10 gennaio

Le ruote dentate del pendolo hanno molti anni. Più o meno un centinaio. Cerco di regolarle, e mi pare di raggiungere lo scopo con l’equilibrio dei pesi e delle oscillazioni, ma poi i minuti mi smentiscono e un po’ accelerano e un po’ rallentano. Il pendolo irride l’ordine proposto e impone un suo ordine. Il pensiero scivola sui ricordi, sulla loro cronicità fallace, sulle stesse cose che occhi diversi vedono differenti e menti diverse vivono altrimenti. Più volte m’è accaduto di ascoltare episodi a cui ho assistito e sentirli differenti nel vissuto d’ altri, le sequenze cambiate, l’importanza di ciò che si disse, e accadde, mutata.

Oggi mio padre compirebbe 100 anni. Se n’è andato troppo presto, come troppo presto era andato via dalla città in cui era nato e non è mai stata sua. In lui la cultura dei nonni era la nazionalità, anzi il luogo da cui provenire e tornare. Se n’è andato quando si capisce a cosa servono i padri: troppo presto per tutte le cose che non sono state dette, per le domande inevase, per i silenzi da condividere vivendo. Ma forse è sempre troppo presto per andare e troppo tardi per dire ancora, così i ricordi sono sentimenti sovrapposti ai fatti. E ora contano molto i sentimenti. Non so se gli sarebbe piaciuto questo mondo, magari i figli come hanno poi vissuto, certamente i nipoti che non ha conosciuto, ma il resto avrebbe avuto la sua disapprovazione. Troppo distante dalla sua vita, dalle idee e dai principi che l’avevano guidato. Penso che nell’imprinting ciascuno di noi diventi unico, perché riassume ciò che c’è stato e ci aggiunge il suo. Ovvero ciò che pensa e sente davvero.

Affiorano le sensazioni, i ricordi riferiti in casa, la distruzione e la ricostruzione del vivere nelle due guerre: la prima che distrusse, la seconda che generò. Eppoi i figli, il lavoro difficile, anche per le idee politiche, il senso di responsabilità, l’onestà verso se stesso e gli altri, la precisione, per Lui, naturale nel proprio lavoro, la tolleranza, le idee di giustizia ed equità, i principi ribaditi. Era  gentile e mite e non erano debolezze, ma forza in chi non arretra e si prende carico di sé e degli altri.

Una direzione ci è stata fornita. Come questo scorrere di tempi che accelera e rallenta e irride la smania di precisione vuota. Così si capisce il tempo dell’occasione, si prendono gli appuntamenti necessari, si accetta l’errore fino a non vederlo più tale, ma riconoscendolo come parte del vivere. I ricordi sono pezzi di sé, abbiamo un puzzle dentro che ricompone in continuazione e non chiede. Casomai mostra soddisfatto il risultato ottenuto. E sorride, contento di sé come un bambino.

chi va in direzione ostinata e contraria

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Se la mattina si ascolta prima pagina su radio tre, dai commenti arriva un’altra Italia. Parlano persone di pareri diversi, uniti dalla passione per quanto accade. Non di rado piccole storie, difficoltà, soprusi e indignazioni. Dall’emozione, che spesso attraversa le voci, si capisce che quando non se ne può più, bisogna pensare di non essere soli, e dire ad alta voce la propria opinione, il rifiuto e la condanna di ciò che non va. Chiedere che cambino le cose e crederci.

E’ il silenzio su ciò che accade che condanna all’isolamento e all’impotenza. E quando si sente la solitudine nel fare bisognerebbe pensare che ogni giorno questo Paese è mandato avanti da milioni di persone oneste, da gente che lavora e fa cose meravigliose senza alcun privilegio, da persone che si ammazzano di fatica per mantenere dignitosamente una famiglia. Persone che non hanno mai perduto la speranza che le cose cambino, che devono, con fatica, convincersene ogni giorno e che non hanno alternative, perché scivolerebbero nella disperazione. E la disperazione uccide la voglia di fare prima delle persone e loro per responsabilità personale e collettiva, non possono permetterselo.

