racconti per notti di vigilia 2.

Un frullo, una piccola paura gioiosa di bimbo, e poi quello sprofondare in una tenerezza senza limiti, cullando pensieri ad occhi aperti nel buio, con il timore che facessero strepito, che parlassero come non avrebbero dovuto, come non potevano.

E così nella notte si scopre d’essere innamorati… guardando un soffitto che non si vede, con la paura lieve che nasce da ciò che da molto non si conosce più.”

“Il fatto è che le felicità si assomiglieranno poi tutte, pensavama siamo più avvezzi all’allegria, al ridere che alla felicità. E la felicità ti prende dappertutto, circola con il sangue, così che poi è felice la testa e il piede assieme. E il piede avrebbe voglia di muoversi, di correre. E così la testa di far scorrere vento tra i capelli. Oppure la sua mano aperta tra i capelli. Che ci gioca, che scrive qualcosa con le dita, che ti tiene e libera assieme. E ti viene voglia di chiudere gli occhi e ascoltare, mentre un brivido scende la schiena. Ascoltare, stare, percepire, sentire. Tutti verbi attivi e passivi allo stesso tempo. Essere e divenire.”

Nel sentire fluttuante della felicità, c’erano sprazzi di ricordo. Una mano che si era infilata nella tasca del suo cappotto, tenuta, stretta e riscaldata, una parola che era uscita scavalcando difese interne ritenute inespugnabili, un sorriso e uno stringersi improvviso nell’abbraccio, per un bisogno così impellente che non ammetteva ciò che stava attorno, ma solo loro due. E nel buio collocava quegli accadimenti in luoghi precisi, che ora sembravano indelebili con la loro trama di particolari: le cose attorno, le luci, il freddo, ciò che conosceva ed improvvisamente era sembrato nuovo e notevole, la data, l’ora. E pensava, che alcun ostacolo fosse davvero importante, che il tempo si piegava a questo sentire felice, generando una bolla che li isolava dal resto.

“Sono felice qui e ora, pensava, non ho un progetto, non mi attendo nulla perché ho già tutto, ciò che verrà non mi riguarda, sono felice e basta. Anzi innamorato e questo non ha bisogno d’altro per ora. Poi verrà il resto della vita, ma adesso c’è solo questo sentire senza limite. La sensazione di essere vivo. Vivo come mai prima, vivo perché è stato messo in moto un motore che non sapevo di avere, che mi stupisce. Che mi riempie di energia e la vedo questa energia che si deposita dentro di me e mi carica. E ho voglia di fare e di stare fermo assieme. E se resto fermo al buio a guardare un soffitto che non vedo, è perché il frullo che mi fa vibrare e sciogliere, è una sensazione in cui mi immergo, in cui sto bene. Sento, ho la pelle scoperta, sento tutto. Se mi alzassi dovrei uscire, non resisterei in casa, andrei nella notte fin sotto le sue finestre, tenderei l’orecchio per sentire il suo respiro, immaginerei i suoi pensieri, i suoi sogni e vorrei così profondamente che lei mi sentisse che, di sicuro, ciò accadrebbe. Anche se dormisse,  accadrebbe. E’ quello che faccio ora, qui, anzi non essendoci movimento, né freddo, nulla mi porta distante da lei e la sento. E lei mi sente. O almeno lo credo; lo spero.”

L’altra notte si era attardato in ufficio, aveva bisogno di pensare e al buio guardava la strada dalla finestra. Dall’alto vedeva le auto, i camion, accendere gli stop in continuazione. Accelerazione, frenata, sosta. E poi riprendere con una ritmicità musicale. Sembrava un balletto con una lunga fila di ballerini che si snodavano nel buio. A tempo, con grazia. Pensava che in quell’armonia, involontaria e obbligata, molti tornavano a qualche casa, altri invece avevano mete differenti, eppure tutti per un tratto erano accomunati  dalla danza degli stop. A quell’ora si andava ovunque. Alle case, col loro rumore, gli odori, le voci, gli affetti o anche la noia, il mutismo, il malessere. Oppure verso il divertimento, i locali che attendevano assieme a qualcuno, nella ricerca di calore, di compagnia. Ci stava quiete e inquietudine in quella danza che continuava ininterrotta. Ci stava per lui, che era nell’oscurità e guardava fuori, e vedeva le poche luci negli uffici dei palazzi vicini, le molte finestre al buio, qualche persona ancora ai tavoli da lavoro, e più distante, il pullulare luminoso della città che non dorme, le fabbriche a turni continui, i locali, i fari di segnalazione degli edifici più alti.

