c’era chi era comunista

Perché dopo essere stato comunista, tutto quello che è venuto poi, in politica, è stato meno? Un progressivo adattarsi a una realtà che diventava sempre più irriformabile, dove la speranza si affievoliva e per questo il fare diveniva relativo, incapace di suscitare le stesse passioni, speranze, volontà di cambiamento di un tempo. Forse questo approccio alla società, al sentirsi parte di qualcosa di più grande, era tipico dell’età giovanile, che si portava innanzi con quella carica di passione e d’assoluto che scorre dentro quando il proprio mondo è da fare, diviene contenuto dell’oggi, si sostanzia in progetti, scadenze che fanno ritenere tutto vicino. E anche il camminare diveniva una certezza che coincideva con la strada che si percorreva. Quell’entusiasmo però aveva caratteristiche profonde, come tutti gli idealismi, ed era capace di incidere sulle vite mettendole dentro una interpretazione etica di ciò che era buono per tutti, cambiava i comportamenti, la gestione del tempo, gli affetti, ciò che si faceva e si sceglieva. Ciò che è venuto poi è stato insieme una libertà nuova e un relativo che le ha tolto gusto, riportandola su un sé talmente isolante che non era più possibile dire noi e sentirsi parte di una rivendicazione condivisa, di una forza che cambiava. Credo una scelta politica allora somigliasse a tutto quello che ha capacità di incidere dentro di noi: gli amori, le emozioni forti, le paure. E che essere stato parte di un progetto che voleva cambiare il mondo e la vita delle persone verso una maggiore giustizia e condivisione, in una libertà mai raggiunta prima, restasse, pur senza i risultati che si sarebbero voluti, la possibilità di una vita alternativa. Più piena, condivisa e felice di quella vissuta poi.

Certo il comunismo attuato era altra cosa, lo vedevamo nei viaggi all’est. Negli anni ’70 arrivavano i primi esempi terribili che si assommavano a quelli passati, di regimi inumani, coercitivi oltremisura. Ma noi pensavamo, e uso il plurale perché con varie gradazioni lo pensavamo in molti, che si potesse riportare sulla giusta via quello che non andava, raddrizzare le storture, eliminare i culti della personalità, le resistenze che impedivano di avere una società cooperante e meno burocratizzata. In fondo eravamo anarchici e il comunismo era solo il passaggio verso quell’individuo libero e solidale che era il vero punto di arrivo della società realizzata. Del resto il capitalismo, con la sua libertà e democrazia, per lo più raccontate, veniva da guerre ed eccidi terribili, era lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo teorizzato e visibile. Credo che questa fosse una ragione che ci spingeva comunque a credere nel comunismo, spinti forse da quella tradizione romantica che non si esauriva. Ed ora che non si crede più, che il capitalismo ha vinto, migliorare sembra sia un problema da risolvere assieme al fondo monetario internazionale o la BCE, cose distanti che rispondono a un mondo che include solo il denaro e relativizza gli uomini, cose che non hanno una possibilità di riforma vera, si autogovernano e non rispondono a nessuno pur determinando il benessere e le vite di ciascuno. Di fronte all’impotenza, senza più un ideale che spinga a governare le proprie vite resta la ricerca del meno peggio, per questo una nostalgia di quell’amore che durò a lungo relativizza tutto e rende stanchi quando si deve affrontare una nuova battaglia. Anzi non ci saranno più battaglie se non c’è una bandiera per cui combattere e vincere. Al più qualche san Martino che taglia il proprio mantello e condivide.

ciò che spande il vento

IMG_5777[1]

La vita sta mutando, l’assecondo e l’accarezzo come il pelo d’un gatto. Il caso poi porta in giro, muta direzione. E’ vento, spinge, accelera, dona nuove prospettive, amicizie, interessi, rallenta. Capisco che tutto ruota sulla gestione del tempo, e che questa sta mutando. Lavoro sulle abitudini perché muti. Adesso è più facile accorgersi delle cose che imprigionano, cerco la libertà da esse. Per quanto possibile. Capisco che quello che ho è importante. Anche questo ha bisogno di un’educazione al vedere. Forse è questa consapevolezza che rallenta, vorrebbe riflettere e assaporare tutto per farne presente e ricordo. Assieme. E’ quasi un curriculum che muta, cerco di assumermi. Non ho gusti facili. 

novembre, 7, mattina

E’ entrata una luce bianca,

ha sollevato lo sguardo

e l’ha perso, prima sul muro, poi verso il cielo.

