il giorno dopo gli esami si respira una grande libertà, accade anche dopo una malattia, lo era il giorno dopo il militare quando era un obbligo o la mattina dopo la laurea e il festeggiamento. In un certo senso è anche così il giorno dopo il matrimonio e mi dicono che era così anche il giorno dopo la guerra. Il giorno dopo è una finestra che sembra aprirsi, un futuro che ricomincia. Eppure quasi subito ci si accorge che il giorno dopo è pieno della ferraglia di tutti i giorni. Le stesse abitudini, gli abiti e le scarpe che non mutano, anche le case, i volti delle persone sono gli stessi. C’è euforia ma passata quella subentra una piccola paura che il giorno dopo non sia davvero dopo, ma contenga ancora il prima. E’ un attimo, ci si dice, no, è davvero cambiato il mondo, almeno il mio mondo è cambiato, quello che prima era un timore, un obbligo, un’attesa, adesso non lo è più. Quindi si sorrid, si caccia il pensiero, ma poi il dubbio riprende: e se non fosse vero, se cioè tutte queste possibilità che mi pare di avere fossero fasulle, se esistessero ancora i condizionamenti di prima? Allora il giorno dopo sarebbe il giorno prima travestito. Non serve il principe di Salina per capirlo, basta fare una verifica facile facile: oggi davvero quello che prima non potevo fare lo posso fare? Ecco questo certifica il giorno dopo, la liberazione vera, il nuovo che è condizione di nuova vita. Se poi prima c’era contrasto, una verifica è il fatto che ci siano dei vinti e dei vincitori, ma se sul carro dei vincitori trovo compagnie che prima ricordavo altrove, chi ha vinto davvero? E soprattutto se restano gli stessi, davvero ho tirato una riga sul tempo e posso dire che questo è il giorno dopo? Ecco oggi 28 novembre, il giorno dopo, a me il dubbio che davvero sia cambiato molto, se non tutto, è rimasto.
così ho scelto Civati
In queste settimane, man mano che i leader del pd sceglievano Renzi e Cuperlo, l’aver scelto Civati, mi ha sempre più convinto. Mi dicevo che se nulla, o quasi, della politica praticata in questi due anni dal pd mi era andata a genio, il fatto che gli attori di quella politica fossero altrove mi confortava nell’idea che il nuovo e il necessario per cambiare non fossero da quella parte. Ne ho anche tratto una piccola sicurezza, che nei pochi noti che aderivano non potessero esserci i pugnalatori di Prodi, e neppure i fautori di un governo chicchessia per assicurare la continuità con quanto già sbagliato con Monti. Il potere ha aspetti strani, assuefa con immediatezza chi lo pratica e induce a perseverare negli errori, anche non propri, che potrebbero metterlo in discussione.
Così ho scelto Civati perché tra il nuovo che è pieno di vecchio e il vecchio che si vorrebbe mostrare rinnovato, solo il diverso qualche garanzia/speranza sembra darla. Poi ho letto il programma, i larghi spazi lasciati alla discussione assieme, il partire da consapevolezze condivise, il rifiuto della cultura dell’emergenza per far passare ogni azione che non appartiene né alla sinistra, né al riformismo, né al cambiamento, gli F35, una nuova economia, il lavoro. Ne ho ricavato l’impressione che attraverso una immane, ma esaltante e giusta fatica, cambiare si può. Partendo dal basso, rovesciando non le parole, ma la piramide del potere, ridiscutendo i presunti assiomi dell’economia che poi sono solo teorie., tornando ai bisogni veri, quotidiani, delle persone: il lavoro, l’assistenza, l’istruzione. E ho pensato che se torna la fiducia nella politica è perché il cittadino si sente protagonista, non applaude al nuovo attore, ma vuole recitare. E non ha più voglia di sentire il vecchio copione, ma vuole scrivere la sua vita. E questo accade se sente che la sua opinione conta, il suo gesto pesa, se ciò che dice e pensa ha un senso per chi lo ascolta. Per questo non sono corso a soccorrere il vincitore, ma ho preferito camminare con chi ha davvero voglia di darmi ascolto.