Questi milioni di persone hanno bisogno di rispetto e di attenzione. Attenzione della stampa, dei media, della politica, ma anche di tutti noi. E’ su di loro che si regge il presente e buona parte del futuro. Hanno bisogno di rispetto perché nulla potrà essere fatto se non collaborano. Hanno bisogno di essere considerati, difesi, condivisi nel loro sforzo di fare. Sono loro, con il coraggio, l’intelligenza e la caparbietà quotidiana, a fare l’Italia, assieme alla cultura e al patrimonio artistico. Le poche grandi imprese e le tante piccole e medie, a nulla conterebbero senza di loro. Se c’è un motivo per essere fieri di essere italiani, di avere speranza, di rimanere, è perché ci sono ancora tante, tantissime buone notizie silenti che fanno il loro dovere.

E’ importante riconoscere queste donne e questi uomini, ringraziarli in quello che fanno, pensano, sperano, ed essere con loro, perché l’Italia, sarebbe il deserto dei cuori, se non ci fosse chi va in direzione ostinata e contraria rispetto al cinismo della finanza e della politica e si accolla il peso della speranza, della giustizia, della fatica di esserci sempre e comunque. 

tranquillizzare i vicini

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A volte bisognerebbe tranquillizzare i vicini. Fargli sentire che non siamo troppo strani. Basta una parola consueta, un augurio, un bacio. Poi chiudere la porta e ritornare a sé, perché è il caso che ha portato ad abitare le stesse scale, mettere muri e rastrelliere per bici in comune. Una osservazione sulla pioggia che stanotte batteva furiosa sul tetto, un sorriso perché è iniziato l’anno, e sarà buono, ma noi siamo gli stessi. Poi chiudere la porta e ritornare a sé. Ci sono sempre tante parole che non si riescono a comunicare. Meglio, disorienterebbero inutilmente, hanno altre orecchie che possono ascoltare. Le vite si osservano con occhi diversi, a volte neanche tanto diversi quando una dirimpettaia aveva sempre caldo e non si curava molto delle tende.

C’è chi fa l’entomologo e classifica, si stupisce, cerca di capire il meccanismo, trovare regole. Chi invece scivola correndo sulle superfici, si orienta sui sorrisi e sulle fronti aggrottate, ma dimentica tutto in un girare di sguardo. C’è chi assorbe e non s’accontenta, tace perché ha misura del dire e se parlasse sarebbe irrefrenabile come la pioggia di stanotte e allora ascolta, cerca di capire e se non accade mette da parte, capirà.  C’è chi cerca d’essere specchio di ciò che osserva, accontenta, mima, dice le parole che si vogliono sentire, ostenta simpatia. Poi va oltre e riflette altre parole, altri volti, altri pensieri. C’è chi non si cura, a malapena saluta e prosegue la sua corsa, qualche volta si stupisce di non essere compreso.  Molti mescolano tutto e distribuiscono un po’ di privato, un po’ di confidenza, un po’ di superficialità, un po’ di pettegolezzo. Che oggi non si chiama più così, ma gossip e sembra sia meglio e più allegro di prima, senza togliere quella soddisfazione di mostrare qualche intimità altrui. In fondo è l’antidoto quasi permesso alla riservatezza ufficiale delle vite, al pudore che non è quello naturale dei sentimenti, ma quello inculcato dei corpi.

Mah, che vuoi che ti dica, raccontami di te che mi sfuggono le parole comuni, dimmi. Se davvero mi interessassi vorrei vedere la tua anima, scavare assieme a te per capire se nella fatica ci incontriamo. Capire come mangi, bevi, sogni, quali sono le tue abitudini, dove ti rifugi quando ridi o hai paura. E invece è meglio parlare del tempo, del tetto e del colore che si scrosta sulle scale, dei cani che stanotte erano inquieti perché altrimenti vorresti sapere di me ed io non ho voglia di spiegare. 

Allora accontentiamoci dei sorrisi fugaci, mettiamo assieme quello che si può, stringiamo legami dolci di partecipazione. Rassicuriamo, scambiandoci piccoli doni di cibo e tenendo per noi il mondo che viviamo davvero, fatto di parole difficili da dire, giudizi taglienti, convinzioni più forti. Viviamo il caso, che c’ha condotti assieme, con un sorriso, che vale, rasserena e poco costa.

disfare l’albero

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Abbiamo sempre parlato poco delle feste, dandole per scontate, accettando la nostra diversità di sentire senza dirla. Ci si arriva come si è, non potrebbe essere altrimenti, eppoi come mettere assieme luoghi, attese, pensieri differenti. Penso a ciò che fai tu e ciò che faccio io, ma tra il fare e il disfare gli addobbi, l’albero, si misura la distanza e la consumazione della festa. Per tutti. Questo grumo di festività così addensate avrà pure una ragione, anche per chi non crede; un significato che è diventato civile a furor di popolo, ma poi se n’è persa la ragione e così restano numeri rossi sul calendario, la voglia di voltare davvero pagina e una necessità di riposo che forse solo il freddo presunto spiega. 

