dettagli

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Mi diceva che mi perdevo: sei troppo in alto oppure perduto a cercare tra le pieghe, negli anfratti, comunque con la testa perennemente chissà dove.

Insomma non c’era modo di essere adeguato.

Questa cosa dell’adeguatezza, magari con altri nomi, ci veniva insegnata ad ogni piè sospinto, come forse richiedeva il mondo del lavoro al quale eravamo destinati: l’industria. Conformi a qualcosa, ad un metodo, ad una prassi che era poi tradotta da un’altra di quelle maestre di scuola e di vita nell’assioma che ciò che contava era il mediamente giusto e il tempo d’esecuzione. Era un mantra. Non cercare troppo, fai veloce e abbastanza giusto. La teoria del quasi esatto.

Tutti questi maestri che m’ insegnavano a nuotare nella vita non mi salvavano dalla caparbietà ribelli dei miei naufragi E così continuavo a navigare nei particolari. Oppure così in alto che tutto diventava piccino e allora mi pareva di capire il senso di ciò che si faceva e accadeva.

Inadeguato.

Sembrava una colpa, ma era troppo interessante cercare nei dettagli significati rivelatori. Lì scappavano le verità che non si volevano quasi dire, in una sintassi dell’oscuro e della sostanza che sonnecchiava dietro l’apparenza. Era una macrofotografia in cui indagare e che mostrava cosa c’era tra le pieghe. Forse cercavo l’anima nella superficie. Era il contrario di ciò che dicevano i maestri del pensiero arduo e facile, quelli che ascoltavo e quelli che leggevo, ma mi dicevo: e se avessero torto, se in realtà l’anima evaporasse in continuazione come tutti gli altri fluidi e che, come questi, si riformasse, ci sarebbe una ghiandola dell’anima, un ormone che si spande attorno e induce a capire cosa proviene da dentro. Forse  era così. Mi pareva. E intanto guardavo affascinato gli ingranaggi che si muovevano in un nitore stupefacente di moto, la leggera patina di olio che luccicava, lo sfilacciare delle gomene delle barche al mare, l’infinita esattezza delle conchiglie, l’avvolgersi spiraliforme dei gusci marini, le striature precise e conformi alla bellezza dell’insieme.

E tutto questo mi pareva fosse una dimostrazione di un equilibrio tra dentro e fuori, un trasudare inconsapevole di esattezze interiori. Ecco, mi interessava l’esattezza interiore che, al pari di una qualsiasi età dell’oro, ci portavamo dietro. Non era l’esattezza dei numeri, ma quella delle cose che s’incastravano.  E questa esattezza intrinseca doveva uscire in qualcosa di definito, di particolare. Non poteva essere dappertutto e di tutto, era un pressappoco di una esattezza sotterranea che non si piegava alla sovrapposizione dell’apprendere, neppure a prezzo di enormi sacrifici che travisavano la naturalezza. Le cose si lasciavano sfuggire particolari, dettagli e c’erano senza sforzo. L’insieme li ricomprendeva, li fondeva in masse di colore che davano il senso, la direzione. Come in quelle foto in cui si vede una folla e poi con la lente si scava sino a cogliere l’espressione della persona. Il tutto e il particolare, quello che stava in mezzo era importante all’economia, ma non per capire le cose, e in fondo neppure serviva per decidere.

Non ho perso il vizio anche se l’ho corretto nell’apparenza, così non sembro sempre perso altrove. E quando all’olimpiade vidi Yuri Chiechi che faceva delle cose mirabili con il corpo in equilibrio sul nulla e non sbagliava il giusto tempo di esecuzione, mi dissi che quella era la fusione del generale e del particolare, del tempo e dell’attimo, ma che occorreva un grande esercizio dello spirito per renderla conforme. A cosa?

Alla bellezza interiore, ovviamente.

care amiche e cari amici

Care amiche e cari amici, vorrei ringraziarvi per un numero che è apparso tra le statistiche, ossia che i commenti sono più di 10.000. È un numero un po’ farlocco perché da esso dovrei togliere il circa un terzo di risposte mie alle vostre considerazioni. Non lo faccio anche perché senza le vostre considerazioni sarei rimasto al mio testo e invece, sempre, mi avete portato un po’ più avanti di esso. Il fatto di saper bene di poter al più esprimere un punto di vista, mi rende prezioso il vedere degli altri. Tutto questo mi spinge a ringraziarvi di più e anche se non ho sempre risposto (il rapporto non è 50-50) comunque avete continuato a suggerire, dire, comunicare.