Dall’ufficio si vedevano poche case d’abitazione, la città del lavoro e degli affari è una città separata, chiusa ai sentimenti. Come se gli affetti, l’amore, disturbassero il lavoro, il denaro che non ammette altri pensieri. E pensava a lei, a questa cosa che nasceva tra loro, immaginava cosa lei faceva in quel momento. Sperava ci fosse un pensiero tra i molti in lei, che lo riguardasse, e che questo la facesse fermare per un attimo, guardare attorno riconoscendo le cose e le persone, ma al tempo stesso la meravigliasse di non vederlo, perché  lei lo sentiva e lui era lì. Con Lei.

Guardava verso il palazzo di fronte, seguendo i movimenti dell’impresa di pulizie che accendeva e spegneva le luci. Vuotando cestini e passando panni sui tavoli, percorreva di luce il piano, come una scia verso gli uffici vuoti. Guardava e non vedeva, era emersa la voglia di sentirla al telefono, di ascoltare la sua voce. La immaginava prima sorpresa e poi subito diventare morbida per lui. E il bisogno forte era in quel numero che formava e cancellava. Gli sarebbe bastato anche un pronto?… per riempirlo ancor più di tenerezza. Pensava e giocava con i tasti del cellulare, tra impudenza e timore di combinare guai, in quella terra di nessuno dove un desiderio supera il timore e sfocia in un gesto, una svolta della giornata, in qualcosa che lascerà una scia colma di effetto. Così pensava e lo schermo illuminato lo aveva tirato fuori dall’ombra, perché uno sguardo dal palazzo di fronte lo fissò. La persona aveva la luce alle spalle e non si distingueva bene il viso. Si vedeva il colore dell’abito chiaro. Sembrava giovane, una ragazza. Gli parve gli parlasse, perché la bocca si muoveva scandendo qualcosa e il vetro s’appannava. Poi la ragazza alzò un braccio e mosse una mano per salutare. E meccanicamente lui rispose. Allora con un dito, la ragazza cominciò a scrivere sul vetro. Ad alitare e scrivere e gli pareva pure sorridesse. Mise gli occhiali per vedere meglio e lesse: elatan nuob. C’impiegò un poco a capire, e poi anche lui sorrise e agitò la mano, sperando d’essere visto. E alitò sul vetro, disegnando un alberello. E mentre ancora si salutavano, tornò il pensiero di lei, desiderò raccontarle tutto subito, vedere i suoi occhi che brillavano, sentire le sue domande, averla attorno che riempiva lo spazio e lui assieme. Desiderava sentirsi pieno di lei da non poterne più.

Sedette, allungando il corpo e i pensieri verso di lei, si lasciò invadere dal bisogno e dalla consapevolezza. “Ci sei.” Lo ripetè ad alta voce. “Ti amo.” Ecco ciò che importava. “Ci sei e basta.” Non aveva voglia di accedere la luce. non aveva voglia di uscire, chiudere la porta, prendere l’ascensore, salire in macchina, entrare nella danza che aveva visto nella strada. Non aveva voglia di staccarsi dalla presenza di lei. 

“Facciamo un patto.” Lo disse parlando sommesso, come se lei ci fosse. “Andiamo via assieme adesso, facciamo i gesti che servono, non lasciarmi, accompagnami e ogni tanto stringiti a me.”

E allora, lentamente, con lei, si avviò verso casa.

rossori incongrui

Per timidezza, o scarsa mia opinione,

credo,

ho celato le spinte del cuore,

dentro rossori incongrui di sé vergognosi,

così anche la fantasia che ribolliva,

è stata gettata come dadi sul tavolo,

e speravo che il doppio sei non uscisse,

per non giustificare l’essere felice.

E ancora, ciò che sapevo,

l’ho celato tra sguaiati paraventi di risolini

e scarsa curanza,

perché volevo sì, essere invisibile,

ma pur capito,

come l’uccello che alza a noi lo sguardo,

e se ne nota il facile fraseggio d’ali,

non la fatica,

e neppure il suo essere creatura d’aria,

dando per scontato

ciò che a noi sarebbe impossibile.

racconti per notti di vigilia 1.

