che accetta e al tempo stesso agisce perché vedere la sofferenza del mondo comporta uscire da quella rappresentazione pratica della paura che è l’indifferenza.

Per entrambe le cognizioni del tempo, nessuno ci chiederà conto con sufficiente forza prima di noi stessi, di ciò che abbiamo fatto per gli altri in noi.

Sankhara dukkha, è la sofferenza che si esprime in ciò che vive, una condizione leopardiana letta nell’oriente che non è mai privo di sofferenza. Noi più banalmente la possiamo confondere con la malinconia della consapevolezza. Ciò che vive esige cura.

La ruota gira e cigolando chiede attenzione, non all’utile ma al giusto per sé e gli altri.

Noi del tempo non sappiamo nulla. Abbiamo desideri, pulsioni mascherate in voglie, e una paura incoercibile che ci riguarda. La ruota vorrebbe ci lasciassimo andare, che assecondassimo il daimon che ci parla, troppo spesso inascoltato. Non bisogna abbandonarsi alla sofferenza ma trovare la traccia che da dentro porta verso un vedere gioioso.

Qui sembra, ma non è così, che le rappresentazioni del tempo trovino una coincidenza, ovvero lo scegliere chi essere.

E il tempo che ci chiede l’abbandono contiene il suo contrario ovvero l’azione che sprigiona il daimon del nostro destino. Abbandonarsi a sé coincide con la consapevolezza che scandiamo il nostro tempo, mai poco o troppo, è nostro e riempibile. Come lo si colma è tema di ciascuno ma a nessuno è risparmiata la malinconia e a nessuno manca il suo antidoto dell’affidarsi a sé, agendo.

la misura geometrica dell’amore

Un’amica rifletteva sull’amore, e pensando a come andavano le cose, diceva fosse cosa sempre doppia per aver titolo d’esistere. E ancora poneva il fatto che dentro questa parola ci fossero le identità che si trovano, integrano, fondono.

Anche, ho pensato.

Però mi pareva che l’amore fosse pure un segmento che unisce due estremi e che nell’infinita serie di punti che li congiungono, ciascuno si potesse trovare, nella misura e nel senso. E a volte l’uno sorpassava l’altro, altre mancava un pezzo, ma ciò che contava era il fatto dell’andare verso l’altro e che il segmento fosse comune.

E poi la discussione è continuata.

fantasmi in rosa e il rosso

Questa mattina ci si è persi tra la festa (improbabile vista la ricorrenza e la sua genesi) e la giornata celebrativa.

C’erano sempre le donne che seguivano il ricorrere, ma non poche pensavano il rincorrere. Allora oggi era una rincorrenza? Macché, a guardar bene, sotto le discussioni s’agitavano consapevolezza e libertà. E se non dappertutto si discuteva, se i termini del discorso erano diluiti, rivendicati, accettati come processo in azione, se tutto questo era in questo angolino di mondo, però, però… una qualche differenza c’era. Insomma qualcosa accadeva e continuava ad accadere. Ma c’era un altro però e nel fare la prova finestra si notava (tutti, femmine e maschi, chi con dispetto, chi con sollievo, chi semplicemente rendendosene conto) che l’equilibrio dei colori non c’era: il rosa era un colore da lenzuolo, da fantasma, che in questo caso era davvero sostantivo femminile. Insomma poco rosa, serviva il rosso. Il colore che non accetta d’essere meno che se stesso. Voi donne direte: tientelo il rosso, noi abbiamo il rosa e questo è nostro. Anzi è una delle poche cose che voi maschi portate con imbarazzo. Vero, e se mi chiedeste perché direi che c’è una vergogna sottostante ovvero il non voler essere scambiati per qualcosa che abbia molto di femminile. Visto così, il discorso finirebbe. Io resterei con i miei pregiudizi, e prima di considerare il rosa un colore come gli altri, ci impiegherei tempo, convinzione, ma comunque non ne toccherei l’essenza, ovvero il rosa vi appartiene, è vostro. Però questa cosa del colore che ghettizza non mi va molto bene, su di voi stanno bene tutti i colori, persino l’assenza di colore vi dona. Per voi il colore non è mai banale, quindi li possedete tutti e se il rosa è solo vostro, gli altri sono in uso così personale ed esclusivo da fare una differenza incolmabile rispetto ai maschi. Un paio di scarpe rosse, un vestito rosso fuoco, non può esistere senza voi. Anzi ha senso solo con voi. Quindi i colori e ciò che sottendono, sono più vostri che dell’altro genere.

E questo attiene alla consapevolezza della differenza e alla libertà. Non sempre queste due forze dell’animo coincidono, la seconda, sicuramente, dona molta più dinamica fantasia della prima, ma senza di essa cosa sarebbe? Allora oggi potrebbe essere una festa della consapevolezza unità alla libertà?