Insomma non c’è niente da fare, quando non ci sono bambini nelle case per vivere con i loro occhi, i giorni scorrono e la delusione emerge perché ciò che è accaduto non corrisponde mai a quanto si genera inconsciamente come attesa. Il meraviglioso non ha succedanei, e se esso è transitorio e volatile diviene ancor più disposizione d’animo in cui si mescola la paura di non avere nulla da abbracciare con la sorpresa del trovarlo. Fugata l’idea di non essere amati, e il dono conforta l’amore, lo rende tangibile, la meraviglia si appaga e si dispone queta ad una nuova attesa, resta il calore che qualcosa di importante è accaduto. Questo appartiene ai piccoli e, di rado, a qualche adulto che ha conservato la disposisizione all’innocenza, per gli altri è passata la festa.

Domani la maratona del cibo dovrebbe essere finita (chissà perché lo stare assieme deve essere così iper calorico…), poi ci si risveglierà a gennaio; senza saper bene che fare e cosa è accaduto davvero. Resta un albero e gli addobbi da riporre, la sensazione che tutto sia volato in fretta, che qualcosa sia accaduto, ma forse ero impegnato altrove con la testa, e così ho dormito la meraviglia. Non è così anche per te? No? Che persona fortunata che sei…

Ci saranno altre occasioni, bisognerà lavorarci per arrivare preparati.

Adesso che inizia davvero: buon 2014.

la ripetitività dei numeri primi

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Chi l’ha poi detto che il criterio cronologico permette di capire tutto? Ovvero come si sono svolte le cose. Avevo un collega e amico che ogni volta che gli chiedevo notizie sul suo magazzino, di cui era il capo, cominciava un lungo discorso che partiva dalla recinzione. Una volta gli dissi che avevo poco tempo, 5 minuti,  e dovevo conoscere il carico di uno scaffale, cominciò : quand’ero piccolo e mia nonna… Doveva per forza partire da lontano, ci abbiamo scherzato per anni, ma a me non interessava come si estraeva il ferro che era servito a fare lo scaffale, mi interessava ciò che ci stava sopra. 

Però mi piace la storia. Così ogni volta che inizia una nuova enciclopedia storica, con trepidazione compro il primo volume. Sfoglio le pagine, mi immergo nella lettura, confronto, mi faccio domande, poi constato che è una riedizione, rimaneggiata, di qualcosa che è già uscito e concludo che non c’è così tanta novità per aumentare il peso complessivo delle librerie di casa. Adesso anche National Geographic riedita ? (mi pare di averla già vista) una sua enciclopedia storica e parte dall’Egitto e i faraoni. 

Non se ne può più, dell’Egitto e dei faraoni, ma perché magari solo per confondere le idee, cari esperti di marketing, non partite dalla riforma protestante, dall’impero Ittita, dalle crociate, dall’impero Turco, dalla storia della Cina, che per averne una di decente bisogna spendere un patrimonio con Einaudi.

Partite dal novecento e risalite, così capiamo quante cazzate si sono ripetute nei secoli. Indagate sull’assedio de la Rochelle  e perché gli olandesi protestanti affittavano navi ai cattolici francesi contro i protestanti ugonotti. Fate confusione e parlatemi della battaglia della Marna, e di quello che successe sul fronte russo che così capisco perché abbiamo quasi vinto una guerra ma non ci hanno riconosciuto che era vero.

Insomma parlateci d’altro che ormai di Ramses terzo sappiamo molto, uscite, dai luoghi comuni, estraete il midollo, lo facevano anche gli egiziani, date aria, non alle mummie ma al resto della storia dell’umanità che attende di essere messa in prima fila. E se proprio vi piace l’Egitto e i faraoni, tirate fuori qualcosa dalla sabbia e dalle decine di dinastie, che poi vengono ridotte a dieci nomi, fateci viaggiare nel tempo per davvero.

