minimizzare le conseguenze

minimizzare le conseguenze

Cosa determina nella testa di un uomo con un’istruzione elevata, competente nel suo lavoro, che possiede un etica e un giudizio, la sospensione del rapporto-causa effetto su quello che decide? Cosa gli fa decidere l’ignoranza o il non voler conoscere per interesse, quando sa che sapere lo porterebbe in una situazione di conflitto morale interiore? E ancora, perché questa condizione non lo porta comunque a porsi domande? Il sapere è un’aggravante quando si fanno cose che sono dannose agli altri, quando c’è coscienza di ciò che accadrà, eppure le risposte vengono sistematicamente rimosse. Sarebbe importante che la psicologia fornisse risposte usabili su questi meccanismi di sospensione morale, di rimozione sociale e li proponesse alla sociologia, alla filosofia per capire come si generano queste propensioni al male. Se esso è per denaro o potere, perché continuano a delinquere quando ce n’è abbastanza, molto più dello spendibile e del necessario? Sono tutte domande che in presenza di reati contro l’uomo non hanno per me risposta certa. In particolare nei reati ambientali che costellano l’Italia e il mondo, emerge questa natura venefica del profitto senza morale. L’eternit, l’Icmesa, le tante fabbriche di veleni sino all’ Ilva, hanno dirigenti, manager, proprietari e consigli di amministrazione che sapevano eppure hanno continuato, deciso, fatto.  E ancor oggi minimizzano, esattamente come fa il piccolo imprenditore che consegna un carico di tossico nocivi da smaltire e non vuol sapere dove, ma quanto costa. Indifferente se dietro ci sia una organizzazione criminale, un possessore di discarica che non bada a ciò che sotterra.  Anni fa conobbi, prima dei processi e di qualche mese di prigione, uno di questi proprietari di discarica, che diceva di inertizzare ciò che riceveva e semplicemente seppelliva. Era una persona affabile, normale nei comportamenti, neppure tanto attaccato al denaro, rispettato nel suo paese, eppure stava riempiendo di porcherie territori che ora covano uova di serpente.  Terreni che nessuno bonificherà mai, perduti per sempre, perché altre sono le priorità e i costi talmente elevati da non essere sopportabili per un comune o una regione. La legge che dice che dovrà provvedere l’inquinatore non si riesce ad applicare dopo i fallimenti, e dopo che le proprietà sono state messe al sicuro non si trova nulla da aggredire, così c’è un danno immane che continua il suo effetto inquinante, che toglie salute e possibilità di utilizzo dei terreni, praticamente per sempre. A parte i delinquenti efferati che fanno sapendo di fare, credo che nella testa degli altri scatti una minimizzazione del danno, una rimozione degli effetti di ciò che si compie. Non so spiegarlo altrimenti. Credo si pensi che tutto si possa diluire, che la natura abbia un effetto sanificatore su ciò che le facciamo. Ma la natura non bada a noi, le siamo indifferenti, non ha una pietas indirizzata all’uomo e alla sua vita, casomai genera altra vita, la adatta al nuovo ambiente, come sta accadendo a Cernobyl, per questo credo si sottovalutino i reati ambientali perché quando si perseguono le morti sono già accadute e risanare diventa impossibile. Quindi la giustizia non è inutile ma non basta.

Credo che tutti possediamo questo meccanismo del non trarre le conseguenze di un comportamento oltre il limite del lecito e forse indagare perché ciò avvenga, aiuterebbe a capire, educare, prevenire e sanzionare più duramente. Non vedo alternative ad una responsabilità maggiore e piena su ciò che si compie, troppe attenuanti rendono conveniente il male, lo riducono a probabilità e così sembrano togliersi ogni responsabilità. Ma quando qualcuno muore o viene mutata permanentemente la vita, il reato ambientale è un eufemismo, un minimizzare, che nasconde l’omicidio.

5 pensieri su “minimizzare le conseguenze

  1. Sì credo che il minimizzare o il voler ignorare di proposito le conseguenze dei propri atti sia l’unico modo che permette alle persone che descrivi, che del denaro fanno l’unico motore e dio della loro vita e che per esso azzerano qualsiasi valore, di non fare i conti con la propria coscienza, di riuscire a dormire la notte, guardare in faccia gli altri (?) e andare avanti.

    E credo anche che questo decadimento morale sia derivato anche e in gran parte dalla politica e dalla cultura dell’immagine che ci è stata somministrata e che abbiamo subito lentamente e inesorabilmente negli ultimi vent’anni, durante i quali il credo imperante è consumare e possedere.
    Per molti l’ansia di possesso giustifica qualsiasi cosa.

    Difatti abbiam visto dove questo credo ci ha portati e in che condizioni morali siamo… 😦

    Si può ragionevolmente ritenere che chi pensa che il denaro possa tutto, sia egli stesso disposto a tutto per il denaro.
    Benjamin Franklin

    Serenissima giornata Will, ciao 🙂

  2. Detta in due parole che ho la testa a metà. Personalmente credo che,tutto dipenda da una certa predisposizione naturale e dall’esercizio consapevole verso la misura. Overossia la costante a NON far entrare dentro di te pensieri che avviano all’avidità,al possesso,allo sfruttamento,all’accumolo egoistico e (S)misurato. Ovviamente il Gruppo RIva è fuori discussione essendo esso parte integrante su cui è fondata questa società capitalistica dove morale ed etica hanno sempre la peggio senza la “necessità” neppure di salvarne la facciata. Bianca 2007

  3. secondo me hai centrato uno dei due punti nodali, che è il senso del limite. e su questo, a sbatterci la testa, io non trovo risposte. l’altro punto è il “non voler vedere”, non solo minimizzare. e qua per me non ci sono limiti inferiori. è deprecabile chi frequenta un villaggio turistico e non si rende conto che chi ci lavora vive nelle baraccopoli circostanti tanto quanto chi compie deliberatamente una strage. qua la testa non c’è da sbatterla, c’è solo da provare a vivere in prima persona un senso critico che certo non può renderti immune dallo sbagliare – di quante cose siamo responsabili e non ne siamo a conoscenza – ma non può nemmeno esimerti dal cercare consapevolezza. e questa, a mio parere, è per gran parte responsabilità della formazione che si riceve.

  4. Il tuo post mi ha ricordato quella vecchia polemica che c’era tra giusnaturalisti e sostenitori del diritto positivo, in cui accanto all’idea di un diritto naturale preesistente al diritto positivo di per se stesso variabile e fallace, vi si opponeva la perfezione dello ius naturale.!

  5. Per quanto io ingenuo, il giusnaturalismo e Kant mi sono sempre sembrati una alternativa non dappoco per prevenire anziché intasare poi i tribunali.

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