Appartengo ad una cultura in cui il comunicare ha sempre qualcosa di chi comunica, per questo anche non conoscendo quasi nessuno di voi, personalmente, non riesco a sentirvi virtuali e ogni volta che ci si incontra con le parole, mi piacerebbe proseguire, capire di più, prendere un caffè assieme. Questo vi fa essere importanti per me e se anche borbotto per mio conto, il fatto che ci siate mi rende importante.

A volte penso che in questo luogo, ho attese. Non è lo stesso ovunque, anzi, solo qui il discorso si approfondisce, scava, cerca. Non sempre ciò che per me è importante, lo è anche per voi. Questo mi fa pensare e pormi domande: a chi sto parlando? chissà chi ascolta? e se scuote la testa ha ragione oppure no? Vi sembrerà strano ma queste domande non mi lasciano indifferente, anche se scrivo quello che penso e parlo con me stesso anzitutto. Significa che ci siete anche silenti.

Bene. Grazie a tutte e tutti, si continua, sperando di non perdere troppe presenze lungo il cammino.

fuor di retorica

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La retorica è una cosa buona e seria, ha un suo luogo e una sua dignità. Ma non gioca con i sentimenti. E quella farlocca stanca. Per cui sono stanco di magie del natale, di marsigliesi, di rivalutazione della cultura che c’era pure prima dei morti di Parigi, di crociate che sconfiggeranno l’isis, ma non mi dicono cosa ci sarà dopo in medio oriente. Sono stanco e proprio per rispetto non parlo dei morti, dedico loro il mio silenzio, la mia riflessione e ciò che posso fare. Cerco di capire il mondo che mi sta attorno, di vederne le connessioni e non ho le conclusioni, ho opinioni. Questo non basta a me, agli altri non so, ma sento l’insufficienza dell’analisi e l’incapacità di superare i limiti del momento. Un progetto del mondo include la necessità di enunciare ciò che accadrà dopo, a obbiettivi raggiunti. Ma siccome i fini non dicibili, giustamente non si dicono, le questioni che attengono alle opzioni individuali sulla libertà propria e altrui vengono sottaciute, poiché si esclude un ruolo attivo dell’economia nel ridurre la diseguaglianza e far crescere la spendibilità dei diritti, allora anche le parole sono sempre parziali e diventano incomplete e non vere. Ciò che si dice ai funerali riguarda i morti e i vivi e se si vuole dare una speranza ai secondi si dovrebbe uscire di retorica, testimoniare la propria insufficienza, scegliere delle opzioni che definiscano l’identità e la cultura di chi vive. Questo sarebbe un passo avanti, una dimostrazione di forza interiore, ben più complicata di quella esteriore, che infine potrebbe includere e far sentire che non c’è uno scarto immane tra chi decide e chi è deciso, che la civiltà include e accoglie, vive e si perpetua, e soprattutto indica i suoi obbiettivi con chiarezza, affrontando le contraddizioni, e che quando esercita la forza ne specifica bene le ragioni e il fine.

In Syria, qualche anno fa, all’inizio della guerra civile, ero in un villaggio di poche case vicino a una delle oltre cento città morte che nacquero e si spensero nell’alto medioevo. Guardando quelle persone, che vivevano di pastorizia e agricoltura, non di turismo, pensai che in tre generazioni, erano passate per quelle case almeno cinque diverse dominazioni e poteri. Che quelle persone erano diventati cittadini dell’una o dell’altra parte, subendo e continuando a fare quello che potevano, cioè vivere. E in quel vivere c’erano state le stesse emozioni degli uomini delle grandi, civilizzate città: amori, dolore, piccole gioie, feste, fatica, ma anche fame e morte. Non erano indifferenti quelli che vedevo, guardavano e aspettavano che ci fosse qualcuno che li avrebbe fatto vivere meglio. E se guardavano con distacco ciò che accadeva, al più immaginando la fuga e il suo dolore nel lasciare, era perché sapevano che il potere non sarebbe durato. Nessun potere. Ma le cose buone duravano e loro attendevano quelle per lasciare la paura. Ecco credo che allora pensai esattamente ciò che penso ora, il potere non dura, gli uomini restano, i valori profondi che una civiltà riesce a distillare, restano. E questi, se vengono ripuliti dalla retorica, danno la vera misura del valore, enunciano con verità gli obbiettivi, uniscono rispettando i vivi e morti. Ma forse anche questa è brutta retorica. 