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Le billette si allineano nel piazzale. Disposte per orditi e trame salgono di 8-10 ordini in quadrati di sei metri o più. Qualche colata e le pile si alzano, poi i camion caricano e portano via. Il freddo del metallo lo conosce solo chi ci ha messo le mani. Anche con i guanti spessi, quel freddo ti entra dentro. E’ un freddo solido, squadrato, 140 per 140 fanno 900 kg a billetta di 6 metri. Così è pesante, potente, autonomo e indifferente. Com’era indifferente il calore, prima bianco e poi rosso ciliegia, centinaia di gradi di colata che rapprendono per loro conto, poi billette che scivolavano sui rulli, muletti, fuori. All’aria. Aria fredda d’inverno, alito di metallo che muove l’aria, deforma lo sguardo. Non è respiro d’uomini, non c’è vapore, è una vita per suo conto. Allineata, impilata, in attesa. Scaglie d’ossido si staccano e volano leggere. L’anno scorso con la prima neve si mescolavano all’aria e volavano attorno. Prima grigie e poi rosse ruggine. Come ciocche di capelli di una bella donna capricciosa che taglia e ti guarda con sfida. Continueranno a volare dai camion, scia destinata all’erba di scarpata, ai fossi. La poesia in fabbrica te la porti dentro, fuori turno. Nei turni serve attenzione, bisogna esserci e non sbagliare. Nella poesia si sbaglia sempre, sei fuori dal mondo, vedi i particolari e il generale, ti soffermi , pensi con un respiro possente e lieve, che è come il metallo, solido di sé. Solo che non hai tempo, ti muovi, mentre il metallo ha il suo tempo e nel piazzale dove volteggiano camion, gru a ponte e muletti, la poesia allora è quella che ti fa alzare gli occhi quando sui pioppi di cinta compare il primo verde. E’ la stessa attenzione che ora segue la danza delle forche dei muletti che sollevano e allineano le billette. Tutti diminutivi per cose che pesano, sono potenti, buone se non ti cadono addosso: billette, muletti. Ecco adesso il pensiero si ferma. Erano in sette alla Tyssen, non gli hanno fatto male le billette, è stato l’azzardo di altri sulla loro pelle, l’olio ha preso fuoco e l’incuria ha fatto il resto. Chissà chi si ricorda ancora della Tyssen e dei sette morti di Torino, sono passati 6 anni. Anche dei cinesi di Prato nessuno si ricorda più. Non ci si ricorda più di nessuno, solo il cuore ricorda, ma il cuore è qualcosa che si mette assieme. Non ci appartiene mai davvero. Ma adesso assieme facciamo fatica a stare. La classe operaia non esiste più, non esistono le classi, dissolte nell’individualismo. E non è successo troppo tempo fa, qualcuno s’è portato via per interesse lo stare assieme. Prova a pensarci, è accaduto. A chi è servito?

I capannoni sono aperti su un lato. Ci sono i portoni, ma sono sempre aperti. Se guardi da fuori, ogni tanto vedi lingue di fuoco: i forni covano metallo, lo scaldano, lo sciolgono. La ganga galleggia sul metallo fuso, poi finisce, a mucchi appena fuori. Dalla parete che manca entra vento d’inverno, entra ed è respinto dal calore. C’è poesia nel calore del metallo che scende dalla siviera negli stampi, sembra colore denso che cangia e che cola, c’è la poesia di una forza antica. Cose d’altri tempi, come il carbone, il minerale, il calcare. Cose senza tempo. Sarebbero facili le similitudini, evocare miti e vulcani, ma sono così banali le similitudini.  Adesso si usa rottame da queste parti. Rottame che arriva dalla Russia, rottame di guerra fredda, di altre povertà. C’è stato un tempo in cui, dopo Cernobyl misuravano la radioattività. Chissà se la misuravano sempre. Nelle case e nelle fabbriche attorno, anni fa avevano steso lenzuola fuori delle finestre. Si riempivano di polvere scura in pochi giorni, la gente protestava e non accadeva nulla. Anzi non è accaduto nulla: la fonderia c’era prima delle case, hanno detto. Sono diminuiti gli scoppi di notte, la gente si è stancata. Quando ci si stanca ci si abitua, lo sai che c’è qualcosa che non vorresti ci fosse, ma lo confini in un angolo. Sta lì acquattato come una bestia in sonno, poi di tanto in tanto, muove la coda e ti fa paura. Speri si riaddormenti se non puoi affrontarlo. E’ questo sonno che ti fa male.

Per capire dove sei, bisogna guardare quel pavimento grigio, le rotaie dei carrelli, ascoltare i rumori, sentire l’ozono e il carbonio che pizzicano un poco il naso, le pance dei forni, il calore, le tracce di ciò che resta e ciò che se ne va. Questa è realtà, solida e a turno continuo. Ci pensi mai che la realtà non dorme? Tu dormi e la realtà prosegue, la raccogli la mattina ascoltando il giornale radio, come la polvere sul lenzuolo fuori dalla finestra. Tu dormivi e la realtà apparecchiava il giorno. Particolari e generale. Guardi sul piazzale ed è quel volteggiare di scaglie d’ossido che è poetico, sembra neve sporca, sembra la pelle del serpente che volteggia nell’aria. Sembra ed è solo ossido che si posa. Piano, piano, come neve. Appunto.