E per farlo, imparate dalla rete, parlateci di molto, ma senza criteri cronologici (?), che le vite non ci bastano per leggere ogni volta dall’inizio. Diteci dei vostri dubbi fondati, non spacciate per scienza il collage, il predigerito, stupiteci, fate confusione, appassionateci che le pareti ormai sono coperte di primi volumi.

Non fateci abbandonare la storia, guidateci nel dubbio, fateci capire quanto siamo ignoranti, che anche se lo sapessimo non ci gioverebbe per allargare la mente senza una grande curiosità.

Ecco, incuriositeci, e non vuotate i fondi di magazzino riempiendo a caro prezzo le nostre case. Mi ricordo ancora una serie di cd, con tanto di pubblicità dell’editore, su Glenn Gould, ad un prezzo esattamente il doppio di quello a cui li vendeva Feltrinelli. Poi si dice che la cultura non dà da mangiare, certo che lo fa, ma non a chi la frequenta, piuttosto a chi la usa.

Insomma cercate di essere nuovi e adeguati ed evitate la noia. La noia uccide tutto, anche voi.

di musica e d’altro

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Ascoltavo molta musica. Anche quella che inizialmente sembrava difficile e non mi piaceva. Applicavo alla musica gli stessi criteri della lettura, leggevo qualsiasi cosa e dove non capivo, rileggevo, più volte finché mi sembrava di aver compreso, oppure cercavo altrove scomponendo ciò che sfuggiva. A lungo, con caparbietà, prima di arrendermi. Ascoltavo dovunque. Avevo l’abbonamento alle stagioni concertistiche, ma questo era solo l’evento eccezionale, nel frattempo c’era la radio, i dischi, i nastri, le prime cassette.

Poiché la musica mi provocava emozioni forti, non mi opponevo, e abbandonandomi cercavo di capire cosa agitasse la gioia o la tristezza che provavo, da dove venisse quel momentaneo senso di pienezza che mi faceva muovere le braccia e cantare a voce alta. A volte dopo aver provato sensazioni forti mi sentivo caricato, pieno di energia, altre svuotato, come ci fosse un’ assenza disperante e senza nome.

Cantare le canzoni, la musica che ci stava attorno, era quasi naturale, mi ero lasciato travolgere dalla mescolanza del testo e della melodia quando avevo capito che si potenziavano assieme. Non capivo nulla o quasi di musica, mi aiutava l’orecchio. L’adolescenza aveva fatto il resto: con la musica si socializzava o ci si separava. La musica classica era stata una scoperta personale, quasi un atteggiamento finito male, perché poi l’oggetto mi aveva preso. E sembrava pure di facile ascolto questa musica così piena di suono, di colore, densa e a suo modo naturale. Altre volte solenne, lunga, impervia e poi placida, comunque sempre sorprendente. Fosse la magniloquenza dell’organo, naturalmente ero partito da Bach, o la gioia della nona di Beethoven, oppure il barocco,  che scoprivo in Vivaldi, qualunque cosa fosse, la compitavo, e la riascoltavo fino ad assorbirla e sentirla dentro che suonava per suo conto e all’unisono con me. Compitare e memorizzare vanno assieme, riconoscevo gli stili, azzardavo. Nella mia ignoranza, mai migliorata col tempo, pensavo per blocchi, ascoltavo per collocare e discernere. Mi sembrava che inzialmente, nel barocco in particolare, le contaminazioni fossero tante e che la brillantezza o il colore scuro appartenesse prima al luogo che al compositore. Cominciai a pormi il problema degli esecutori più tardi, perché sentivo differenze grandi sulle stesse note e non era solo questione di tempi di esecuzione o di registrazione, qualcuno mi sembrava più bravo di un altro, ma non ne sapevo il motivo. Come un rompighiaccio procedevo, l’ignoranza restava, acquisivo nozioni e il mare anziché restringersi diventava più vasto. Mi mancava la teoria, le basi che avevo erano talmente vaghe e consegnate alle esperienze di canto corale, che non ne vedevo alcuna utilità. Certo conoscevo qualcosa di gregoriano, qualche nozione di base di notazione musicale, ma non seguivo uno spartito, se non ascoltandolo con la musica. La carta non mi suonava dentro. Eppure capivo che era questione di lessico, anzi di lettura. Se nella mia ignoranza grammaticale comunque riuscivo a leggere cose strane e difficili (almeno per me lo erano) e assorbirne significato e musicalità, mi illudevo che lo stesso funzionasse nel linguaggio musicale, ma in realtà non era così perché mentre scrivere era relativamente facile, tradurre in note quello che mi passava per la testa era impossibile. Comunque continuavo la mia esplorazione, naturalmente erano i brani più popolari, però in un insieme di rimandi e collegamenti finivo in altre epoche, stili, generi, autori, interpreti. Un’autentica scoperta fu la musica medioevale, a cui arrivai attraverso Respighi.