sono grato

Del grande e glorioso cuneo di terra tra veloci strade ,

del campo dissodato a grosse zolle brune,

della vista che finalmente corre

fino alla lontana fila di casette,

e oltre,

sono grato.

Anche delle distanti linee nette,

degli sbilenchi ricoveri d’attrezzi,

del necessario costruir di bimbi corrucciati di fatica,

sono grato.

Del riposo da una civiltà violenta,

dal profitto esagerato, 

nel bruno di quelle zolle sento la rivolta ,

e nel loro spaccarsi nell’imminente freddo

il ribollir d’attesa di paziente vita,

di questo sono loro grato.

A chi non ho modo di sapere, 

al resistente che difese la terra violata dall’asfalto,

ad un fienile, ad una stalla, ad un silos da riempire di grano,

sono grato.

Di questa vista che finalmente corre più dell’auto,

in un mattino limpido e chiaro,

in un silenzio che respinge il rumore dei motori, 

della gioia immotivata,

della diversità che essa muove e spera, 

sono grato.

cara .marta

 

Cara .marta,

…quanto piace il nido di malinconia… Dicevi proprio così e hai toccato una corda che conosco bene: il piacere della malinconia. Quella lieve che mette assieme la mancanza e il piacere, nella piccola sofferenza che essa procura. Credo che la malinconia contenga una forma di eroticità, basta considerare quanto essa porti a sé, allo scendere dentro. Dovessi dare qualità alla malinconia direi che è calda, ma appena oltre il tiepido, che è sensibile al tatto, setosa, e ha il colore degli acquerelli che sfumano verso l’orizzonte. Ti parlo di una malinconia che non pesa, che è sera e nostalgia di calore che protegge, non estenua,  e il lasciarsi andare è vigile, col pensiero che vaga, riallaccia cose apparentemente dimenticate. È mancanza senza dolore, qualcosa si è perduto ma si può ritrovare. Non è lo spleen, la fatica del vivere, il peso che accascia, la ricerca dei succedanei del dimenticare. Non è lo spasmo del piacere che subito dimentica e cerca di nuovo l’annullamento del soffrire. Non è questo di cui parlo. È ancora un dialogo che parla di possibilità ma è cosciente che il nuovo non sarà ciò che si è perduto. Penso alle banchine delle stazioni che vedono in continuazione treni e destini transitare. Le cose hanno la memoria che noi depositiamo in esse, un bosco è un bosco, i miei libri sono un colore e un contenuto, quella foto che guardo con insistenza per cogliere un pensiero, è avvenuta ed era indifferente al soggetto. Così se le banchine dei posti da cui si parte hanno il significato del lasciare, contengono anche la possibilità del ritorno. Solo che tutti sappiamo che non sarà la stessa cosa ed è giusto sia così, non ci ripetiamo, i treni perduti si potranno sostituire con altri che porteranno ad altro, ma non sarà lo stesso e se sarà meglio o peggio, nessuno lo potrà dire. In realtà ci provano i mondi paralleli e la meccanica quantistica, ma devo dirti che la cosa, così come mi viene proposta, è una possibilità che provoca una leggera allegria priva di alternative concrete.

Parlo di malinconie e non di una in particolare. Di quelle leggere che si associano al piacere d’essere. Una tra esse, mi colpisce e tengo a bada, è quella del non conoscere a sufficienza. Quando si ha la sensazione di non sapere si perde la nozione del controllo della complessità e questo genera l’insicurezza che si associa alla consapevolezza. È la malinconia che diventa melancolia se non la si confina nei propri limiti. Nel calore della mia casa ci sono molti libri che attendono di essere letti, molta musica che attende di essere ascoltata, molte parole che attendono di essere scritte. Ho fatto un patto con loro, ad essi spetta la possibilità di esistere appieno, a me il leggero senso di assenza malinconica del tempo che scorre e del fare limitato.

