vicolo dell’anima

Avevo diverse cose da dire, pensieri che si rincorrevano seguendosi e poi tornando daccapo. Nel mio scrivere circolare in fondo torno sempre sui miei passi, come faccio in città cercando vicoli e percorrendoli fino in fondo. Abiti in un vicolo, direte, allora sarà per questo, e invece no, è la tangibilità del limite che m’interessa, la costrizione a guardarsi attorno, in alto perché avanti non si può andare. I vicoli nascono per qualche abuso perpetrato chissà quando: qualcuno ha deciso di mettere una casa dopo un giardino, di chiudere una strada. E qualcun altro gliel’ha lasciato fare. La città ne ha molti, alcuni dopo portoni altosonanti, altri anonimi e solitari. Quella del vicolo è una bella metafora di ciò che sta accadendo attorno a noi: si chiudono strade che prima portavano pensieri, diversità, saperi e chi potè (o può), vi installò la sua casa. È l’arteriosclerosi della società che mentre rende facile il viaggiare rende difficili i cammini individuali e interiori. Guardavo il vicolo dove abitava mia zia, neppure quello era un vicolo perché prima era una strada: strada vecchia. La vecchia toponomastica  ancora affissa lo dice: vicolo vecchio, già strada vecchia. Adesso c’è un cancello di ferro e il vicolo non si può più percorrere. In fondo a quel vicolo c’è una villa e un altro cancello impermeabile alla vista. Lo so per averci passato i pomeriggi vicino. Poi ci fu un fatto terribile, che accadde quando ero ragazzino, il proprietario della casa durante una gita in montagna, uccise i figli e la moglie e poi si suicidò. Dissesti finanziari, dissero in casa, ma c’era molto pudore nel parlarne. Non credo che quanti abitano nel vicolo, ora un cortile, sappiano di queste cose. Arrivano, aprono un cancello col telecomando, aprono un garage con un altro telecomando e salgono nelle case: prigionieri e protetti. Un tempo in quella strada giocavamo in parecchi, in tutti questi anni in cui guardo sotto il volto di accesso, non ho mai visto un bambino che gioca oltre l’inferriata. Tutti prigionieri.

Per rifarmi la vista, allora, ho percorso un altro vicolo vicino. Misterioso come il suo nome, tabacco, però stretto e corto come quelli del monopoli. In fondo ha il solito cancello di lamiera banale e gli alberi che spuntano oltre i muri con i cocci di bottiglia. La strada scivola tra muri e usci che danno sull’acciottolato antico, fatto di sassi della Piave, come si diceva un tempo, e le case s’inerpicano a cercar aria. Questo è un vicolo, talmente stretto da rendere inutili i cartelli di divieto di sosta, però il guardar alto rivela un ponte tra case, pietra traforata e una stanza di passaggio: hanno tentato di chiudere il cielo e non ci sono riusciti e così ne è venuta una continuazione del portico sul corso. Una finta, insomma, e pure riuscita a mezzo. Ovunque giardini pensili in queste minime strade, e subito la sensazione di essere arrivati al fondo dell’orizzontale.

Stamattina camminavo con intenzione curiosa e mi accorgevo che la città che avevo in testa non era la città reale. La mia è una città di fatti, di relazioni, di presenze che si conoscono, scambiano, confrontano e quella che vedevo era una città che fuggiva da sé. Non la città dei futuristi, neppure quella della storia, così presente in queste strade, ma una città che si chiudeva, che girava il capo e non ascoltava.

Ora serve l’eccezionale per smuovere le spalle, far girare i passi, mentre è il quotidiano, così pregno di realtà, che dovrebbe portarci in un vicolo dell’anima, costruito con pazienza e aperto dentro di noi per riflettere su dove si sta andando, guardare in alto e attorno, riconoscendo con meraviglia che non sappiamo dove siamo. E in fondo, nel giardino segreto, coltivare le piante che fanno bene, un orto dei semplici da aprire a chi bussa, un condividere per aprire una strada oltre noi che abbiamo capito il concetto del limite. E allora anche un vicolo avrebbe un senso e uno scorrere.

vicolo cigolo

Vicolo cigolo è un procedere di case vive e morte. Allineate e ordinate nella fatiscenza o nel rifarsi dei fortunati che le hanno avute, stanno, immerse nell’aria annoiata dall’attesa. Mostrano finestre antiche e recenti, muri senza intonaco e spatolati. Finezze d’architetti, anticamere, ingressi tirati a lucido e porte murate. Una casa, apparentemente senza uscio, ha finestre con tendine in pizzo bianco. Segni d’una vita che accede altrove e guarda il vicolo. Come gli alberi che piegano i rami a guardare, superando le alte mura che occludono lo sguardo. Sembra di percorrere un pezzo di tempo che non ha ancora scelto dov’essere, eppure la grande piazza è l’accesso vicino. Là ci sono i mercati, il simbolo della città, le statue, gli spazi enormi e la corona dei palazzi, ma qui il secolo s’è appisolato in un meditare su ciò che verrà.Un ristorante ch’era famoso ha chiuso ormai molti anni fa, nessuno ha riaperto e la palestra che s’ è insediata in un altro edificio è discreta, ostenta il bianco d’un intonaco che le altre case non hanno, ma anch’essa si adatta. Ogni tanto gli abitanti protestano perché nelle molte feste del Prato questo pezzo di strada viene usato come vespasiano, hanno ragione ma la città ormai ignora che i bisogni umani hanno lati urgenti e poco redditizi da regolare pubblicamente. In compenso il suo essere vicolo, e stretto, l’ha sottratto alla sosta delle auto. E chi ha voglia di bighellonare lo deve percorrere apposta e sapere che c’è una fine che poi riporterà indietro. Sembra non ci sia nulla da vedere e invece è l’insieme che ha un suo borbottare, come un resistere a ciò che corre e che il nome evoca: un lento girare di ruota dove l’asse resiste e il mozzo non collabora. Un cigolare, per l’appunto.

