mi manca Altman

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Prendetelo per uno sfogo, quindi con tutti i limiti che hanno le cose che vogliono uscire e che trascinano tutto, malmostosità comprese. Mi manca Altman, Fellini, Monicelli, mi mancano molto Calvino, la Morante, Carlos Kleiber, anche Moretti mi manca, assieme a Flaiano, Roth. Mi manca tantissimo Borges, adesso Abbado, prima Sinopoli, ma mi manca anche la produzione di musica leggera degli anni ’60 e ’70 e qui mi fermo perché non è un elenco e neppure un amarcord. E non è neppure una mancanza vera, nel senso che questi autori sono disponibili e rileggibili, ascoltabili, vedibili, ma è la temperie culturale che rappresentano che non c’è più. C’è un vago color di lillà, nessun colore deciso, il pensiero che qualcosa sia successo e che la mia generazione ne sia in qualche modo responsabile.

Ho letto un paio di settimane fa, l’ultimo libro di Andrea Scanzi: non è tempo per noi quarantenni. Mi è sembrato utile all’autore, quindi poco utile a me, come fosse una serie di post che, cuciti da un filo temporale di senso, si sommavano e si rappresentavano in quella rassegna di miti generazionali deboli che testimoniavano (per lui) più indolenza che spinta a fare, a essere. Poi c’ho ripensato, non tanto sul giudizio sul libro, ma sulla descrizione di una stagione in cui c’è stata l’ eclisse di qualcosa.  Scanzi ha ragione quando dice che il prodotto massimo della generazione degli anni ’70, forse è Sorrentino, e pur piacendomi Sorrentino come autore di libri e di film, mi pare sia un po’ poco per provvedere a coprire tutto il bisogno di cultura di una stagione.

Adesso a molti di voi verranno in testa altri nomi: confutatis maledictis, che non riescono a vedere il buono che hanno attorno. Disperdete il mio ragionare leggero, che vede sfumare i colori e le passioni. Perdonate ma a me impressionano gli elenchi delle Book Rewiew americane o inglesi dei libri dell’anno, con ai primi posti molti titoli che qui non ci sono ancora e tutti definiti capolavori. Quando li leggeremo ci saranno già altri capolavori in circolazione e così via all’infinito, come si fosse abbassata l’asticella e che il capolavoro fosse un prodotto di consumo. E’ la generazione del ’68, la mia, ad aver prodotto questa indolenza ? In fondo ha risucchiato tutto all’interno di un narcisismo che guardava l’immagine di sé e se ne beava, piuttosto che spingere ad osare, a cercare, e insegnare il rigore e la fatica ai propri figli. E non è che per far vivere meglio abbiamo creato una serie di rimandi e poi di vuoti? L’inadeguatezza che si respira è anche frutto della mancanza di maestri veri, di persone e idee di cui discutere per gli anni, non per un paio di settimane. E’ la sensazione che il giovanilismo sessantottino si sia combinato con una maturazione ritardata perché troppo protetta. Faceva comodo ad entrambi, i padri e i figli, solo che ora il terreno su cui camminare è fragile, ci sono vuoti che si colmeranno da soli, ma non gratuitamente.

Eccolo, le solite previsioni catastrofiche E’ solo la tua incapacità di vedere, ma il buono c’è, la stagione culturale ribolle, sei tu che ormai sei miope e perso nella cultura lenta da cui provieni. Adesso è tutto veloce, è la velocità, non la lentezza Calviniana, a dettare il tempo. La gassosità e la pervasività, la cultura e il tempo, si respirano, si è superata la leggerezza. Oggi il giorno contiene già il mattino successivo e tanto dovrebbe bastarti per capire che non capisci. Sei perso altrove, la tua generazione sfuma.

Già, forse. Avevo preso il libro di Scanzi per capire la generazione dei figli, quello che non ho capito in corso d’opera illudendomi di capire e ora scopro che sono vecchio: bastava guardare la data di nascita. O quella di scadenza? Come uno youghurt. 

 

p.s. Vedo che Repubblica da domani venderà una serie di cd di Abbado, neanche a basso prezzo, e sono sicuro che tra poco la Deutsche Grammophon farà un cofanetto, magari con tutta l’attività registrata con i Berliner e questo mi lascia un sapore strano, come ci fosse qualcosa di sbagliato in tutto ciò, che il nuovo viva su ciò che non ha prodotto e quindi non si consolidi.