La malinconia leggera è anche terapeutica, misericordiosa verso sé, se riconcilia il ricordo col presente. Adesso direbbero che è resiliente, brutta parola per dire che aiuta a rimettere in sesto ciò che è stato percosso. In noi il passato sembra un sinonimo di ricordo, sappiamo tutti che non è così, il passato è stabile, fissato, il ricordo è vivo, si modifica, si conforma e agisce su di noi. La malinconia l’associo al ricordo e al presente, e sapessi quante cose utili escono dal guardare il soffitto, nel sospendere il pensiero dagli impicci che sembrano importanti e non lo sono. Non a caso il buon Freud ascoltava qualcuno che, steso, guardava il soffitto. Come dire che da stesi non si ride con facilità e che la quiete, e il pensiero che nuota all’interno dei ricordi e li collega al presente, ha qualcosa a che fare con la malinconia di cui parlo e con il ritornare a sé. In fondo quando si torna a casa si torna a sé, ai propri bisogni essenziali, al conosciuto che rassicura. E anche alla leggera colpa del non fatto. Mi sono chiesto se quel senso incompiuto del dovere si colleghi con la malinconia, probabilmente sì, anche se non ne è l’unico motivo. Forse è l’incompiutezza del desiderio d’essere amati quando si è amati, il non basta mai che ci si dice tra amanti. Forse è l’insicurezza che ci portiamo dietro perché l’andare e il fare non sono collegati al pensiero ma alla necessità imposta. Forse è perché semplicemente la vita si compie quando finisce e tutto quello che ci sta prima è ricerca di un equilibrio, di una gioia che metta assieme tranquillità e velocità del sentire, del pensare, dell’agire. Forse è la coscienza di quanto ci trascuriamo perché non ci esploriamo abbastanza. Forse, ma a che serve sapere la proporzione del cocktail, se esso è piacevole?

Ti parlo delle malinconie piacevoli, quelle che non escludono la gioia discreta, il sorridere e il riso e non delle malinconie violente. Delle prime abbiamo nozione e compagnia a vario titolo, tutti. Sono quelle che fanno desiderare la casa, il calore, i rumori noti, ma anche l’andar via, l’essere altrove. La saudade assomiglia molto a queste malinconie, ed è uno star bene moderato che desidera anche altro. La malinconia leggera non s’accontenta, ma apprezza ciò che ha, ciò che è stato ed ha uno sguardo ironico su ciò che sarà. Avendo viaggiato parecchio anche solo, questa sensazione l’ho sperimentata spesso, cioè il pensiero che ciò che conoscevo e avevo a casa non era dissimile da quello che sperimentavo, ma solo in fondo, forse per questo si desidera esplorare e poi tornare. È una sensazione che fa desiderare la casa, il calore, i rumori noti.

Per concludere questo girovagare di parole che parlano di qualcosa che credo tutti conosciamo, ti regalo un ricordo che si associa a un luogo che forse conosci. C’è una provinciale che scende da Teti verso Ollolai, quella che costeggia il lago di Cucchinadorza e poi si inoltra tra rocce e boschi, una strada dove le auto sono rade e le poche spesso ferme al bordo della strada, vuote. I proprietari o sono a caccia oppure sono  persi nelle proprietà impervie del Madrolisai. In quei luoghi, per uno straniero, è stato facile sperimentare la sensazione che l’equilibrio esterno e la precarietà che ci portiamo dentro, fanno fatica a dialogare. Quando percorrevo da solo, a sera, quei luoghi, pensavo che c’è qualcosa che ci spinge ad osservare e sentire, col rispetto, a volte col timore, che viene dalla solitudine e dalla estraneità/vicinanza della natura all’imbrunire. Ed era una sensazione che faceva desiderare la casa e il calore. Mi piaceva molto essere dov’ero e al tempo stesso avevo bisogno di raccogliere questa sensazione in un luogo protetto. Credo che questa sia l’altra faccia della meraviglia e dell’avventura, ossia il bisogno di portarla dentro, di trasformarla in vissuto elaborato. Si torna per partire. Si ricorda per viaggiare nel presente, per capire cos’è la realtà. E siccome essa ci sfugge, ed è quanto mai discutibile e al tempo stesso efficace nel condizionarci, ci si raccoglie in quel piccolo spazio sicuro d’insufficienza, ma anche di piacere d’esserci perché siamo stati.