porta ticinese

Parecchi anni fa frequentavo, a Milano, una trattoria a porta Ticinese. Vecchi camerieri, piedi piatti e passo strascicato, foto autografate di personaggi che ormai non dicevano più nulla a nessuno, legno alle pareti e mattonelle per terra. Segni di un qualche momento di gloria, quando le trattorie qualcosa significavano nella vita e ne facevano, rara, ma consolidata parte. Allora il mangiare in trattoria aveva due significati: la festa, l’eccezione, oppure la solitudine di chi non aveva nessuno a casa. Anche ora ho amici che descrivono come un’impresa il riuscire a prepararsi da mangiare, che hanno vite, specie dopo le separazioni, di trattorie ovunque e comunque. Vite in grado di competere con il gambero rosso per conoscenza diretta e che tra piatti e conti, nascondono l’incapacità di star soli a cena.

Mi piaceva quel posto, la sera ci arrivavo da un corso oppure dall’albergo, quasi mai da solo e con non poca allegria preventiva. Il posto metteva di buon umore. Mi piacevano le tovaglie pulite, di cotone pesante, a volte di lini antichi e un po’ lisi, le stoviglie retrò e le posate pesanti. Mi piacevano i consigli del cameriere, la cucina commentata, milanese e toscana, la cassoela, i pici. Mi piaceva il parlarsi tra tavoli, i cappotti appesi alle pareti, il fiasco di chianti al consumo, la scelta di pane tra quello con il sale e quello sciapo.

Nell’angolo, tra pareti rivestite di legno e fotografie, c’era un tavolino singolo. Non era l’unico, ma lì ho sempre visto il ragioniere. Cenava con il cappotto addosso e il Borsalino grigio sulla sedia. D’estate aveva un gessato e una cravatta con il nodo troppo stretto per essere fatto di fresco. Ordinava a monosillabi, alzando un sopra ciglio o un dito, non i piatti ordinava, ma una sequenza. Le pietanze erano sul suo menù personale, dove c’era solo l’estate e l’inverno. D’inverno un brodo di pollo, con pastina sottile, consolatoria, poi le patate lesse o il purè e la costatina. Ben cotta. D’estate, un minestrone e gli stessi secondi. A volte un insalata o un pollo lesso. Un bicchiere di vino rosso, il caffè. Sempre solo. In mezz’ora mangiava, cinque minuti per pulire i denti e poi si alzava, salutando con un bnsera e usciva. Il mercoledì arrivava più tardi. C’era il varietà, e al ragioniere piacevano le ballerine. Il cameriere faceva sempre la stessa domanda e otteneva sempre la stessa risposta. Sorridevano entrambi.

Un anno, ero lì l’antivigilia di natale, guance arrossate dall’aria precedente e dal chianti, a mangiare verze e cotechino e ridere parecchio, quando entrò un’orchestrina di fiati. Suonavano canzoni natalizie con tromba, trombone e bassotuba. Uno strepito incredibile nell’ambiente ridotto e pieno di persone. A me la cosa mise un’allegria irrefrenabile, e così a chi mi accompagnava, ma credo a tutta la sala perché gli occhi e i commenti si scambiavano ridendo, ad alta voce. Tutti ci affrettammo a dare mance generose perché la smettessero e loro, i musicisti, ringraziavano, accennavano a qualche bis di ringraziamento, finché ci fu uno scambiare di sfottò e accenni di note in risposta in un’allegria generale. Solo il ragioniere era rimasto imperturbabile. Mangiava il suo brodo e alzava appena gli occhi, poi rivolgendosi al vuoto disse distintamente: ma come l’è, di nuovo il natale? E ridacchiò.

Ecco, allora ho capito che la mia solitudine era un lusso.