Se in politica ha funzionato prima Berlusconi, poi Renzi e Grillo, come se al posto della nave per andare in crociera si usasse la zattera, un motivo ci sarà. E magari Scanzi ha pure ragione, la sua generazione non ha mai perso perché non ha mai giocato, ma adesso cosa vincerà? Continuano a mancarmi Altman e gli altri. 

dire al limite del dire

In quest’epoca,

dove il t’amo rarefà

o si spreca, virtuale anch’esso,

spesso è solitudine gradita il pudore trattenuto

nei sentimenti preziosi,

celati nel dire al limite del dire.

Via via, fuori dal tempo:

in ben serrate scatole, 

c’è purezza racchiusa in timidezze démodé,

e le reticenze non si confondono col timore di sentire.

 

elogio del ritardatario

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Sconfiggere i treni e gli aerei, arrivare all’ultimo minuto, salire, sedersi, tirare un sospiro di sollievo, sciogliere lo stress della corsa in un sorriso di soddisfazione. Se un gatto sapesse mostrare il sorriso sarebbe quello, un sorriso che è dentro e si mostra appena fuori distendendo il viso. Sempre sul filo perché c’era di meglio da fare. Però non hai mai perso un aereo e questo ti dà una sensazione di potenza, di dominio degli orari. E’ una partita personale. Come vivere due vite, una tranquilla che si guarda in giro e una che corre. Sovrapposte e contemporanee, le vite, e tu che vivi in quella bolla di tranquillità, esci e ti metti a correre, quando serve. Stress, certo, ma vuoi mettere la soddisfazione di vincere il tempo. Poi calma, fino al prossimo aereo, treno, appuntamento. Lo sanno tutti che arrivi in ritardo, non è vero, ma ti va bene così, ci ridi sopra. Non li sorprenderai mai ed essere scontato a chi non lo è, dà un bel vantaggio. Così quando vuoi arrivi prima, godi dell’attesa, è una cosa che chi è preciso non sa fare. Non ti disturba, anzi è tempo tuo, c’è talmente tanto da guardare, da pensare. Pensi che il tuo rapporto con il tempo è costante, dialettico, non è il tempo archiviato di chi arriva mezz’ora prima. Se lo fai è una scelta, un rapporto felice col tempo. Col tuo tempo. Lo sai che gli altri non capiranno. Non ti importa molto, è una cosa tua. Il fatto è che nell’universo della precisione hai scelto la relatività. Non rallenta tutto vicino alla velocità della luce? Pensi che non hanno imparato nulla , il mondo è sempre in ritardo sui desideri, ma arriva giusto agli appuntamenti.

common man

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Le vite normali sono talmente ricche di eccezioni, di particolarità nascoste che chi le vive, da molto, ormai non nota.

Nelle abitudini intime e consuete, nei dettagli che non si vedono, nelle cose che si accumulano o si gettano, nelle idee ripetute puntigliosamente senza ricordare quando sono nate, s’annida un’ umanità singolare che attende indefinitamente d’essere riconosciuta. E’ nell’arte del guardare senza fretta, e con rispetto, che si scoprono meraviglie intuite nell’ombra.

a qualcuno piace caldo

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Il caffè mi piace caldo, come la soddisfazione e altre cose più o meno dicibili, ma che fanno il piacere del sentire e del vivere. Se metto assieme l’urgenza del caldo, che ha una termodinamica severa, con la pazienza, che pure posseggo, capisco che gli ossimori non sono poi così distanti dall’essere, che si è più cose assieme, per fortuna, e che non c’è contraddizione tra l’amare la pioggia sul tetto e desiderare il sole al mattino.

Il calore si associa ai sentimenti e quindi al sangue, ma non solo. Lo si associa all’amore e lo si pensa lontano dal cinismo, dal distacco di chi non si aspetta più nulla e pensa di conoscere come funziona l’uomo, il mondo. Il calore ha un termostato nel sentire e ci si regola la vita su quello. Quando si sente poco, il calore prima abbandona lo spirito poi il corpo. Troppa passione, invece, porta all’ebollizione e la fretta consuma senza percepire tutto quello che accade. Una bolla di calore emotivo nell’amore, come nell’odio, fa perdere la percezione di sé, ma mentre nel primo caso è un’esperienza di annullamento e rinascita, nel secondo la distruzione diviene tutt’uno con l’essere e non c’è rinascita. Forse per questo fatico a considerare l’odio l’altra faccia dell’amore.

