Twoo mi comunica che mi sono persa una Alessandra da Scorzè. Con periodicità quotidiana mi rimprovera il signor Twoo che mi perdo persone. Sempre donne, con una serie di Marie, Sabrine, Jessiche, Anne, Giovanne, ecc. ecc. Non passa giorno che non me ne perda qualcuna, tanto che sono ormai seriamente preoccupato per la mia memoria, chissà dove le metto… Ma torniamo ad Alessandra, forse l’ho lasciata e non me ne sono accorto perché non mi pare di conoscerla. Da queste parti si dice, memori delle carestie, che ogni lasciata è persa e quindi si sta bene attenti… Ma forse l’ho proprio persa e se vale la dimostrazione al contrario, cioè che ogni persa è lasciata, l’ho lasciata prima di conoscerla. Questo induce non poche speculazioni sulla vita e sui filtri che le mettiamo: quelli che non conosciamo li perdiamo più o meno coscientemente ? E al contrario dovremmo conoscere tutti? Questo sarebbe leggermente faticoso, ma forse è questo che sott’intende Twoo? Cioè che invece di perderle le devo conoscere tutte? Oppure mi dice che l’ho conosciuta e me la sono persa? Preferisco pensare che sia una mia disattenzione e che non l’ho proprio conosciuta e magari era in mezzo alla folla del 25 aprile e io me ne sono andato senza salutare. O che l’ho incontrata per il corso a Padova e come al solito ero perso nelle mie elucubrazioni e non l’ho vista. Oppure che lei fosse a Venezia quando mi sono fermato alle zattere a guardare un palazzo che passava in canale, ed era una nave. Comunque sia, mi spiace essere stato scortese con Alessandra, che pure è simpatica e bella.
Anche con Twoo, mi spiace essere scortese, lo disabilito perché non gli ho chiesto niente e continua ad offrirmi un campionario di persone che non conosco e neppure ho voglia di conoscere. Si trova ciò che si cerca, così mi hanno insegnato in analisi qualitativa, e vale pure per la vita. Se non cerco, ciò che arriverà sarà una sorpresa, non un catalogo.
Il proprietario del bar, ieri, si è messo a ridere quando gli ho chiesto, se oggi era aperto.
Festeggio la liberazione, mi ha detto, e pure sabato e domenica, e vado al mare. Ho un gran rispetto della mia libertà e pure della liberazione. E rideva.
Gli ho risposto che quella libertà c’era anche durante il fascismo, anzi …
Non parlavamo della stessa liberazione e neppure della stessa libertà. La sua è di fare quello che il portafoglio gli permette, magari con qualche spericolatezza, difficile a chi vive di stipendio. Bisognerebbe chiedere ai suoi dipendenti se condividono la stessa libertà. Forse è per questo che la politica non gli interessa molto, se non per conservare questa possibilità di agire al limite. Ed è quella che lui chiama libertà economica, e ne vorrebbe tanta perché non gli basta mai: meno vincoli ci sono e più è contento. Le altre libertà, quelle di cui gli parlo, lo riguardano poco, non gli sembrano così preziose, né tangibili per la sua vita. Si vede che lo annoio, ma non è cattivo, neppure ha in spregio la libertà, solo che è al più una parola e si limita ad usare quella che gli serve, lasciando arrugginire le altre libertà e senza pagarne il costo. Come facciamo più o meno tutti, senza chiederci se le libertà si usurano. In realtà è proprio così, le libertà bisogna usarle, esercitarle, come si diceva un tempo, ma questi sono discorsi da professoroni, come ha detto, facendo molto ridere il presidente del consiglio. La velocità, il transitorio, che poi è transeunte, cioè finisce presto, non ha tempo per le libertà vecchie. Quelle di parola, critica, religione, riflessione. Adesso servono libertà veloci, usa e getta, libertà che consentano di non capire dove si va a finire e soprattutto che siano prive di responsabilità. Invece le libertà vecchie sono intrise di responsabilità. Sono le libertà dei padri che pur nate fresche di giornata dopo una notte infinita, si proponevano di dare sapore alla vita, di renderla un noi anziché un predominio dell’io. Oggi ci si cura poco della mancanza di gusto delle libertà, al più si dà colpa alla politica che le ha sciupate disseminandole di scandali. Ma quelle non erano libertà, erano soprusi e noi ce le siamo lasciate sottrarre, sino a dire che in fondo non contavano poi tanto. La libertà ha un sapore e non serve una dittatura per sentirlo, basta chiederci perché stiamo assieme e cosa ci tiene assieme, anche quando siamo soli, e allora si vedrà che quello che toglie libertà attraverso il sopruso, ci riguarda, ci rende meno liberi. Non di andare al mare ma di vivere davvero.