E’ accaduto un momento prima

che un raggio illuminasse il legno del pavimento, 

la gamba, 

il braccio,

il cuore

e che poi la testa si riempisse di quell’azzurro, 

improvviso,

tra le nubi diventate sfondo.

Una ventata nel cielo e non era più novembre,

solo la vita che spandeva, lieta e libera di sé,

senza tempo. 

il pane nasce ieri

IMG_5761[1]

Ieri

Con la giusta lentezza, ho impastato la farina e il lievito madre, l’acqua, il sale, l’olio, un cucchiaino di miele. E ora lievita. Stasera dopo la commissione, lo impasterò nuovamente. Farò le piegature, così si chiamano, e pare sia lì uno dei segreti per un buon pane. Lieviterà tutta la notte e domattina sarà infornato e cotto.

Le cose normali, i piccoli caos dell’esterno che preme con le sue urgenze ed incombenze, riportati nell’ordine che si è scelto per dipanare le difficoltà. Ognuno ha i suoi modi. Quando la pressione cresce, io rallento, mi distraggo e faccio cose molto diverse, direi incongrue, come cucinare, leggere un libro in piedi, scrivere d’altro. E così confino la preoccupazione e l’urgenza in un canto, finché trabocca. Ma io spero non trabocchi. E comunque l’affronterò se accade. Qualsiasi decisione prenderà la commissione che coordino, si altererà un risultato. Difficile essere giustamente distanti, troppe pressioni. Ciò che si fa ha la certezza della buona fede, del perseguire un equilibrio in cui possano stare molti, la maggioranza, e questo sembra già molto. Riportare le cose a prima del loro accadere non è mai possibile. Bisognerebbe che dopo un intoppo, ciò che ha fatto traboccare fosse rimosso e il fiume riprendesse il suo corso. E mentre così penso e mi muovo perché questo accada, mi è chiara la difficoltà di capire quale sarebbe stato il corso naturale delle cose. Però penso anche a tutto il buono che c’è attorno e che noi non vediamo, al fatto che si agisce sulla devianza e invece la gran parte di cose che vengono fatte bene, si ignorano. Bisogna rispettare chi agisce rispettando gli altri, chi ha un fine alto e lo persegue con modestia. Siamo circondati da queste persone e non le vediamo.

E intanto, mentre impasto, la pasta si appiccica alle dita: domani il pane sarà cotto, una decisione verrà presa e il corso delle cose procederà. E’ la calma o l’incoscienza che spinge avanti? A volte vorrei poter fare la mossa del cavallo che punta sull’obbiettivo e poi scarta a lato: siamo troppo intrisi di linearità e interiormente così aggrovigliati che pare difficile fare le giuste scelte. Bisogna aggrapparsi ad un ordine, accettare di sbagliare in buona fede, rallentare per capire.

Oggi

E’ mattina, il profumo del pane si spande per la casa, è così reale da sembrare semplice. Ha avuto bisogno di un poca di attenzione e di movimenti semplici, ma nei pochi ingredienti si è maturato un arcano di complessità che avevano un fine, per questo sembra semplice e invece è buono. Insegna molto il pane.

Ricetta del pane semplice:

800 gr di farina, (io uso tre farine: manitoba 300 gr, integrale 250 gr, farina di grano duro 250 gr. Tutto con macinazione 0 o più grossa ( ne viene un pane rustico, se si vuole qualcosa di più raffinato si sostituisce il grano duro con farina di grano tenero)

250 gr di lievito madre, (il lievito è dono di un’amica che ama la forza della semplicità e ne prende la bellezza)

410 gr d’acqua tiepida,

1 cucchiaino di sale,

1 cucchiaino di malto o miele,

1 cucchiaio d’olio.

Il tutto si impasta a mano, con pazienza e forza – quella che si ha- finché è morbido e appiccica, ma si stacca dalle dita. Si fa una pagnotta, si taglia a croce profondamente e la si lascia a lievitare coperta per almeno 3 ore.

