la vita come opera letteraria?

la vita come opera letteraria?

C’è differenza tra vivere e lasciarsi vivere. Lo dici mentre cerchiamo un luogo dove fermarci. La città di mattina si muove a fiotti, come le tue parole, che spiegano e si gonfiano finché parli, sembrano scavare a ondate, con furia che si ferma indecisa e poi riparte. Infatti esiti a volte, usi quelle forme che servono a prendere fiato, i come dire. Mi pare che tu stia cercando più a fondo. Così, mi pare, frasi dubitative… Mi pare.

Così si riflette sul vivere e si cammina. Sul serio e metaforicamente, e io ti dico, che è vero che le nostre storie non sono solo storie. Le leggiamo dopo così. A volte anche finché sono in corso. Ma mai nello stesso momento in cui con precisione millimetrica ciò che sentiamo accade. Si immaginano le evoluzioni, anche un fine talvolta, però appena dopo. E se si è aperti a ciò che c’accade, la storia va ancor più per suo conto, ne siamo immersi, ma è una strada intrapresa, una direzione da assecondare con lievi movimenti di guida. Un obbiettivo intermedio che consegna alla nebbia una destinazione non determinata. 

Ti ricordi Ulrich, l’uomo senza qualità? Mi dici. Quando spiega che vorrebbe vivere come un opera letteraria, con una vita che si svolge e si interpreta, senza tempi inutili, per vivere di più? E che se poi se lo osserviamo, leggendolo, di Ulrich, si colgono le abitudini, l’amante, gli obblighi di un incarico da portare innanzi, molta quotidianità, insomma? Ecco, credo che il pensiero di trasformare la vita in racconto lo facciano tutti quelli che leggono molto. Forse anche quelli che scrivono. Meno i pittori o i fotografi che hanno bisogno del reale per farsene attraversare e sentirlo. E anche chi ama solo il piacere è così. O magari ne dipende solo quando emerge la pulsione e la sua soddisfazione diventa più forte di un fine che la comprenda, e poi tutto torna nei ranghi. I lettori invece, confrontano le storie che leggono con la propria, si riconoscono nelle parole, nelle situazioni, nei personaggi. Cercano la realtà che per loro coincide con la verità. In fondo avere a disposizione tante vite vissute aiuta a verificare la propria. Costruirla. Riconoscerla. L’analista dice che quelli che procedono a questo modo non si vedono sino in fondo, scelgono un modo di interpretarsi e basta.

Adesso taciamo, ciascuno per suo conto, la vita attorno è più svelta di noi. Essere seduti fa scendere i pensieri lungo il corpo. Cambio discorso. Hai mai osservato, ti dico, che se guardi una bella donna in piedi lo sguardo e l’attrazione sono rapidi, uno scatto d’occhi e sensazioni. Senti che ti prende e cerchi un senso d’insieme come in una fotografia. Da seduti, la stessa donna diviene più morbida, procede per somma di attrazioni, ti soffermi sul viso, sul corpo, assorbi la bellezza lentamente, aggiungi pennellate, e lasci lavorare i sensi in modo calmo e intenso.

Non abbocchi.

Quando non si sa che fare si accavallano le gambe. Lo faccio con frequenza. Ci sarebbe bisogno di silenzio e invece tutto attorno ci sono rumori che mostrano le vite altrui. Cose, fare, identità, storie che si svolgono per loro conto. Una immensa biblioteca di caratteri di cui non resterà traccia comune. La raccolta delle vite avviene in silenzio e si confina in cerchie ristrette. Penso a parole scambiate, a sensazioni che restano. Il voler bene resta, ed è assieme la propria storia e la storia di qualcun altro. Abbiamo paura a legarci, troppo invasivo, siamo troppo nudi nello stare assieme, non è per questo che attrae il piacere che mette assieme sensazioni che poi si spengono e ricominciano finché si può? Mi chiedo se sia questo il principio di piacere. Intanto hai ripreso a parlare, m’ero distratto un po’ troppo.

L’analista sostiene che vivo in modo letterario.