commosso da un’idea

Ieri guardando questo video mi sono commosso. Mi dirai: mona, ma te diventi pianzoto, desso? La xe publicità. (…ma diventi piagnone adesso. E’ pubblicità). Sì lo so, è pubblicità, ma il progressivo sommarsi della musica come fatto corale, la sua iterazione con le persone, il mescolarsi di queste che pur restano se stesse, l’emergere di uno spirito comune, mi ha fatto pensare alla politica buona. Non alla buona politica, ché quello è uno slogan, eppoi serve solo a stabilire una demarcazione sempre incerta tra chi fa politica, no, pensavo alla politica buona. Quella che mette assieme le persone, quella che fa scoprire l’altro, che ascolta, che produce cose elevate e non le inaugura perché è la normalità fare cose grandi. Se l’uomo non fa cose grandi è davvero un quaquaraquà. Ma le cose grandi sono quel mettere assieme i diversi, tirarne fuori lo spirito comune, non chiedere chi sei, cosa voti, cosa pensi, ma cosa possiamo fare assieme. Mi dirai che, al solito, sogno troppo, che l’uomo è fatto di interessi, di competizione, di contrapposizioni. Se polemos è madre di tutte le cose, un motivo ci sarà. Eppure tra Eraclito che guardava il mondo e ne traeva teoremi empirici e il mondo possibile qualche possibilità di mutamento c’è. Magari un mutamento occasionale, come il soldino della bambina che provoca la nona di Beethoven, magari come i tanti gesti gratuiti che si perdono in giro per il mondo: ali di farfalla che sbattono gentili e purtroppo non provocano uragani di bontà e comprensione reciproca. Pensa, guardavo un video di una banca e pensavo alla politica buona, a chi si muove senza rumore e fa quello che pensa giusto, a tutto questo stare assieme che buttiamo via e che diventa pulviscolo inutile di luci e frenesia in questi giorni. Non ci pensavo, no, alle feste, pensavo e sentivo a tutto l’anno. Sai pensare e sentire è prerogativa dei giovani e dei vecchi, chi sta nell’età di mezzo non ha tempo per queste cazzate.  Pensare e sentire aiuta però a vedere, a discernere, ad essere uno, unico e inimitabile, e a sentire l’unicità degli altri e a metterla assieme alla propria. In quella piazza che canta, si muove, è ricca di bambini che parlano ad alta voce, ridono, piangono se gli viene. In quella piazza, ci sono sentimenti possibili, ecco io l’ho sentita così. La politica buona mette assieme le persone e attiva sentimenti, li ordina in un coro che ha geometria, inventiva, capacità di disciplina, ma soprattutto bellezza. Se lasciamo irrompere la bellezza lo stare assieme diventa possibilità di gioia. Così in questo grigiore che ci sta attorno, ho pensato che la politica buona è possibilità per le persone di essere contente. Non diritto alla felicità, quella è cosa da americani, ma la possibilità di stare insieme e di provare sentimenti positivi comuni.

E così mi sono commosso per un’idea.

bricole

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Vi guardo uno per uno attorno al tavolo. Fisso le espressioni nella mente, come in una fotografia. Siamo un gruppo d’amici che mangiano assieme, abbiamo appena visto un film, ci conosciamo. Forse la parola conoscersi è superficiale, meglio sarebbe usare il riconoscersi, non ci conosciamo davvero ma ci riconosciamo, nel senso che qualcosa di profondo di ciascuno è tenuto in noi. In me.

Guardo i volti. Le espressioni intente oppure svagate, a volte assenti.  Qualcuna/o sta pensando ad altro. Incrocio gli occhi, insisto, ottengo un sorriso e uno scuotere di capelli interrogativo. Ascolto brani di discorsi che s’intersecano: si parla di politica, di cinema, di scienza, di cose lette da poco. anche di vita quotidiana, disavventure, fatterelli a dimostrazione di qualcosa. Mi perdo in questo dentro/fuori. Il clima è bello, le candele, il cibo e il vino buoni, c’è molto calore. Mi chiedo se sarà così per i prossimi anni o addirittura migliorerà. Quali cose e pensieri ci terranno assieme, come invecchieremo legando la gioventù, quello in cui abbiamo creduto, con quello che succede. Aver avuto pezzi comuni di vita ha giovato, ma non è stato così essenziale, parecchi dei presenti li conosco da non molto. Ma forse, pur distanti, l’aver condiviso sogni comuni, modi netti di pensare, ideologie ha esaltato la necessità di un insieme in cui convivessero le differenze. In fondo è un riconoscersi oltre le storie personali questo ritrovarsi assieme. E ci esploriamo, pur sapendo spesso quello che ciascuno dirà, interessa la differenza, il modo di vedere che ci colloca assieme da una parte della balconata della vita e il guardare condiviso e non coincidente. E’ così che s’invecchia? Provando noia e attrazione reciproca e nel non poterne fare a meno?

Siamo tutti diversi da come eravamo un tempo, uomini e donne. Il fatto di essere qui, assieme, è indice di qualcosa che ha cucito oltre gli accadimenti. E infatti altri mancano. Si sono rinchiusi nelle case o in altri cerchi d’amicizie estranee, chissà cos’è accaduto e perché. Se lo sapessi avrei il segreto di ciò che resta e ciò che se ne va, ma quello forse non è un segreto, è un’evidenza che non si vuol vedere. Nei discorsi, stranamente, affiora il tema del permanere oltre le separazioni, come se con gli anni non si volesse cancellare più nulla e ciò che ci serve è sapere che chi è stato, semplicemente non c’è, ma ancora conta.

