la parola umiltà non ha più senso

Credo sia l’età ma provo una insofferenza crescente per i modi in cui evolve il mondo delle relazioni sociali. Parto dalla politica, forse perché da molto ci sono immerso e l’altra sera mentre ascoltavo gli interventi di analisi sulle ultime elezioni e mi chiedevo cosa stia mutando nei rapporti di potere. Badate bene che parlo dei modi della politica, ma questo riguarda tutto, anche i sentimenti, che pure sono una cittadella ben difesa epperò consegnano persone sempre più inermi ad arroganze criptate nell’eguaglianza fittizia di genere. Ne riparleremo, intanto parlo dei modi della politica e di nuove arroganze, di fiducie dettate dalla disperazione, di comportamenti omologhi premianti.

Nell’analisi di una sconfitta, la parola umiltà esonda, diventa un chiedere scusa senza dirlo, non una disponibilità ad ascoltare. Ti ho già detto che sono umile, che vuoi ancora? E se questo accade quando si perde, comunque tutto si innesta in un contesto di vittoria. Altrove il successo è stato pieno, adeguatevi. Lo conosco quel trattare con sufficienza le persone, si vinca o si perda, l’ho conosciuto in tanti politici e politica di sinistra, tale o presunta. E lo vedo ora che i giudizi si sprecano, che le antipatie, il rifiuto dell’ascolto, l’opinione forte e senza appello sono esplicite. A supponenza poi corrisponderà supponenza. E così anche i giovani che sono entrati in politica, si imbevono di sicurezze e modi sprezzanti, usano il chi? per dire che non si è nessuno e applaudono il vincitore. Si convincono in fretta, non esercitano spirito critico perché è una perdita di tempo. Ma che saranno queste vite senza dubbi? Guardo i ministri e le ministre, sono nuovi e giovani, belli e non usurati dalla politica (ancora), ostentano sicurezze più giovani di loro, dicono parole così nette che chi non si riconosce è fuori. Sembra che non gli importi l’antipatia che accompagna l’eccesso di sicurezza, ma piuttosto il tracciare confini invalicabili. E’ strano che la tanto avvertita nuova politica non se ne accorga e che nessuno, ripeto nessuno, si affidi all’argomentazione, al ragionamento. Convincere attraverso il discutere è fuori tempo, adesso vale l’imporre.

Tempo perso si dice, valgono i numeri e la velocità. Ci sono quelli che frenano e quelli che corrono, anche la cultura, il sapere diventa a senso unico (i passatisti e i futuristi, si chiamavano così allora). Dove si corra non si capisce bene, ma l’importante è dare l’impressione che tutto si muova. Una espressione molto in voga è : il Paese si è rimesso in moto. E’ importante, dà fiducia, ma qualcuno che lo guidi davvero, che conosca il motore, spero ci sia e forse è meglio non disturbarlo. Però è brutto stare tutti zitti, e non piace essere messi tra i conservatori se si sollevano obiezioni e ragioni. Ci sono cose di cui non si parla, privilegi, caste immuni, temi come l’evasione fiscale o il problema dell’eccesso di ricchezza in pochi che sembrano argomenti da stampa estera più che elementi di cambiamento reale. Da tempo in economia circola l’idea che il vero problema del mondo sia l’ineguaglianza e che un modo per affrontarla sia la redistribuzione degli eccessi di ricchezza. I troppo ricchi sequestrano il denaro e le risorse e impediscono lo sviluppo. Non è una teoria marxista, ma è un pezzo di pensiero liberale e occidentale che sta riflettendo sul tema e propone soluzioni che ripercorrono quelle già adottate dopo la fine della seconda guerra mondiale quando si redistribuì una parte della ricchezza prodotta attraverso la tassazione e creando, di fatto, la classe media. Mi rendo conto che sono discorsi noiosi, ma se non ci si riflette almeno un poco, come si potranno valutare le cose che ci accadono. Cito solo un’ovvietà, l’enorme tassazione italiana finisce in gran parte per pagare il debito, quindi non assicura la possibilità di crescita che viene totalmente affidata al privato. E l’imprenditore cosa potrà fare se non cercare il profitto? Sembra un dilemma senza soluzioni, ma le indicazioni non mancano per trovare una nuova via alla crescita partendo dai privilegi insostenibili, dai monopoli di stato che bloccano la concorrenza reale, dalle inutilità che non vengono messe in discussione. Tutti noi abbiamo elenchi di sprechi in testa, solo che sembrano riguardare un altro Paese non il nostro. E le parole che si rincorrono non sono: soluzione, equità, obiettivo, ma velocità, cambiamento, giudizio. Con queste parole il ragionamento viene dopo l’azione, come in un esperimento in vitro: si guarda quel che accade dopo i cambiamenti ed eventualmente si corregge il risultato. Ecco la ragione di tanta reiterata supponenza, che sfocia nel fastidio, un lasciateci lavorare che esclude chi non condivide.