Con affetto

willy

del rapporto

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del rapporto si conserva il giusto, apparentemente nulla, a volte. ad un certo punto le braccia si sono fatte dure, stecchi rivolti a un cielo che non preannuncia. La ginnastica del cuore riabilita la morbidezza. Ne tiene in giusto conto, il limite. Non s’arrovella sul passato che giace, orologio rotto, ai nostri piedi. Abbiamo, non abbiamo, fatto il necessario? C’è una teologia del fare e del possibile speculare a quella dell’attendere un fato.

Scrivere mantra è sempre un utile esercizio per dare un senso alle spirali che percorriamo. Qual è il loro senso, verso l’esterno infinito oppure nel profondo, all’indietro, verso l’origine?

Lì un giorno sono stato, eppure di quel giorno è rimasto non il luogo, ma la presenza. Come i viaggiatori dovremmo davvero innamorarci dei luoghi e delle persone, non lesinare gli addii della voce, se questo era già scritto. Tenere il molto che riceviamo invece, nel cuore, con la cura degli oggetti che prefigurano divinità. E lasciare ch’ esse agiscano nel profondo. Ma non possediamo la sublime modestia del viandante, il suo acume quieto. Così quando leggo di un disagio che prende alla gola, che le persone si allontanano, e si preannunciano stanchezze interiori, foriere di giorni grigi e inconosciuti, vorrei dire che ci sono sempre braccia attente, che ciò che è in pericolo, di fatto se n’è già da tempo andato, che tenere è un’arte difficile perché non trattiene ma custodisce.

La domanda forse era: perché tutto ciò accade? Perché è la vita ed essa impone, quasi sempre, il suo tempo al nostro. Perché non sappiamo davvero nulla che ci ponga al riparo dal disamore, non abbiamo ricette e le soluzioni sono sempre parziali, ma l’esserne consapevoli fornisce qualche strumento in più. Di qualcuno ho ammirato svisceratamente il coraggio, di altri sento, nelle parole, la paura che precede l’ignavia, in altri ancora una consapevolezza dolorosa che getta dentro un vortice da cui certo si esce mutati nel profondo. Volevo dirlo, con parole di vicinanza e non ci sono riuscito. Ho tenuto cari pochi amici, di loro posso dire che non cessa il confronto sul presente e sul futuro. Altro non so, ma chi non ho trattenuto dialoga con me e se non penso sia una questione di reciproche responsabilità e colpe, so che potrà accompagnare il ricordo d’aver vissuto. Non altro, ma è già davvero molto.

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a. Ma allora è solo un rapporto di dare e avere, di generosità e avarizia. E quel rischiare fa parte dell’animo generoso che osa, forse non ha meriti perché è portato ad essere così, mentre invece è assente in chi ha paura di perdere ciò che non ha, e crede di avere. Ma anch’egli è così …

b. Non so dove finisca l’indole, la predisposizione. Di certo ciò che facciamo è una risposta  a una richiesta profonda. Le cose sono tangibili, tenerle strette è uno specchio dell’intangibile, cioè quello che muove i nostri pensieri, le nostre azioni. Non è un ragionamento binario, nei sentimenti, nell’amore c’è tutto: la paura, l’entusiasmo, l’insicurezza, la gelosia, la certezza, il coraggio e la codardia. Poi, come in una carta geografica, si tracciano confini, si mettono colori differenti per distinguere le pulsioni, i desideri, le condizioni. Vengono stabilite le connessioni, le strade. Si fissa la loro importanza. Ti ricordi quel verso? Metterò un oceano tra noi e non basterà. Le mappe servono per capire, per stabilire ciò che si vuole davvero possedere, non sono il catalogo delle cose, ma dei desideri che potranno essere oppure non essere.