Questa piccola passione un po’ mi allontanava dalla musica dei miei coetanei, anche se continuavo ad ascoltare canzoni, a cantarle da solo e in compagnia. L’altra musica era però una scelta personale e solitaria. Un poco me ne vergognavo, quasi mi stessi collocando fuori dalla mia età sociale. Non riuscivo a parlare delle emozioni che provavo, era un fatto privato come leggere certi libri, fare certi pensieri, scrivere certe cose.  Credo che questa modalità di ascolto e di ricerca, facilitasse un isolamento e una riflessione personale e siccome la musica, come tutto il resto la trattavo a sensazione, lasciandomi prendere, ne accettavo una sorta di potere, di magia su di me, per cui le attribuivo capacità terapeutiche.

Mi si era formato in testa un pensiero: la musica ti salverà. E da cosa mi avrebbe salvato, lo identificavo nella fatica di crescere, nella difficoltà di comunicare le proprie emozioni agli amici (la famiglia non serviva più per questo) e che erano più compagni di gioco o di scuola, che compagni di sentire. La musica mi avrebbe guidato nelle pulsioni nuove che sentivo, nella paura del disamore, avrebbe mitigato ed esaltato in accordo con me. Insomma mi avrebbe tolto in maniera assolutamente singolare dalla solitudine.

Poi, ma fu molto dopo, ho capito che qualsiasi cosa ci risuoni dentro, sia essa una melodia, o dei versi, o un pensiero che legge ciò che sentiamo, sono ausilii che ci vengono donati. Siamo noi che ci riconosciamo in un gioco di specchi e così noi soli ci possiamo salvare. Ma se portiamo con noi la capacità di riconoscere la bellezza, allora le boe, le zattere, le navi con cui percorriamo i nostri mari sono strumenti che ci vengono donati da altri inconsapevoli amici, che ci fanno sentire meno soli anche se la fatica di andare nella vita, è nostra. Ho capito anche che ci salveremo lasciandoci andare a noi, riconoscendo le nostre ferite e lasciando che guariscano, pur permettendo che ciò che ci appassiona lenisca. E questo perché ci è dovuto e siamo importanti a noi.

Con parole che ora mi sembrano troppo tronfie per qualcosa che è semplice, penso sia importante che nella ricerca costante di amore ci sia una colonna sonora, che parole efficaci ci accompagnino, ma poi spetterà a noi trovare strada. Insomma essere forti e ripetersi: in dulci jubilo come fosse davvero rivolto a noi.

che cresca la capacità di cogliere il nuovo: sabbah an-nur a tutti voi

Leggevo un vecchio articolo di Gramsci su l?Avanti nel 1916, contro la festa del capodanno (.http://www.qualcosadisinistra.it/2013/12/31/il-capodanno-per-antonio-gramsci/).

Capodanno è ogni giorno, diceva, e ogni giorno nella sua continuità è l’occasione di un cambiamento, di una discontinuità, parlava di attingere energia alla parte di natura che possediamo, che ogni giorno e ogni ora fossero nuovi pur in continuità con ciò che “possediamo”.
L’idea del fluire la condivido profondamente, così l’idea del nuovo e della forza vitale che esso propone, ma ogni giorno non è uguale per i cicli del nostro pianeta. Ad ogni giro attorno al sole qualcosa ricomincia e qualcos’altro si perde disperso in una nuvola di atomi di passato. Le stagioni si succedono sufficientemente uguali da rassicurarci nell’attesa e sorprendentemente diverse da farci attendere il cambiamento. Nulla è uguale a ciò che è accaduto, lo è anche per i sentimenti, e ciò che è nuovo è assieme il riassunto di ciò che abbiamo provato sinora, ma anche la pagina non scritta del futuro.