sciocchezze
Mi turbano inezie, l’insipienza verso i disastri dell’agire quotidiano nei confronti del mondo in cui viviamo, il debito pubblico che toglie ogni prospettiva a tutti fuorché ai furbi, il tirare avanti sperando che qualcosa risolva tutto, il girarsi dall’altra parte, il dire sono tutti uguali, la politica e la sua incapacità a reagire, la difficoltà a perseguire il possibile come alternativa all’obbligato. Mi turba l’inerzia che accompagna gran parte delle passioni collettive, l’incapacità a vedere oltre il proprio interesse, l’esposizione delle persone in mondi fasulli, l’illusione degli amici che si possono cancellare, la difficoltà a sentirsi parte di un insieme vero, di un popolo. Mi turba l’incapacità di legare esterno e interno, la mia vita con le vite degli altri, la scelta di una dimensione piccola perché quella grande si fa fatica a capire, il rifugiarsi in ciò che si ha, il chiudere gli occhi e gli orecchi, il rifiutare ciò che sta fuori delle nostre vite. In definitiva il non capire. E tutte queste sono inezie perché gran parte delle persone cercano ogni giorno di affrontare i problemi del quotidiano, cercano di salvarsi oppure rifugio nella soddisfazione dei desideri, non si pongono più il problema del mutare, casomai se sono giovani, pensano di andarsene. E allora temo che stiamo tutti invecchiando velocemente, che abbiamo rotto gli specchi per non vederci, che nel difendere la nostra casa non ci accorgiamo che la città cade. Tutto questo pensare oltre è sciocchezza se non è pensiero collettivo, è solo dolore personale, incapacità che rende inani di fronte a ciò che è troppo grande per uno o pochi, ma che sarebbe risolvibile da molti. Ecco quel sentirsi soli o pochi traccia il limite della sciocchezza, la porta a colpa individuale, irrisolvibile e quindi senza speranza di soluzione personale. La sensibilità quando prevale l’egoismo è sciocchezza e purtroppo il turbamento nasce da lì.
continua sull’appartenenza
Da dove si fosse originato tutto ciò non importava molto; forse era solo naturale evoluzione, crescita. Come ci si muta in famiglia secondo l’età, ciò ch’era accaduto – e accadeva- sembrava la prosecuzione dello stesso bisogno assoluto dei primi anni in cui ci si forma autonomi in famiglia, quel darsi nella crescita senza un criterio, che non sia il seguire tutto quello che prorompe e preme sugli abiti, nel cervello, nei sentimenti, nel cuore in una novità continua che mette in campo la voglia di misurarsi, di non coincidere nei desideri comuni, nel mettere in discussione l’autorità. Un individuo si forma, cresce, si stacca e nuovamente poi cerca di unirsi quando sa chi è, o almeno presume di saperlo, ma quella seconda unione non è una scissione dallo stesso corpo, piuttosto è il tentativo di riformarlo. E questo riunire era più difficile, non solo perché ricerca pressoché impossibile a realizzarsi se non per pochi attimi, ma perché era un riunire restando individualità forte, un sentire comune che aveva sentire diversi. Di questa fase, che gli sembrava così forte, e già l’indipendenza s’era attuata, ne sentiva il sapore pregno di propri umori vitali, coglieva il legame con età vissute e mai sopite. E in essa c’erano le gioie profonde del coincidere, la necessità del distinguersi, il piacere di provare qualcosa che veniva condiviso ben oltre la superficie. Tutto appreso strada facendo, in misura unica, perché l’unicità è in gran parte l’educazione che portiamo a noi stessi nei sentimenti, a partire dall’ambiente protetto dei primi anni e costruito nelle difficoltà, nelle timidezze, negli scatti d’orgoglio che la costruzione della propria vita indipendente porta. E poi il lavoro, la fatica, i condizionamenti, le difficoltà e le gioie di un vivere autonomo fino ai diversi modi di vedere che si succedevano in un continuum di apprendimento che non apprende, di cadute e voli che dovevano lasciare il segno per iscriversi nei percorsi dell’anima. Eppure non erano le difficoltà ad aver mosso prima l’inquietudine, poi il silenzio -che era modo di capire- anche se era stato a partire da quel silenzio interiore, da quella difficoltà a bastarsi com’era, che si era fatta strada la consapevolezza della necessità di un nuovo affrancamento, che pur essendo solo la naturale continuazione del precedente giovanile. Ciò aveva mosso tutto era il rideterminarsi per sapere cosa era disposto a dare, cosa poteva essere. Una misura di sé, insomma, che non doveva dimostrare nulla a nessuno, ma costituire quel movimento verso il trovarsi, riconoscersi. E tanto bastava per motivare scelte difficili, banali, sbagli e piccole rabbie per la difficoltà di mutare con la necessaria, così gli pareva, velocità e intensità. C’era la pazienza da apprendere e il proprio tempo, ché mica coincide con quello degli altri, ma è solo proprio, e capirlo. Profondamente capirlo e farlo proprio.