lontano vicino

Al centro della piazza c’era una grande vasca circolare col bordo arrotondato, era vuota d’acqua anche se al centro c’era una chiazza d’umido che la calura forte non riusciva a prosciugare e veniva da una canna per lo zampillo di rame ossidato con un color ramarro umido dove l’acqua non si vedeva ma da qualche parte ancora arrivava e perdeva. Il bordo veniva usato come panchina, sin dalla prima mattina, da chi riusciva a conquistarne un pezzetto su cui sedere e davanti c’erano quelli in piedi, che conversavano con uno di quelli seduti e attendevano che si liberasse un posto sotto il sole. Si alternavano, seduti e in piedi diversi, perché c’erano quelli che andavano altrove verso incombenze misteriose, però le conversazioni non finivano e non parlavano tutti della stessa cosa. Si capiva dall’animazione di alcuni e dalla calma di altri, dai silenzi asincroni, dai gesti che animavano diversamente le mani e i corpi. L’insieme generava un ronzare forte di voci, di sillabe e consonanti aspirate e si protraeva sino al mezzogiorno, quando la piazza si vuotava per il pranzo.

Su un lato della piazza c’era un armadio di metallo per i contatti telefonici. Era sempre aperto e ogni mattina, davanti, c’erano due operai in tuta che discutevano animatamente. Uno di questi aveva una grossa cornetta telefonica nera, di gomma, in cui parlava e contemporaneamente dava ordini all’altro operaio, che metteva pinzette e tranciava fili da grosse trecce colorate che spuntavano dal terreno. Spesso discutevano tra loro e con qualcuno che stava all’altro capo del telefono. A volte sembrava arrivassero al limite della lite e l’operaio che aveva il tronchese e le pinzette, tagliava dei fili che facevano imbestialire l’altro operaio. Allora tutto si fermava e la discussione assumeva toni concitati, sinché trovavano un accordo e la conversazione attraverso la cornetta riprendeva. Anche loro sparivano a mezzogiorno  e lasciavano per terra una miriade di pezzetti di fili di colori diversi che i ragazzini provvedevano a far sparire. In 20 giorni di passaggi per quella piazza ho sempre visto la stessa scena e a casa il telefono e la connessione funzionavano secondo algoritmi misteriosi, quasi mai di giorno e a volte verso sera e di notte, come se l’accordo tra loro fosse per una tregua notturna. 

Sul lato della piazza si apriva un grande viale alberato di palme altissime, con tende bianche per proteggere i tavolini dal sole a picco nei bar migliori; negli altri le persone e i tavolini si assiepavano sul lato in ombra e spostavano sedie di ferro e tavolini tondi seguendo l’andamento del sole. Finché potevano, poi si trasferivano all’interno in sale piene di polvere e di vecchi tavoli di legno. Nell’angolo c’era il bancone con poche bottiglie alle spalle e una vasca piena di pezzi di ghiaccio in cui galleggiavano i colli delle bottiglie di birra. Di prima mattina, quando la calura era accettabile, giravano dei carretti coperti con un cofano di lamiera zincata, da cui venivano estratte delle stecche di ghiaccio lunghe e pesanti. Le prendevano in due uomini, con degli uncini molto appuntiti, uno dei due aveva un sacco di juta sulla schiena, e con un movimento morbido si piegava a fianco del carretto, si metteva sotto la stecca di ghiaccio, e la ruotava  posandola sulla juta tenendo l’uncino piantato. Veniva scambiata una parola e l’altro toglieva da sotto il proprio uncino, così la stecca gocciolante cominciava a muoversi con piccoli passi verso le ghiacciaie dei bar o dei macellai. Vista controluce, lanciava dei bagliori che la infuocavano e con l’uomo piegato quasi a novanta gradi, formava un misterioso carattere cinese che nella mia immaginazione mescolava gli opposti fuochi del sole e del gelo in un unico sentire. Per terra una scia di gocce segnava i percorsi sulla polvere gialla e sottile e guardando il corso si poteva scorgere una sorta di spina enorme d’ un pesce misterioso che aveva propaggini nei negozi dell’una e dell’altra parte.