Poi si riprende, si impasta nuovamente, stendendolo con le mani e ripiegandolo come fosse un tovagliolo, così, più volte, con pazienza e pensando ad altro. Infine si possono fare due pani lunghi oppure una pagnotta grande, si ripetono i tagli profondi e si lascia lievitare per una notte (7-8 ore).

A mattina, un ora in forno caldo a 180 gradi. E il miracolo della semplicità si ripete.

non c’è niente da capire

DSC06130

Oggi c’è il sole. La giornata è fresca, come sa fare l’autunno che non promette e non illude, ma regala. Il cielo sopra le case è terso, ampio, senza limite d’altezza e d’estensione. Prima di sera cominceranno i fuochi delle caldarroste e il fumo, dolce, salirà assieme a fasci di scintille. Verso l’alto, verso la sera ancora chiara, con scie che si spengono eppure restano. Come il dolce discreto che riempirà la bocca di gusto rugoso, mentre le mani si scalderanno col sacchetto. E il vino rosso, leggero e rustico, non lascerà quasi traccia. Non c’è niente da capire, non nelle stagioni, non nel godere del tempo e delle cose.

E la musica che ascolto, tra le altre, è questa.

 

volo di passo

IMG_1253

Sceglie il volo sghembo. Puntare un orizzonte e poi entrare nel cielo. Volare, girare, cadere in picchiata, riprendere.

Si dirà: che c’entra? C’entra, c’entra, ci sono sentire che sono una direzione, che si alimentano di pane, salame e amicizia per far festa, che s’incazzano per un po’ per quanto accade e poi gli passa, che vogliono un centro a cui attaccarsi per poi criticarlo. Ché non riuscirebbero a farne senza, ma bisogna conservarlo distante quel tanto che non interferisca troppo con le vite. 

C’è una direzione, un dire che è quasi essere, l’io sono da questa parte. Un salvagente per far argine al mare piuttosto che imparare a nuotare e che poi serve ad assolvere una vita a zig zag tra impegno e stanchezza.  Questa è la differenza tra gli snobbettini e gli altri che pur vivono comunque di cioccolata, caffè e cappuccino, ma scelgono di giorno in giorno. Con alzate d’estro, senza pensarci troppo, perché ci si stanca presto e ormai si sente poco, oltre la direzione. Così si può vivere, come si beve il quarto bicchiere, quello che farebbe perdere la patente: d’un fiato e senza troppo gusto. 

3 novembre, Redipuglia

IMG_5731[1]

Facevo tutta la scalinata di corsa, fino alle tre croci, fino alla lapide dei 30.000 ignoti. Era una gara, un uscire dal luogo. Ma almeno il nome di mio nonno c’era, ma gli altri dov’erano? Possibile che nella contabilità della guerra, nei ruolini dei reggimenti, si fosse perso il nome oltre al corpo? E i dispersi, dove vuoi che fossero finiti, erano morti come gli altri.  I corpi chissà dov’erano in quell’immane confusione che faceva recuperare, possibilmente senza farsi ammazzare e seppellire in fretta.  Solo una medaglietta faceva la differenza, e il trovarla certificava la morte. In quel macello che furono le alture tra Gorizia e Trieste, si poteva ben dare un nome a tutti, scriverlo e poi lasciare i piccoli cimiteri di guerra con le tombe e le armi frammiste, le armi ormai inservibili che raccontavano che la follia si era compiuta e ora c’era la pace. Basta sangue, fucilate alle spalle per chi non andava all’assalto, per chi non si faceva ammazzare, basta contadini e operai che si massacravano anziché lavorare, sfamare le famiglie, i figli piccoli. Basta quelli di là e quelli di qua. Basta. Sarebbe bastato un luogo dei nomi, delle identità e un luogo delle ossa per le visite, per i fiori. Non importa chi c’era sotto, ma un luogo serviva, era un porto del senso, l’idea che non fosse sparito tutto e rimanesse solo il dolore, l’affetto, l’amore senza oggetto.  