nota sull’appartenenza
Gli pareva, anzi ne era sicuro, di non voler appartenere più a nessuno se non a sé. Non più, almeno, come un tempo. E non era un bastarsi, ché era ben conscio dei propri limiti. e anche del bisogno di bene era conscio, della necessità d’amore, di compagnia, ma piuttosto era il bisogno di crescere per suo conto che prevaleva. Il camminare secondo voglia, necessità e volontà propria. Insomma quelle caratteristiche che esternamente noi chiamiamo libertà, e sembrano semplici, esistenti in natura, ma interiormente sono ben altre tempeste e faticosi equilibri prima di giungere ad una consapevolezza che faccia di essa un dirsi: questo mi va bene, questo lo scelgo, questo lo voglio e di questa libertà metto in comune ciò che sono. Il bisogno di bene allora, restava intatto, tutto quello che i sentimenti sollevavano veniva percepito profondamente e trovava terreno fertile per crescere, restava solo in più quella libertà d’essere anche per altri, ma restando comunque sé. Ecco, questo sentiva.
la cioccolata alle 5

E’ arrivato il primo freddo, con esso le rade cioccolate delle 5, in onore alle folate di tramontana. Rade perché la ghiottoneria governata ha due limiti: la quantità e la condivisione. Ed è pure un piacere discreto, ovvero quello del centellinare la novità. Ma questa è una cioccolata in solitario, un piacere preparato per sé e come tale deve coincidere con ciò che si desidera, avere il tempo giusto, qualche dolcetto da sbocconcellare, una musica che piaccia, la finestra per guardare fuori, parole da leggere. Stasera sarà una via di mezzo tra una barbagliata e una cioccolata densa. Il caffè senza esagerare, un quinto, la panna pure discreta, altro quinto e il resto cioccolato fondente, almeno 70%, sciolto a bagnomaria con la giusta pazienza.
Prima il cioccolato ben sciolto nel bricco, poi l’aggiunta del caffè. Il tutto caldissimo, mescolato a lungo, e senza zucchero e infine la panna. Sono indeciso se mettere un poco di zucchero di canna, in superficie, per sentirne poi la consistenza sui denti, poi lascio decidere al gusto già eccitato dai biscotti: niente zucchero. I biscotti meritano, sono zaeti e torta al cioccolato a pezzetti, rustici e intensi, da intingere e ascoltare. Le cucchiaiate di cioccolata sorprendono il palato, mai uguali, il gusto muta e soddisfa, importante è la lentezza. Manca la condivisione, peccato, bisogna puntare su di sé. Ma non è anche questa una modalità molto richiesta al vivere, purché transitoria? La sera sui tetti avanza rapida, non c’è nessuna malinconia, solo la sensazione di avere i piedi ben poggiati per terra e di volare senza fretta con i pensieri e il gusto appagato. Attorno qualche parola su cui soffermare il pensiero, la pace circoscritta del momento dedicato a sé. E’ un dono come un massaggio, una corsa senza motivo, un gesto di generosità allegro. Piacere di vivere, null’altro.
Asmara
La città è su uno zoccolo di pietra che si è ricoperto di terra e di alberi. Poi sono arrivati gli animali e da ultimi gli uomini. La strada verso il mare scende rapida, laggiù, 2300 metri più in basso, c’è il caldo, le zanzare, i giorni che sconfinano nelle notti senza riposo, ma anche 100 isole davanti alla costa, la barriera corallina, i pescatori, le barche, il pesce, una bellezza e un blu che toglie il respiro. Altra vita.