In uno di questi negozi stava un uomo di età matura e non riuscivo a definire come, del resto, mi accadeva per gran parte di quelli che vedevo. Stava sempre appoggiato con i gomiti sul bancone di legno, che credo fosse eucalipto perché il negozio aveva sempre un profumo pungente e gradevole, e leggeva un giornale aperto con una foto sulla destra. Le volte che entrai per acquistare qualcuna delle poche cose che vendeva, mi sembrò sempre la stessa pagina e lo stesso giornale. Alle spalle c’erano su due scaffali, dei barattoli con delle polveri colorate, gialli e rossi accesi, ma anche ocra, blu intensi, verdi di varie tonalità. Poi delle matite, delle bottiglie d’inchiostro Pessi, fasci di canotti di legno per pennini, pennelli sottili e qualche risma di carta di varie pesantezze. Era una cartoleria che vendeva anche giornali. Andavo da lui per avere notizie dall’Italia, ma i giornali erano talmente pochi e vecchi di almeno 15 giorni che spesso mi sforzavo di comprare qualcos’altro per giustificare la conversazione che seguiva l’entrata. Parlava un italiano vecchio, con parole e costruzioni sintattiche che riportavano a molti anni prima. Qualcuna di quelle parole le avevo sentite usare da mia nonna quando usciva dal dialetto e voleva affermare qualcosa con l’autorità della lingua, in lui, invece, c’era tutto il discorso. Parlava lentamente, faceva domande discrete sulla provenienza. Restavo sul vago e lui capiva che non era un argomento di curiosità, allora mi mostrava le cartoline che aveva, i francobolli. Mi sembrava tutto fuori corso, ma mi fidavo e le cartoline sono arrivate. Sostavo per curiosità e per quella nozione di lontano che emanava la situazione. Non avevo giornali, il telefono era praticamente inutilizzabile per i fusi differenti e tutto, a parte gli affetti, sembrava così distante da apparire piccolo e in un mondo parallelo. Mi chiedevo cosa avessero provato gli italiani che erano rimasti lì a lungo. Non quelli che conoscevo e che insegnavano alla scuola italiana o lavoravano all’ambasciata, ma quelli che erano venuti per restarci e che non potevano essere poveri perché il regime non permetteva che i conquistatori fossero poveri, che non potevano mescolarsi con i nativi perché c’era la segregazione razziale, che dovevano vivere come in Italia ed erano distanti tre settimane di navigazione dall’Italia. Naturalmente non parlavo con lui di queste cose però un giorno cercò dentro delle cartelle molto malmesse dei piccoli manifesti, ed erano degli alfabeti per scuole elementari, che mettevano in corrispondenza i caratteri di due lingue diverse con le lettere latine. Ne acquistai due perché le lingue a confronto non erano solo quelle principali, ma ce n’erano altre che si riferivano ad altri conquistatori.

Confusamente gli parlai della nozione di lontano e vicino e lui mi chiese, sempre con quella sintassi strana: ma voi a cosa siete vicino? A qualcosa che è dentro di voi o a qualcosa che dovete per forza vedere fuori? Qualcosa imbastii come risposta e gli dissi quello che mi mancava. E, come non avesse capito, lui ripetè la domanda, poi senza attendere la risposta, arrotolò i manifesti e disse: domani, forse, arrivano notizie nuove, ma saranno già vecchie. Ci impiega tempo, il tempo a raggiungerci.

Ci furono visite successive, dei canotti di bachelite e dei pennini Fila, per identificare un vicino nel lontano, ma non era quel giorno. Fuori c’era un sole a picco e uscendo vidi che tornava con i gomiti sul bancone, al suo giornale e il carretto del ghiaccio non c’era più. Prima della piazza mi fermai a bere una birra ghiacciata e seduto mi misi a guardare gli operai che riparavano i telefoni e litigavano: cos’era lontano e cos’era vicino?

venti lettere mai spedite

Questa lettera, che qualcuno leggerà, fa parte del progetto di libro che sto scrivendo. e questa premessa comparirà solo questa volta. Da tempo sento che i miei interessi nello scrivere hanno bisogno di mutare e tra la carta e il blog c’è certamente un’altra via da capire e percorrere.

Si crede, e fa comodo crederlo ma non è vero, che il tradimento sia il perseguire un altro da sé, una sorta di perversione dell’io che violenta la propria natura per perseguire qualcosa che lo muta in peggio, mentre spesso, esso è il comporre il desiderio con una diversa concezione della vita che ci riguarda così tanto da essere alternativa a quella posseduta. Non sto per tessere un elogio del tradimento e neppure voglio negarne la valenza distruttiva, la tesi che vorrei discutere con te è che ci sia comunque una fuga nel tradimento e che chi tradisce stia cercando qualcosa che non trova nel suo vivere. In subordine, ma ne parleremo un’altra volta sostengo che la fuga sia una delle tre sostanziali condizioni in cui le vite si esprimono.

Ricerca e fuga spesso si sovrappongono, poi nell’essere interpretate risentono dalla natura e dall’educazione di chi le compie. Chi sfarfalla è differente dall’introspettivo, chi si pone domande e dubbi, è differente da chi si aggrappa a certezze immanenti e da queste trae giustificazione. Anche l’età pesa nelle scelte e quante volte il tradire è una fuga dalla responsabilità acquisita, l’illusorio ritorno a una condizione in cui il possibile non è così determinato e solido, e comunque molto viene perdonato. Con l’accumularsi degli anni le scelte si ossificano in percorsi che hanno canoni più sociali che personali: da una persona ci si aspetta che si comporti in un certo modo e solo quello comporta un giudizio positivo, un’approvazione sociale. 

