La vogliamo quando parliamo, quando siamo in compagnia con gli amici o con gli estranei. La vogliamo facendo all’amore e quando ci arrabbiamo. La vogliamo persino quando siamo soli e non per prenderci sul serio, ma per essere unici. Quali noi siamo. Di tutte queste affermazioni di noi, del bisogno che abbiamo sin da quando abbiamo pensato di essere indipendenti. Sin dal momento in cui ci siamo distaccati, non dall’amore che ci avvolgeva, ma dalla sua dipendenza. L’abbiamo sperimentata, per poi tornare le prime volte piangenti e poi man mano più sicuri e spacconi. E abbiamo sempre pensato, anche da disperati, che comunque l’amore non se ne va. L’abbiamo imparato allora, già in mezzo alla paura di perderlo, l’abbiamo trasposto in ogni amore successivo. Abbiamo sentito che come uno specchio si poteva infrangere, perdere la sua forma perfetta eppure continuare a rifletterci in mille immagini parziali. Ma non era quello che volevamo. Una voglia d’assoluto, di cose che restano. Per questo in ogni situazione che ci coinvolge vogliamo, vorremmo, ci serve, la necessaria attenzione Per esserci all’altro, per stabilire che in una forma spuria di bene, noi siamo accolti e tenuti. Questo in fondo sempre vorremmo, essere riconosciuti, tenuti per ciò che siamo, mai ignorati.
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il migliore dei mondi possibili
Non interesserà poi molto quello che sto per dire, ma oggi un articolo su Repubblica avvalorava qualche mia intuizione (si intuisce ciò che non ha una base ragionata di dati) e i timori conseguenti sulla formazione di nuovi regimi illiberali e non democratici in occidente. Orban, il leader democraticamente eletto in Ungheria, e che in forza del consenso sta sopprimendo non poche libertà di dissenso, dice che il benessere degli Stati (e naturalmente sott’intende che questo coincida con quello dei cittadini) prescinde dalla democrazia liberale. Per cui ci possono essere governi illiberali, non democratici, financo non eletti, purché perseguano il benessere dello stato. L’Ungheria è un paese dell’Unione Europea e solo il calcolo politico e la debolezza politica dell’idea di Europa, hanno permesso che fossero più importanti l’euro e i parametri economici per far parte dell’Unione rispetto alla precondizione del rispetto dei diritti individuali e collettivi. Questo comporta che si possano dire e praticare teorie illiberali in Europa senza che vi sia alcuna sanzione e reprimenda. La democrazia non è un sistema perfetto, anzi il connubio democrazia/capitalismo ha elementi forti di perversione, ma da questo dire che si vive meglio in India o in Cina o in Turchia, ne passa. Di certo le democrazie capitalistiche non hanno risolto i problemi dei conflitti regionali negli ultimi 20 anni, spesso li hanno alimentati, ma la democrazia consente ai cittadini non solo di parlare e di dire ciò che pensano, ma di tramutarlo in indirizzo di governo. E la democrazia funziona come meccanismo che evolve il sistema anche quando le idee positive non sono maggioritarie, agendo con il controllo e con la proposta, per cui chi è minoranza può influire sulle decisioni. Per questo i segnali centralisti e forieri di poteri forti che ci sono in Europa e anche in Italia, sono gravi in quanto tolgono la possibilità che idee giuste possano farsi strada. Il fatto è che in questi anni, i governanti, i filosofi politici, gli economisti, non hanno ragionato molto sui limiti e sull’evoluzione necessaria per la democrazia, ma si sono crogiolati nei loro angoli di potere ben remunerato pensando che questo comunque fosse il migliore dei mondi possibili. Il problema è che hanno convinto anche i cittadini (parola bellissima che evoca responsabilità, coscienza e forza), che così si sono disinteressati dando per scontato che crescita economica e welfare fossero assiomi della politica e che la crescita economica fosse direttamente correlata all’esercizio dei diritti individuali e collettivi. Siccome non è così e Orban che comunista non è, indica in alcuni paesi l’esempio per cui le cose possono andar bene per i cittadini senza tanti orpelli democratici ( nei suoi esempi ci sono la Russia, la Turchia, l’Egitto, la Cina, ecc.) forse sarebbe bene che cominciassimo a preoccuparci. E preoccuparci significa capire ciò che accade ed agire di conseguenza. Se le cose hanno una storia, basti ricordare che Hitler fu eletto democraticamente, che Mussolini usò la maggioranza per modificare la legge elettorale e togliere, di fatto, il voto. Basti ricordare che le ragioni di rifiuto della democrazia di allora non erano dissimili da quelle odierne e che attraverso un benessere presunto si ignorò tutto quello che era contro i diritti individuali, non solo in Germania e in Italia, e le conseguenze furono immani.