Certo, e questo è enormemente positivo, sta cambiando la visione di molti luoghi comuni, gli attori di un tempo devono farsi domande, meritarsi la scena. Per troppo tempo si è vissuto di liturgie che non avevano una divinità per questo la novità mi sembrerebbe la discussione, il confronto e poi la decisione con un tempo prefissato. Un sollevarsi di intelligenza finalizzata che faccia decollare la consapevolezza di partecipare a un progetto comune, ma questo non elimina il dibattito, anzi utilizza l’intelligenza altrui per far meglio. Redistribuire l’intelligenza sarebbe la prima grande operazione di equità, ovvero non pensare di possederla in esclusiva e farne un bene comune.

resterà poco se non lo vogliamo davvero

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Resterà poco di noi dopo il diluvio di vita, di passioni, di dolori, di gioie sciolte nel quotidiano, smarrite nelle scelte. Abbiamo usato parole così sghembe da far scoppiare ilarità subito dimenticate. I nostri passi hanno preso a calci foglie e sono corsi sulla spiaggia, fatto cose insulse o piccoli eroismi, abbiamo amato senza che ce l’avessero insegnato. E a volte, stupiti, ci siamo soffermati davanti a tramonti colossali, compiuto viaggi assurdi, fatto sciocchezze e rincorso felicità, questo prima del digitale e di racchiudere ciò che eravamo in foto tutte eguali. Abbiamo costruito, dilapidato, sporcato pagine d’inchiostro, imbrattato tele, passato le dita su superfici lisce, prima scabre, e rimpiangendo il bianco, la grana, il lavoro non perfetto, abbiamo sorriso. E quante carezze e baci sono rimasti senza memoria, quante banchine di stazioni, sale di aeroporti, auto prese al volo, partenze difficili, ritorni ancora più difficili perché il cappello dalla testa era scivolato in mano. Quanto di tutto questo è davvero nulla, oppure semplicemente vita? Resterà poco se le esperienze si sono succedute senza mai fermare lo sguardo, se non ci siamo mai detti che il momento era così pieno di futuro da essere per sempre. Rincorrere l’esperienza è cacciare la paura della morte, ma chi più del ricordo la confina davvero dove deve stare? Per questo dovremmo scrivere, dipingere, fare oggetti, oppure raccontare molto di noi a chi ci è vicino.

Di te non conosco che l’adesso, e conoscere è parola davvero pretenziosa, sono attento, ecco, indago per interesse vero, ti faccio ridere, a volte, perché vedo cose che tu non vedi, ma del tuo essere d’un tempo non so nulla o quasi. E com’era l’amore nuovo che hai avuto allora, i palpiti te li ricordi e le tue tenerezze tra silenzi complici e parole sono tutte poi sfumate? Cosa fu il tuo mettere al mondo una vita, dei pensieri e delle paure che n’ è poi stato? Dei tuoi innamoramenti, delle gioie e delle disperazioni cosa resterà, se neppure lo ricordi a te?