Guardo i volti uno a uno, imprimo il momento e ciò che accade, chi parla, chi ascolta, chi è altrove, mi pare che così nasca un ricordo che importa, che resterà. Scorre tutto così in fretta che i momenti in cui il tempo rallenta e non è eguale, sono bricole a cui attaccare la barca. Poi si ricomincia a remare piano.  

gli storti con la panna

Da novembre fino a febbraio, c’era la possibilità di ricevere un dono improvviso. Era un moto di golosità di mia madre o un capriccio di mia nonna: mi prendevano per mano e mi dicevano: ‘ndemo a tore i storti (andiamo a prendere gli storti). Erano gli storti con la panna, cialde croccanti avvolte a cono da immergere nella panna montata, e da consumare in casa nel pomeriggio della domenica, oppure, ai tavolini, ben tovagliati, del gran caffè Sommariva. Anche se dovevo star fermo mi piaceva il caffè, con il suo caldo e il brusio alto di voci mescolate, le vetrine appannate che davano sul corso, il parlottare, ridere, fumare, tutto mescolato. Guardavo appoggiare le schiene sulle seggiole, come per meditare qualcosa e poi scattare verso l’interlocutrice per riprendere. Una grande varietà d’uomini e donne, nell’atmosfera calda, il vapore delle macchine per il caffè, il fumo degli uomini e delle ragazze. Come un respirare sincopato singolo e collettivo che si separava in momentanea comunità dal fuori dai vetri, dove le figure si distinguevano appena. Ed era tutto un entrare, uscire fatto di cappotti bordeaux, neri, blu, qualche rara pelliccia, trionfi di spinati, marroni e grigi per gli uomini. E lobbie, guanti, tra incedere frettolosi o veloci determinati dal freddo più che dalla voglia di sostare o tirar via innanzi alle vetrine sfavillanti dei dì di festa che stavano sul corso. Innocue esse, festa al vedere: i negozi erano chiusi, ma perniciose per i desideri che riuscivano a sollevare, per i buoni propositi, per le attese che avrebbero creato. E argomento di conversazione, estensione a ciò che accadeva nella città, confronto tra ricchi e poveri. Perché questa era l’essenza del discutere sociale, ovvero ciò che avevano i ricchi e ciò che avevano i poveri, lì dimostrato e possibile o impossibile. 

Di tutto questo capivo poco, per me la ricchezza era quella sorpresa inattesa della sera e così immergevo il primo storto croccante nella panna densissima e riempivo la bocca di dolcezza. E ancora, ancora, finché nella ciotola di vetro restavano solo le striature bianche, che non si dovevano raccogliere col dito perché non era creanza. Mica si mangiavano gli storti per fame, ma per piacere, e la sazietà che inducevano era solo un effetto collaterale. Dagli storti ho capito che il piacere dava sazietà e rompeva consuetudini, il pomeriggio della festa sarebbe stato allegro, la cena il di più distratto, che si poteva mascherare di inappetenza.  

Chi mi conosce sa la mia ammirazione grande per Kleiber, la gioia e l’autorevolezza che c’è nel suo gesto di direzione, mi affascinano come rappresentazione del vivere. E’ la competenza di chi non si dà oltre quanto vuole: sazietà ma alle regole di chi dona.

una luce poco fa

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Ho messo un lume sul davanzale, è santa Lucia.

Senza pensare a significati religiosi, l’attesa di luce travalica ciò che si conosce e sconfina dove non arriviamo. E il bisogno di luce in questo inverno che continua, dentro più che fuori, è forte. Ma non vorrei l’estate e il sole del Riccardo 3°, no, vorrei che i desideri si ordinassero, che il pulviscolo che da troppo tempo ci fa tossire e impedisce di vederci, calasse. E vedere un ordine disordinato alla luce. Un ordine allegro, un posare le armi, un ordine rispettoso dell’altro. Ben visibile.

Vorrei la luce per capir meglio che fare, la luce per riposare. Siamo tutti nervosi, poco attenti a chi pestiamo, non vediamo la rivalsa che porta il tempo distante dalle nostre vite, lo spreca senza utilità e non lo vede scorrere. Ed io invece vorrei veder bene ciò che accade, ne ho bisogno, come ho bisogno di dimenticare le categorie che mi facilitano la vita e mi chiudono gli occhi.

Vorrei la luce discreta dei doni che non fanno invidia, la luce che permette di vivere a proprio modo. Mi servirebbe anche la luce per cogliere la bellezza che c’è dentro e si rintana. E una luce morbida di penombra che sia misericordiosa, per il molto che non va. Chiarezza e comprensione. Lo si può chiedere alla luce?

Se penso a me, non so dove si finisce, ma non ho capito bene quando ho cominciato. Mi pare, vado indietro, ripesco ricordi che, tenuti tra le mani dei pensieri, devo rigirare per riconoscere davvero, il dono della luce forse non li renderebbe più chiari, ma li collocherebbe al loro posto. Com’è giusto sia. E di questo mi pare di aver bisogno.

