mattinale

Il bambinetto pedala sul suo triciclo. E’ a torso nudo, ha un paio di calzoncini scozzesi un po’ troppo grandi. E’ cicciotto e allegro. Si gira spesso per controllare il rimorchio di plastica su cui ha messo palette e secchiello. Ha giocattoli vecchiotti, ma è felice. Gira attorno a una casa di periferia, fatta negli anni ’50. Case di malagrazia e di molta fatica, senza progetto e di nessuna bellezza, ma è servita per dare un luogo e una prospettiva ad almeno due famiglie. Ghiaia e una corsia di cemento tutt’attorno, sulla rete di recinzione, roseti, potati innumerevoli volte, fioriscono, nell’angolo una baracca di lamiera. Il bambinetto ha una casetta di plastica da giardino, era molto colorata, ora è stinta e forse riciclata, come i calzoncini, da un fratello più grande. E’ un po’ sbilenca, lui si ferma, mette a posto il tetto, raddrizza una parete, poi parcheggia il triciclo e con gli attrezzi comincia a scavare. Si vede che è intento e felice. Del sole, della giornata calda, della stradina silenziosa, del richiamo della mamma che gli annuncerà qualcosa che lo riguarda. C’è amore attorno, una giornata felice, un futuro. Lui non lo sa ma vive in una parte del mondo che è in pace e se questa parte resterà così, dipenderà anche da lui quando sarà adulto.

A Gaza ho visto case simili, tantissimi bambini che giocavano, strade che finivano contro una casa, proprio come in questo vicolo di periferia. C’era caldo, il cielo era di un azzurro preoccupante, da giorni non si vedeva una nuvola. Cominciava la seconda intifada e ci dicevano di stare attenti, lì ho ritrovato la follia della normalità nella guerra dove la vita continua mentre si spara a poca distanza. Non ci è accaduto nulla, la sera tornavamo a Ramallah, si parlava di futuro, di progetti. Cenavamo tardi e la notte si sentiva il crepitare delle armi automatiche distanti.

In un altro vicolo vicino, una ragazzina torna a casa dalla piscina. Ha uno zainetto, il vestito leggero, l’abbronzatura di città e cammina con un passo aggraziato. E’ magra, molto carina, fa il primo anno di liceo, ha bei voti e una famiglia disastrata in cui vive. E’ nella bellissima età in cui ci si innamora perdutamente senza alcun filtro sociale e tutto sembra possibile. La sua dolcezza riscatta gli urli della casa da cui proviene. L’ho vista giocare poco, ma di sicuro l’avrà fatto, adesso la sento come una possibilità bella di vita, un contenitore di sogni che in parte si realizzeranno. Studierà e se ne andrà, potrà vivere ed essere felice. Lei forse ancora non se rende conto appieno, ma vive in una parte del mondo che è in pace e se questa parte del mondo resterà così, dipenderà anche da lei e dal suo impegno di adulta.

Penso ai tre ragazzi ebrei, uccisi da un odio senza umanità. Penso ai 4 bambini palestinesi morti ieri in spiaggia a Gaza mentre giocavano spensierati. Penso agli oltre 200 morti palestinesi di una guerra incipiente. Sento l’indifferenza dell’estate attorno, le emozioni leggere che fanno saltare le pagine di giornale e puntano al gossip, al positivo e confinano tutto in un brusio lontano.