Usano un termine che non adopero volentieri, dopo che pubblicitari, politici, persino manager e attori, l’hanno sporcato di non senso: narrazione. Però non ho sinonimi e la narrazione parla di qualcosa che avviene dentro e fuori, che è veduto, ma che non c’è davvero. Non ancora. E’ un mondo possibile, il passato che trasmuta in futuro, poco reale adesso, ma concreto e a portata di mano, e questo spiega la meraviglia che accompagna l’ascolto, il fatto che possa prender vita perché è stato. Qual’è la tua narrazione, intrisa di realtà, che non racconti?

Forse preferivi l’esperienza, la vita reale, ti dicevi che tutto passava in fretta. E’ passato e cos’è rimasto in te? Me lo chiedo perché non ne ho misura, vedo il presente solamente, mentre pezzi lunghi della tua vita, scompaiono anche a te. Com’erano i tuoi trent’anni? e i venti?

Cosa eravamo allora, distanti nelle nostre vite. L’epica dei giorni di furore e le quieti immani. L’abitudine ancora molle da plasmare e gli scarti repentini dell’umore, le tristezze che dilagavano e le alzate d’orgoglio incerto: manca molto all’appello. Racconta di te che resti traccia della vita, bella a te anzitutto. Racconta senza nostalgia d’aver vissuto, racconta e i giorni che verranno saranno nuovi, racconta senza fretta, prenditi tempo e risali assieme a chi ti ascolta. Ci sei tu nella tua vita assieme al mondo. Ricordi come si chiudevano i pensieri d’assoluto?  dopo di noi il diluvio ed era così bello pensarlo allora, invece il diluvio non c’ha portati via. E neppure siamo naufragati, siamo finiti molto in là, ma ciò che c’è stato in mezzo non è stato un caso. Per questo ci serve ancora e ci servirà, non è stato un caso e se resta poco di noi il mondo perderà qualcosa. E’ l’era dell’oblio, non l’avevamo mai conosciuta prima, ma restiamo ribelli ancora: ricordiamo per avere futuro.

istruzioni per l’uso

Di tutte le manipolazioni tentate su di me, quella che mi è stata più distante è l’essere usato. E naturalmente ho cercato di non usare.

E’ stata una buona scelta nel vivere ?

Non potrò mai saperlo davvero. Non ne ho la controprova, però ne conosco il prezzo, e vale la scelta.

Una scelta può spingere in avanti oppure far retrocedere, ma certamente non ha lascia nulla di fermo.

Una scelta non elimina le possibilità che si sono perdute, vivranno altrove, in altri  e così non basterà il ricordo o l’emozione che l’accompagnerà.

Ed è davvero una scelta, se corrisponde alla propria pelle come un abito ben tagliato. Questo è il tradire o l’essere fedele.

Però confondono la pazienza con l’arrendevolezza, la forza di lasciar perdere con la debolezza. Forse non può essere altrimenti, ciò che certamente non sarà buono è il tradire se stessi.

Poi per descrivere cosa ci accade bisogna leggersi dentro, e lì non ci si nutre di frasi usate. Neppure quando le parole sono buone. Neppure in prospettiva.

Per adesso può bastare aver fugato una sensazione.

Per ora può bastare.