Allora a quella zona dove non si capisce bene se sia finito il razionale ed iniziata finalmente la speranza, affido la mia lampada per i desideri di questa notte. Non ho fretta, semplicemente attendo un po’ di luce, perché in fondo ciò che serve è riconoscere il buono che verrà.  

il senso nei luoghi

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Arrivano le feste, metto in un piccolo mantra le necessità:

-raccogliere i piccoli grandi disturbi delle abitudini,

-farne legna per il camino che riscalda la testa prima del corpo, come accade per le passioni nuove,

-non fare bilanci, guardare dentro con spirito nuovo. 

C’è un luogo dietro piazza dell’Unità a Trieste, che ora sarà freddo. Scuro della collina che lo sovrasta, scuro della bora che s’infila tra le stradine, passando sotto il volto del municipio, scuro del vento che taglia i visi e che si butta in Cavana, o su per via commerciale verso Opcina, ma non si disperde. Sembra infinito il vento, la bora in particolare. Però in quel pezzetto di strada c’è una libreria antiquaria. La vedi dalle vetrine che semplicemente mostrano il dentro stracolmo di oggetti, e libri, e lampadari, e boccette bicchieri vasi, e tovaglie, e tessuti, e giocattoli, e persone, tutto stipato in stanze che si infilano l’una nell’altra, come una bestia grossa che s’è accoccolata. E dorme. Le persone s’aggirano curiose al calduccio, prendono in mano, stropicciano, guardano in trasparenza, vanno altrove con la testa, annusano la polvere, il sentore di tempo. Lo vedono sulle cartoline, sui libri, sui bicchierini da rosolio, sui pizzi che li hanno accompagnati. Svevo, Slataper, Joyce, Saba e via andare in questi angoli incrostati sono oggetti preziosi caduti in acqua, visti in controluce rilucono di ciò che è stato immaginato e vissuto.

Ma non m’interessa la libreria, non questa notte. Appena dopo le sue vetrine, c’è un ristorante che ho sempre visto troppo tardi. O s’era appena mangiato, o non c’era tempo, oppure era chiuso ed io, ogni volta, mi ripromettevo di andarci a pranzo. In un giorno di bora. Sedermi, passare le mani sulla bella tovaglia bianca, un po’ inamidata come adesso non s’usa, e attendere che il vecchio cameriere, con la giacca nera e la camicia bianca, arrivasse. Mi sono visto prendere il menù dalle sue mani, guardare, alzare gli occhi mentre aspettava che decidessi, parlare quel tanto che superava un nome sconosciuto, evocare un ingrediente, trascinare un giudizio (qui si va sul pesante), con un sorriso. Poi scegliere e attendere il cibo caldo e lento, sperando che la bora, nel frattempo, dimenticasse dove siamo. Ché quando s’uscirà, il pensiero non sia il che fare fino a sera,  sennò si passa da un caffè all’altro, da un piccolo desiderio di vetrina al successivo, così senza meta né luogo vero. E invece il protagonista di questo andare, che poi è essere e raccontarsi, è la solitudine che sta meglio se ha un luogo.

Difficile parlarne davvero, chi la conosce non ne ha bisogno, gli altri ti sollecitano a metterci buona volontà. E invece la solitudine è quella sensazione che ti impedisce di lasciarti andare completamente, di dire una sciocchezza in più, di pensare così leggero che neppure pare, di fermarsi su una sedia lasciando scorrere le parole, o i silenzi, che tanto fa lo stesso, di frequentare il limite della veglia come un vedere senza guardare. E’ tutto questo e altro, insomma le sensazioni che ciascuno porta dietro come sa, e che nel mio pensiero erano il protagonista di una strada, di un luogo preciso, di un andare che essere lì perché non si sa come rapprendersi altrove. Perché la solitudine rende solidi come blocchi di ferro e insieme gassosi. Se guardi un parallelepipedo di ferro ti sembra leggero, ti chini per provarlo e il suo peso ti sorprende, fai fatica a prenderlo con le mani, alla fine, con fatica, lo sollevi e ti sembra già inutile averlo fatto. Non è quel che sembra, ma è ciò che è, eppure tu non sei quel blocco di ferro, però ora ne senti il peso. Anche se ti pare di essere un gas rappreso in una nuvola, qualcosa che sta in aria, che non afferra e non è afferrata. Questa è la solitudine. E quella stradina di Trieste con la sua libreria e il ristorante e il cameriere, è il racconto di tutte le domeniche pomeriggio senza amici, di tutte le letture senza comunicazione, di tutto il cibo mangiato per abitudine, di tutte le ore che hanno atteso qualcosa che si compisse e quel qualcosa non si è poi compiuto. Potrebbe essere una sala d’aspetto di piccola stazione il luogo, ma ormai non ci sono più, potrebbe essere un vicolo che conosci bene a Mantova, o un piccolo angolo di Roma, potrebbe essere ovunque. Ieri sera mi veniva in mente Kiev e la tristezza che vi ho visto. La tristezza è oltre la solitudine, si conoscono, ma non sempre vanno assieme, a Kiev c’erano entrambe. Perché Trieste? Forse per il suo essere sempre passato, altro che è avvenuto, eppure presente. O forse solo perché mi piace, è una città in cui vivrei perché  c’è il mare e i triestini sono allegri per combattere la solitudine che hanno dentro.