Come si ama, si vive, si cresce, si provano sentimenti nell’età in cui tutto accade lontano? Perché se parlo di crisi, di difficoltà, di politica, anche qui sento il silenzio? E’ l’indifferenza, il tener fuori dalla propria porta il mondo che ci salverà? Non mi indigno più troppo facilmente, e non è cinismo, il fatto è che mi commuovo e la commozione è la spia dell’impotenza, del sentirsi inermi di fronte a un mondo che non è quello che sembra logico. Non quello che vorrei, ma quello in cui sarebbe bello vivere. Parlare di ciò che si sente, della bellezza, dei sentimenti è in fondo facile. Posso ascoltare musica, leggere libri che mi appassionano, godere dello spettacolo della natura, posso camminare, provare sentimenti profondi, pensare che tutto questo abbia un futuro e parlarne a persone che sentono le stesse cose. Posso decidere cosa fare e ho tempo per posticipare. Quando c’è la precarietà e la guerra, anche mezz’ora viene vissuta come un pezzo di vita, mentre io posso permettermi di vivere a tratti, di dire farò domani, di godere di un’attesa. Chi ha una guerra attorno non può farlo, deve vivere adesso, avere sogni immediati.

Non posso farci niente, però mi chiedo se essere insensibili, non parlarne, non sentirsi parte del mondo poi ci aiuti a stare davvero meglio. Avviene tutto fuori dalle nostre vite e ci chiudiamo in un particulare che alla fine diventerà la nostra dimensione. Toglierà le speranze comuni, non ci farà sentire in grado di cambiare assieme ad altri il mondo. Mi pare che tutto si restringa, che diventino angusti i vicoli in cui vivo, la pace che mi consente di pensare, provare, riflettere è un privilegio. Ho tristezza per quelli come me che sentono la propria impotenza, fiducia che il bambino del triciclo, la ragazzina, i tanti ragazzi che vedo per la città faranno qualcosa di sé. Tenteranno una felicità che li riguarda. Non so se diventerà una felicità comune, non so neppure se ho insegnato a mio figlio che la felicità comune è più grande di quella singola.

E’ mattina, c’è il sole ed è estate. Io sono parte di un mondo, mi tengo i dubbi, le piccole felicità e la sensazione che qualcosa mi sia, ci sia, sfuggito. Ma forse c’è tempo. Forse.

non disturbate il manovratore

Ma Renzi si è chiesto perché, con una figuraccia non dappoco in borsa, gli investitori istituzionali, le banche, i fondi, non hanno comprato FinCantieri?

Una risposta a questo che sembra un fatto collaterale, dà invece misura della realtà: il denaro non ha bisogno di troppe parole e la fiducia ha sempre tempi molto brevi. Si nutre sostanzialmente di giudizi, spesso di pregiudizi, ma soprattutto non abbocca. FinCantieri costruisce navi e se non è in grado di essere un leader certo e imprescindibile, diventa un investimento a rischio. Questo vale anche per l’Italia che vuole la fiducia di chi mette soldi propri o altrui per guadagnarci, i segnali da dare dovranno essere inequivocabili, certi. Spregiudizianti direi con un neologismo cinico ma reale. Insomma si deve far capire qual’è il piano della crescita. Ed è questo il punto dolente: manca un piano industriale dell’Italia. Del ministro dello sviluppo economico, autorevole rappresentante di Confindustria, si sono perse le tracce, non è presente autorevolmente in nessuna delle crisi che stanno costellando il sistema produttivo, ma ancor più non è presente nell’indicare quali saranno i provvedimenti urgenti per lo sviluppo. Al suo posto parlano i ministri del lavoro, delle infrastrutture e sopratutto il Presidente del Consiglio. Già parlano. Un tempo si esponeva sui tram quel cartello per non disturbare chi aveva l’intelligenza del condurre, ma erano le rotaie a dare la direzione e il problema era il traffico, i passanti e l’orario, non il punto d’arrivo. adesso non è chiaro neppure quello e i “capitani coraggiosi” che coraggiosi non erano, hanno scelto altre rotte. Per questo si parla molto e d’altro, di riforme costituzionali, di senato e assetti burocratico-amministrativi. Cose importanti, ma che non interessano agli investitori, tanto che questi scelgono chi predare e si portano via i pezzi migliori perché il resto non gli interessa. Il risultato è che il Paese impoverisce di tassazione chi è a reddito fisso, le imprese che non delocalizzano e nel contempo perde i suoi asset importanti, la capacità di essere davvero competitivo e di avere un made senza alternative per i consumatori. Certo restano alcune eccellenze, ma come i santi e gli eroi sono fari nella notte. Il resto è un bisbigliare d’altro che non aiuta e i fatti collaterali come FinCantieri indicano qual’è la fiducia che in questo momento viene attribuita dall’economia reale all’Italia. E’ difficile, ma lo si sapeva. Lo sapeva Renzi quando si è proposto come traghettatore e salvatore, ora bisogna attaccare sul serio l’inefficienza del Paese, l’evasione e il parassitismo. E lì le parole non basteranno, serviranno le mani.