romanticismo di ritorno
Dopo la grande ubriacatura delle immagini, il progressivo analfabetismo che rendeva la parola scritta residuale rispetto al linguaggio verbale, personale e asintattico, da qualche anno la scrittura ha ripreso il sopravvento. Milioni di sms, di post, di twitt, ogni ora, in un ciarlare continuo, che percorre il mondo e chi ci sta a fianco. E all’interno di questo immenso dire mi sembra che la scrittura stia diventando una grande autoanalisi di massa. Niente di nuovo, il romanticismo aveva esaltato la parola come elemento che spiegava e rendeva rinnovatore il gesto. E così faceva emergere l’uomo e lo rendeva protagonista della storia. La letteratura in fondo è sempre stata una grande terapia che quasi mai guariva, ma che induceva guarigioni nei simili. Ora, grazie alla rete, la rappresentazione di sé è uno specchio continuo raccontato, un farsi che attende verifiche. Il mi piace è la ricerca di approvazione e anche il commento (seppure già indice di una comunicazione virtuale) lo è. Forse questo è il limite terapeutico della scrittura pubblicata sui blog, cioè il fatto che si fermi ad una impressione. Come un guardarsi allo specchio e non vedersi oltre il primo sguardo.
La scrittura come terapia e bisogno dovrebbe anzitutto essere rivolta a sé, andare verso un chiarirsi. Se scrivo per qualcuno ho l’obbligo della chiarezza, se lo faccio per me aspiro a una chiarezza diversa, ovvero non fermarmi alla superficie. Per questo restano i diari, le forme private di autoanalisi, quello che è chiaro è che se scrivo su un blog, dovrò trovare una forma intermedia che mi consenta di essere esplicito quanto basta e al tempo stesso consentirmi di riflettere, di scavare in me. Per farlo si usano tutti i mezzi che consentono una condivisione, la parola scritta in forma di prosa o di poesia, la fotografia, la musica, l’elaborazione grafica, il video, il collage. Quello che si sott’intende è un mostrarsi che viene regolato, chi in maniera evidente, chi in forma più criptica, ciò che in fondo differenzia è il mezzo non il fine. E il mostrarsi è molto romantico nell’affermazione di sé come paradigma. Perché questa possibilità abbia preso così tanto e in così poco tempo, dimostra che essa risponde ad un bisogno, ovvero quello di essere e trovare propri simili. E’ in fondo strano che nell’era dell’anomia, dell’incomunicabilità, quando si è usciti dal riserbo che l’educazione imponeva ai sani, ché il mostrarsi senza ritegno era peculiare per chi non aveva freni, ovvero i folli, emerga una sorta di antidoto che consente una comunicazione mediata. Come ci fosse una zona protetta, molto simile al reale, ma senza le stesse regole. E in fondo quello che si è creato con la rete è una doppia realtà, quella comunicativa tra sensibili e l’altra, fattuale, più mascherata, ordinaria e piena di banalità. Il reale è banale e il virtuale è interessante e l’entrare e l’uscire dall’uno e dall’altro è una nuova abilità mentale. Non una schizofrenia, ma il coesistere di più piani poco interagenti. Non siamo più espliciti su di noi al bar, non facciamo discorsi troppo personali se non in cerchie ristrette eppure sui blog si raccontano disperazioni, difficoltà, analisi spietate, fatti che non sono così evidenti a chi ci è vicino se non vengono esplicitati. E’ emerso un gigantesco bisogno di comunicazione e di condivisione che era tenuto a freno ed ora si fa strada nel reale. La ricerca dell’affinità, il bisogno di non essere soli sono sintomi della solitudine del mondo, e non sono terapia, ma consolazione. Poi sono i fatti che si incaricano di verificare la nostra adeguatezza e l’attitudine alla felicità. La dittatura dei fatti, però, forse viene in parte modificata dalle piccole sicurezze dell’autocoscienza, di sicuro si sta creando del nuovo che riscrive delle regole. E al solito la norma prende atto di ciò che avviene, non lo precede. Questo fa sperare che si sia messo in moto qualcosa che farà bene, che metterà più in luce i sentimenti e il sentire. Forse è per questo che sento la rete come un prodotto del romanticismo che riprende quota nella società. E il romanticismo avrà pur fatto disastri, ma ha dato un senso al vivere che nessuna tecnologia è stata in grado di surrogare.