Mia nonna ricordava il primo cimitero  la fatica di ritrovare il nome, le croci che arrugginivano velocemente, la confusione che riportava alla necessità di seppellire velocemente, non alla pietà o al sentimento. Necessità che reparti assolvevano come logistica: un luogo per i vivi a termine, la trincea, un luogo per i morti, la retrovia dove non si moriva. Si invertiva la logica delle cose: dov’era il pericolo i vivi, dov’era la sicurezza, i morti.  Il morale della truppa, l’igiene, la necessità. Ma lo iato nelle teste non esisteva se non ricacciato dal reale: chi era amico del morto moriva assieme o di lì a poco. Il carnaio era per forza anonimo, solo la medaglietta attestava che qualcosa era avvenuto e nella contabilità dei reparti ciò che non si trovava era disperso. Non vivo e non morto, non utile alla guerra, incapace di essere per testimoniare un’azione, un assalto, una vittoria che valeva dieci, venti metri.

Quattrocentomila, contadini per lo più, e operai, assieme all’intelligenza interventista dalla nostra parte. E dall’altra, ancora contadini e operai e ragazzi di liceo e universitari subito ufficiali. Non c’è più distinzione ora, tutti assieme. E non c’era neppure allora, era solo impossibile ribellarsi all’evidenza, all’insensatezza.

Da piccolo pensavo che il colle di Redipuglia fosse un cumulo di ossa e che sopra ci avessero fatto i sacrari. Centomila morti dovevano avere un volume, essere messi da qualche parte. E invece chissà dov’erano i morti veri, serviva il numero, non le ossa, e la retorica fascista aveva avuto bisogno di grandi numeri, di più sacrari e più inaugurazioni, fino all’ultimo con i 22 gradoni, con quel PRESENTE, scandito sulle cornici, ripetuto all’infinito. Mio nonno a casa era presente. Lo era stato ai suoi anzitutto: pochi, una moglie, due figli. Poi a noi, ai nipoti, pochi, due ancora, che sentivamo di avere una presenza particolare in un luogo particolare. Sacro. Era importante quella parola, alta, riportava alle chiese, a ciò che era inviolabile. Come ci fosse qualcosa di sacro nella guerra, in una vittoria o in una sconfitta e la morte senza senso diventasse più alta. SACRO. Era scritto ovunque, ma il fatto di non poter mettere un fiore incrinava tutto, ogni giustificazione e sacralità. Anche i santi avevano un corpo, un luogo dove mettere i fiori, lì c’era un immenso libro aperto con i nomi che si susseguivano e non c’era un posto per dire: era assieme a me, era mio, c’ero io accanto a lui. Mia nonna, che qualche ragione per quella morte voleva trovarla e non le bastava il nome e il PRESENTE, anche per lei il posto per un fiore, una tomba normale, un luogo per depositare gli affetti mancava. Nonostante il sacro, la croce di guerra, una fotografia e il figlio, le era rimasto quel vuoto aggiuntivo di una pietà impossibile, di un corpo sottratto due volte, e quell’epiteto di guerra santa, magari lo ripeteva per attaccarsi a una ragione tangibile, ma non le bastava,

Così si andava a Redipuglia a novembre e io mi chiedevo cosa c’entrasse la Puglia con Trieste. E infatti non c’entrava, ma tutte le congetture erano buone per dare un nome a un luogo che non doveva essere sloveno. Sennò che senso avrebbe avuto tutto ciò? E neppure tutte le ossa dei centomila sopra e dei centomila sotto c’entravano con quello che vedevo. Dove li avevano messi? Una collina di morti con un’unico marmo sopra, un segno, un lenzuolo di pietra, questo vedevo.