a. Quindi tu dici che tutto si riporta a noi. Che è necessario coprire quel primo tradimento, quell’interruzione di protezione che ci viene dalla nascita e che tutta la vita ulteriore è una ricerca di fissare un confine che ci permetta di comunicare. In fondo l’avarizia, ossia la paura di non avere il necessario dagli altri, l’amore che ci rende liberi dal possesso, è una carenza di fiducia. Ogni rottura nasce da una mancata risposta di qualcosa che è sentito come necessario. Le cose finiscono ben prima tra le persone di quando diventano evidenti. C’è qualcosa di essenziale che non basta e non viene dato. Forse per questo subentra la paura di lasciarsi andare, c’è il ricordo di infinite sconfitte e insieme il bisogno di vincere. Almeno una volta vincere. Però al tuo discorso sulle mappe manca una dimensione, il tempo. Il tempo agisce su di noi, sulla nostra capacità di speranza, sulla possibilità di condividere la verità profonda che conteniamo. In fondo restare alla superficie consente di muoversi, di trovare equilibri, di vivere insomma, mentre cercando dentro e in profondità, si trovano le contraddizioni, la nostra stessa difficoltà di vivere con noi. Noi vorremmo qualcuno che ci accudisse, e più che fare i conquistatori, essere conquistati.

b. Il tempo quando si tenta di costruire una comunicazione profonda semplicemente, non c’è. È un per sempre finché dura la comunicazione, finché c’è volontà di accorciare le strade, di mettere in comune i propri territori. Attorno vedo spesso silenzi camuffati da dialogo, solitudini spacciate per compagnia, ma i conti li facciamo con noi, non con chi ci vede. È vero che il tempo agisce su di noi, ma agisce diversamente se abbiamo qualcosa da mettere in comune, se prosegue il lavoro su noi stessi. Restare alla superficie consente il tradimento senza consapevolezza, senza mutamento. Essere accuditi e accudire in fondo coincidono.

a. Sai che ti dico, che è tutto in superficie, che anche quando conosciamo le meccaniche e le cause poi continuiamo a compiere gli stessi percorsi appena modificati. Che educarsi alla geografia e all’esplorare deve superare un’indole e questo è fatica. Siamo così imperfetti che usiamo la ricerca della perfezione come un mezzo per non accettarci, per non riconoscere d’essere contraddittori. Noi perseguiamo il culto dell’immagine, dell’apparenza perché la profondità e la solitudine da attraversare sono fonte di paura assoluta. Perché ci si accontenta raccontando il mito della perfezione. E questo fa rimanere alla superficie, al tangibile, alle cose, ben più facili da amare e tenere rispetto al profondo che è rischio di perdere tutto. Che amare è apertura illimitata di credito alla fiducia dopo essersi sentiti traditi. Hillman ci racconta il tradimento della fiducia come percorso di crescita, come affrancamento e libertà, ma non è una condizione felice e dopo il tradimento non si sarà più gli stessi di prima.    

b. Hillman racconta una relazione che diventa comunque più profonda, che diventa reale perché passa attraverso il disincanto. Ha ragione eppure non lo sento in contraddizione con le mie mappe. In fondo abbiamo bisogno di capire chi siamo e solo i sentimenti e l’amore definiscono il nostro perimetro. Poi potremo decidere se vogliamo esplorare o meno, ma serve un segno, una freccia che dica: io sono qui. Abbiamo cominciato con la metafora del navigare, ma andare verso qualcosa è una conseguenza, come la voglia di fuggire. Dovremmo chiederci cosa ci sta dietro. C’è una rivoluzione in atto nel comunicare (che significa andare verso qualcosa, verso un altro, il mostrare per scoprire), ed è lo smartphone come porta di accesso al virtuale che cessa di essere tale, ma diventa luogo del non rischio, del mostrare più identità. Non so cosa significhi nel profondo, se sia uno stare alla superficie o rivelare pezzi di sé che qualcun altro dovrebbe ricomporre, quello che è certo è che sta disgiungendo l’affettività iniziale dalla scoperta. Potrà venire dopo l’amore o il semplice affetto, ma si comincia dalla curiosità e dalla superficie. Però io penso che se si vuole un senso bisogna cercare con determinazione una risposta vera e la domanda è molto semplice e difficile: ma io voglio davvero affrontare il rischio di mutare la mia vita per dare risposta ai miei bisogni, oppure mi accontento? 