È il lemma tradire che fuorvia e che si dovrebbe applicare dopo aver conosciuto fatti e circostanze, invece è semplice usarlo e già contiene un giudizio inappellabile. Ma la considerazione sembra ormai restringersi ad ambiti più ristretti di un tempo, quello sentimentale e quello intellettuale, ad esempio.  È scomparso il nemico della patria, così caro fino a quando ci sono state guerre e patrie definite, non c’è più il tradimento commerciale e sta impallidendo la proprietà intellettuale perché con i nuovi mezzi, copiare e rielaborare sembra diventato più facile che esprimere la propria originalità. Che ne dici, ad esempio, del continuo espungere citazioni da contesti, vantare associazioni di testi o altri pezzi di media che diventano un collage indistinguibile e che oltre a essere apparentemente nuovi tradiscono l’originale eclissandolo ad altro? Non parliamo della politica dove il cambio di casacca testimonia l’assenza di ideali e di progetti che non siano quello personale e ogni qualvolta sento dire che solo gli stupidi non cambiano mai idea penso che ancora una volta la citazione è tradita e usata per giustificare altro. Mi convinceva molto di più Berlinguer quando affermava che non aveva tradito gli ideali della giovinezza, e lo diceva pur leggendo un mondo che mutava, aveva cioè enucleato il sé che coincideva con l’identità e da questo non derogava perché non sarebbe stato più se stesso. Però se pensi alla scarsa consistenza e coerenza tra programmi e azione che oggi circola in ambito partitico allora capisci che non Lui, ma un’intera generazione ha derubricato gli ideali a parti negoziabili o semplici ubbie giovanili.

Insomma il tradimento sembra si sia ridotto a una questione sentimentale e a qualche giuramento con relativo impegno, o poco più, che ha rilevanza penale, ma il resto fa parte di altri ambiti che si sanano con facilità e non comportano particolari cambiamenti di vita. Il mutare azienda ad esempio, viene considerato un commercio lecito di competenza anche quando si portano appresso segreti industriali che è ben difficile arginare in un nuovo contesto. Pensa che quando dicevo di essere aziendalista, ovvero fedele all’azienda pubblica prima che a un mandato politico di un socio, venivo prima guardato con sospetto e poi messo da parte come inaffidabile. Eppure a me sembrava che questo fosse l’ambito del lecito e che l’illecito, ovvero il tradire, fosse nel fare qualcosa che potesse impedire la crescita o addirittura nuocere all’azienda in cui ero amministratore per acconsentire a una pressione politica.

Ma questo era solo un inciso personale, ti dicevo invece, che a mio avviso, il cosiddetto tradimento è in realtà assimilabile a una fuga verso un sé e che in questo contesto andrebbe analizzato. Quello che penso è che la condizione abituale in cui ci muoviamo sia quella tra l’immagine che l’individuo offre e quella che viene proposta come paradigma di felicità individuale. Il sentire sociale (e commerciale) vorrebbe che ci fosse coincidenza tra un ordine che garantisca la prevedibilità delle persone e la loro completa realizzazione con quanto dall’esterno viene loro offerto. Molte cose si fanno per comodità e non per convinzione, altrettante sono soggette a valutazioni di tipo economico/sociale e diventano difficili da mantenere, in quanto generano precarietà individuale o familiare. Anche dal punto di vista delle idee, la cosiddetta libertà è spesso ossequio a circuiti di convenienza in grado di determinare se una novità sia o meno “produttiva” e quindi accettabile. Non si spiegherebbe altrimenti il perché lo star system si applichi dall’arte sino ai modi di vita e si accetti supinamente il teorema della crescita infinita che non si cura di quanto lascia in termini di macerie e di vite piegate al profitto. In val di Susa chi protesta contro l’alta velocità ferroviaria viene considerato dal resto del Paese, fatta salva una minoranza militante, un ottuso che si oppone al progresso, che “tradisce” la crescita, mentre la stessa persona pensa di tradire il luogo in cui abita se permette che passi senza protesta una infrastruttura che violenta luoghi e modalità del vivere.

Ricordi quando andammo in Irpinia dopo il terremoto, ci raccontavano che dopo l’arrivo della Fiat a Grottaminarda, oltre a cambiare gli equilibri politici per le assunzioni, non c’era più un sarto che facesse un abito su misura o mettesse in ordine un vestito, mancava il fornaio, persino il barbiere era andato in fabbrica e per farsi i capelli bisognava prenotarlo, se ne aveva voglia, nei giorni di festa. Il tradimento del tessuto sociale lì c’era stato ed era stato mascherato da progresso, tanto che ora che la fabbrica è stata chiusa, mi chiedo cosa ne sia di quei luoghi rimasti senza capacità individuali e lavoro. L’ho visto ripetersi questo teorema, in molti luoghi in Italia, nelle cosiddette aree di sviluppo e lì il tradimento è stato collettivo, tanto che ora la spersonalizzazione è più forte e disperata. Il tradimento verso il sé implica un esercizio della libertà e un riconoscimento di ciò che si è. Non è cosa da poco, per questo mi spiace che la parola venga usata indifferentemente per chi si riconosce come non realizzato e cerca altro, e quindi fugge da una condizione di sofferenza cercandone una migliore, e con la stessa parola si definisca con molta meno frequenza chi viola, tradisce, principi individuali e collettivi. Insomma quello che volevo suggerirti è di non ridurre tutti a questioni facilmente risolvibili. L’apparenza inganna perché gli esempi che abbiamo sottomano portano all’individuo e ai suoi obblighi sociali, come se esso non esistesse come persona. Pensa a chi “tradisce” in un rapporto amoroso e fa la scelta di disfare un rapporto, un matrimonio. Se guardiamo i film o leggiamo i romanzi, l’amore sembra giustificare tutto. Quante eroine ed eroi vengono capiti, giustificati, suscitano approvazione e partecipazione, mentre nella vita comune verrebbero esecrati. Lo stesso vale in altri ambiti in cui la ricerca del sé è così evidente che la valutazione moralistica si ferma e guarda altrove. Non però nella vita comune dove il giudizio è più semplice della comprensione.