Ecco, era un lenzuolo di pietra.

giù dalle colline verso la pianura

IMG_1280

Sono colline estenuate, stanche d’appennino. Riottose quel tanto da mostrare ferite di antiche gare geologiche, calanchi, che si gettano in mari che non esistono più. Ma verranno, oh sì che torneranno i mari, la terra è un galantuomo ( strano si metta al maschile le cose che si mantengono, le donne mantengono assai di più, forse pensare oltre il genere fa capire quanto poveri siano i modi di dire a fronte della realtà), ha tempo e si riprenderà la terra data a prestito, la riconsegnerà ai pesci, e attenderà che altre insensatezze la facciano reagire. A suo modo, certo, con quella pacatezza che si scorge in queste colline che contengono l’uomo, non ne sono contenute. Le città di pietra presa dai colli, le cattedrali meravigliose di marmi, il pavimento più bello del mondo, le opere d’arte, le torri arroganti, i palazzi rossi di mattoni, tutto questo immane ingegno profuso, si scioglie nel paesaggio. Perché basta un cipresso a fermare il passo. Un dorso di collina che si staglia contro il cielo, le scie di colori d’autunno giocati sulle variazioni del verde, la natura e l’opera dell’uomo, rallentano l’andare perché presi dalla quantità di bellezza bisogna lasciare tempo per accogliere, per esserne pervasi. Poi magari ci si accorge che mancano i colori del nord, che non ci sono i viali di platani che spingono frotte di foglie giallo marroni verso le auto, che i marciapiedi e i bordi delle strade non croccano sotto le scarpe, che l’aria è priva del mulinare nel vento di fine ottobre. Mancano perché questo è il regno dei sempreverdi, e le piante decidue, che pur ci sono, sembrano complemento al verde, mai protagoniste. Ma tutto manca distrattamente e rende lontano e privo di senso ogni confronto, qui e ora non può che essere così. L’immanenza dell’esistere nel momento qui trova la sua realizzazione, non nella piccola ricerca dell’attimo, nella soddisfazione che si esaurisce.

Scendere a Siena come Guidoriccio da Fogliano è semplice, i paesi sono un po’ più grandi dei castelli del ‘300, ma le colline sono le stesse. Mancano i nomi bellissimi dei condottieri e dei popolani (chissà che fine ha fatto questa capacità di dare ai bambini nomi originali, che tracciavano destini ed erano già un biglietto da visita, sostituendoli con le pletore di Katie, Samanthe, ecc. ecc.), ma se si scava nelle parole dei luoghi, Montaperti è ancora una ferita per una parte e una gloria per l’altra. Anche sui partiti, su quei guelfi (bianchi e neri, con non pochi distinguo, perché in Italia avere una posizione duale è praticamente impossibile e chi propugna sistemi politici binari dovrebbe rendersene conto che questo è il paese in cui ci si dilania sulle sfumature per non giungere mai al contenuto) e ghibellini che fanno parte del nostro modo irrisolto di gestire e separare la cosa pubblica dal credo spirituale delle persone. Scendere è facile dalle colline, meglio per le strade secondarie, meglio evitare le superstrade che puntano a obbiettivi lontani e tolgono la vista, meglio restare nel silenzio, fermarsi al ciglio e guardare. Prima guardare e poi fotografare. E non di rado tenere solo dentro sé l’impressione, perché quel verde, quel colpo d’occhio, quel profumo di legna bruciata, quell’eco di parlata nel borgo, quell’azzurro distante, e soprattutto quell’essere travolti dalla bellezza di esserci e vivere, non verrà mai in una fotografia. Ma dentro di noi sì resta la sensazione, che continuerà a lavorare sui particolari, che penserà alle colline belle come il duomo di Siena, che restituirà una sensazione di equilibrio nella gara del meraviglioso. Era una partita, l’uomo ha dato il meglio, ma il tempo non l’ha mai avuto dalla sua parte e le colline, piano piano hanno inglobato tutto, la cornice si è presa il quadro, rispettando le singolarità, i guizzi di genio, ma alla fine ciò che resta è la sensazione di essere immersi in un tutto in cui l’uomo si inchina, mostra la sua esistenza e si sente parte. questo è il vero equilibrio, la pace, la vittoria della bellezza che non ha vincitori.

notturno

IMG_1474

Di notte, la campagna si infila tra le case, spinge il buio negli orti, tra le ultime rose, preme sulle porte. E le pietre, i tetti si stringono gli uni agli altri, dimenticando proprietà, fastidi, incomprensioni, nel cercare un calore che rassicuri.