Impercettibili, a noi, m,a non al nostro corpo, correnti e forze ricomposte, cambiano gli assi magnetici, venti di quota disperdono vita in semi e cambiano la terra sottostante, precipitandole contro, tutto muta eppure ci rassicurano le stagioni che il nuovo torna, che l’energia vitale spinge il mondo. 

È incongruo il prepararsi delle gemme in questo inverno sin troppo mite, ma anche se una gelata cambierà le fioriture, un nuovo equilibrio si chiamerà primavera. E non sarà eguale ad altra conosciuta.  È così anche per i sentimenti, l’amore muta e ciò che chiamiamo amore è qualcosa che racchiude il passato che conserviamo, ma anche tutta la carica del nuovo che proviamo. Quindi il nuovo esiste, e questa è una grande speranza. Il nuovo inizia ogni giorno, ed è questa la continuità della vita. I cicli si susseguono mai eguali e noi con loro finché aspettiamo il nuovo. Se hanno un inizio, che abbiamo fatto coincidere con il superamento di gran parte dell’inverno e con l’attesa della primavera, ciò è prefigurazione di questo bisogno di continuità e di rinascita.

Le giornate si allungano, la luce entra nelle nostre vite, lasciamo che entri assieme al nuovo, al mai provato, perché se siamo ciò che abbiamo vissuto, cambieremo per ciò che proveremo.

Buon anno a tutti quelli che passano di qui, che ho la fortuna di sentire amici.

Buon anno a quelli che sono fedeli a se stessi e cercano gli altri.

Buon anno a quelli che hanno voglia di amare.

Buon anno a chi fa fatica e non si arrende.

Buon anno a chi da una mano senza chiedere.

Buon anno a  chi ascolta.

Buon anno a chi apre e lascia entrare con fiducia il nuovo.

A molti altri non auguro nulla tanto non capirebbero e forse neppure gli servirebbe: gli va bene così.

Ps a me auguro di lasciare per strada qualche insensatezza e di sostituirla con qualche altra nuova, mi auguro che ragionare sia sempre meno che sentire, mi auguro errori veniali e in buona fede, mi auguro di continuare a stupirmi di chi conosco e sentirne la bellezza, di riconoscere i miei limiti che sono importanti e di superarli, di accogliere il nuovo quando mi verrà offerto.

mi piace ancora :

sabbah an-nur

selfcare

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Mi ricordo bene quando l’ansia di provare era forte, quando tutto era a disposizione e tutto meritava d’essere assaggiato. Mi sembrava che essere coincidesse con esserci, che sentire fosse qualcosa di fugace come la felicità, anzi che sentire spesso coincidesse con l’essere felice. È durata molto a lungo questa sensazione e motivava la corsa senza fine. A volte mi trovavo stremato da continue sensazioni, sembrava che il tempo non fosse mai sufficiente, che ciò che non provavo sarebbe stato definitivamente perduto.

Qui ci si potrebbe aspettare una conclusione, ovvero quando è cambiato tutto ciò. In realtà questo non lo so dire, forse neppure è cambiato, solo capisco meglio cosa vale la pena di provare. E non è accaduto per assuefazione, non mi sento di essere diverso, ossia lo sono ma non per qualche motivo che non sia la naturale evoluzione del mio vivere, che tutto sommato non è granché differente negli anni. Non sono particolarmente stanco, annoiato e neppure ho smesso di sentire, anzi direi che ho raffinato questa capacità, forse quello che è mutato è il rapporto con il tempo. Ho sempre pensato che c’era tempo, non poteva essere diversamente perché la spinta a fare non poteva mai esaurire tutto ed ero incapace di mettere da parte ciò che non era possibile in quel momento, volevo tutto. Però era un tempo ansioso, dove tutto accadeva in fretta, mentre ora c’è calma e il tempo è cosa mia.