forse continua

15/11/15

Non è facile pensare. Neppure dopo due giorni. Aleggia un senso di scoramento, assieme all’intelligenza di non avere riferimenti. Neppure le parole sono più certe. Che significa terrorista se non è evidente il fine del terrore? Oppure il terrore ha un significato in sé e si ferma ad esso? Pensando al passato il significato traballa, si disgrega. Che mondo abbiamo contribuito a creare? È certo che siamo tutti coinvolti, ma non abbiamo la stessa percezione, la stessa cultura che indichi soluzioni comuni. Vicino e lontano diventano categorie della solidarietà, dell’amore. Ma così vincerà l’improvvisazione e l’approssimazione di chi ci comanda, trionferà il relativo, la vita perderà valore mentre si useranno le parole di prima. Si parlerà di certezze e di esattezza mentre esse sono in elaborazione, anche il fine, o i fini, si costruiranno in corso d’opera. Insomma non ci sarà verità e neppure la sua ricerca, e così saremo tutti più insicuri.  È la precarietà che ritorna dopo che si pensava di averla sconfitta negli animi ed ora ci investe ed assume i connotati della modalità del vivere.

Allontano, non ci penso, rimuovo. 

Così ad uno ad uno, ci separiamo sperando tocchi ad altri, sperando sia lontano. Emerge ancora il lontano come misura del vivere tranquillo, ma così nessuna causa, sarà degna d’essere combattuta, l’importante perderà significato mentre ci si allontana. Perché accade? Avevamo a disposizione 25 secoli di pensiero, 70 di storia. Avevamo a disposizione il mito e la sua buja ripetitività nelle menti. Avevamo i testi scritti, si sapevano le implicazioni. Due secoli di sociologia inutile. Psicologia da gettare. Ci siamo fidati della potenza e del potere, del denaro e della tecnologia invece che indagare nella poesia e nel disagio. Chi è sicuro nel suo letto, ora che il bujo non resta oltre gli scuri ben serrati?

Ho fatto i gesti pieni di simbolo, ho acceso una candela sul davanzale. Anche stasera. Ma so che chi dovrebbe vedere non vedrà, che molti passeranno indifferenti, che dirsi francesi non serve a nulla.

Chi capisce ha paura. Come cuccioli ci stringiamo per sentire il calore dell’altro, cerchiamo il corpo vivo che significa sentimenti e amore disponibile per noi. Vicini, vicino.

Le foto sui giornali (i nostri giornali perché per altri sarà tutto distante), le immagini televisive mostrano corpi nel freddo delle vie, luci che lampeggiano, uomini che si muovono in fretta, fatalità che colpiscono. È questa insicurezza che sgretola il mondo. Quello vicino. Non nobis domine. L’invocazione funziona a senso unico, è l’impotenza. Viene distanziata anche la fortuna, anche la possibilità cessa d’essere intera: basta non tocchi a noi.

Dimenticheremo presto, perché vogliamo dimenticare. Resteranno numeri, date, e le vite perderanno consistenza. Penseremo che il caso, solo esso, le ha messe nel posto sbagliato, nell’ora sbagliata. Resterà l’inquietudine. 

È così enorme l’inconosciuto che deriva da ciò che non si è fatto, da ciò che si farà, che solo la speranza ci potrà dare l’illusione che il mondo muti. Che il mondo si metta in ordine, il nostro ordine, senza che noi facciamo nulla. 

la notte del mondo

Le notizie casualmente, o forse no, riempiono la notte.

Prima 18, poi 40, ora 60, i morti a Parigi, crescono col passare dei minuti. Non basta, non basterà la matematica dell’orrore per capire, per riempire di pensieri coerenti la mente e il fare. Le immagini mostrano persone che seguono l’evolvere degli eventi attraverso i telefonini. Altri si abbracciano. Persone apparentemente ignare passano in bicicletta accanto a poliziotti in armi. Chiedono, vengono allontanate. C’è chi è calmo e cammina, altri corrono. Luci lampeggianti, rosse, gialle, blu. Il blu come mai prima, è il colore del veleno che corrode la calma, la quiete apparente delle vite. Dalla sorpresa, si scivola nel timore, lo si legge negli occhi e nei gesti.