Di tutta questa pietra gialla bisognerebbe saper che farne. Ora non allora. Allora hanno tirato su chiese, palazzi e case, adesso fanno soprammobili intricati, pigne di pietra tenera scavata, lampade di poca luce e grande sensualità, e sperano che oltre a venderle, magari ci sia un buon motivo d’uso. Nelle case ancora s’usano i lastricati e i rivestimenti, segno di pregio e ricchezza. La mobilità sociale, quella degli anni ’60, ha bisogno di riconoscibilità e i nuovi ricchi restaurano di buona voglia. I ricchi d’un tempo, o vivono in città tra cemento armato e palazzi difficili da mantenere oppure non sono più. Nei paesi, anche quelli che si pregiano dell’altisonante titolo di città, il centro storico tra tre o quattro chiese e palazzi annessi, mostra con orgoglio piazze chiare di lastricature in pietre e marmi, olivi piantati come d’alberi d’ornamento, una fontana e non di rado, una colonna che sale per appoggi e volute barocche verso il santo protettore benedicente. Ai lati panchine, vecchi che le occupano sotto il sole, discorsi laterali, di sguincio, a due, a tre. Sono di più di quelli che parlano, ma gli altri ascoltano zitti. Far compagnia è anche questo esserci ascoltando.
Appena fuori delle vie del centro, dei negozi addossati e fitti, delle motorette, delle auto parcheggiate su entrambi i lati, la campagna spunta e preme. E’ rigogliosa e ordinata, con oliveti tenuti come giardino di casa, piccoli orti, alberi ovunque. Questa parte della Puglia è il regno dell’albero. Dopo le piane sterminate del tavoliere, qui gli alberi sono identità. C’è l’ arcaico dell’ulivo, ma non è solo questo l’ albero perché i lecci, le querce, gli agrumi, insieme a specie che altrove sono piccoli arbusti qui divengono signori del territorio. La città è il luogo dei contadini, degli artigiani, dei commercianti, ma tutti questi dipendevano – e ancora nella testa sembrano dipendere- dalla campagna e dal coltivare. Anche i signori hanno i palazzi in città, ma c’è una masseria dove curano gli interessi di campagna, perché la terra non tradisce. In città avvengono le cose, si dice, si parla, ci si mostra, insomma accade il tempo, ma fuori c’è il tempo vero, quello che conta e non muta. La campagna preme sulla città, sui paesi, rivendica il diritto di primazia sul territorio. Le strade più antiche sono i confini dei poderi, l’ accesso a questi. E a questo servivano non per andare chissà dove. Diversi dolmen tra tracce di fondazioni, testimoniano la presenza prima dei greci, una linea retta da Muro Leccese arriva a Melendugno, 21 km di dolmen che ritmavano agglomerati e piccole comunità lungo un asse. E’ bello pensare che lo spirito riposi sull’asse e che il mondo gli ruoti attorno, ed egli, forte del suo equilibrio divino, lo veda, lo osservi con l’occhio che fa propria la realtà, che la raccoglie in sé come dono, ma se ne distacca e la ordina e la domina. Del resto qui la realtà ha avuto ciclicità talmente stabili da poter generare riti che diventavano sostanza del vivere e attesa. Nulla più della cura dei campi è vita, previsione, attesa e accadere. Nel lavoro della terra c’è certezza anche quando irrompe l’eccezionale e speranza che l’ordine verrà ristabilito. Stagioni per amori, piaceri, fatiche, nascite, crescita e poi di nuovo, ripetendo ciò che non si può ripetere eguale. In questo il cielo è specchio di ciò che accade nel microcosmo umano e lo ridimensiona, lo rende relativo, accettabile, lo apre ad una infinita nascita e quindi ad una infinità speranza. Così anche cavare una pietra gialla di sole, che s’imbeve d’acqua e asciuga in fretta, è mettere radici nel cielo, come le piante che trovano il loro luogo e lo uniformano a sé. Così immagino il restare in questi luoghi di bellezza, cavare e l’allineare sapiente come lo stabilire un legame solido con il terreno, non la violenza del cemento, ma l’unire pietra a pietra, nella terra, là dove tutto si ripete e mai è eguale.