la sintesi

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Entrando nell’edificio, mi colpì l’odore dell’ombra e del legno. Poi la luce soffusa. Veniva dall’alto, ma sembrava ovunque, spalmata sulle pareti, sul pavimento, sulle persone. Fuori un afroamericano, in divisa blu oltremare, puliva meticolosamente pomi d’ottone. Oggetti inutili e belli che nessuno usava: tutti spingevano il battente e il legno di quercia s’era fatto più biondo nei punti di contatto. Prima d’entrare, m’ero goduto mezz’ora di solitudine da Starbucks. Non capire nulla dell’americano smozzicato degli avventori e dei camerieri, lo aveva fatto diventare una nenia di fondo, e così bevevo caffè intingendo muffin al cioccolato, scrivevo, guardavo attorno. I visi avevano storie. Sentivo che imprigionavano case alveare, luoghi, abitudini, mestieri che volevano essere raccontati, ma non uscivano dalla coscienza perché mancava un ascoltatore che non li conoscesse. Così sentivo gli sguardi che si posavano, un pensiero fugace e poi lo scivolare via. E allora immaginavo. Per l’aria sottile di prima mattina, mi sembrava una storia perfetta. Ma cos’era una storia perfetta?  Una sensazione descritta in parole che si facevano più precise. Confezionata per essere aperta, e poi ripresa in mano. Depilata, mutata in un erotico emergere di forma essenziale, guardata e riguardata, ascoltata e capita. Un necessario continuo togliere, scoprire dopo aver ricoperto, sino all’osso limite quando il banale scompariva e restava il corpo, la sostanza, il perfetto in sé.

Senza poter parlare il processo era su di me: potevo essere una storia perfetta, come chiunque attorno. Si partiva dal banale, da una decisione che scartava: prima avevo seminato i compagni, la sera ero stato reticente, avevo infine rifiutata la bella compagnia che s’era proposta. Solo. E tutto questo perché c’era una determinazione, un canovaccio già scritto di cui, però, non sapevo cosa sarebbe avvenuto, pur avendone la sensazione positiva. Quell’attendere da Starbucks era un assaporare ciò che ancora non sapevo e ritardavo, e questo lo pensavo rafforzando il futuro immediato con scelte precise: cosa avrei fatto, il tempo che avrei impiegato, dove sarei stato per tenere la magia dell’emozione, il ritorno. E cercavo di scriverlo, scegliendo le parole che descrivessero qualcosa che ancora non c’era. Cioè cercavo di descrivere il nulla che è pieno di presagio, l’attesa non il fatto.

Attraversando la strada, notavo particolari, come dovessi poi ricostruire qualcosa. Di fatto preparavo un racconto per la memoria. Qualcosa che sarebbe rimasto, artificioso e determinato come ogni prodotto della volontà, ma al tempo stesso inerme e fiducioso dello svolgersi. Come in una partita di scacchi avevo i pezzi, cominciavo le mosse, volevo condurre il gioco con geometrica essenzialità, non importava vincere o perdere, l’importante era ciò che ne sarebbe rimasto. Per questo scelsi subito che non avrei visto tutto. Furono tralasciate molte sale, perduti tesori che potevano attendere una improbabile altra visita, le ridussi a quattro o cinque. Il numero fissava un tetto alla sopportazione della bellezza, cercava di esaltarla e così passai non poco tempo davanti a un Monet, seduto su una panca e spesso oscurato dalla schiena e dal sedere di occhi frettolosi. Chiudevo gli occhi e lo vedevo ancora, li riaprivo ed era là. Un atto estetico, inutile e per me sommo: la rinuncia. Mi beai del fatto che la sazietà era venuta prima del previsto e che in quel colore, guardato ripetutamente, potevo vedere la pastosità del farlo, la punta di bianco di un riflesso, cercare di intuire un pensiero che mescolava e semplificava. Come per le parole il pennello si soffermava nella densità per estrarre l’analogia con una forma, l’impressione tradotta in emozione, per poi sostare e vedersi riflesso. Ecco, questo mi sembrava la sintesi, il coincidere tra emozione e rappresentazione.

Tornando al racconto di me, di tutto questo vedere, immaginare, sentire, tenevo il controllo pur lasciandomi andare e travolgere. Pensai, lo ricordo bene, che tenevo il bandolo del filo del mio tempo. E non c’era altro che il sentire senza mediazione e senza qualcuno che avesse spiegato prima, il contesto e cosa notare,vedere, cogliere. Come per un incontro voluto ero inerme e disposto alla meraviglia. E per questo forte. Come una storia, per l’appunto che determina il futuro. Ed è un raccontare senza scopo che trova senso nella gratuità del dire, non nello spiegare o nel far comprendere. Il dire nella sua evidenza, a sé, anche davanti a nessuno.