La gente degli altopiani è particolare, lo è dappertutto, non si rendono conto dell’altezza e neppure del motivo per cui un tempo sono saliti lassù spinti da qualcosa. Forse il caldo, le minacce di altri uomini, la malaria, chissà, ma comunque fosse allora, sono rimasti e a loro sembra di essere sempre stati lì. Così loro, nomadi, sono rimasti a girare in tondo su quello zoccolo di roccia e alberi. Anche in città girano in tondo. Non sono montanari, neppure contadini, gli abitanti dell’altopiano sono affezionati agli animali. Quelli che trovano e riescono a tenere: pecore, capre, cammelli. Vendono il latte quando c’è, e gli animali quando serve. A molti basta così.
Gli zoccoli di roccia hanno un orlo da cui si vede lontano, aiuta a sentirsi sicuri e chi è sicuro investe su di sé, prospera, forse per questo qui è nata la capitale. Con essa, importanza di case, vie, chiese, moschee, persino una piccola sinagoga, anche se gli ebrei erano pochi e facevano fatica a mettere assieme la preghiera del sabato. Poi venne un mercato, lo fece ras Alula, quello che sconfisse gli italiani a Dogali; un grande mercato coperto in cui vendere e comprare, ma soprattutto trovarsi, bere caffè, farsi tagliare i capelli, confezionare un vestito, combinare un affare e chiacchierare, a lungo, ogni giorno, di tutto.
Del passaggio degli italiani sono rimasti gli orfani, nomi, i cinema impero, gli edifici magniloquenti della piccola Roma, bar, ferramenta. La gente dell’altopiano, li ha guardati, anche cercato di capirli, spesso ha scosso la testa, poi ha atteso. E sono passati. Gli italiani, sono passati, come tutti gli altri. Loro, la gente dell’altopiano erano qui prima di Roma, prima di Tebe, prima insomma. La rift valley non è distante e da queste parti si è mosso l’uomo per andare altrove, loro non lo sanno, perché non sono andati lontano, hanno girato attorno. Sono rimasti.
Anche Addis Abeba è su un altopiano, anche lì la gente si è fermata, ma non nello stesso modo ed è un’altra capitale, altre lingue. Qui il tigrino, lì l’amarico, e chissà quante altre parlate ci sono. Eppoi gli etiopi sono stati nemici, lo sono ancora anche se è difficile per la gente dell’altipiano andare in cerca dei nemici, sta bene dov’è, si sposta con fatica. anche per fare la guerra. Gli etiopi non l’hanno capito e hanno perso. Eppure sembravano più forti, solo che distanti dall’altopiano diventavano deboli. All’Asmara lo sanno, non si spostano volentieri se non per fuggire davvero in cerca di lavoro e libertà.
Gli uomini degli altopiani sono alti, magri, aristocratici, le donne bellissime; quando si muovono il corpo incede, come un arco contro il sole. Si sono fermati perché c’era pascolo, la notte e l’acqua erano fresche e si assomigliavano perché entrambe toglievano la fatica, aiutavano il corpo a tenersi la vita. Le distanze in giornate di cammino davano l’idea di uno spazio infinito prima del ciglio verso la pianura, così l’altopiano sembrava il mondo e non valeva la pena di andare altrove. C’era tempo, i villaggi sono cresciuti, divenuti pietra e poi città, le vie si sono lastricate per i carri. I commerci sono diventati importanti e l’altopiano attraeva anziché essere un punto di partenza, così anche le pecore hanno fatto percorsi circolari senza più scendere in pianura. C’è stato tanto tempo, e quel tempo che ancora oggi sembra non avere limite si è riempito di guerre e di nascite, di amori e di fatica, all’infinito. Fino a oggi, oltre ogni oggi. Non molto più il là, ancora in Eritrea, il Nilo si ingrossa anche adesso, punta verso la Nubia, qualcuno partiva e loro hanno atteso che qualcuno tornasse da quegli imperi che sembravano leggenda, e negli imperi si parlava degli altipiani e delle loro genti, qualcuno tornava e restava. Raccontava. Da queste parti c’era la regina di Saba, Salomone era infinitamente più distante, ma c’era tempo e così le persone, i re si incontravano.