komorebi

 

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il chiaro tra i fiori sospendeva polvere e insetti,

anche il vento si fermò a guardare,

e prima di riprendere ad agitare spighe e piccole corolle,

si chiese o pensò,

perché una linea di luce curvasse

per abbracciare tanta bellezza.

Non c’erano risposte

che tenessero quieto il cuore,

così i fiori e gli steli continuarono a muoversi,

e sembrava una danza immersa nella luce,

un amore felice e indifferente. 

metonimia

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Oggi il cielo era così ricco d’azzurro, di grigio scuro e di perla che pensando di parlarti, non avevo parole. E non era quell’intercalare vuoto che oggi si adopera per manifestare uno sconcerto di maniera, ero proprio senza parole. O meglio, mi sembravano tutte imprecise e poco ricche per racchiudere la sensazione. In questi momenti vorrei che le parole avessero la forza delle immagini, quelle fatte dai fotografi che vedono nei particolari un mondo che si disvela e lo mostrano. Così gli occhi passano dalla distrazione alla meraviglia e l’evidenza di un colore, una connessione, una prospettiva riprendono il loro significato di una parte per il tutto. Ma non era di una figura retorica o dell’uso delle parole che ti volevo dire, era invece del sentire, cioè di come si avverte che siamo in un contesto e di come questo sia eccentrico rispetto ai nostri problemi o anche solo ai pensieri che ti avrei voluto raccontare. Come se ciò che non vogliamo vedere avesse una ragione forte in sé, indipendente e indifferente a noi se restiamo con le nostre piccole categorie e urgenze.

Mi guardavo attorno e nessuno aveva la testa verso il cielo, alcuni leggevano il giornale, altri parlavano bevendo caffè e cappuccini, altri ancora andavano verso auto che li avrebbero incolonnati da qualche parte. C’era vita, molta vita, ma singola e senza contesto. Per spiegarti, e avrei spiegato ben poco, dovevo dirti della sensazione che c’è nell’ oscillare tra cecità e vedere a seconda che si sia troppo dentro di sé oppure si esca e ci si guardi dall’esterno. E quando accade di vedersi dentro a un mondo ben più complesso di noi, ciò che è bello colpisce con una sua gentile forza. E’ il particolare che diventa contesto, mondo in cui si è. Credo che questo riguardi anche il comunicare e l’ascoltare in particolare. Ci accade in un concerto, oppure nel dialogo tra chi è molto interessato all’altro: il luogo diventa parte dell’esperienza.

In questa poca capacità di avere le giuste parole capivo perché ho la consapevolezza di non aver mai pensato d’insegnare nulla, ma al più parlato ad alta voce. Capivo che tra la saggezza e la sconsideratezza avevo quasi sempre preferito la seconda perché non aveva l’obbligo di dirsi. E così, anche ora, comunico  quel che vedo e sento e il racconto, la trama di esso, è spesso così impalpabile da perdersi in un sussurro. Una sensazione è, a volte, un acuto ben tenuto, altre volte un mormorar di labbra che si scioglie nel silenzio. Così era stamattina, un non dicibile che volevo condividere, che riempiva di profondità e di luce, minacciava e prometteva, era presente eppur distante. Se avessi detto sarebbe stato un parlar del tempo, ma in realtà non era così: eravamo, in molti, immersi nella bellezza eppure non ce ne accorgevamo. Per questo spesso si è soli, troppo soli.