Ho un appunto di quella mattina, scritto su una panca d’acero prima d’uscire:

L’ombra dopo la luce sul palazzo di fronte, Picasso, Caillebotte e altri, confusi già ora, Monet, la colazione luminosa di Renoir e la camera di Van Gogh ad Arles, una panca perfetta d’acero biondo, la pace di una scelta, poi nuovamente la luce e il silenzio. In mezzo al rumore. 

Per arrivare alla sintesi servono moltissime parole, e sensazioni, ma quando si capisce cosa si sente tutto prende il volo e resterà una sola parola.

quale forza vorrei

non vorrei la forza del guerriero,

quella no,

piuttosto quella del poeta,

che solleva stanco, il passo nella neve,

eppur procede.

Vorrei la costanza indomabile dell’immaginazione,

il tempo ritmato delle pendole, 

la tristezza del non fatto che si scioglie.

Vorrei tenere la forza dell’ abbraccio, 

il parlar muto

liberato dal condiviso sogno. 

Vorrei tener cara la morbidezza della neve

che prima si schiaccia in orme

e poi si scioglie

e cola in rivoli nei tombini arrugginiti,

scivolando verso la campagna, 

dissetando piante e terra

finché il mare poi l’accoglie e fonde.

Vorrei la memoria d’acqua,

l’essere stata altro e l’essersi mutata,

fiduciosa in sé dell’ accaduto.

Ecco la forza che vorrei,

gentile e inarrestabile, 

zeppa d’ afrore e vita,

come quella del poeta che

accarezza e fa l’amore con ciò che vede

tenendo cara la vita che l’accoglie.

28 giugno 1914 Karlsruhe

Il 28 giugno 1914 è domenica. Mio nonno e la sua famiglia abitano a Karlsruhe. E’ un giovane uomo, ha bei baffi neri e folti, capelli neri. Lo sguardo è fermo, deciso, con una tenerezza particolare negli occhi. Sua moglie è piccola, magra, dolce e bella, hanno due bambini, entrambi nati in Germania, uno è nato da poco, è mio padre, la sua sorellina ha due anni. E’ una famiglia felice, stanno bene economicamente, hanno una bella casa, il nonno ha un lavoro autonomo. Guardiamolo un po’ meglio. Ha da poco superato i trent’anni, ma ho a parecchia vita sulle spalle. Lui e i suoi fratelli sono emigrati pur avendo un lavoro e un piccolo patrimonio nel paese dove, da sempre, la famiglia ha vissuto. Con loro sono emigrate anche le sorelle. Sono passati per la Svizzera, fermandosi due anni assieme e poi si sono separati. Chi è rimasto in Svizzera, chi è andato in Francia, lui ha scelto di andare in Germania con la moglie, che l’ha seguito sin dal primo momento. Sono sposati da pochi anni. Lavora molto, il Toni, ma è contento di quel paese da poco unito in cui si è fermato. Pensa di stare il tempo necessario per accumulare un buon gruzzolo e poi tornare a gestire la locanda, l’appalto, rimettendo in ordine le case, i campi, e comprandone degli altri. Non è un contadino, nessuno lo è mai stato in famiglia, i terreni servono per la locanda e per l’osteria, per fare vino, un po’ di granturco, ortaggi e mandorle. Abitare sui colli non è facile in quei tempi, e soprattutto dopo l’unità d’ Italia, il Veneto si è ulteriormente impoverito, per questo sono emigrati.