Se subentra un po’ di malinconia e c’è necessità di sentire qualcosa che rassicuri, una minestra calda fa bene, Me l’hanno insegnato le donne che una minestra di dado con la pastina consola. Probabilmente fa casa e mamma, come il plaid. A me piace il minestrone, devo essere sentimentalmente maleducato, anche perché lo preferisco a pezzetti e non passato (altra preferenza femminile, raccontatami). Il vino rosso scalda, consola e avvolge, fa intimità propizia (a volte anche alcoolismo incipiente, ma anche quest’ultimo sembra un effetto della carenza di calore, umano…), il vino bianco invece è più sottile, aggressivo come i finti mansueti, apparentemente innocuo come le parole maliziose, come le immagini, suggerite dalla seduzione. Secondo me il vino bianco ha qualcosa da nascondere e non perché ci sarà sempre chi dice che gli fa brucior di stomaco (altra forma di calore) oppure racconta di altri effetti collaterali meno dicibili, ma perché accanto a questi ci saranno altre che sosterranno che le bollicine che gli vanno su per il naso e danno leggerezza e tepore che scalda dentro e fuori (lo champagne non a caso sta meglio su abiti scollati e a spalle nude).  Ci sarà chi distinguerà tra champagne e prosecco, tra secco e dolce. Vincerà il secco senza fatica, magari il molto secco. Très sec per tutti. Pare sia una questione di dieta o altro,  e pare anche che il magro (di cui il secco è l’immagine più asciutta) abbia un fascino nascosco, un calore da estrarre rispetto al boteriano dolce, che non a caso s’accompagna ai dolci. Dolce su dolce, senza perder tempo a meditare, meglio abbuffare per dimenticare. C’è sempre qualcosa da rimuovere: un’altra fetta, ma sottile sennò ingrasso, grazie.

La cioccolata va calda, bollente. La panna fredda, ché altro non può essere e se ne può pure far a meno. La cioccolata sorbita, il caffè degustato. Lo ingollano i duri, il caffè, gli stomaci d’acciaio, non i colitici, ulcerosi, pavidi che mai affronterebbero una tempesta senza l’ombrello. A che serve l’ombrello nella tempesta? A nulla, ma questo solo i duri, che hanno una fornace interiore e un cappuccio, lo sanno ed escono dopo un caffè. La cioccolata è un cane fedele, ti segue a lungo, ti accompagna, è educata, inclusiva, ama la compagnia, scalda anche la conversazione, intreccia gli sguardi, evoca. Meglio amara, densa e caldissima, poi si vedrà.

D’inverno, caldo ovunque e viso fresco, finché l’emozione non lo prende. Sembra sia la scelta della razza umana, forse memore degli altipiani etiopici da cui proviene. Invece la vendetta pare si serva fredda come certe frattaglie da osteria che fanno solitudine a vederle, e la vendetta gelata appartiene ai cervellotici, ai biliosi delusi dalla compagnia, persone che si consumano per aggiustare un torto di cui nessuno, tranne loro, si ricorda. Comunque dev’essere un piatto di difficile digestione, la vendetta fredda, come i nervetti in osteria appunto, e che non soddisfa mai completamente neppure il cuoco, che forse vorrebbe effetti maggiori. La polenta va calda, ma la polenta è come la povertà che si riscatta, ha speranza e si combina con tutto o quasi. Ama il vino rosso, caldo su caldo, poi quello che succede sono affari vostri. Non ci sono notizie di abbinamenti polenta e champagne, carenze del sistema cultural politico del nord.