Salmo della saudade, ovvero questa casa non è un albergo

come posso tornare?

lascia sia convinto che questo luogo è un porto,

lasciami scegliere il dove e il quando,

senti la libertà dolce che porta con sé il lasciare.

Spingi al largo la mia scontentezza,

se davvero tieni a me,

e prega il mare per la mia assenza,

fa ch’io ti trovi in ogni nuovo approdo,

accoglimi perché possa essere

prima d’ogni nuovo andare.

Alle cose racconta che il tempo è stato nostro amico,

lascia sia la nostalgia a separare ciò che non è mai servito

e mentre pensi a dove mettere la vita

tieni con te la mia presenza che mai se n’è andata.

l’irriformabilità del reale

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Perché ci si rifugia nella poesia, in quella di senso e sentire, in particolare? Credo sia perché ciò che c’attornia si rivela irriformabile, oltre la nostra portata di formiche volenterose. E’ una presa d’atto che ci fa tornare a noi, chiudere qualche finestra, concentrarci su ciò che ci accade. Accade a noi, non a tutti, portando la dimensione del disagio e del dolore in un ambito che almeno è finito. E come tale rassicura. E’ il nostro perimetro. E questo diviene anche il luogo delle speranze che perdono il noi, il collettivo, e si confrontano con la propria condizione, con quell’io, arduo e complicato, ma pur sempre disponibile in termini di distanza.

La poesia acuisce la vista su di noi. Permette confronti di sentire, colloca l’amore, la gioia, il dolore, in ambiti che fanno parte dell’esperienza. E sollevando il velo in noi, la poesia, ci accomuna tra quelli, che noi pensiamo, indeterminatamente pochi, ma ci toglie dalla solitudine in cui ci confina l’inanità del mutare le comuni sorti.

Se sento sono ancora vivo, potrò riaprirmi verso l’esterno quando questo sarà alla mia portata, intanto sento, ascolto, faccio. L’essere vivi è una grande preoccupazione di chi sente la solitudine, e gli suscita invidia chi non sente e capisce, come pure il superficiale che è immemore di ciò che prova e fa provare. Ma non ha alternative, chi sente, non sarà mai né insensibile, né superficiale. La via d’uscita dal sentir troppo ciò che avviene nel mondo, e nella coscienza della propria impotenza nel mutare la realtà, è di tanto in tanto, tornare a sé, riposare. La poesia è un gran modo di ritrovarsi e porta energie finché la buriana sarà passata, ed essa, la poesia, farà capire come poi uscire nuovamente. Tutto ciò non esaurisce il senso di colpa di chi conosce dov’è il campo di battaglia, e se di qualche compromesso si fa ragione, resta la percezione che oltre il proprio essere, altri ce ne sono e che il non curarsi di loro lascia una sottile vergogna. Anche nell’impossibilità.

il racconto della vita cheta

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Mi sembrava solo una piccola paura quella tua commiserazione al mio parlare di vita cheta. Cose da vecchi le mie attese e argomentazioni, ribattute con frasi secche e brevi come vi fosse un giudizio. E il considerare irridente che ad un certo punto l’energia, assieme ai desideri, latiti. Una volta, forse punsi nel vivo, quando emerse quell’acronimo così banale, da necrologio, per chiudere il discorso. Mi parve un fallire delle parole, il non riuscire a spiegare ciò che pensavo, ma in realtà non c’era la comunicazione giusta, agivano attese che non trovavano risposte ed ero io a non capire, a non curarmi della necessità che se si vuole un dialogo lo si deve caricare su di sé, portare all’interesse vero, non a quello superficiale del momento. Ricordo che argomentai dicendo che i desideri sono così superficiali nella loro presunta profondità… Ma in realtà, questo dire, era la dimostrazione che non capivo e che l’incomprensione può diventare giudizio e isolamento. Un non curarsi perché autosufficienti.