Credo si sia scelto di non investigare troppo su chi tradisce veramente e chi invece cerca la realizzazione di sé, mettendo tutto in una categoria sociale facilmente usabile, che consente di discriminare partendo dall’apparenza. Tu sai che non amo troppo chi si giustifica, mi pare più adeguato chi dice la verità, e questa può essere spiacevole, ma è la verità e allora si può capire. Non è necessario condividere, ma almeno capire che chi fugge non sempre è un vigliacco, che cercare di essere se stessi può risultare ben più complicato e doloroso che fingere. Quindi il tema che vorrei discutere con te è il tradimento come fuga verso sé, e quanto questo sia compatibile con le regole che la società ci fornisce, perché, e qui c’è una contraddizione, è la stessa società che predica la felicità individuale, a emanare regole che di fatto la rendono possibile solo se essa è conforme. Qui si apre un tema più largo e riguarda la libertà e la coercizione, ma questa era un’altra di quelle tre caratteristiche di cui ti parlavo. Ci sarà tempo per discuterne.

presbiopia

Le cose si sono ricomposte seguendo percorsi che stanno sotto la ragione. Fanno sempre così le cose, hanno una loro intelligenza che non insegna. E invece dovrebbero insegnare, diventare coscienza e prevedibilità possibile, non lasciarci spettatori di quello che pare il mare del caso e poi ficcandoci dentro ad esso.

Non sai nuotare, impara…Come servisse saper nuotare se non hai una direzione. Si resta a galla, ci si salva, ma il posto dove costruire non è il mare del caso, è la terra dove poggi i piedi, dove senti, vedi e prevedi.

Le cose si ricompongono, diventano leggibili, ma passa un sacco di tempo e si accumula dell’altro, che a volte c’entra e a volte è solo conseguenza, finché subentra un po’ di calma.

Si penserà, poi, con malinconica meraviglia, a come eravamo, ma avremmo preferito saperlo allora. Insomma nell’adesso, non ci si vede bene. Forse perché ciò che pare realtà non lo è mai davvero, salvo in momenti particolari e c’è bisogno di quiete che non hai, di distanza per vedere bene e non c’è.

Presbiopia. Era comunque diversa la realtà percepita da quella degli altri. Ciascuno ci aggiungeva di suo, ti mostrava qualcosa che sembrava attraente e si mescolava con te, e così le cose avevano punti di vista. Hai mai provato a farti raccontare una cosa che ricordi bene, che hai vissuto, da un altro che c’era? Ne viene fuori qualcosa di così differente che alla fine non cerchi i fatti ma le cose comuni. Ti sforzi per avere uno straccio di ricordo uguale e non è detto che tu ci riesca.  Eppure le cose erano quelle e se le abbiamo vissute diversamente, certamente non si poteva dire allora. Ti avrebbero preso in giro: ma non vedi, ti avrebbero detto, è evidente… Dimostra tu che l’evidenza non è proprio così evidente e comune.

Forse era l’eccessiva fedeltà a sé che travisava. Le convinzioni costruite con fatica, i desideri spasmodici dell’età che mascheravano i bisogni, le notti insonni, i giorni attoniti, le parole eccessive come i silenzi e le offese. Le rabbie, l’incapacità di capire, la presunzione di sapere, la negazione o l’esasperazione dell’intuito, tutto gonfiato in una lente che avvicinava, selezionava, scartava, teneva da conto fatti, cose e sciocchezze marginali. E ora come si è ricombinato tutto questo nei ricordi?

Mah, se si vuole uscire da quella sensazione d’aver sbagliato troppo spesso un particolare che ha rovinato l’evolvere, bisogna leggere o sentirsi raccontare storie di passioni sconcluse da altri. Ascoltare. Lì c’è un confronto con qualcosa che pare d’aver vissuto anche se non è la stessa cosa. E non è la passione per i fallimenti che ridisegna i terreno dei fatti, delle cose accadute, ma la consapevolezza che altrove è accaduto qualcosa di analogo, un ricordo quasi comune che fa compagnia, che toglie l’onnipotenza, la preveggenza, la forza invincibile della volontà e ci consegna a un limite.