Adesso le immagini vengono rimandate in loop. Sono sempre le stesse, sintomo anche loro di confusione, di assenza di testimonianze vere. Parigi è sotto attacco terroristico, tre attentati a Parigi, tutti in luoghi molto affollati, tutti fatti per uccidere inconsapevoli. Vorrei soffermarmi su questa parola: inconsapevoli. Lo siamo davvero oppure stiamo rimuovendo i problemi che la realtà ci pone davanti agli occhi? Tutto è correlato nel  mondo interconnesso, ciò che viene accantonato, non compreso, emerge e azzanna. La strategia è quella che nessuno si senta più sicuro nella propria casa, nelle vie che percorre abitualmente.

Adesso annunciano un’altra sparatoria in corso.

Il mondo ripiomba nella notte.

Non basta rimuovere la paura, non abbiamo saputo conservare il giorno, la luce, dopo la seconda guerra mondiale. Ormai non basta più che le cose sembrino distanti, è tutto vicino. Il presidente Hollande annuncia lo stato di emergenza e la chiusura delle frontiere.

È come se la storia seguisse lo scorrere delle ore e alla luce facesse seguire l’oscurità, tornando, diversa e terribile, su se stessa..

 

mappe

dialogo

a. Da parecchio tempo sono sulla superficie. Navigo. Sento il mio tempo che fugge in mezzo a un mare di cose, ciascuna in sé urgente e importante, poi destinata a scomparire senza lasciare traccia. Questa sensazione del tempo è diventata la percezione di una direzione mancante. Perché la freccia del tempo, anzitutto, indica una direzione, un andar verso. E un porto verso cui dirigersi sarebbe molto, almeno per sapere da dove si ripartirà.

b. Oppure restare e scendere nel profondo, ma la superficie risucchia tutto verso l’alto, impedisce di esplorare abbastanza. Le divinità ctonie non si palesano, però agiscono, agitano e dissimulano paure. (ride)

a. Un tempo sembra fosse più facile, forse c’era meno distrazione. Che sia per questo che la psicanalisi è così intrisa di mito? Corriamo, e c’è un senso a questo, finché restiamo gioiosi fanciulli, persi nel gesto fisico della corsa. Sudati, ansanti, fermi per poi riprendere.

b. Corro, eppure desidero fermarmi. Uscire da un andare che alla fine protegge, rassicura, ma non si sa dove porti. Come in mezzo al mare, c’è il sole o la tempesta, il freddo, il vento, la bonaccia, ma alla fine qual’è il senso del galleggiare se la meta non viene da noi?

Dovremmo pensare a dove noi portiamo le nostre sofferenze, i piccoli dolori improvvisi, e dove sono collocate le nostre gioie. Una geografia dell’anima per comprendere come ci si muove, i percorsi, le frequenze.

a. Già, una mappa dei sentimenti che spingono l’andare. Una carta formato A0 da svolgere su un tavolo e cercare nelle ellissi e nei rettangoli che contengono parole che descrivono, i collegamenti. I colori differenti delle isole e di ciò che le tiene assieme. E navigare dentro noi, nel sentire. Qui una passione che si protende, più distante un desiderio che si frastaglia nel cercare una soddisfazione, e tutt’attorno l’oceano dell’abitudine, del consueto, che rassicura sulla capacità di navigare. Il conosciuto non spaventa.

b. Parto, è il verbo che definisce l’andare e al tempo stesso il sostantivo che fa nascere. Un viaggio è una nascita, un viaggio dentro di sé è la rinascita. Ma include lo sconosciuto che portiamo con noi, ovvero noi stessi. Vorrei rinascere in me. Questo il senso dell’innocenza: scoprire non ciò si era e non si è mai stati, ma ciò che si può essere attingendo alla sorgente che la mappa dei sentimenti ci indica. Dov’è la ragione dell’amore e del suo bisogno? La circumnavigo oppure avrò il coraggio di metterci piede affrontandone il rischio?

a. Allora solo chi perde un amore può ritrovarlo. Solo chi non ha lesinato, è stato esigente, ha rischiato, ha combattuto e infine ha perduto, può riconoscersi e trovare il coraggio di riaffrontare il viaggio. 

continua…