2 agosto
2 agosto. Bombe a Gaza. Nessuna tregua, interessi inconciliabili. Servirrebbe una azione di forza dell’occidente, della democrazia per imporre la paca. Ma la democrazia non contraddice se stessa, soprattutto se gli interessi economici e di potere non sono evidenti. E’ assurdo pensare che la democrazia violi se stessa in nome della pace, dell’equità, del diritto a vivere dei popoli, dei più deboli tra essi, eppure è così. Da tempo si parla di democrazia mitigata, da tempo essa è operante, senza che nessuno lo affermi apertamente. Quindi lacrime virtuali, ciascuno sta dove è sicuro, il pilastro del valore della vita è una finzione che vale al più vicino a casa. Non inquietiamoci troppo questo è un mondo riservato a chi può goderlo e lasciamo che le paure restino virtuali. Ieri ricordavo il racconto di Brecht su chi veniva cercato e chi si disinteressava, credo che l’abitudine alla pace in casa ci abbia reso più sordi sulla sventura di chi la pace non ce l’ha. Così semplicemente, non c’è ricordo.
2 agosto. Ero a Rovigo, quando sentii per radio la notizia della strage a Bologna. Che fare? Mi chiesi allora. Speravo nella verità e nella sua funzione risanatrice. Così, assieme a molti altri, chiedemmo la verità, ripetutamente, senza stancarci. Chi non ha vissuto quegli anni, non ricorda che c’erano le stragi in Italia. Ripetute. Bologna fu ancora più grave, fu una pugnalata, e generò ancora più paura. Quando andavo a Roma in treno, la notte, nelle gallerie, dovevo forzarmi di dormire, di non pensare, di sperare. Cosa sperare? Che non sarebbe accaduto a me. E non cadere nella voragine della paura. Fare quello che era giusto fare, andare in piazza, fare il proprio lavoro. Poi senza sapere la verità, le stragi scomparvero dalle paure. Non c’è ancora un mandante per quanto successe, ma chi non ha vissuto in quegli anni non sa e non può ricordare e forse non gli interessa più di tanto. Interessa a me e molti altri e questo rende le commemorazioni un fatto di allora, ma dimenticare non fa mai bene, non aiuta lo Stato, né la democrazia.
2 agosto. Il primo grande esodo dell’estate. Bollino rosso. Code chilometriche. Così dicono le notizie, e sono le solite di ogni anno, anche se osservano che non è come gli altri anni. C’è crisi. Qui i villeggianti sono arrivati. Riempiono i bar, i mercatini, le piazzette. Parlano tutti assieme, di cibo, di politica, di sport, di gite, del tempo. Stanotte l’acqua scrosciava dolce sul tetto, sembrava una piccola cascata, ma questa mattina il sole filtrava tra le persiane. Fuori le nubi erano gonfie e bianchissime, su un’altopiano il cielo mutevole fa parte dell’arredo atmosferico. 21 gradi. Quest’anno verrà ricordato a lungo, lo dicono tutti, sto zitto perché so che non sarà così, se ne parlerà il giusto poi basterà un po’ di sole e una nuova estate in cui sperare, per archiviare tutto. Si lamenteranno più a lungo gli albergatori, ma un po’ ci siamo abituati e negli anni in cui la crisi non c’era i prezzi non calavano. Passerà.
2agosto. Una quiete da stagione estiva senza estate e da vacanza. Lettura, passeggiate, scrittura e pensieri. Va in vacanza la testa? Difficile. In altri anni sarei stato altrove, ma rompere le abitudini fa bene. Chi si rassegna alla dittatura del tempo resta prigioniero. E il tempo non fa prigionieri.
chi ha ucciso l’Unità ?