Noi siamo un limite, e quando lo capisci, è una cosa che improvvisamente sembra bella, perché non ti sei adagiato, hai continuato a sbagliare, di poco, di un nonnulla e le cose che già erano incastrate nel reale, non le hai perse. Estrai da un sacco il buono che si è composto per capire quello che si ricompone ora. Nel limite, hai fatto, hai portato avanti senza la vista a fuoco e se resta un dirsi nostalgico per l’età perduta, non è per i momenti mancati, perché capisci che ne verranno altri. E sbaglierai, di poco, ancora, perché è la possibilità che interessa non il percorso che non si è fatto e tantomeno quello che non si farà.

antico amico caro

Abbiamo passato notti a fantasticare su cosa ci sarebbe piaciuto essere e diventare. Essere, in quel momento, che pareva sempre incompleto, essere per riuscire a dar sfogo all’ immensa energia che serpeggiava e ribolliva. Essere, per trovarsi oltre l’ apparenza abbandonata in quelle lunghe chiacchierate. Parlando, comunicavamo davvero perché qualcosa diventava urgente, chiaro e possibile. E prima non lo era. Eravamo dentro la nostra determinazione di essere ossimori felici, grandi e ricchi di indecisioni e sfumature. Perduti in un presente e ansiosi di costruire il futuro, nostro e altrui. Quello era il diventare, il sogno ad occhi aperti che diventava urgente e plausibile. A volte mi tornano a mente quei ragionamenti, quella necessità di essere, ora e domani assieme. Si arrossava il viso, parlando, e la testa ribolliva, e ogni difficoltà sembrava sciogliersi, come cera che spandendosi, ravvivava la fiamma. Dicevo che avrei voluto fare il giornalista e lo scrittore e tu mi parlavi del tuo voler essere un chimico che costruiva nuovi materiali. Facevamo le stesse cose, studiavamo sugli stessi libri e le vite si realizzavano nel giorno ma anche nella prospettiva. Quanto rispetto e consapevolezza avevo per le tue doti, per la rapidità nel capire cose che mi costavano fatica e, credo, lo stesso facessi tu con la mia capacità di mettere assieme cose parallele e apparentemente scombinate. Mi chiedevi il nesso di un accostare ardito e discutevi, come io facevo per quanto riguardava un processo oppure una relazione acido/base al limite della comprensione. E quanto in una definizione di valenza, dalla materia e dai legami trasbordava in quel quotidiano che poco si capiva e in cui eravamo immersi. Chissà se i pesci si chiedono del mare e dei suoi flussi oppure se ne lasciano permeare e si formano in essi secondo natura e attitudine.

Attorno accadeva di tutto, ne eravamo partecipi e discutevamo: si sentiva, la necessità di capire cosa stava nascendo perché in esso saremmo diventati altro,  ma non da soli, in tanti.

Eravamo una somma di desideri e di possibilità che, ci pareva, sarebbero stati la nostra generazione e il mondo. Sapersi generazione comportava una gran quantità di novità comuni, di desideri condivisi, cose da fare, idee da pensare, tanto che quei materiali a cui tu pensavi per me diventavano lo zucchero colorato delle sagre, estruso in lunghi bastoncini colorati. Dolce, fragile e continuo, questo era il futuro che nasceva da un presente fatto di parole, di entusiasmanti fatiche senza orari, di scoperte e necessità di raccontare ciò che accadeva per capirlo. Non è forse questa la comunicazione, il dire profondo che interagisce? Eravamo consci di non sapere, felici di scoprire, di avere sogni e un’ energia che correva l’un l’altro, dappertutto. E c’erano gli amori timidi e forti, le tristezze infinite e le gioie immotivate, c’erano le parole difficili da dire e quelle che uscivano incaute ed erano così enormi che poi ci si doveva abituare alla loro realtà. C’erano i sogni di una generazione colma di rivolta e di voglia di fare, c’era un noi che sperimentavano ovunque e ci pareva che solo così potesse essere.

Che ne abbiamo fatto del nostro diventare? Il tuo più determinato si è realizzato a suo modo, il mio ha trovato strade così tortuose che spesso mi ha fatto pensare d’ essermi smarrito. Certo, non ho realizzato il diventare di allora, ma il noi e l’ essere sono rimasti e con essi la voglia di cambiare. Mi chiedo quanto siamo stati utili alle  nostre vite, alle nostre felicità, e quanto a quelle degli altri. Insomma quanto siamo cresciuti tutti assieme e quanto stiamo meglio. Allora sembrava naturale che i figli potessero avere più desideri dei padri, che ciò che a loro non era stato possibile, si potesse diversamente realizzare. E  ognuno aggiungeva a sé, ma anche ad altri, il nuovo. Certo esistevano le stesse invidie , favoritismi, incapacità glorificate in immeritate posizioni. Ma ci faceva ribrezzo e non volevamo assomigliare a quel familismo che pensava al singolo, che toglieva e diventava ingiustizia da combattere. Eppure assieme al rivoltarsi c’erano attese semplici e conformismi, eravamo la coda staccata della lucertola del romanticismo. Forse era questa vitalità indomabile che spingeva a un diverso comune, al cambiare radicale che i padri non capivano, ma che non li eliminava del tutto e non lo sapevano. Nessuno uccideva i padri e però mettevamo assieme la mediocrità e il sublime che sempre accompagna gli uomini con quel noi che c’è ogni crescita comune, gloriosa di piccole cose e cambiamento.  Oggi ho l’ impressione di un noi frantumato, di una Magna carta fatta coriandoli e gettata al vento. Cos’ è rimasto di tutto questo? E senza voler invadere chi è venuto dopo, c’è ancora la smania di capire dove siamo, in quale mare nuotiamo ed esiste ancora, la più grande cosa, che oltre all’ amicizia, ci siamo scambiati allora: vogliamo ancora capire il mondo per quanto possibile e diventare in esso, magari, a volte, felici?