La solitudine è una turista provetta, una buona compagnia che ti segue ovunque, se a volte parla più forte è per attirare la tua attenzione. Come quella sera in una latteria di Alfama, a Lisbona, a mangiare baccalà tra mattonelle bianche e due signore anziane che canticchiavano il fado e alla fine s’è parlato in due lingue e si sorrideva. Oppure potrebbe essere quella strada di Buenos Aires, dove ti avevano detto di non andare, vicino a La Boca, e finché parlavi con il tassista hai scoperto che erano tutti genovesi e veneti rimasti poveri. Mi ha regalato un coltello, il tassista, e non ha voluto che gli pagassi la corsa, però l’ho ascoltato che cantava un tango di Carlos Gardel e alla fine ci siamo abbracciati.

Potrebbe essere ovunque, basta che la porti con te, l’importante è parlarle, stabilire i desideri reciproci, strapparle una sensazione positiva o almeno la promessa che qualcosa si proverà assieme e che da questa condizione per un poco, oppure per sempre, si uscirà. Chissà che significa non provare più solitudine, chissà come si vive semplicemente vivendo. Chissà. Non riesco ad immaginare una vita senza questa presenza, non so neppure se mi piacerebbe sempre. Quello che capisco è che questa vita potrebbe esistere, che altri la vivono, ma io non so che  cosa sia. E così convivo, mi tengo l’ironia per sorridere, uno scuotere del capo per non dare troppa importanza e capisco che questa presenza spinge a trovare qualcosa che manca, che è un motore, allora mi pare che non ci sia un’età dell’innocenza in cui essa non c’era, ma che ci sia sempre stata e che l’importante è viverci bene assieme. Ecco perché una jota bella calda stasera spazzerebbe via la bora, allungherebbe le gambe sotto il tavolo, alzerebbe un bicchiere di refosco in più, fino al sonno. Poi domani si comincia.

in cauda venenum

Come si dovesse ristabilire un equilibrio, un’ autostima da recuperare appieno, dopo che la sconfitta nelle sue varie forme (e l’abbandono o la delusione sono tra queste), viene la rabbia e il voler far male. In fondo l’ultimo atto di debolezza è proprio il colpo di coda, già oltre il tempo massimo. E’ un gesto che forse scarica la delusione, ma impedisce di guardare avanti con razionalità. Accade sempre quando c’è passione, si rompono le amicizie per questo. Forse perché le cose in cui crediamo portano con sé una carica emotiva, amorosa che le fa sentire come estensione di noi e quindi intangibili. Comunque sia, in amore, politica, vita quotidiana, la tentazione di rompere il giocattolo emerge. E siccome questa tentazione l’ho anch’io, la rifiuto, la getto nella fornace della prossima volta, nella certezza che non si conclude mai nulla davvero e che il futuro sarà non una rivincita, un darmi ragione, ma il prevalere di ciò che mi sarà caro.

Guardiamo avanti e magari facciamo un po’ d’autoanalisi: dove abbiamo sbagliato? E se pure non emerge l’errore, qualcosa che ha condotto le cose in una direzione diversa dalla nostra ci sarà pur stato. Anche se fosse che le linee di forza del destino conducevano a quell’esito, almeno il non aver compreso a tempo ciò che accadeva, sarà stata pur stata una nostra carenza. Eppure non penso che ci sia colpa in tutto ciò, quando si vive si è miopi. Riesaminare con la giusta distanza è piuttosto la necessità di guardare a noi prima che all’altro, perché se ci piace vivere il nostro sarà un perenne confronto, un imparare che non apprende mai abbastanza, che ci condurrà a gettarci in una mischia o in una relazione guidati da un sentimento che ci procura energia da spendere. Nulla di più fallace dal punto di vista della razionalità. Nulla di più bello dal punto di vista del vivere.

Ci sono -e saranno- altre volte e l’in cauda venenum non mi interessa come agire, ho già sperimentato l’impotenza del rancore, è un pasto che non soddisfa mai.