Lo dici guardando le persone attorno, non me. Dice che quando gli racconto qualcosa seguo una trama e questo lo fa sentire in superficie. Credo semplicemente che sia in difficoltà perché le storie raccontate e vissute non lasciano troppi margini. Sono conseguenti, già decrittate, e io ho un rapporto particolare con i ricordi e il presente, questo lo so, ma davvero non saprei come vivere diversamente. Non si può essere diversi da ciò che si è, se ci si racconta la verità. Ossia lo si può essere per costrizione, per convenienza, ma che vite sono in definitiva, vite d’altri vissute nostro tramite.

Magari viviamo tutti in modo letterario, ti dico, o forse chi consideriamo notevole vive così. E magari letterario significa avere un filo che conduce le cose. Eppoi non è così per tutti?

Conosco così poco degli altri che adesso mi pare di non conoscere nulla di me. Più si procede e meno certezze restano. Vengono a galla le sensazioni, i sentimenti, ci si fa guidare da essi, ma se appena guardiamo sotto si vede che sono ancorati a principi forti che risalgono a chissà chi. Noi ne siamo portatori e in parte sono nostri davvero. Per questo lasciamo che la confusione galleggi, spuma per pelle e cervello per vivere capendoci qualcosa, sotto è tutto così torbido, c’è solo forza che tiene e si confronta. Bisognerebbe dare un nome alla forza per capire qualcosa. Ma dimmi, tu sai perché il piacere non è storia, perché si smarrisce e mal si ricorda? Ecco, vedi, questo ti dà misura della mia confusione. Sul piacere si orientano le vite e io non so capire cosa significhi davvero. Sembra un ornamento di qualcos’altro che avanza con fatica. Si adoperano piacere e felicità come sinonimi, eppure non lo sono, l’uno si può perseguire, l’altra è una condizione che movimenta tutta la persona. Ma entrambi non durano, però significano molto. Forse quel modo letterario di cui parla il tuo analista è la ricerca della felicità sempre e del piacere a volte, e il primo è una direzione verso cui scrivere la propria vita. Come si può, in balia dell’esterno, del caso e dell’interno con le sue forze oscure. Forse è il tentativo di un ordine, una storia.

E forse chi non scrive e si affida, cerca le stesse cose. Lo dici guardandomi. Semplicemente spera la felicità e il piacere, ma lascia fare alla volontà che dura un attimo, alla decisione del momento. E’ un altro modo di vivere, con la storia che si scrive da sola. Hai notato quanti forse abbiamo adoperato? Si capisce poco e quel poco sono i comportamenti di tutti. Ci assomigliamo tutti, ma ciascuno vuole le cose in modo differente, come dici tu, capisco poco anch’io e se mi guardo dentro ancora meno. Vivere letterariamente significherebbe rispettare un teorema, arrivare a una sintesi filosofica. Cose d’altri tempi, ora è tutto relativo, solo noi in fondo non lo siamo. 

9 pensieri su “la vita come opera letteraria?

  1. Sarà che di Letteratura ne so il giusto che mi è stato necessario fin qui per fermarmi all’ultimo atto della Boheme “Sono andati fingevo di dormire”. Questa è la più vera autentica felicità. Ovviamente è un’esigenza mia. Di vita con il distinguo ben chiaro da quella Letteratura che un tempo bevvi come acqua a dissetare arsura

    Mirka

  2. Narrarsi nel divenire è temere il divenire stesso inarrestabile, anche nella possibile ripetitività. Credo sia per questo che a volte si è tentati di rendersi letteratura, con la tentazione dell’onniscenza che potrebbe renderci più sicuri. E contemporaneamente morti.

  3. Avrei dovuto scrivere “di 1000 e più vite” sarebbe stato più chiaro quello che intendevo. E cioè che ogni tua affermazione è lo spunto per tanti possibili approfondimenti… però, te lo devo dire, con Insoy mi hai fatto pensare ad una bottiglietta di salsa di soia 🙂 .. Serena giornata 🙂

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