Quand’ ero all’Asmara, cercavo nei volti, nelle voci, nelle pietre ciò che c’era prima dell’arrivo degli italiani, degli europei, e nelle persone trovavo una consapevolezza che era storia, letteratura, arti, abilità tramandate, ma soprattutto postura del corpo e uso del tempo. Mi sono fatto l’idea che l’immemorabile venisse da questa confidenza con il tempo, come fossero loro a dettarlo, tenerlo nel giusto conto, senza troppa importanza: un alleato che non si sovrapponeva a loro stessi. La cultura era il tempo e loro mi sembravano i signori del tempo.
la vita come opera letteraria?
C’è differenza tra vivere e lasciarsi vivere. Lo dici mentre cerchiamo un luogo dove fermarci. La città di mattina si muove a fiotti, come le tue parole, che spiegano e si gonfiano finché parli, sembrano scavare a ondate, con furia che si ferma indecisa e poi riparte. Infatti esiti a volte, usi quelle forme che servono a prendere fiato, i come dire. Mi pare che tu stia cercando più a fondo. Così, mi pare, frasi dubitative… Mi pare.
Così si riflette sul vivere e si cammina. Sul serio e metaforicamente, e io ti dico, che è vero che le nostre storie non sono solo storie. Le leggiamo dopo così. A volte anche finché sono in corso. Ma mai nello stesso momento in cui con precisione millimetrica ciò che sentiamo accade. Si immaginano le evoluzioni, anche un fine talvolta, però appena dopo. E se si è aperti a ciò che c’accade, la storia va ancor più per suo conto, ne siamo immersi, ma è una strada intrapresa, una direzione da assecondare con lievi movimenti di guida. Un obbiettivo intermedio che consegna alla nebbia una destinazione non determinata.
Ti ricordi Ulrich, l’uomo senza qualità? Mi dici. Quando spiega che vorrebbe vivere come un opera letteraria, con una vita che si svolge e si interpreta, senza tempi inutili, per vivere di più? E che se poi se lo osserviamo, leggendolo, di Ulrich, si colgono le abitudini, l’amante, gli obblighi di un incarico da portare innanzi, molta quotidianità, insomma? Ecco, credo che il pensiero di trasformare la vita in racconto lo facciano tutti quelli che leggono molto. Forse anche quelli che scrivono. Meno i pittori o i fotografi che hanno bisogno del reale per farsene attraversare e sentirlo. E anche chi ama solo il piacere è così. O magari ne dipende solo quando emerge la pulsione e la sua soddisfazione diventa più forte di un fine che la comprenda, e poi tutto torna nei ranghi. I lettori invece, confrontano le storie che leggono con la propria, si riconoscono nelle parole, nelle situazioni, nei personaggi. Cercano la realtà che per loro coincide con la verità. In fondo avere a disposizione tante vite vissute aiuta a verificare la propria. Costruirla. Riconoscerla. L’analista dice che quelli che procedono a questo modo non si vedono sino in fondo, scelgono un modo di interpretarsi e basta.
Adesso taciamo, ciascuno per suo conto, la vita attorno è più svelta di noi. Essere seduti fa scendere i pensieri lungo il corpo. Cambio discorso. Hai mai osservato, ti dico, che se guardi una bella donna in piedi lo sguardo e l’attrazione sono rapidi, uno scatto d’occhi e sensazioni. Senti che ti prende e cerchi un senso d’insieme come in una fotografia. Da seduti, la stessa donna diviene più morbida, procede per somma di attrazioni, ti soffermi sul viso, sul corpo, assorbi la bellezza lentamente, aggiungi pennellate, e lasci lavorare i sensi in modo calmo e intenso.
Non abbocchi.
Quando non si sa che fare si accavallano le gambe. Lo faccio con frequenza. Ci sarebbe bisogno di silenzio e invece tutto attorno ci sono rumori che mostrano le vite altrui. Cose, fare, identità, storie che si svolgono per loro conto. Una immensa biblioteca di caratteri di cui non resterà traccia comune. La raccolta delle vite avviene in silenzio e si confina in cerchie ristrette. Penso a parole scambiate, a sensazioni che restano. Il voler bene resta, ed è assieme la propria storia e la storia di qualcun altro. Abbiamo paura a legarci, troppo invasivo, siamo troppo nudi nello stare assieme, non è per questo che attrae il piacere che mette assieme sensazioni che poi si spengono e ricominciano finché si può? Mi chiedo se sia questo il principio di piacere. Intanto hai ripreso a parlare, m’ero distratto un po’ troppo.