Parlavo di vita cheta come un obiettivo, un farsi del vivere finalmente equilibrato, a me che di squilibri ne avevo avuti sempre in abbondanza. Era un desiderio di tenere le energie nel corso guidato e confacente, non in gabbie, e neppure lasciate brade. Insomma il non essere prigioniero di me stesso, ma signore del mio tempo e non a disposizione d’altri. E argomentavo, come mai si dovrebbe fare, iniziando le frasi con la negazione, come a tracciare perimetri nella mappa del ragionamento che lo portassero dentro confini ben netti. In realtà era solo incapacità d’esprimere meglio un sentire che si precisava dicendo, una necessità di forza, non di debolezza. Ho sempre dato una primazia al pensare, al governo di sé come elemento consapevole d’onnipotenza, ben sapendo che questa condizione è un concorso di utili amici, di presenze che aiutano le nostre libertà. E così il pensare di avere un positivo dialogo con le passioni e i desideri, con le forze immediate del sentire, m’è, pian piano, sembrato essere uno stadio più alto del vivere, una dimostrazione di forza che indirizza e non di debolezza che soggiace. In questo avevo visto, e vedo, la libertà del sentire a lungo, del permanere dell’emozione, che s’abbandona fiduciosa quando sa che di essa resterà traccia. Foss’anche l’annullamento di sé.

Allo scrollar di capo, alle obiezioni senza pazienza, opponevo così il mio giudizio, ovvero, ch’era incapacità di comprendere la tua, e mi figuravo l’esempio di chi conosce il moto per davvero e sa che la lentezza esige assai più energia della velocità. E il movimento lento della danza più grazia e potenza della piroetta. Quando è chiaro dove andare, dicevo, l’energia si pone al servizio del camminare. E questo pure riguardava i sentimenti dove non è il fuoco d’un momento che poi dura, ma lo scavare sino al midollo del sentire. Sembrava che confrontati, i nostri, fossero mondi così distanti, ed era solo un diverso guardare. Il mio che partiva dal particulare e cercava di trarne significato più grande, racconto d’altre cose e per questo aveva bisogno del suo tempo e della sensazione gioiosa che si prova nelle lotte dei bambini quando le braccia stringono l’altro e le forze si confrontano, ma l’una imbriglia, sinché l’altra s’abbandona, finalmente ad un comune essere assieme. E l’altro modo, invece, ben più sbrigativo, dove la sostanza era il fare in fretta, il seguire il momento, che momento non è mai, ma bensì l’espressione di bisogno. E non era l’individuazione di questo bisogno la domanda che ci si poneva, ma piuttosto la sua soddisfazione. La velocità questo in fondo è, argomentavo, ossia la soddisfazione d’una necessità che non pensa perché comunque non cammina con altri, e neppure con sé, ma fugge. Ancora mi veniva il parallelo con l’esistenza bambina quando il correre non ha un senso se non nella competizione, e il toccarsi o il fuggire è un gioco dove alla fine ci si trova con le guance arrossate, e il corpo pieno di sudore che sino ad un attimo prima è stato felice e adesso vive ancora della traccia di quella felicità, ma già subentra uno sconcerto. E la domanda è: e adesso?

Di tutto questo ragionare, in fondo così semplice, avrei dovuto dar forma in parole piane dicendo che per me la vita cheta, non era un riposo, ma il dominio delle passioni accessorie per condurle in poche grandi, e che queste contavano davvero, perché finalmente eran divenute certezze. Certezze di metodo, non di momento, e come tali destinate a durare. C’era un esempio che mi ripetevo, ed era collegato al durare delle cose e di noi con esse, ed era raffigurato nel lavoro paziente che diventa arte e lucentezza, lo stendere infinite mani di colore sino ad ottenere una lacca, oppure il piegare il metallo e batterlo su di sé per cambiarne proprietà ed accrescerle sino a un taglio ineguagliabile, o ancora l’esercizio del ripetere calligrafico, che sembra inutile nella sua presunta eguaglianza e invece, a chi sa vedere, testimonia la differenza che s’avvicina all’idea di perfezione. Era tutto così importante nella mia testa e così dimostrativo di ciò che pensavo che poi nel dirlo, si sminuiva e così mutava in giudizio nel non essere compreso. Allora diventavo ben più importante di te, e del tuo non comprendere m’importava poco, certo che il mio modo di vedere il mondo fosse l’unico per me possibile. Non capendo, allora, che aggiungere modi di vedere, e restar se stessi, era la maniera per arricchire ciò che si vedeva e si era.