Di Sarajevo non sa ancora nulla, lo saprà il giorno successivo. Immagino quando ne avrà parlato con la nonna, accennando senza calcare la voce per non preoccuparla troppo. Le avrà detto che per loro non cambiava niente, che sarebbero rimasti nella loro casa di città , con i nuovi agi acquisiti e che queste vicende, loro, le hanno già vedute. Non si ricorda, la nonna, dell’uccisione di re Umberto a Monza, e dello zar in Russia? E cos’era accaduto? Nulla. E poi la Serbia, chissà dov’è. Un Paese di pecorai, come il Montenegro, il regno da cui viene la regina. Tutto lontano. L’Italia è alleata della Germania e dell’Austria, cosa può  venirne a loro? Nulla. Hanno anche preso gli attentatori, quindi ci sarà il processo, la condanna e poi basta.

Venivano da anni prosperi e felici, erano persone normali e un po’ speciali, avevano coraggio: il futuro sarebbe stato positivo.  Nei mesi successivi, già alla fine di luglio, le cose cominciarono, invece, a precipitare. All’inizio non capivano, L’Italia era ancora alleata ma non entrava in guerra. E gli italiani cominciarono a non essere più graditi. anche il lavoro era diventato più difficile, così, penso, che se fecero una ragione quando furono costretti a rimpatriare. Con due bambini piccoli, vendendo il vendibile, ritirando i risparmi. Partirono con le sole valigie, fatti salire su un treno che riattraversò la Svizzera. Questa volta non si fermarono, ma sarebbe stato meglio. Chissà cosa pensò mio nonno, probabilmente non aveva voglia di ricominciare subito e i marchi oro e le sterline erano abbastanza per tentare  un’ attività al paese. Poi, in realtà, non ricominciò nulla di definitivo e quei soldi consentirono a mia nonna di essere indipendente fino al 1920. Così tornarono e dopo pochi mesi, il nonno fu chiamato alle armi, per chiudere la sua vita in una dolina dalle parti del san Michele, nel ’17. Era una persona pacifica, non aveva voglia di guerra, ma qualcun altro l’aveva attirato in una trappola del presente. Quel presente che non ha futuro quando le cose vengono spinte troppo da chi non ci pensa, anzi lo vuole determinare il futuro mettendoci la volontà di onnipotenza. Mio nonno invece pensava, e sapeva, che il futuro si costruisce con la giusta lentezza, ma lui era solo maggioranza. Non contava poi così tanto.  Così fu uno dei 12 milioni di morti soldati. E la bimba fu uno dei 5 milioni di morti civili, morì di spagnola nel ’19. La nonna fece il possibile, anzi molto di più. Non si curò del patrimonio, seguì i figli e poi mio padre. C’era un posto per il dolore e uno per la vita? Lei fuse tutto e conservò di mio nonno il ricordo di un uomo giovane, dolce e deciso. Ne parlava, le poche volte che questo ricordo doloroso oltrepassava le labbra, con grande tenerezza. Lei che non si era più risposata, che aveva affrontato e ricostruito la vita dopo la dissoluzione di ciò che aveva e dei legami con i parenti. Da come l’ho conosciuta, e l’ho conosciuta e amata molto, non le importò mai delle cose perdute, non ne parlava, ma delle persone sì. Era attenta agli affetti rimasti e al nonno, del resto s’era liberata con noncuranza.

E’ il 28 giugno, è domenica, la famiglia è riunita per la cena. Dalle finestre aperte entra il caldo già estivo, le voci un po’ strane della strada, la brezza della sera. Forse mio padre piagnucola o forse dorme, la bimba gioca. Magari c’è un po’ di nostalgia ma  il futuro è pieno di tenerezza come il presente. Lontano è successo qualcosa che li riguarderà, non lo sanno. Anzi credo che mia nonna non abbia mai ben collegato le cose e forse è stato bene. Lasciamoli così in una piccola grande felicità, in una domenica di giugno di cento anni fa.

grandi navi

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In porto a Venezia, stamattina, c’era due grandi navi. E almeno altre tre più piccole. Grandi navi è un eufemismo perché già le piccole sono grandi: 7 ponti, migliaia di passeggeri e uomini di equipaggio. Le grandi sono grattacieli coricati in mare. Per chi le ha viste non c’è bisogno di sottolinearne l’assurdità in bacino di san Marco, per gli altri basti dire che quel bacino, il canale della Giudecca, furono creati, palazzi compresi, per le navi di legno della repubblica, dove anche le più grandi erano gusci di noce al confronto.