L’analista sostiene che vivo in modo letterario.
Lo dici guardando le persone attorno, non me. Dice che quando gli racconto qualcosa seguo una trama e questo lo fa sentire in superficie. Credo semplicemente che sia in difficoltà perché le storie raccontate e vissute non lasciano troppi margini. Sono conseguenti, già decrittate, e io ho un rapporto particolare con i ricordi e il presente, questo lo so, ma davvero non saprei come vivere diversamente. Non si può essere diversi da ciò che si è, se ci si racconta la verità. Ossia lo si può essere per costrizione, per convenienza, ma che vite sono in definitiva, vite d’altri vissute nostro tramite.
Magari viviamo tutti in modo letterario, ti dico, o forse chi consideriamo notevole vive così. E magari letterario significa avere un filo che conduce le cose. Eppoi non è così per tutti?
Conosco così poco degli altri che adesso mi pare di non conoscere nulla di me. Più si procede e meno certezze restano. Vengono a galla le sensazioni, i sentimenti, ci si fa guidare da essi, ma se appena guardiamo sotto si vede che sono ancorati a principi forti che risalgono a chissà chi. Noi ne siamo portatori e in parte sono nostri davvero. Per questo lasciamo che la confusione galleggi, spuma per pelle e cervello per vivere capendoci qualcosa, sotto è tutto così torbido, c’è solo forza che tiene e si confronta. Bisognerebbe dare un nome alla forza per capire qualcosa. Ma dimmi, tu sai perché il piacere non è storia, perché si smarrisce e mal si ricorda? Ecco, vedi, questo ti dà misura della mia confusione. Sul piacere si orientano le vite e io non so capire cosa significhi davvero. Sembra un ornamento di qualcos’altro che avanza con fatica. Si adoperano piacere e felicità come sinonimi, eppure non lo sono, l’uno si può perseguire, l’altra è una condizione che movimenta tutta la persona. Ma entrambi non durano, però significano molto. Forse quel modo letterario di cui parla il tuo analista è la ricerca della felicità sempre e del piacere a volte, e il primo è una direzione verso cui scrivere la propria vita. Come si può, in balia dell’esterno, del caso e dell’interno con le sue forze oscure. Forse è il tentativo di un ordine, una storia.
E forse chi non scrive e si affida, cerca le stesse cose. Lo dici guardandomi. Semplicemente spera la felicità e il piacere, ma lascia fare alla volontà che dura un attimo, alla decisione del momento. E’ un altro modo di vivere, con la storia che si scrive da sola. Hai notato quanti forse abbiamo adoperato? Si capisce poco e quel poco sono i comportamenti di tutti. Ci assomigliamo tutti, ma ciascuno vuole le cose in modo differente, come dici tu, capisco poco anch’io e se mi guardo dentro ancora meno. Vivere letterariamente significherebbe rispettare un teorema, arrivare a una sintesi filosofica. Cose d’altri tempi, ora è tutto relativo, solo noi in fondo non lo siamo.
la scienza degli addii
Nel puntuto dolore alla schiena sento l’acqua che scorre, ancora pietosa, sui passanti, ma non per me. Una sera gialla di luci mal regolate, voglia di mettere ordine tra cose e carte sparse, impilare, scartare, fare posto. La vita non è forse, spargere e tenere, lasciare che con dovizia d’accoglienza si faccia strada ciò che importante lo è davvero. L’accumulare, aggiungere esperienze come pennellate distratte, tenere in troppo conto il piacere sino alla soddisfazione negata, confondono su di sé, mi pare impediscano, ad un certo punto, di provare davvero il nuovo. Come tutte le ossessioni. Non fanno forse questo gli psicologi che spingono all’assuefazione fino al suo rifiuto, per far toccare il limite, sondarne l’inconsistenza e poi tornare al vivere finalmente liberi? Dentro, mi dicono che son poco profondo con me, c’è un dialogo di voci. Sono succo di agrumi freschi e passati, possibilità, persone condotte per mano, presenze lasciate ad attendere e poi perdute, addii.
La scienza degli addii è il frusciare dell’acqua sul vetro, sullo scuro che avanza, sulla notte che scioglie le luci. La scienza degli addii è nei capelli pettinati con le dita aperte, nelle carezze trattenute, nei baci fuggiti come lampade di strade lungo i treni.