Molti sabati e pasque li ho passati al mare. Di alcuni ho un ricordo particolare che come tutti i ricordi è più impressione che fatto, di altri mi è rimasta la sensazione che avrei preferito essere altrove. Superata l’età in cui la pasqua aveva un significato particolare, specifico dal punto di vista religioso e quindi di per se stessa fonte di pensieri direzionati, restava una sensazione di festa particolare, però con una libertà del pensiero e quindi dell’andare, Ancora oggi faccio fatica a considerare la fede altrui come un fatto da antropologia culturale e quindi mi trattengo nel violare le intimità, i riti più ostentati, fermandomi alla soglia e facendo un passo indietro. Dove inizia ciò che per altri è importante, come non rispettarlo. Ma non rispettano me e m’ infastidisce ricevere messaggi religiosi, citazioni di telefoniche di salmi da persone, che ti hanno messo in una mailing list perché in qualche modo sei stato importante a loro, allora questo fenomeno semplicemente religioso consumistico non c’era e in molte pasque, non c’era neppure il dato umano delle piazze davanti alle chiese gremite di persone auguranti, le mie, semplicemente si svolgevano al mare dove mio suocero aveva un villaggio. Arrivavano i villeggianti estivi a prenotare ed io che c’entravo abbastanza poco, mi godevo il mare fuori stagione.
La spiaggia era ancora ingombra di alberi e di residui della civiltà di pianura. Cercando con attenzione si potevano immaginare luoghi e fatti d’origine dei resti. Qualche moria di polli, una buriana di novembre, un nuovo detersivo dentro contenitori in plastica dal colore inusuale, molti frammenti di giocattoli, dalle teste di bambole ai pezzi di ufo robot segno che natale aveva fatto felicemente il suo corso. C’era un pranzo particolare, molte chiacchiere, di quelle che non affondano perché non sta bene, parecchio vino e caffè. Così arrivava il pomeriggio e la sensazione di una giornata strana che sarebbe stata riscattata dal lunedì con qualche scampagnata per argini. Se il tempo teneva. Lì, a pasqua, era il mare il gran protagonista, con il suo aspirare pensieri, isolare le persone in sé e lì si giocava la partita dell’utile e dell’inutile: avevo perso tempo, ero contento, l’avevo fatto per forza? Di tutto un po’ ma ciò che emergeva era la capacità del mare di riportarti a te. Questa era la solitudine del mare e devo dire che appoggiato a qualche capanna appena costruita, riparato dal vento e con il primo sole tiepido, tutto questo mi pareva una dimensione bella e positiva, che magari non c’entrava nulla con il giorno e la ricorrenza, ma apriva una alternativa alle abitudini, alle feste obbligate, alle giornate che celebrano qualcosa e passano lasciando un senso di vuoto senza nome. Cos’è successo davvero? E adesso? No, questo riportarmi a cose che io solo sentivo era un passo avanti, un senso per me. Poi sarebbe arrivata la sera e il ritorno, ma quell’angolo era mio, solo mio.