Preferisco il caldo, non fuggo il freddo, ma solo per quanto è necessario per amare di più il caldo. E’ come per i sentimenti, l’assenza coltivata per acuire il desiderio è un po’ una perversione. Quest’inverno non nevica e m’impedisce di gioire al caldo della mia casa guardando i tetti che si riempiono di neve. Sentirsi caldi e guardar fuori il freddo dà una sensazione di potenza, significa che provvedo al mio corpo dandogli calore e lui è felice e rassicurato. Ben essere. Come cercare l’amore dove si trova (altrove, dove non c’è, fa freddo), sorseggiare il caffè, e meglio ancora la barbagliata che unisce mirabilmente caffè, cioccolata e panna. Guardar dentro e fuori allo stesso tempo, pensare che il non sense ci appartiene, che la logica ci fa dominare. La logica è fredda, l’amore è caldo, il caffè è amore.

inopinatamente il caki

Inopinatamente il caki,

aveva nascosto frutti tra le foglie,

e loro, nel grasso verde, solidali 

li han tenuti in serbo,

lontani da mani vogliose.

Ora sui rami spogli che puntano il cielo

alte sfere arancio appese,

sorprendono noi,

ch’ avevamo pensato perduta la capacità

d’essere nuovi.

evoluzione di un amore

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In ogni amore, sia esso grande, piccolo, conclamato, o ancora in nuce, c’è il momento della consapevolezza. Da allora si sa se esso potrà crescere oppure si trasformerà in altro. Se in un sentimento così poco razionale e sociale come l’amore (perché è anzitutto rapporto a due con conseguenze esterne), la razionalità irrompe, è perché esso stesso lo richiede, ovvero pone la domanda: quanto? E questo quanto comprende la durata, il coinvolgimento, la disponibilità, l’appartenenza, ovverossia, il futuro.  

C’è quindi un momento della crescita di un amore in cui esso cessa d’essere il presente (e quindi di per se stesso illimitato perché ogni giorno è nuovo, e ogni giorno la gioia e il bisogno dell’altro, non ha limite) e diventa projezione sul futuro ( che invece è limitato, perché anche il per sempre è un farsi della volontà e quindi di sua natura limitato). Questa consapevolezza verrà negata, celata nella sensualità, aperta e rinchiusa, sparata nel cielo e seppellita dentro di sé. Diventerà caparbietà e sublime oblio, rifiuto della realtà, pena del quotidiano, sublimazione somma, invenzione del vivere. Sarà posticipata, negata, modificata, evoluta e trasformata, ma dal momento della consapevolezza si sa ciò che è possibile e quindi ciò che accadrà. Questo scollinare del sentimento, e mutare del sentire, è l’inizio o la fine di un amore.

reazioni a pelle

Ci sono persone che ti stanno sulle scatole a gratis. Non ti fanno fare fatica. E non è un giudizio sulle persone, è un giudizio sulla possibilità di un rapporto. La fatica per mantenerlo sereno è talmente elevata che ci si scoraggia presto e se non si è obbligati a sopportare per motivi di lavoro, od altro, si taglia. Magari in queste persone c’è certamente del buono, ma sarà questione di ferormoni negativi, se qualcosa fin dal primo momento arriccia e repelle. Il moralismo, la supponenza, l’arroganza, la viscidità, la furbizia, la rigidezza. Basta una di queste caratteristiche, che il titolare forse sente come positive, per mettere sul chi va là. Eppoi la bocca fa il resto, basta che parlino e quello che hai sempre rifiutato te lo senti dire, vantare, imporre. E allora è fatta, e quella persona che ti aveva fatto rizzare le antenne, non ha più la possibilità di risalire la china e ti sta definitivamente sulle palle. Da quel momento le cose vanno per loro conto, ovvero più lontano stanno meglio è.

dislessia che cresce

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Tra le cose che vorrei fare di più quest’anno, come sempre, c’è la lettura. Però spesso quello che leggo non fa scattare la magia del transfert, l’innamorarmi della storia e allora rimpiango un poco i pomeriggi e le notti in cui non sentivo nulla di ciò che avveniva attorno, le ore volavano e mi trovavo alla fine col viso fiammeggiante e l’impressione d’essere stato altrove, in un mondo comunque bello e differente.

Sarà che leggo cose poco interessanti, non scelgo con sufficiente accuratezza gli scrittori, oppure mi lascio ingannare dalle descrizioni dei risguardi e della quarta di copertina, che al pari dei titoli degli articoli di cultura, poi parlano d’altro. Sarà che ci sono troppe parole e pochi concetti, poca storia e troppo spesso i personaggi vengono presi, fatti vivere e poi abbandonati, riempiendo pagine e pagine di attesa che non conclude. La lettura in questi casi, diventa un lunghissimo coitus interruptus che toglie senso alla passione. Esigenze editoriali, un libro deve avere almeno 160 pagine per costare 16 euro, ma se ne faccio uno di 600 pagine e lo vedo a 20 euro sembrerà un affare.