La scienza degli addii è il groviglio di rotaie luccicanti appena oltre le stazioni, il vetro che accoglie il naso e il fiato che si schiacciano, la bocca che manda i baci prima trattenuti, il silenzio che ingoia l’assenza e rattrappisce prima di alzare lo sguardo. Ora che non c’è pelle grata a ricevere carezze, posar di labbra, caldo improvviso e tempo breve, ora che nei pensieri d’aria si disegnano possibilità sfumate, acuto è l’addio che non ha mani da scambiare. Così sfuma verso l’ultima luce del giorno un rimpianto e resta l’assenza.
E’ allora che si vorrebbe aver imparato la scienza degli addii, l’arte di portare con sé il necessario per lasciare che ogni amore viva.
l’arte d’intrecciare canestri
Stasera il vento comincia a ricordarsi che è pur sempre novembre. Domani prevedono pioggia (mi piace l’immagine di questi che prevedono, chissà dove sono, immersi in carte del tempo oppure che sghignazzano chiedendo al nonno se ha i dolori), bello godersi la bicicletta tra le strade illuminate di luce pubblica e dai negozi. Tra poco inizieranno le luminarie, ma quella non è la città che sento domestica, è la città in spolvero, che mostra la propria voglia di festa, di ricchezza. Meglio le falivete delle caldarroste che volano verso l’alto e che sono stagione, cosa di casa.
Gli occhi del ricordo investigano i segni, un refolo di tramontana riporta ad altri autunni ben più freddi, persone chiuse nei cappotti, sfoggio e necessità di lane, adesso ancora ci sono giacche e al più cotoni pesanti. Capricci del clima. La città non sente freddo, è ancora aperta, accoglie ovunque, le persone per strada che si fermano a parlare, i non pochi seduti all’aperto anche di sera. Si intrecciano voci, appuntamenti, risate e i toni si alzano, si mostrano. Sono distintivi i toni del dire, apparenza, voler essere e mostrare. Attorno è tutto un intrecciare relazioni, dare appuntamenti, proseguire affiancati, costruire reti. Un sociologo inglese ha definito la cultura come l’arte di intrecciare canestri, mettere assieme il dentro e il fuori come si fa con i rami di salice o di nocciolo e ricavarne qualcosa di solido e utile, un contenitore che raccoglie altro, con una sua bellezza. La cultura della città è questo: stabilire connessioni nuove.
Nella piazza si affacciano nove bar, in quasi tutti si può mangiare. In un paio pure bene. C’è ancora qualche tavolo in cui mangiano all’aperto, ora però è il tempo delle sale che si gremiscono. Tavolini vicini, voci che si sovrappongono, chiacchiere e progetti che prendono consistenza. Tutto assieme. Una coppia approfitta del tono alto di due donne per trovare una intimità difficile.
Questa è mia figlia. E indica una ragazza che approfitta dell’interruzione per consultare il touch screen. Ma dai, sembrate sorelle. Piccole ipocrisie, complimenti tirati e la figlia alza gli occhi infastidita. Tra un’insalata d’orzo e un prosecco, le reti si annodano, costruiscono immediati futuri. Alla coppia luccicano occhi e sorrisi, le promesse mute prendono assai e lo sfiorarsi, lo stringere di mani, i baci fugati, intrecciano possibilità. Questa è una cultura che prescinde dal luogo, così diceva Ulf Hannerz, più o meno. E invece a me piace l’idea che il luogo sia parte dell’intrecciare.
Sugli scalini della gran guardia, altre reti, persone, ragazzi. Cultura come rete che intride persone e luoghi. E’ solo un’idea, una suggestione che mi piace perché penso che nei muri, tra le case, si conservi qualcosa di questa cultura che nasce e ha un passato. Che questi ragazzi, e chi ne è preso, disseminino ciò che apprendono, lo portino con sé per il mondo. E che quella rete non sia solo sentimenti fugaci, ma lingua, sentire, vedere, sensi che nascono in un luogo. Suggestioni, un modo di leggere i rapporti, tenerli, farne esperienza e conoscenza che si trasmette non con i libri, ma come si può, come viene. Anche perché è sera e non fa ancora freddo, ma di calore umano c’è sempre bisogno.