Ieri così titolava il giornale l’Unità, e dopo due pagine di cronaca, le altre erano bianche. Questa mattina, con un vago senso di necrofilia, ho cercato il giornale,ma alle 10 non si trovava più, era esaurito. Molti si saranno affrettati a prendere l’ultimo numero di un giornale che è stato parte della storia del Paese. Comunque la si pensi, dopo i 17 anni di clandestinità durante il fascismo, l’Unità è stato amico o avversario, ma mai indifferente. Su l’Unità si è formata parte non piccola del grande giornalismo politico italiano, e anche nella tradizione del giornalismo d’inchiesta ha avuto grandi meriti. Basti ricordare il Vajont e le mille inchieste scomode e controcorrente degli anni in cui si consumava il sacco urbanistico delle grandi città, nascevano dai problemi i diritti, si lottava per la salute sul lavoro. Era un giornale popolare ai tempi di Togliatti, che pretendeva ci fossero i numeri del lotto e lo sport bene in evidenza, ma è stato anche il veicolo di formazione politica di chi a malapena sapeva leggere. Per questo la chiarezza e la radicalità delle posizioni era necessaria. Poi sono cambiati gli anni, è morto l’approccio ideologico alla politica, le lotte sindacali e i diritti hanno trovato altri interpreti. Negli ultimi anni, il giornale, ha tentato di trovare una mediazione tra le diverse anime del Pd, credo che alla fine non sia stata la strada giusta. Magari sarebbe servita una discussione più radicale, un cercare di capire dov’era finita davvero l’anima radical popolare che aveva animato gli anni delle grandi conquiste sul lavoro e i diritti. Forse lì c’erano davvero le ragioni comuni della sinistra, ma chi può dirlo, altri giornali radicali c’erano e sono sempre stati in difficoltà.
Le difficoltà de l’Unità non sono recenti. Ci sono stati passaggi di mano della proprietà, difficoltà editoriali, eppure la qualità del giornale è sempre stata culturalmente elevata. Ma anche la cultura non ha grande avvenire in un Paese che guarda o alle difficoltà o al profitto. La mirabile sintesi del pensiero “liberale” proposta dall’allora ministro Tremonti, ovvero che con la cultura non si mangia, definisce un’epoca. Anche di cultura politica. Può vivere oggi un giornale di sinistra, di analisi sociale e culturale in Italia? Un giornale che accolga il dissenso come parte di un processo creativo, che veda nell’intelligenza la matrice del futuro, che discuta di politica senza padroni o padrini, che parli un linguaggio semplice e al tempo stesso ponga dei dubbi, che crei la necessità di capire di più? Un giornale siffatto può avere un mercato? Non lo so. Se questo giornale ci fosse mi abbonerei, ma non lo vedo attorno e neppure lo prevedo, perché non c’è un vero interesse per le cose che riguardano politica, cultura, inchieste, approfondimenti, paga molto di più il gossip. Quelle cose di cui parlo costano fatica per chi legge e coraggio per chi scrive, condizioni entrambe difficili per un prodotto commerciale. Così per chi, come me, ha diffuso l’Unità, ha fatto le feste per sostenerlo, l’ha sempre pensato come una parte della propria storia, è un giorno triste. Sono certo che il giornale riprenderà a vivere. Magari dopo il fallimento. Adesso si fallisce più facilmente d’un tempo, per non pagare i conti. Anche la mia generazione nei momenti di tristezza, quando si guarda attorno, pensa di aver fallito e non fa nulla. Cose di reduci, che non hanno più un giornale da esibire. E del resto anch’io lo compravo saltuariamente, più semplice internet oppure Repubblica o il Manifesto. Oggi è andato a ruba con i coccodrilli dei giornali che parlano di perdita, di giorno in cui le idee perdono una voce. Anche gli avversari di sempre lo dicono. E’ curioso che nel momento in cui Renzi ripristina le feste de l’Unità mancherà il soggetto. Forse anche questa è una metafora della politica e nessun fantasma si aggira più per l’Europa. Da domani della testata e del giornale non si sa cosa sarà. Ma io so chi ha ucciso l’Unità: l’indifferenza.
è banale mettere questa canzone, per chi l’ha cantata molto è scontata, per chi non l’ha vissuta è niente. Ma il reducismo è banale, tutto ciò che non ha eredi è banale. E non è una considerazione negativa, ma un tema di riflessione sull’incapacità di trasmettere e quindi di cambiare davvero.
la lettura per l’estate
Cominciava appena dopo il Santo, il tempo sconfinato dell’estate. Era finita la scuola, i verdetti si sarebbero visti a giorni, ma la porta del far nulla operoso era già spalancata. C’erano quartieri della città, anche in centro, che erano un paese. I ragazzi sciamavano assieme. Poco divisi per età, quasi tutti ruotavano attorno al patronato e ai campetti dove si giocava a carte e a calcio. Io abitavo in uno di quelli ed eravamo bravi ragazzi. Anche quelli che eccedevano nelle sciocchezze, lo erano, c’ avrebbe di lì a poco la vita a separarci. Il discrimine era il censo e i 15 anni, chi continuava ad andare a scuola, chi al lavoro, chi stava bene economicamente e chi no, chi cresceva in mezzo alle timidezze dell’età e chi le avrebbe superate d’ un balzo e magari finendo in riformatorio.