Certo non è sempre così, a volte, inaspettatamente emergono meraviglie e resto incantato, ma da tempo ho questo senso di disagio, di dislessia crescente che se non mi stacca dal piacere di leggere, lo confronta con altri momenti.  Mi consolo pensando che mi accade anche al cinema, e ormai vedrei più volentieri un trailer mediometraggio che lasci intuire e dica l’essenziale, piuttosto di molti dei film che passano.

La lettura però resta un grande piacere e mi tranquillizzo, perché penso accada a molti buoni lettori che, accanto alla sempre forte voglia di leggere, emerga il bisogno d’ essere attratti, avvinti, stupiti e che il tanto leggere passato abbia prodotto graduatorie personali, che sono poi specchio del sé che muta, e cresce, e che queste graduatorie da un lato rifuggano la critica e l’analisi esteriore, ma dall’altro tengano e misurino la conformità a sé.

Col tempo, la lettura, come ogni cosa che ci sta attorno, diventa sostanza nel vivere e un abito che s’indossa. E pure l’abito nuovo dev’essere adatto a sé. Questo è il leggere e il goderne. Indossare una storia come un buon tessuto sulla pelle che, anche quando si toglie, lascia una sensazione di morbida bellezza.

agnostico

Che fare dell’intangibile? E’ tutto davvero scomponibile in segnali, piccole correnti, gangli, mitocondri, connessioni che generano percezione, gabbature d’occhi, di mente, ricordi fallaci, errore e razionalità nel riconoscerlo, ecc. ecc. e poi? La risposta è quasi un inizio di dominio, con le neuroscienze ci si può ancorare allo spiegabile, e quindi a ciò che si tocca, evolve, muta, degrada, ma basta? Perché esiste qualcosa che ci fa restare muti e non si capisce, e allora non è questione di credere, e neppure di non sapere ancora abbastanza, è che la meccanica, i segnali, non esauriscono l’intangibile e chi non crede si trova davvero solo davanti ad esso. Però se non viene da credere non viene e mica ci si può fare un film apposta per tranquillizzarci. Neppure della scienza si può fare religione.

Diciamo che tutto questo aiuta il senso del relativo: se non credo non è che trasferisco sulla scienza il bisogno. Casomai emerge la consapevolezza che essere nel tempo del tangibile e della scienza non ci salva da noi stessi e dalle nostre domande.  E per fortuna che questo accade, perché così possiamo essere preda dell’amore, della gioia, della tristezza, delle passioni. La scienza al più fornisce un’ancora da buttare, ma ci sarà poi un fondo raggiungibile e disponibile? Il rettile che alberga in noi non crede, non si muove a caso, è il prodotto del determinismo ferreo di migliaia di prove evolutive e quando apre un occhio non prova sentimenti, solo bisogni, ma su di lui una pioggia di intelligenza è caduta. L’ha confinato dove doveva stare. Motore, animalità, reazione automatica, istinto. Serve tutto al rettile evoluto in predatore, divenuto specie che sceglie. Evolvendo, acquistando velocità e abilità, sul dorso fatto tigre, là verso il collo, si sono accoccolate domande che corrono con l’animale. Domande dotate d’artigli mentali, non meno acuminati di quelli che aggrediscono, ma poi, retratti, carezzano i piccoli. E allora che fare dell’intangibile mentre si corre, si annusa l’aria ricca di ferormoni, mentre circola il sangue dove s’annidano i desideri? Che fare con gli obbiettivi che rivelano la loro piccola consistenza, con gli assoluti degradati a relativi? Accogliere ciò che non ha spiegazione fornisce una libertà aggiuntiva. Anche il razionale s’arresta e poi partecipa stupito dell’ignoranza di ciò che si sente. Buone le domande, lasciamo largo spazio a ciò che non si capisce: si capirà, in parte, ma resterà il dubbio e ciò che resterà da comprendere sarà una porta aperta, non una gabbia.