continua sull’appartenenza

continua sull’appartenenza

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Da dove si fosse originato tutto ciò non importava molto; forse era solo naturale evoluzione, crescita. Come ci si muta in famiglia secondo l’età, ciò ch’era accaduto – e accadeva- sembrava la prosecuzione dello stesso bisogno assoluto dei primi anni in cui ci si forma autonomi in famiglia, quel darsi nella crescita senza un criterio, che non sia il seguire tutto quello che prorompe e preme sugli abiti, nel cervello, nei sentimenti, nel cuore in una novità continua che mette in campo la voglia di misurarsi, di non coincidere nei desideri comuni, nel mettere in discussione l’autorità. Un individuo si forma, cresce, si stacca e nuovamente poi cerca di unirsi quando sa chi è, o almeno presume di saperlo, ma quella seconda unione non è una scissione dallo stesso corpo, piuttosto è il tentativo di riformarlo. E questo riunire era più difficile, non solo perché ricerca pressoché impossibile a realizzarsi se non per pochi attimi, ma perché era un riunire restando individualità forte, un sentire comune che aveva  sentire diversi. Di questa fase, che gli sembrava così forte, e già l’indipendenza s’era attuata, ne sentiva il sapore pregno di propri umori vitali, coglieva il legame con età vissute e mai sopite. E in essa c’erano le gioie profonde del coincidere, la necessità del distinguersi, il piacere di provare qualcosa che veniva condiviso ben oltre la superficie. Tutto appreso strada facendo, in misura unica, perché l’unicità è in gran parte l’educazione che portiamo a noi stessi nei sentimenti, a partire dall’ambiente protetto dei primi anni e costruito nelle difficoltà, nelle timidezze, negli scatti d’orgoglio che la costruzione della propria vita indipendente porta. E poi il lavoro, la fatica, i condizionamenti, le difficoltà e le gioie di un vivere autonomo fino ai diversi modi di vedere che si succedevano in un continuum di apprendimento che non apprende, di cadute e voli che dovevano lasciare il segno per iscriversi nei percorsi dell’anima. Eppure non erano le difficoltà ad aver mosso prima l’inquietudine, poi il silenzio -che era modo di capire- anche se era stato a partire da quel silenzio interiore, da quella difficoltà a bastarsi com’era, che si era fatta strada la consapevolezza della necessità di un nuovo affrancamento, che pur essendo solo la naturale continuazione del precedente giovanile. Ciò aveva mosso tutto era il rideterminarsi per sapere cosa era disposto a dare, cosa poteva essere. Una misura di sé, insomma, che non doveva dimostrare nulla a nessuno, ma costituire quel movimento verso il trovarsi, riconoscersi. E tanto bastava per motivare scelte difficili, banali, sbagli e piccole rabbie per la difficoltà di mutare con la necessaria, così gli pareva, velocità e intensità. C’era la pazienza da apprendere e il proprio tempo, ché mica coincide con quello degli altri, ma è solo proprio, e capirlo. Profondamente capirlo e farlo proprio.

Un pensiero su “continua sull’appartenenza

  1. Ma che bella favola di crescita,signor Willyco.
    Chissà che ne direbbe l’emerito prof Laing nei suoi “Nodi” verso la fuga dell’essere autenticamente e autonomamente sè complici le contraddizioni di un circonstanziale “apparentemente immobile” a giustificarne il prezzo d’essere adulti più per naso che per ossa?

    Peccato quel Fossati che a me non piace. Non problem cL’ho velocemente saltato per concentrarmi su altro. E’ bello comunque leggerti di lunedì,col fresco e con un bel sole che illumina tutte le cose

    Mirka

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