In quell’estate che sta cominciando, ho 13 anni da poco. Luglio sembra lontano e settembre in un altro anno, fa molto caldo e si va a nuotare alla Rari Nantes, la sera si esce fino a tardi, i pomeriggi sono un prato infinito di possibilità e di noia. Ho già l’abitudine di leggere assai. Molto Salgari e molta fantascienza. la biblioteca Salani, i classici per ragazzi, che rileggo, i promessi sposi di mio fratello, che mi sembra un bel romanzo, London, Stevenson, Verne, Dumas, Molnar, qualche inglese strappalacrime, insomma una macedonia di parole. Ho amici coetanei e più grandi. Gli amici a quell’età insegnano perché si ha fame di apprendere. E apprendo, quello che mi fa bene e anche altro. Funziona l’emulazione oltre che la competizione. Si prova fino appena oltre il limite del coraggio.
Ho un amico parecchio più grande che mi da lezioni di francese. Studio niente, solo quello che m’interessa. E i “risultati” si vedono. Basterebbe poco, ma a me sembra tanto. Da lui sento che andrà in montagna. I democristiani andavano in montagna, i comunisti al mare. Io andavo al mare, ad agosto, i miei erano comunisti. Mi dice che porterà con sé, due romanzi grossi. Di quelli che si leggono d’estate. Dice proprio così. Fino a quel momento non ho fatto differenze, a me interessano le storie e se durano più a lungo, meglio. Capisco che crescendo, possono cambiare gli usi del tempo: romanzi brevi durante l’anno, lunghi e impegnativi d’estate. Il tempo della lettura per chi fa il suo dovere è nel riposo. Io che il mio dovere non lo faccio proprio, leggo seguendo la voglia. E’ quasi una lezione di morale applicata all’età, il premio ce lo si elargisce dopo aver fatto ciò che si deve. Insomma scopro un controllore interno che prima non mi pareva esistesse. Devo dire che il controllore ha funzionato come voleva, poi, negli anni, forse era guasto. Il mio amico leggerà Il cardinale di Robinson e forse un nuovo libro di Cassola: la ragazza di Bube, oppure il romanzo di quel tedesco comunista: il tamburo di latta di Grass.
Ci sarà da riflettere e discutere. Così dice. Mi piace questa idea che finita l’estate si possa discutere di quello che si è pensato dopo aver letto, ma non è il mio caso. E mi vergogno un poco a dire che leggo gli orrori di omega, il pianeta impossibile, le sirene di Titano, fanteria dello spazio, ecc. ecc. e che mi piacciono pure molto. E così non lo dico. La sua casa è fresca, è dentro un vecchio palazzo. Mi pare che con quel fresco potrei anche uscire di meno, se avessi da leggere. Si potrebbe essere autosufficienti con la fantasia, se si avesse da leggere. Rimugino. Mi piace questa idea dei libri grossi, ma non durerà molto in testa, perché quell’estate è speciale, per il sole, le corse, il mare, i giochi, i pensieri nuovi.
L’estate attende appena fuori. Predomina il caldo e la pelle che si abbronza, i giochi di carte che fanno un po’ adulti, il molto parlare assieme prima dei silenzi dell’adolescenza, il gioco. L’ultima estate bambina prima dei pensieri più ricchi di desideri difficili da maneggiare. Però, da allora, in estate leggo un grosso libro. Li leggo tutto l’anno, ma quello d’estate è quasi un rito, come ci fosse qualcosa che mi riporti ad allora, all’imparare a pensare e poi discutere. Come una spinta in avanti in mezzo all’ozio e al far nulla. Un tempo utile a me. E a chi sennò?
unità di tempo
Ciò che mi sorprende sempre, è come tutto cambi e tutto viva.
Mi piace contenere le mie età. Sapere che c’è il bambino, l’adolescente, il giovane, l’adulto, e che stanno tutti assieme. E’ bello che escano quando gli serve, perché serve a me. Perché dovrei rinunciare a pezzi di me stesso? Le età, il tempo cronologico sono state al servizio di quello che sono ora. Come i miei errori, le piccole conquiste, la costruzione del pensiero di ciò che sono: un pensiero in divenire, che non si arresta, per difetto di limite. Mi comprendo strada facendo, questo è il mio tempo. Riconoscersi, man mano gli anni passano, e questo è davvero importante. Sapere che i ruoli che ci vengono chiesti sono sempre una violenza da addomesticare e averlo capito.