dopo la tempesta

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Come diceva mia nonna, la tempesta è arrivata da occidente. Dal lago di Garda. L’acqua e il vento si sono divertiti a sradicare alberi, far straripare fossati, allagare scantinati e garage, scoppiare fognature. Poi, com’era venuta, la tempesta s’è quietata. Ed è emerso un silenzio livido di luci gialle, tra una moltitudine di rami spezzati, calcinacci caduti, spazzature sparse tra mucchi di foglie ed aghi di pino. Il cielo, limpido nella notte, era indifferente, solo noi, sconcertati, avevamo di che pensare. E tutto si è ridimensionato in noi, per poco, come a contemplare le nostre reali dimensioni.

Si è fatto l’inventario dei danni, tutto sommato poco, rispetto al vento e l’acqua orizzontale. Un vetro rotto, piante ridimensionate, giornali e carte bagnate. In terrazza la bandiera si è sbrindellata, però resistendo abbarbicata al suo palo, è abituata alle battaglie. La tenda invece, è a pezzi e qualcosa d’altro la dovrà sostituire. Guardando attorno, stanotte mi veniva da scrivere una lettera alle stelle e al silenzio notturno per parlar loro delle mie piccole cose, del fatto che dopo una tempesta ci si sente più vicini. Trovar compagnia nelle cose alte, sopra di me, come fossimo tutti assieme per davvero. Pensandoci è arrivato il sonno, tardo e agitato. 

Al risveglio, stamattina c’era un silenzio innaturale. I carpentieri e i muratori che lavorano nel cantiere vicino, non battevano, ma facevano ordine con rumori soffocati. Ed era strano, che gli uccelli non volassero nel cielo bianco di nubi senza forma. Anche la strada aveva ancora quiete notturna, eppure era giorno pieno. Sono sceso, e mi sembrava parlassero a voce più bassa. Sui giornali, la tempesta aveva abbattuto alberi, fatto danni alle cose, qualche ferito. Tutto era durato meno di un’ora. Nessuno parlava dello sconcerto dopo la paura, fatto di difficoltà piccole, medie, grandi.

Guardo nel giardinetto di casa, il cipresso dovrà essere tagliato, adesso si appoggia alla cancellata, sembra esausto e vecchio. Penso a noi, c’è stanchezza nel constatare la propria inanità a fronte della natura, lo sento dai commenti delle persone al bar, all’ edicola. Passerà, come al solito, tra due giorni non ce ne ricorderemo più. Tutto dura il tempo degli articoli di giornale con i loro titoli banali e stupidi: bomba d’acqua, ciclone, tornado. Analizzare le cose e gli effetti sarebbe troppo intelligente, anche perché il cambiarle impegnerebbe a lungo. E’ vero, cambia il clima, ma qui siamo in pianura e le trombe d’aria non sono così eccezionali. Una scoperchiò il Salone nel 1756, ogni estate sul litorale o sui colli, il turbine macina campi e sabbia, tegole e ombrelloni. Queste presenze sono state una normalità per i miei ricordi, solo che ora accade più spesso, in poco tempo e con molta forza. Questa è la piccola novità.