Un cane abbaia continuamente. Non è vicino né lontano, è lui la notte per chi veglia. Lo sa, forse, per questo continua instancabile, ferma un momento, illude e ricomincia. Eppure nelle strade illuminate non c’è nessuno. Lontano qualche auto incrocia i fari, mostrando case, alberi bruni, il verde spento dei prati e un bianco di betulle che s’ammassano sotto la collina. Non c’è nessuno, solo gli spettri delle funzioni diurne delle cose, che attendono il mattino per essere, lividi, silenti e attoniti per il chiaro improvviso, si mostrano, ma è un attimo, poi torna la notte. 

Ci può essere un senso di solitudine più grande, che incita al sonno procurato, ai televisori accesi, ai computer e alle conversazioni con un altro lontano sé, ma qui le finestre si chiudono presto, come occhi senza pensiero. Domani sarà uguale, questo pesa, non il silenzio, la città vuota, la stanchezza del giorno. Domani sarà uguale. E mentre le gambe si raccolgono nel letto, la speranza di essere stanchi a sufficienza vorrebbe un termine, uno scollinare oltre il quale il giorno non si ripeta. Questa è la fatica del nuovo e l’abbraccio che comprende, tiene, capisce e si sussurra: cambierà in tempo, cambierà.

a volte ci pare di saper tutto

A volte ci pare di saper tutto, e a sera siamo sicuri che quel posto conosciuto, domani ancora ci sarà.

Ci pare di saper tutto, smarrendoci nella noia che socchiude gli occhi e non vede.

Ci pare di saper tutto nella stanchezza di ciò che non è nostra fatica.

Ci pare di saper tutto vicino a chi non abbiamo scelto.

Ci pare di saper tutto se non guardiamo oltre la miseria che possediamo.

Ci pare di saper tutto e lo sappiamo che la noia che ad un certo punto ci prenderà, e con essa la voglia di andar via,

Ci pare di saper tutto, e come finisce già da prima.

Ci pare di saper tutto perché lo sappiamo che una domanda potrebbe far crollare il nostro mondo, e rivelarci che sappiamo davvero poco. E che quel poco ci è insufficiente a star bene.

Sappiamo che senza un gesto gratuito ci mancherà un sorriso e che se non saremo mai grandi per gli altri, a noi potrebbe non importare.

Sappiamo che sarebbe possibile sapere qualcosa in più, che basterebbe aprire occhi e mente e non dare tutto per scontato.

Lo sappiamo e preferiamo dimenticarlo, è molto più facile la noia del saper tutto.

piccoli pensieri

La vita degli uomini e’ moltissima e poca cosa, racchiusa in capsule di presente ha spesso rara bellezza, vive di fotogrammi pieni di colore, sensazione, movimento. E se pure non manca il grigiore, il ripetersi, il vuoto, nel vivere il giorno, la vita dà speranza. Ciò che è storto, nel giorno, muta, può evolvere, rovesciarsi, sorprendere. Così la vita è molto, anche se a volte lascia senza parole, in un’attesa che vorrebbe stimoli e invece è davanti al muro grigio della proiezione di ciò che verrà. Il futuro non si annida nel giorno, che semplicemente lo consuma ed esige l’energia che dovremmo trarre dalle scelte, dalle rinunce.

Il futuro ha bisogno di senso e di storia e come per un film, coglierne il senso implica mettere assieme una storia, legare, assegnare ruoli e significati, in questo la vita ha blocchi grandi di ruolo in cui pare vi sia un senso dell’età. Cose conosciute, contenitori: la fanciullezza, la giovinezza, l’età matura, la vecchiaia. Da sempre i ruoli sociali dell’età riguardano i contenitori prima che gli individui, le vite come sequenza e funzione prima d’essere senso individuale. La società ha bisogno di vite uguali, è indifferente alla disperazione del senso. Queste sembrano non riguardarla come del resto tutto ciò che concerne le storie individuali, per questo il condizionamento esterno ci consegna alla ricerca della sensazione, per capire d’essere vivi nonostante il ruolo assegnato. Oltre quel ruolo. E’ fallace tutto ciò, perché accetta ciò che ci viene imposto e non vede la coesistenza del bambino, del giovane, dell’età matura e del vecchio in ogni momento della vita raggiunta, in ogni età. Rispettare noi nel presente è rispettare le nostre età che convivono, dare loro, tutte assieme, un futuro.