Attorno a me in porto, c’erano i turisti che sbarcavano. Sudati sotto il sole, alcuni al riparo delle pagode di tela bianca, altri un po’ dispersi, tutti molto attoniti. E’ il turismo che prevede due giorni di sosta, che dorme in nave, che affolla i monumenti, che consuma chincaglieria e cappuccini, che passa da un luogo all’altro senza soluzione di continuità. Dovrei anche dire che risparmia una Venezia che amo, che segue sempre gli stessi itinerari e che è facile evitarlo. Però le persone che ho attorno non sanno ancora come sarà davvero la loro giornata, sono arrivate e attendono di seguire gli accompagnatori. Rispetto ai viaggiatori d’un tempo sono operai della vacanza, ma non è un pensiero snob, si godono un mondo che viene preconfezionato per loro, che ha tempi rigidi e allegrie programmate. Questa mattina c’era uno spettacolo in più non previsto, guardavano una corale che attendeva di cantare a un convegno. Erano estasiati dai cappelli di paglia, i pantaloni bianchi, le magliette rosse e bianche a righe. Ecco la Venezia che si porteranno dentro, e sarà un’ esperienza grande, memorabile, ma non è la Venezia vera. Ma quella Venezia è riservata a chi la ama davvero, a chi la frequenta perché può oppure perché, come un’amata, non può farne a meno. Però dal porto la Venezia delle cartoline ancora non si vede, ci sono piazzali, macchine e gru, docks e magazzini. Tutto ha grandi dimensioni, solo che sparisce soverchiato dalle navi. E’ male tutto ciò? Per Venezia sì, perché qui tutto è fragile e basta un nonnulla perché sparisca un pezzo d’arte. Bisogna pur dire che i veneziani, molto affezionati alla Repubblica e alla città, non sono mai andati molto per il sottile, se serviva, si abbatteva o si interrava. Del resto non fu Francesco Morosini che non ci pensò due volte a cannoneggiare l’Acropoli durante l’assedio di Atene. E comunque, guerre  a parte, già alla fine dell’800 si pensava di portare il treno in piazza san Marco. Diciamo che dopo la Serenissima e le Magistrature che curavano equilibri e salute della città, e di chi la abitava, ci sono stati un paio di secoli di progressivo obnubilamento. Non si capiva bene dove si stava andando, pur essendoci molta determinazione. E il culmine iniziò dopo la prima guerra mondiale con l’industrializzazione della città, quando tutto cominciò a diventare troppo grande e insostenibile per un territorio che visto dall’alto è piccolo e talmente denso da non consentire più alcuna speculazione. Per fortuna questo spirito che vedeva nella crescita industriale una salvezza della città, in buona parte è mutato. E’ rimasto l’attaccamento a Venezia man mano che questa si spopolava e se una parte grande di essa vive sul turismo di massa, la necessità di un equilibrio tra il vivere in mezzo alla bellezza e lo scempio per il maggiore utilizzo di essa, è avvertito in modo forte e inusuale. Anche da chi non vi abita. Le grandi navi sono percepite come una violenza, forse per la loro dimensione e pericolo potenziale, più che per gli effetti reali. Il moto ondoso di migliaia di barche fa più danno ogni giorno, però queste sono la vita della città, le altre sono un intromettersi violento. E’ uno scontro feroce tra il porto e chi pensa e sente che non vi sia possibilità di compromesso, che non solo i palazzi, ma anche l’acqua ha bisogno di cura, che una città ormai ridotta a 60.000 abitanti non deve cercare all’esterno il proprio sviluppo, ma trovare ragioni forti di crescita sostenibile con quello che c’è. Diciamo la verità, Venezia non si può visitare in una giornata, la città è così ricca e priva di difese che è facilissimo razziarla, ma così non si ha l’anima, che esige pazienza per essere conquistata. E se questo si capisce allora tutto diventa più lento, anche il turismo. Ecco che l’immagine da diffondere nel mondo per Venezia dovrebbe essere quella di un viaggiare lento, di un tempo d’amore tra l’uomo e ciò che vede, cammina, sente. Ma per far questo servono atti coraggiosi, cultura e identità. E il prossimo sindaco dovrebbe dire subito cosa pensa sulle grandi navi, sullo sviluppo, sulla crescita residenziale, che dev’essere popolare se si vuole avere un popolo. Anche sul porto dovrebbe dire cosa pensa. E decidere la dimensione e l’uso del porto attuale, ma da subito operare per spostare fuori laguna ciò che è, anche solo potenzialmente, pericoloso. Perché così com’è non ci sarà mai una soluzione, ma solo un vivere di interessi forti che con la città hanno poco a spartire.