Sembra che la responsabilità si debba per forza insegnare. Credo che ciascuno di noi sia responsabile ad ogni età. Come può, perché gli viene chiesto, ma soprattutto perché c’è una tendenza al bene e il bene non è forse la capacità di vedere ciò che ci sta attorno? Le età convivono, i ricordi sono altra cosa: sono il segno del cambiamento, le mappe del percorso fatto. Ricchi di lacune e modificati a piacimento, ma pur sempre un modo per leggere ciò che è stato. Sono un portolano che, senza la testa del nocchiero, è solo un insieme di linee e di direzioni. Così nel mio tempo circolare, l’età si sente quando si fanno le cose vecchie, non quelle nuove. E’ per questo che il tempo ha bisogno d’essere riconosciuto, per cambiare e lasciar vivere il bambino che è in noi. Ché poi non significa altro che conservare la meraviglia di allora, l’inutile utile a sé, l’anarchia che supera i divieti e si costruisce. Ed è così l’adolescenza che trasforma la meraviglia in sentire che dura, che scopre i sentimenti, li rende creazione, non è forse questa una capacità di leggere i rapporti lasciando che questi ci prendano, diventino forza che ci muta? E ancora perché dovrei rinunciare ai furori della giovinezza, al vedere il mondo in termini di giusto e ingiusto, alla speranza che esso cambi perché io cambio? E della mia età adulta, del potere che mette assieme la mente con le mani, dell’essere assieme ad altri e del capire in loro i miei limiti, della capacità di costruire, perché dovrei privarmi? C’è una continuità nelle vite che si traduce nel trasmettere vita, anche quando i figli non ci sono. Una famiglia genera una famiglia. La prima famiglia siamo noi, con la nostra indipendenza e la capacità di contenere tutto il nostro mondo. Anche se non lo capiamo tutto assieme. Contenerlo e lasciarlo agire. Per questo tengo al bambino come all’adulto e penso con tenerezza che lui ha fatto per me più cose di quante io, adulto, sia riuscito a restituirgli. Lo tengo da conto, lo proteggo, come le altre mie età. Sono me, se rinunciassi a loro, taglierei dei pezzi di me.
Ed io mi piaccio intero.
“Cambia lo superficial
cambia también lo profundo
cambia el modo de pensar
cambia todo en este mundo
Cambia el clima con los años
cambia el pastor su rebaño
y así como todo cambia
que yo cambie no es extraño
Cambia el mas fino brillante
de mano en mano su brillo
cambia el nido el pajarillo
cambia el sentir un amante
Cambia el rumbo el caminante
aunque esto le cause daño
y así como todo cambia
que yo cambie no extraño
Cambia todo cambia
cambia todo cambia
cambia todo cambia
cambia todo cambia
Cambia el sol en su carrera
cuando la noche subsiste
cambia la planta y se viste
de verde en la primavera
Cambia el pelaje la fiera
cambia el cabello el anciano
y así como todo cambia
que yo cambie no es extraño
Pero no cambia mi amor
por mas lejos que me encuentre
ni el recuerdo ni el dolor
de mi pueblo y de mi gente
Lo que cambió ayer
tendrá que cambiar mañana
así como cambio yo
en esta tierra lejana
Cambia todo cambia
cambia todo cambia
cambia todo cambia
cambia todo cambia”.
——————————————-
Traduzione.
“Cambia ciò che è superficiale
e anche ciò che è profondo
cambia il modo di pensare
cambia tutto in questo mondo.
Cambia il clima con gli anni
cambia il pastore il suo pascolo
e così come tutto cambia
che io cambi non è strano.
Cambia il più prezioso brillante
di mano in mano il suo splendore
cambia nido l’uccellino
cambia il sentimento degli amanti.
Cambia direzione il viandante
sebbene questo lo danneggi
e così come tutto cambia
che io cambi non è strano.
Cambia, tutto cambia
cambia, tutto cambia
cambia, tutto cambia
cambia, tutto cambia.
Cambia il sole nella sua corsa
quando la notte persiste
cambia la pianta e si veste
di verde in primavera.
Cambia il manto della fiera
cambiano i capelli dell’anziano
e così come tutto cambia
che io cambi non è strano.
Ma non cambia il mio amore
per quanto lontano mi trovi
né il ricordo né il dolore
della mia terra e della mia gente.
E ciò che è cambiato ieri
di nuovo cambierà domani
così come cambio io
in questa terra lontana.
Cambia, tutto cambia…”.
——————————————-
Mercedes Sosa, Todo cambia – 4:55
(Julio Numhauser)
incontri inattesi
Ho visto l’altro me, ed era ben più vecchio.