La mia vita è così, le persone hanno sempre da dirmi molto più di quanto dicano, e l’interesse per il profondo fa coincidere quello che provo con quello che mi porto dietro. Non è una collezione di sensazioni, ma un cammino dell’essere a cui donano molto alcune persone, non tutte consce di farlo, altre in misura minore, con una graduatoria, non del sentire, ma del condividere. E condivido senza mettere limiti di tempo. Non uso volentieri gli avverbi di tempo assoluti, i mai, i sempre, forse perché so che, molto spesso, questi rassicurano chi li pronuncia. Rinuncio a questa sicurezza perché ho fiducia in ciò che accadrà, ormai mi conosco un po’ e so che il mio essere fedele a ciò che sono/sento è una costante della mia vita.  In tutto questo gli assoluti non sono mai necessari, perché non sono come tu mi vuoi, ma come sono davvero e in quel sono ci sei anche tu. Anche nel mutare, nel pensare diversamente, ciò che conta non viene scartato e resta ben radicato per tenere solida la mia casa. Se mi chiedo chi sia la persona a cui devo essere più fedele, nel senso che a lei devo moltissimo e concludo che sono io stesso e questo aiuta a porsi in verità, come si è. Alcuni lo capiscono come un prendere o lasciare, se si fermano a questo, hanno ragione, se invece hanno tempo e voglia di mettere in comune qualcosa di consistente allora inizia la comunicazione vera. E comunicare non ci lascia mai come si era all’inizio. A cosa si riferisce allora, la fedeltà a sé, semplicemente a quello che si sente come propria essenza, il rifiuto delle mode, delle cose troppo facili, delle ingerenze, del mercimonio del proprio modo di pensare in cambio di qualcosa, foss’anche un piacere. Se si capisce che noi valiamo a noi stessi, la fedeltà a sé è naturale, anzi solo quella è possibile e ci salva.

una sola vita non ci basta

Una sola vita non ci basta, chissà se è per questo che la inzeppiamo di sensazioni, di parole, di gesti, di cose. Distrazioni, qualcuno afferma, ma da cosa, da chi? Non è forse un modo per metterci in colpa rispetto all’efficienza che dovrebbe occultare un fatto semplice: una sola vita non ci basta.

Non ci basta per correggere le svolte che ci hanno portato nei vicoli, però una vita diritta non ci piacerebbe. Non ci basta una vita per respirare tutta l’aria che vorremmo, per vedere tutto ciò che desideriamo, per sentire tutto quello che pare meraviglia e a volte lo è davvero. Sembra non ci basti il tempo, ed è l’unica cosa che invece c’è sempre a sufficienza, ciò che spesso manca è la voglia di viverlo. Quanta noia ho usato per consumarlo? Eppure anche la noia aveva molto da dirmi, l’ho negletta solo perché era priva di fare, perché generava sensi di colpa per ciò che trascuravo, perché riportava a quel punto in cui si guarda davvero ciò che sta attorno e non se ne vede il senso. Così pensando di non avere tempo ho eliminato dal sentire positivo, la noia, l’ho confusa con l’accidia e ho pensato fossero peccati contro me. Non era vero, ma questo dipendeva dal fatto che avevo una sola vita e le cose da fare, da sentire e da vedere sembravano davvero infinite.

E ho voluto pure tenermi i ricordi, ciò che mi ha scaldato, colpito, cambiato, ho voluto tenerli per riconoscermi ogni giorno, per ricordarmi che ho vissuto, per capire che la vita, era un unico flusso e ciò che avrei provato non avrebbe assomigliato a nulla che già conoscevo. Ma non c’era fretta, c’era tempo, lo dimostravano le tante cose fatte e vissute e gli anni di cui non ricordavo nulla, o quasi, le lunghe teorie di false ricorrenze, ciò che era stato senza lasciar traccia.

Il tempo è circolare, come l’amore che è curvo, si avvolge ed attorciglia, mette assieme pelle e pensieri. L’hai mai pensato? E così genera passione, voglia che le cose tornino, ma sempre differenti, con il vago sentore di ciò che sarà e spinge a provare, ma sempre nuovo nel curvarsi assieme nell’abbraccio. Potrei dire che la passione è multivariata, che ha equazioni che tentano di descriverla e poi si arrendono abbandonandosi nel piacere del sentire. E’ il conflitto tra razionalità, limite e ciò che sconfina e dilaga. L’amore ha bisogno di matematiche nuove perché è semplice, e quando lo si racchiude in una formula, si ribella e deperisce.  Quindi i percorsi lineari saranno pure rapidi ed efficienti, ma quanto perdono per strada, se perdono l’amore, i sentimenti. Alcuni li sostituiscono con il provare e il sentire. E’ un modo per sentirsi vivi, riempire gli spazi contro la domanda che assale: cosa sto perdendo se la vita è una sola? La mia risposta è curvare il tempo, togliere l’ansia di ciò che verrà e camminarci verso, anche se vorrei che le vite si moltiplicassero. Così vivo quella che ho a disposizione come se ci fosse sempre tempo per fare ciò che desidero. Ogni mattina vedo la giornata che si apre, annuso il primo caffè, mi lascio prendere da ciò che sollecita, da un pensiero che intenerisce, accolgo una piccola felicità. E’ una giornata, è mia e di chi la condividerà con me. Una giornata che si riempirà seguendo percorsi curvilinei mentre procedo, torno, in realtà mai fermo.