con fusione

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Le parole sono liquidi insufficienti, si plasmano all’interno di contenitori oppure si spandono. Dilagano inghiottite da tutti i ricettacoli che le portano altrove. E si sporcano. Possono essere gettate in avanti, in faccia, trattenute, le parole. Possono essere comprese in silenzi, espresse dalle mani, dagli occhi, dal muoversi del corpo. Quando esse diventano segno, attribuiamo loro un compito immane, ovvero quello di suscitare emozioni, trasmettere concetti, essere verità. In quel momento diventano parziali, insufficienti e reticenti, quasi sempre falsificanti. Non sempre accade, però le parole e i segni prendono la mano. Si deve finire un discorso, la sintassi ha una sua condizione costrittiva, i lemmi a disposizione hanno più significati che verranno corretti e precisati da ciò che precede e segue. E l’intuizione fa i conti con la verità della forma, sottrae energia alla sostanza per descrivere, suscitare, convincere. Un bacio è molto più esplicito e coinvolgente del dirlo, ma se devo descrivere un bacio, se voglio virtualmente darlo, o c’è un patto del silenzio tra chi lo riceve con me, un sentire così comune che non ha bisogno di parole, oppure devo circostanziare. Per questo i baci bisognerebbe darli più spesso di quanto si raccontino. E così la tenerezza, l’amore, il bene. E lo stesso vale per le parti oscure delle emozioni, per la collera, il disprezzo, l’indignazione, l’ira. Ma mentre il sentire e l’intuito sono emendabili e transitori, le parole restano, scavano, diventano atemporali. Riferiscono di un momento o di un tempo in cui avevano quella forza che si è tentato di descrivere, ed è il loro ossificarsi, diventare sasso. La parola scritta non fa eccezione e solo il vorticare, la marea del dire, diluisce il liquido, ne toglie il profumo. Come a dire che a parlare e scrivere poco, non molti riescono e se dicono una verità nel suo farsi ed evolvere, allora bisognerebbe ascoltarli con attenzione, perché sotto ogni parola, ogni gesto, ce ne saranno altri mille contenuti e pronti ad essere dati. E il con fondere diviene un fondersi assieme. 

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oznor

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Di trame di foglie radiografate dal sole, di vuoti e pieni di terra, di reti misteriose e sotterranee, di Karl Kraus e dei suoi detti e contradetti, di mescolanza tra blut und boden che infetta e fa morire, di rigurgiti di razze inesistenti, di sovranismi e identità coagulate in squadre di calcio, di molto io e poco noi, di buddisti inventati e di cristiani ateizzati, di atei convinti e di spiritualisti increduli, di evidenze tragiche, di democrazie tronfie, di prassi prigioniere, di libertà inenarrabili, di desideri sconclusi, di sublimazioni per mancato coraggio, di adattamenti per impotenza, di porcherie evidenti e di sottaciute convenienze, di cinismi di comodo, di spiriti stanchi, di pillole per non vedere e non sentire, di foto di mici, di cani, di cose, di umani consenzienti, di privacy presunte e di nudità esibite, di dolori apparenti, di sofferenze nascoste, di indifferenze protratte, di redenzioni egoiste, di erotismi inventati, di amori accennati, di silenzi pieni di parole, di parole piene di silenzi, di ricerche del sé dove non c’è nessuno, di solitudini volute e di speranze infangate, di bandiere che hanno significato e ora non più, di principi che appartenevano a molti cuori, di stagioni della politica, di stagioni che non ci sono più, di un mondo che si sfalda, di braccia ribelli che lo tengono assieme, di estati e di sole sulla pelle, di età, di nudità vere e pudori presunti, di notti agitate, tranquille, rigirate, sognanti, sognate, di giorni senza capo, di code senza notti, di voglie imprecise, di insofferenze vicine, di sentimenti ragionati, di scelte dovute, di attese tranquille, ansiose, disperate, di viltà proiettate, di tensioni sbagliate, di verità cercate, di verità possedute, di verità esibite, di colpe subite, di innocenze presunte, di omissioni ripetute, di riconoscimenti sbagliati, di felicità trattenute, dilaganti e traboccate, di parole senza senso apparente, di tempi coincisi, di sorrisi immotivati, di anticipazioni posticipate, di intuiti inascoltati, di voglia di non fare, di cerchi che non si chiudono, di rapporti geometrici, di politiche del meno peggio, di soluzioni che non risolvono, di politica necessaria, di politica respingente, di noi annegati nello stagno dell’io, di singolarità conculcate, di calamità naturali provocate dall’uomo, di generosità senza motivo, di misericordie negate, di persone isolate, di invisibili creati, di poveri impoveriti, di ricchi sfondati, di dignità calpestate, di ridicole gioventù protratte, di responsabilità negate, di folle che non hanno un luogo, di luoghi che non sono una meta e di molto altro. Perché non finisce, no, non finisce.

l’anima è un muscolo?

Chissà se l’anima è un muscolo ed ha anch’essa le sue contratture, il bisogno d’essere curata per non zoppicare.

Chissà se l’anima è un muscolo che ha palestre sconosciute e solitarie, che pratica attrezzi quali l’introspezione e il discernere, ma anche la misericordia e il raziocinio.