M’ ha sorriso con un cenno, ma subito s’è perso,
chi aveva salutato?
Come i capelli, il completo chiaro e grigio,
un po’ slacciata la camicia,
la pancia prominente, la camminata lenta,
era come allora,
solo invecchiato.
M’ha sorriso e ha proseguito,
m’ha sorriso e s’è voltato,
scegliendo con circospezione i ciottoli,
gli occhi a terra ha riportato.
Qualcosa gli era sfuggito,
forse se l’è chiesto o forse c’era abituato,
così ha proseguito,
scuotendo un po’ la testa ad un pensiero dileguato.
Mi sarebbe piaciuto vedere un lampo,
un abbraccio,
del comune allora, un segno,
ma non c’è stato modo,
ché oltre l’angolo ormai era sparito.
Come il tempo,
che a volte ci riconosce
e a volte scrolla il capo
pensando d’essersi sbagliato.
la cina è vicina
Lo scozzese parla dello Yunan e della Cina. Arrossisce se gli si chiede degli amori e delle donne, dei fatti personali. Sorride e cambia discorso. In Cina credo si trovi bene con la sua riservatezza che volentieri parla di paesaggi, tempo e persone del campus. Si attarda sulle abitudini generali e la bellezza, ma non parla di sé. Così qualcuno si preoccupa di raccontare la sua storia. Molto in inglese e un po’ in italiano. Sono singolari le vite avventurose, una sequenza di fatti particolari, rotture dell’abitudine e dei vincoli che si ripetono tra tempi senza storia. Raccontati sembrano naturali i molti, disparati, mestieri, i 18 mesi sabbatici in giro per il mondo, il naufragio alle Figi dopo 1500 km di mare senza saper bene navigare. Le sciocchezze che si possono raccontare perché c’è un dio che protegge gli avventati prima che diventino avventurosi. Così lo lasciamo in quella barca in metallo incagliata nella barriera corallina di un piccolo atollo e pensiamo che è sempre possibile ricominciare se si è vivi.
La conversazione prosegue e si spezzetta. Parlo di politica con il mio vicino. Abbiamo idee simili, ma lui è molto più radicale di me. Non ha i miei imbarazzi nel capire, le sue idee sono chiare e ne ha ragione professionale. Mi racconta cose che in buona parte conosco, ma con la penetrazione di chi ci lavora. E così la riforma della pubblica amministrazione, si rivela molto meno riforma di quel che sembra, il potere si parcellizza, le cose semplici da fare non si fanno e si continueranno a produrre montagne di inutile carta e pochi controlli. Intanto lo scozzese è arrivato in Cina e lì si ferma. Potere dell’inglese, si può trovare un lettorato in una università e molti studenti che seguono le lezioni, anche se prima nella vita affittavi macchine a Edimburgo. E’ da dieci anni nello Yunan e quando gli parlo di Puccini, Turandot, e di Ping, Pong e Pang, un po’ capisce e un po’ no. Gli spiego e si sorride. Bizzarrie di italiani. La conversazione si spezza e si capannella. Torno a parlare di politica, di analogie autoritarie per quanto sta accadendo. E se quelli che non si preoccupano, che rassicurano, si sbagliassero? Difficile essere indifferenti se capisci cosa accade.
Riemerge l’inglese, i racconti di vite senza posti dove tornare per davvero. Spinte incoercibili ad andare, ad annodare e poi allungare la fune. Penso alla scorsa settimana, quando ero in mezzo alla folla. Mi pareva di sentire un brusio. Mi accade sovente quando non conosco chi mi sta vicino, e non sono le parole, sono le vite che vivono a far rumore. Chissà cosa pensano, mi chiedevo, tra persone che andavano o si fermavano secondo trajettorie sconosciute. Sono sicuro che esiste un dizionario semplice, fatto di poche parole che descrivono ciò che si vuole, ciò che è urgente, ciò che condiziona. Se lo si conoscesse, nella folla non importerebbe la lingua che viene parlata, ma emergerebbe un riconoscersi oltre le storie. Toh, anche tu… e sarebbe quasi un battersi sulle spalle. Così avviene nelle vite avventurose, ci si riconosce al livello necessario. Invece tutti proseguono percorsi propri, apparentemente liberi, immersi in solitudini che vengono scambiate per identità e che confluiscono nel rumore senza suono, nel tentativo di scacciare domande fastidiose.