Mi guardo ancora attorno, le tracce della notte sono evidenti, e ci ricordano la nostra debolezza, ma le faranno sparire in breve tempo e l’arroganza del non mutare stili di vita ricomincerà. La prossima volta speriamo tocchi ad altri, è questo che si pensa, come se tutto fosse solo questione di caso e fortuna. Lo è in buona parte, ma quella farfalla che chissà dove ha dato inizio alla catena delle tempeste di ieri, non aveva ali variopinte, ma mani umane. Passerà, toccherà altrove, non pensiamoci troppo, per cambiare dovremmo essere in tanti e determinati, non accade e allora congratuliamoci della nostra fortuna. Non è accaduto nulla di grave, poteva accadere ma non è successo. 

ho messo Vivaldi perché le tempeste di casa lui le conosceva bene, ed è bello pensare che poi ci fosse lo stesso cielo. Quello del Tiepolo, a sancire la quiete.

piccoli nodi

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Appena sopra la scala, all’inizio del corridoio su cui si affacciano libri e stanze, c’è un tappeto da preghiera mal riuscito nella sua forma un po’ trapezoidale. Di certo si potrebbe rimettere in sesto, basterebbe tirarlo bagnato e poi pazientemente attendere.

Quando lo pensavo, mi venivano a mente le rocce mammellari levigate dai fiumi tra cui son nate civiltà e tappeti, e questi, con sapienza ancestrale, venivano stesi dopo essere stati lavati. Prodigi di piccoli nodi, lisciati dall’acqua, dal sole, dalla piccola polvere che era odore di erba e di terra, di caldo e deserto, di piccoli semi e di lieviti, a trovare la propria dimensione e lucore. Quel tappeto da preghiera rimandava a un telaio artigianale, anche nei suoi colori ingenui, che oscillavano tra figure geometriche ammiccanti figure. Ed era il cenere che passava per il nocciola e puntava al rosa ciprea e al rosso in una tavolozza anch’essa ordine, oppure era viceversa, ed erano i colori che si riversavano nella geometria, con il rosso che confluiva in piccole linee attraverso i nocciola, gli azzurri, i blu, nel grigio soggetti alla forma e alla linea. Pensieri oziosi, ma i particolari piccoli evocavano la figura umana interdetta, e come l’occhio cerca forme nelle nubi, o nelle venature del legno, la testa si perdeva in un riposo inusuale privo di pensieri. Meditare sulla forma.

Mi piaceva quel tappeto così irregolare e morbido, senza ricercatezze estreme, ingenuo eppure sapiente. Favoleggiavo di ginocchia e talloni che l’avessero calcato nell’inchino che raccoglie il corpo in posizione fetale. La preghiera come un ritornare alla madre. Ed io che non sapevo bene cosa significasse pregare, ne rispettavo il contenuto e la forza intuita nella forma. Un affidarsi alla sensazione della propria misura. Mi era chiaro e più pregnante quell’Inshallah che sperava fidente e riportava tutto a un ordine benevolo. E la regolarità apparente dei disegni era annuncio di un meditare, di un vedere oltre, mentre il perimetro della forma parlava al nostro limite, il bacino più largo accolto alla base del trapezio. Anch’esso un richiamo alla mediterranea dea madre.

Come una geometria elementare, come un disegno su una lavagna di tanti anni prima, spiegato da una voce calda e calma. E maestra era la vita, ora, da molto tempo.

geografia

c’è un luogo della mente,

e a lui ritorno

dalle geografie del corpo,

dove tutto edifica e coincide.

E doline ed erba,

alberi e case,

mescolano il fumo di legna

con le nubi.

Così labbra, pelle, brividi

e piccole gocce di sudore,

s’uniscono con i pensieri radi,

e la sera non ha malinconie,

nel scegliere la notte che già vede il giorno.

Tutto non ha fretta

mentre cerca il suo luogo,

perché sentire è pensare

in altro modo,

e, fatto per noi strano,

mentre toglie un’abitudine,

aggiunge una strada

la curiosità d’andare

e diverso senso.