Chissà se l’anima è un muscolo che si distende per abbracciare tutto ciò che gli occhi possono contenere e il cuore sentire, ma anche rifiuta ciò che non le appartiene. Si divincola e respinge e quando è costretta, intristendo deperisce. 

Chissà se l’anima è  muscolo che a volte trova il pudore di stendersi e finire tranquillamente una lettura che ha mosso pensieri, provocato emozioni, cambiato quello che pareva. 

Chissà se l’anima è un muscolo che capisce attraverso il suo sangue che scorre e dove prima c’era il sonno della certezza, lascia che ora viva il piacere d’una nuova percezione. 

Chissà se l’anima è un muscolo e quello che a volte mostra è la dolenzia che chiede aiuto. Nasconde la sua fatica e magari confonde le acque, fa la spavalda mentre vorrebbe farsi compatire.

E quando sembrerà additare e sorridere, magari è un artificio, una scorciatoia che si trasformerà in altro che sempre vorrebbe essere compreso.

Allora se l’anima è un muscolo, chissà quante volte si chiederà se può scrivere mi piace a un’altra anima che dice la sua pena.  

 

 

vuoi un kleenex ? ovvero pensieri contorti tra il 29 e il 30 settembre

Le si era rotta la macchina e Louise aveva appena fatto più di 2 km a piedi a 13 gradi sotto zero. Arrivata a casa, suo marito Tiny, stava armeggiando con una stufa rubata e non la guardò neppure.

Lui non si era nemmeno preoccupato di quanto erano freddi i piedi e le mani di Louise.

Lei, aveva acceso il forno, cercando di cacciare il gelo che le toglieva ogni sensibilità e con il calore i tessuti cominciarono a far male. Piangeva sommessamente.

” Vuoi un Kleenex?” aveva domandato Tiny.

Voglio la separazione” aveva risposto lei. 

(Tom Drury, La fine dei vandalismi, NNE)

Poi il libro continua ed è un bel leggere che consiglio. Mi soffermo sulla disattenzione che è incompatibile con l’amore, con lo stare assieme, con l’avere davvero qualcosa da dirsi.

Divago da queste parole che sono l’esame di qualsiasi vivere comune: avere qualcosa da dirsi, implica attenzione, lettura sbagliata o giusta del pensiero, preoccupazione, affetto. Sono affetto da te, si dovrebbe dire, non sono innamorato di te (e di me). Sono affetto dalla necessità del tuo benessere, dai tuoi errori che non vedo e dalle qualità che solo io scorgo. Ma questo muta, si diluisce e diventa altro se manca una educazione ai sentimenti, e non importa sia raffinata, basta che l’attenzione ci sia e il bene dura. Comunque vada la vita. Per questo dovremmo pensare e dire: ti vedrò sempre, non diventerai mai invisibile per me. In fondo un poca di attenzione è naturale, è cortesia, l’altra attenzione che si aggiunge è quel progressivo dare splendore a ciò che conta. Se non mi vedi, non conto nulla per te. Magari non è vero ma nella grammatica dei sentimenti, vedere l’altro è indispensabile e solo l’essere visti fa cadere il pudore, altrimenti non ci si mostra, si chiude pian piano la confidenza ( con fidare, significa credere nell’altro) e resta la forma, il corpo, finché dura ed è interessante.

Siccome sono contorto, divagante e âgé, finendo il libro e guardando il calendario, ho pensato a 29 settembre di Battisti Mogol, la più famosa canzone del ’67. Cantata innumerevoli volte, maestra di comportamento per una generazione, col suo racconto di un tradimento light. In fondo la tentazione del nascondersi la presenza dell’altro è in agguato ( seduto in quel caffè, io non pensavo a te), ma non è questo che conta, sono invece le parole recitate da una sola parte a essere sbagliate. Parole che pur con tutti gli stereotipi di quegli anni non sono diverse adesso: l’uomo che prima si smarrisce (di colpo lei sorrise), che percorre immemore l’avventura, ma poi  si sveglia, soffre e infine sceglie la sicurezza dell’amore consolidato. Storie come tante, ma allora nessuno si chiese che fine avesse fatto la ragazza del sorriso. E infatti scomparve, divenuta trasparente. E neppure adesso lo si chiede troppo. In una educazione sentimentale invece, la trasparenza non è ammessa perché la trasparenza è dilagante e muta in ipocrisia e se rinserra le domande in una certezza di scelta, non le risolve. Nella disattenzione non è importante solo il fatto che fa diventare cosa un’altra persona ma l’accadimento, il risveglio e il pensare a te dopo. Cosa cambia in un’autoassoluzione che evita le domande? Nulla, riaccadrà.  Se quella canzone divenne famosa era perché parlava di ciò che accadeva -e accade davvero- e lisciava il pelo nella moralità della scelta. Non si poteva pretendere troppo da una generazione che cominciava appena a parlare di sesso, ma non ancora della persona. Si sarebbe dovuto iniziare ad approfondire se l’amore era avere qualcosa di profondo da dirsi, e non il possesso dell’altro e quando il sentimento finiva cosa accadeva. Invece come per Tiny si cominciava dalle lacrime e dal vuoi un Kleenex, mentre era il corpo che si stava gelando per disattenzione.

Mi piaceva molto 29 settembre cantata dall’Equipe 84, perché diceva che se si sbaglia non casca il mondo, però mancava un passaggio ed era: purché si veda l’altro.