Così penso e lo scozzese continua a raccontare. Le parole si intrecciano. Faccio fatica a seguire il suo inglese, mi perdo, metto assieme il senso con l’inglese più alla mia portata degli altri. Mi stanca questo capire a tratti, il non avere le parole giuste. Mi distraggo. Penso che attorno a noi il mondo ci parla con segni e linguaggi che non capiamo appieno. Anche se è tutto in italiano. Cosa accade nel mondo e in Italia, ma per davvero, oltre la reticenza e la propaganda. Siamo sull’orlo di una svolta autoritaria, come dice G.? E chi lo capisce davvero? Chi fa la fatica di decodificare senza essere già apocalittico e quindi avere un giudizio preformato. C’è confusione appena fuori. Qui la cena e il vino sono buoni. Siamo in un circolo che si protegge con le parole, con i gesti e le abitudini. Con l’amicizia. Eravamo tutti comunisti al tempo di Bellocchio e la Cina di allora era vicina e comprensibile, ma in altro modo, ora che l’abbiamo in casa, siamo tutti liberali. Anche le nostre storie sono ricche di fatti senza tempo in mezzo. Chissà cos’è successo negli anni silenti che ci pare di non aver vissuto. Lo scozzese tornerà in Cina e noi dove andremo?
Chi giustifica e chi no
Una morte resta una morte, un evento tragico illimitato, ma c’è una differenza tra la morte di un bambino, di un civile, di una persona ignara con quella di un soldato? Anche il soldato è un insieme di possibilità positive, di cose che non accadranno più con la sua morte. E allora, tutto eguale? No, c’è un ciclo della vita, la morte fa parte di questo, se non ci si mette di mezzo il caso, la fatalità, la morte è continuità verso se stessi, verso i propri affetti. La morte tranquilla perché il proprio ciclo si è esaurito. Ma questo cosa c’entra con tutto il morire inutile che è solamente dimostrazione di violenza, di discontinuità con la vita? E cosa devo pensare di me, se avverto una differenza del sentire sulle morti, se i numeri mi colpiscono assieme alla loro appartenenza, se distinguo tra l’una e l’altra parte? Stare dalla parte del più debole non ha ragioni critiche oltre ad una conclamata estraneità, alla disparità di mezzi e forze in campo, il debole è oggetto di ingiustizia evidente, non può difendersi e allora come faccio a capire le ragioni dell’altra parte e ciò che sarebbe giusto?
Devo procedere a rovescio, partire dall’ingiusto. È ingiusto che muoiano i bambini, la donne, i civili. È ingiusto che chi non può difendersi venga annientato. Per i governanti, i capi militari le morti civili contano solo se dimostrano altro. Si usa una espressione bruttissima: il tributo di sangue, come ci fosse un moloch esterno a cui rispondere e la morte innocente ( perché qui non c’è colpa ) diventa così un passaggio asettico, necessario, privo di volti, pensieri che non ci saranno più. La politica e i militari usano i morti, li negano o li enfatizzano secondo convenienza e così che diventano numero. Il numero è fungibile, gli uomini no. Ogni militare ucciso, 50 civili, è atroce quanto sta accadendo a Gaza, e lo è ancor più se le ragioni di questa carneficina hanno le loro radici nell’odio. L’odio nasce da qualcosa? Quel qualcosa può essere rimosso? Viene fatto ciò che serve per rimuoverlo? I governatori del mondo non si curano di queste ragioni, per questi demiurghi la contabilità dell’ingiustizia, delle morti serve per altri fini, per mantenere lo status quo, per perseguire logiche di crescita d’influenza. Quanti civili devono essere uccisi perché venga fermata una guerra ? Dipende dalla convenienza. Questo è atroce. L’orrore deve diventare tanto evidente da imporre una fine, ma in certi luoghi questo orrore non ha un numero, un limite: la Siria, il Sudan, l’Afghanistan, ecc. ecc. Altrove si interviene prima, in Ucraina e in Egitto, in Iraq ad esempio. Perché? Si capisce che non c’è correlazione tra giusto e ingiusto, che l’ordine mondiale c’entra poco con le morti innocenti, con la democrazia e con la vita. Ma quanto vale la vita di un bambino? Nulla se diventa numero, la contabilità dell’odio si alimenta nell’antica abitudine al massacro. Pensavamo che dopo l’orrore del nazismo, dei fascismi, dello stalinismo si fosse eradicata dalle menti, invece si è sempre trovata una giustificazione all’odio e alla strage. Ebbene questa giustificazione non c’è se non pensando a un mondo di oggetti, dove gli uomini sono cose, un mondo cieco e inanimato. E il discrimine tra gli uomini diventa questo: tra chi giustifica e chi no. Io no.