Bisognerebbe parlare solo di ciò che si conosce. Ciò che si sente è un’area grigia dove la logica si perde. A maggior ragione ciò si capisce nella sfera del religioso e del credere. E chi non crede che fa, viene espulso dall’umano? Pur tra i tanti fondamentalismi, il poter esprimere l’onestà del sentire e non la convenienza, ha la possibilità di una carica di verità che fa onore alla civiltà. La civiltà del dubbio e del relativo ammette, quella delle certezze, esclude. Vale anche per i nuovi teismi, per le fedi scientiste, per la sopravvalutazione del reale, inteso come unico. Ripensando al racconto evangelico dell’ultima cena mi chiedevo se la storia comprendesse una inclusione, una apertura oppure se già ci fosse la differenziazione tra un noi e un voi. Non è cosa da poco perché ci si è messi 2000 anni per arrivare alla distinzione tra errante ed errore nella chiesa cattolica, ma non era questa che m’importava, mi chiedevo se la storia così come narrata e privata dell’alone dell’assoluto e del divino, contenesse un messaggio così universale da essere questo sì fondamentale e tolto dal tempo. Il prima della narrazione del Cristo è fatto di inclusioni, il discrimine è il credere come termine della salvazione, l’accoglienza del messaggio umano, comportamentale. Questo è ben più difficile del credere divino perché induce una prassi di vita e di relazione. E’ ben più facile credere alla salvazione piuttosto che praticarla con i gesti quotidiani. Più facile credere in un dio che salva piuttosto che nell’uomo. La storia dell’ultima cena viene letta conoscendone già la fine, ma io voglio pensare che se essa ci fu non fosse così triste, che ci fosse la convivialità e l’amicizia come dato prevalente e che solo il Cristo sentisse il peso della possibilità di una fine. Una fine che l’aveva seguito per tutta la predicazione, che l’aveva accompagnato nella rottura delle consuetudini, nell’inclusione dei pubblicani, delle prostitute e dei peccatori, Era questo lo scandalo per l’ortodossia. Scandalo che si riproduce tal quale nell’ortodossia della nuova chiesa, quella generata da un messaggio che dovrebbe essere inclusivo, badare all’uomo ed invece punta a dio, alla sua difesa dal dubbio, dalla ragione, dallo stesso uomo. Come se la divinità fosse più importante dell’uomo stesso. Ma è questo che diceva il Cristo? La condivisione è comunicazione profonda, amore e questo segue l’uomo che ama e condivide secondo possibilità ed errore. La possibilità di amare è per sempre, amore è momento, condivisione profonda, scelta che si ripete, non per forza ma per libertà. Mi piace pensare che quella sera ci fosse il rito, l’allegria inconsapevole dei discepoli, la preoccupazione del Cristo e anche il suo vivere assieme a loro. Ciò che viene dopo riguarda ancora di più l’uomo: l’angoscia, la tortura, il supplizio, la morte, sono gli elementi di una storia ripetuta infinite volte e che ancora si ripete. Qui mi fermo perché il passaggio successivo esige convinzioni ed analisi che non ho, in fondo a me interessa l’umanità che esprime il messaggio cristiano non il dogma, ed è lo stesso interesse che emana da altri messaggi che riguardano l’uomo. Neppure mi interessa il sincretismo tra religioni, è la storia di una positività di pensiero umano che riguarda la comunicazione profonda e l’amore che m’interessa perché questa agisce sul reale, sul presente e non ha bisogno di credere ma di essere profondamente umani.
Mica sono scemo avevo visto che non era andata bene, che il lavoro non aveva raggiunti gli obbiettivi, nonostante le ampie rassicurazioni ottenute, i presupposti positivi. L’avevo pure scritto nella relazione conclusiva, mettendo le ragioni per cui ciò non era avvenuto, le nuove azioni da effettuare. Non si è mai approfondito. Ma bastava parlarsi, dire che non si continuava, e lì sarebbe tranquillamente finita. Invece si è chiuso con una raccomandata. Certo necessaria, c’era un contratto, però annunciarla, dirselo sarebbe stato più bello. Si avverte quando le cose non procedono, sono le telefonate, le mail senza risposta, le riunioni rinviate indefinitamente, le attese che non concludono. Poi tutto si conclude comunque, ma non c’è stato un vero chiarimento e un tempo utile ad altro, s’è perduto inutilmente.
È così in ogni relazione che finisce. Quando si capisce che non c’è futuro basterebbe dire le cose come stanno, invece di lasciare che sia l’impersonale, la burocrazia dell’anima a chiudere. Sembra esista una pusillanimità dei buoni rapporti che porta a procrastinare ciò che si è deciso. E anche un togliersi il disagio o addirittura la colpa. Di che, di cosa? Se dispiace, si condivide. Capisco che è difficile, ma questo degrada una possibilità di ulteriore comunicazione, non aiuta a trasformare il rapporto. Sarei tentato di dire che preclude un bene diverso, anche se ciò che ha fatto scattare le considerazioni è lavoro. Solo che per me è difficile non metterci emotività.
Non è tutto uguale, l’amicizia passa anche attraverso la condivisione delle difficoltà e il dire che non si può più.