Mancano le vite che spengo per seguire quella che procede. Ma non le perdo del tutto, le cerco sui libri, nelle storie che immagino, capisco che per bulimia del vivere, servirebbero più vite, non per sbagliare di meno.

I wish you a merry christmas

Le guance si sfregano tra i saluti, sin dalla porta, i baci sono all’aria. Non si posano. Roberto non vuol baci, se non da chi vuol lui, si usa mimare. Si mima. Gli addobbi ovunque. Predomina il verde dell’abete e il rosso. Meglio se intenso, quasi laccato. Candele. Buon umore che si distende. Abbraccia. Il camino è acceso, la fiamma scalda e rallegra. Su un lato, vicino all’albero, i doni. Pacchetti translucidi, fiocchi, carte colorate che finiranno in camino, ma dopo. Quando è esaurito il cibo e le chiacchiere languono, entrambe si ravviveranno nell’attesa e nello scambio dei doni. Come diceva quella pubblicità? Un maglione, ah bello…  ma Io volevo una Nikon. A Natale si è tutti più sinceri. O più buoni. Forse né l’uno né l’altro, ma più disponibili di sicuro, va bene il maglione.

E’ un’attesa che si conclude. E che si apre. Possiamo trovare significati e contiguità tra il laico e il religioso, tra l’antico e il moderno, perché alcentro c’è sempre lui, l’uomo. Con i suoi bisogni, attese, slanci e una necessità incoercibile di amore e speranza. Attorno ci sono le icone del natale. Le icone stratificate delle nostre culture così mobili in queste cose. Un po’ di nord, di pubblicità, di sentire medio, di moda. Un po’ di religioso, di consuetudine, di film visti, di coca cola. Però si festeggia l’essere assieme. Il cibo, le guance un po’ rosse, le luci, la casa, il chiudere fuori il freddo che è fuori assieme al disamore sempre in agguato. Forse per questo chi è solo, a Natale, è più solo. Ammenochè non sia religioso e trovi altri motivi di vicinanza, la solitudine in questi giorni aggredisce. Si riempiono i servizi psichiatrici, chi è solo e non ha modi di trovare dentro una casa, lo è davvero. E guarda gli altri, che pensa amati e in compagnia, e torna a sé con poca speranza. Il pensiero può andare alle tante solitudini appena fuori le case, almeno rendersene conto, con una stretta di comprensione. E’ parte del nostro essere in questo mondo, vederne la parte che sta male, rendersi conto di ciò che si ha e almeno capire.

Ciò che si desidera in questi giorni, dopo tanto correre è il fermarsi. L’amore tranquillo, la vita che scorre con una direzione, i problemi che acquistano una dimensione più lontana e risolvibile. Non ci sono urgenze oltre a noi. Non sempre si vuole la tranquillità, ma in questi giorni serve. Anche a chi ha la testa altrove, vorrebbe altro, ha bisogno di una pausa, di equilibri, certezze, calore, di amore definito.

Poi verranno i regali, anche se si usano meno di un tempo. Il senso del bambino che ci accompagna ha bisogno di essere sorpreso, di credere in qualcosa di buono, di trepidare finché apre un pacchetto. La giornata si chiuderà dopo e l’attesa e il suo senso saranno consumati. Trasformati in altro. Per qualcuno semplicemente si è passata una festa, per qualcun altro un pensiero in più apre al nuovo. Quello che vorrei, non solo per me, è che in tutti questi bisogni che confluiscono nel  Natale, ci fosse una continuazione. Qualcosa che prosegue e lavora con noi, amichevolmente, dentro e fuori. E così l’attesa e la sua soddisfazione fossero luoghi del vivere, con la chiarezza dei bisogni che abbiamo davvero. Non solo un ricorrere e un evocare che lascia perplessi. In fondo il bisogno di luce, è il bisogno di calore, di amore, di nascita.

La nostra.