Ma questi sono pensieri maschili, sempre insufficienti anche quando partecipano o sono imbevuti di stupore.

Questa mattina ho augurato un buon otto marzo a una manager al lavoro, con progetti urgenti da completare e, credo, senza troppa attenzione per mimose, ricorrenze o altro. Mi ha guardato stupita, ha scosso il capo e ha ripreso a lavorare e interrogarmi. Per lei è una giornata come tutte, in cui è donna e al tempo stesso soggiace e impone regole. Le ha accettate e non le mette in discussione da una posizione di potere. Il suo fantasma non è né rosa né rosso, il gessato, il tacco alto la rendono più forte, ma non la colorano.

Oppure sì?

Nel discorso molto tecnico, frammentato di commenti che rivelano le visioni del mondo, emerge da parte sua, un ragionamento sulle rappresentazioni iconiche, cioè sul fatto che ci si veste come ulteriore proiezione di sé. Mi pare strano che parli di questo, tra progetti che riguardano investimenti e sviluppo in paesi lontani, anche se il mio pensiero ritorna all’Africa e all’Oriente, all’uso del colore che fanno le donne, alla loro soggezione, alla fatica del liberarsi dai gioghi sociali e familiari e alle loro libertà che si accompagnano molto spesso al sorriso e allo sguardo. Quando le donne sorridono hanno motivi che gli uomini non capiranno mai davvero, al più possono intuirli da distante, ma non saranno mai loro. Così penso.

Per terra c’è una bellissima, irregolare corsia, azzurro carico, indicibile sfumatura della notte che è quasi giorno. Un tappeto molto folto, di lana grezza e tinta con pigmento naturale, tessuto da mani femminili e nomadi, con piccoli, rari, disegni e una lunghezza anomala. Ne chiedo notizie e lei mi parla di un viaggio, di una scelta in un luogo in cui sembrava non ci fosse nulla da scegliere, era per terra e le era piaciuto. Osservo che forse era un letto, un luogo di riposo con il colore della notte e le tracce dei sogni. Per la seconda volta mi guarda stupita, ma stavolta sorride (ecco il sorriso consapevole). L’ha scelto lei, felicemente, un uomo si sarebbe soffermato sull’irregolarità, sul colore atipico, sulla tessitura grezza e avrebbe chiesto altro. Ci salutiamo, ripeto l’augurio, scuote la testa.

Il pensiero scorre camminando, mi soffermo sul sentire ovvero sui sensi. Il femminile ha sensi differenti, ovvero ha sviluppato modalità e sensibilità d’uso degli stessi, non eguali e più penetranti di quelli del maschile. Il tatto d’una mano femminile, il percepire e attribuire gli odori, la scelta di cosa udire, lo scorrere e il soffermarsi degli occhi, il gusto e le sue connessioni che partono sin dalle labbra sono sensi collegati ad una percezione differente. Morbida e decisa allo stesso tempo, profondamente identitaria, con ascendenze che oltrepassano il ruolo e vanno oltre nella comunicazione. Quindi mi viene da pensare che anche i sentimenti sono differenti, non soggetti a un criterio di giudizio, ma più acuti per abitudine a distillare i segnali che ricevono. 

La giornata dove ci porta se non a guardare con stupore che esiste una buona metà del mondo che comunica, relaziona, pensa ed esercita consapevolezza e libertà, in modo sorprendentemente differente. E se il concetto di genere ultimamente è ben più scosso di un tempo, il femminile continua da essere l’unico luogo dell’identità che prende consapevolezza (noto che ho cercato un sinonimo di polo per evitare la sua opposizione magnetica e questo mi fa stare meglio) mentre il maschile arranca sulla ragione e si aggrappa all’abitudine, ai ruoli. Consapevolezza femminile irregolarmente diffusa, ma costante nella crescita, libertà difficile però rivendicata.

Essendo stato allevato da donne, sono di parte. Credo che l’amore sia presto sconfinato in una percezione della differenza così forte e misteriosa da giustificare una costante curiosità. Così ho anche capito che le donne hanno il dominio del tempo e che solo loro possono alterarlo, ovvero modificarne le modalità di fruizione. E pian piano ne acquistano consapevolezza e libertà nuove, in questo so che ne verrà bene per tutti. Molto bene per tutti e allora ritorno al rosso: sì, il rosso è il colore che le donne a volte possono concedere agli uomini ma appartiene a loro.

Cosa vi posso augurare signore, eterne ragazze, se non di essere solo voi stesse e di continuare ad essere generose nel donare a tutti quell’amore che riconoscendovi, cambia e salva la terra.

E ringraziare, infinitamente ringraziare.