Le camere d’albergo si assomigliano tutte. Anche quelle a cinque stelle. E’ l’odore che non va via. Odorano di moquette anche se non c’è. Ma forse è solo stanchezza. Nella stanza del solista non mancano mai i fiori, all’inizio coprono l’odore, ma poi quando si è stesi si sente. Dev’essere l’odore di non avere un luogo. Un luogo vero, non la casa. La casa c’è. Bella. Ricordo la casa di Rostropovich a Mosca, era un intero palazzo, comprato un pezzo alla volta e riempito di ricordi e di desideri avverati. Però, forse è stata più casa sua quel concerto ai piedi del muro di Berlino appena abbattuto, con i ragazzi e la speranza attorno.
E’ difficile da capire, ma quando inizia un concerto, in una sala ci sono centinaia di persone, spesso ben più di mille. Sono sedute a fianco le une alle altre. A volte si conoscono, a volte sono stati messi assieme dal caso. Ogni testa pensa per suo conto, ha problemi, vita e desideri suoi. C’è l’attesa del concerto, spesso si parla perché non si sa stare in silenzio, comunque il brusio, le risate, gli stessi silenzi, attendono e intanto pensano ad altro. Poi quando arriva il solista, c’è l’applauso liberatore. Chissà che significa quell’applauso, forse è il benvenuto, la spinta di incoraggiamento, l’espressione dell’attesa. E quando inizia il concerto, c’è il silenzio, ma l’attenzione non è immediata. Quelli bravi, solisti intendo, catturano subito l’attenzione, gli altri fanno fatica. Per un poco ci sono i pensieri personali e non c’è estraniamento di chi ascolta. Accade anche quando c’è un buon oratore, ma con la musica è più difficile, perché la musica lascia pensare. Il solista lo sa e quando inizia deve isolarsi, pensare a sé e alla musica, non a chi ascolta. E’ una questione sua, per questo il palcoscenico può diventare una casa, un qualsiasi luogo in cui si suona, può essere una casa, ma non quella stanza d’albergo. Quello è il ricettacolo dell’ego ipertrofico, dei dubbi che ci sono, prima e dopo ogni prova, della stanchezza, dei mali veri o immaginari, del tempo dopo l’esaltazione, della sconfitta, della gloria di chi ha ascoltato. Ma non è una casa.
Questa sera Radu Lupu ha suonato Schubert e Schumann, ha stupito e attratto, ha riempito di vita propria le note di due secoli fa, ha aperto squarci nelle convinzioni, ha messo in discussione punti di riferimento. E’ stato grande. Aveva male alla schiena e si vedeva. Camminava con lo stomaco in avanti e non si piegava, chissà quanto di quel dolore è finito nelle sue mani e si è trasformato in un nuovo modo di vedere la sonata in fa maggiore, oppure i Kinderszenen. C’erano scoppi di note e pianissimi. Non li ricordavo così, ero abituato all’interpretazione morbida e romantica. Poi mi è parso che questa fosse l’interpretazione romantica e le altre un po’ slavate. La testa si è svuotata ed io, assieme a moltissimi credo, abbiamo lasciato che la musica ci prendesse. C’erano i soliti colpi di tosse, i piccoli rumori che in un concerto non mancano mai, come se la musica tirasse fuori anche il disagio, il male che c’è dentro. Accade sempre quando c’è silenzio e nella vita convulsa che facciamo molto meno, significherà pure qualcosa.
Ho pensato che il solista è un grande artigiano prima che un artista, che il suo lavoro è il risultato di una fila interminabile di errori tolti dal risultato. E che quegli errori non generano il giusto, l’assoluto, il definitivo, ma che il risultato diventa a sua volta un punto da cui partire. E’ più facile con le parole, si tolgono o si gonfiano di aggettivi e alla fine qualcosa avrà una forma che sembra perfetta, ma le note sono quelle. E’ possibile agire sulla durata, sui tempi, ma alla fine non lasciano scappar via, sono un confronto perenne. E’ la loro forza e ciò che fa la differenza tra i grandi e i mediocri esecutori. Stasera anche se è stato davvero grande, avrei preferito che non applaudissero subito, in fondo il solista aveva fatto una fatica enorme per arrivare ad un punto, a un silenzio. Ecco avrei preferito si fosse rispettato di più quel silenzio. E che lui lo avesse portato con sé, in quella camera dove dormirà, come un segno, non di gloria, ma di condivisione profonda, e che pensandoci, stanotte, non ci fosse per lui quell’odore di albergo, ma quello di casa.