Questo avrei voluto raccontare a quei turisti che si accalcavano sotto le pagode bianche e aspettavano al sole, e gli avrei anche proposto un tragitto nuovo per arrivare a san Marco, prendendo qualcuno per mano e facendogli fare le Fondamenta nuove, oppure Castello, o ancora la parte così vicina e così sconosciuta, di santa Marta. Li avrei fatti attraversare il canale per vedere le Zattere, il merletto dei palazzi che si vede solo ad altezza d’acqua guardando dalla Giudecca, proseguendo fino a san Giorgio. E nel chiostro bellissimo, gli avrei raccontato che Venezia non muore se il mondo vuole che non muoia, che l’amore ha bisogno di tempi lenti e frenesie lontane, che le passioni si consumano con gli occhi e con il sentire. Gli avrei detto delle nefandezze passate e in corso, perché questa è una storia d’uomini e non di dei, che tutto quello che hanno attorno perirà ma che noi siamo fortunati perché ne possiamo godere, a condizione che non si pensi sia nostro. Ecco così che l’amore dura, quando si pensa che non sia solo nostro, quando c’è rispetto e attenzione. Questo e altro gli avrei detto portandoli fuori a vedere il bacino di san Marco. Quello che non si vede dalle navi, quello che non si saluta con la mano, ma si porta con sé. Sempre.

 

 

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madala

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A Madala c’era un mosaico bellissimo di epoca romana ma scritto in greco, ed era una carta che andava dal Giordano sino al Nilo. Si vedeva un mondo diverso, ancora ricco d’acqua, con città scomparse che disegnavano l’orizzonte. Uomini e navi che percorrevano il mare nostrum dei Romani, e c’erano deserti e carovane dirette ai grandi porti di terra dove le merci venivano scambiate assieme ai racconti. Palmira era uno di questi porti, origine di un regno nel deserto, dove si costruivano templi ed edifici pubblici immensi. Quel mosaico raccontava di popoli scomparsi, civiltà e abilità che cancellate e perdute. Invasioni rapide e di breve durata accanto a conquiste definitive che cambiavano le storie.

Ma cosa ci può essere di definitivo se si guardano i fatti con gli occhi di più vite? Sono mutati dna  e popolazioni, la vegetazione è cresciuta o scomparsa, le sorgenti che avevano fatto la fortuna di luoghi, creato divinità e sistemi complessi d’interpretazione del mondo, si sono disseccate. Poi case e strade si sono aggiunte alle strade antiche sopra le macerie di mille assedi e distruzioni. Solo che portavano altrove e così ogni strato è una storia che nessuno ascolta. Come in quel mosaico tratto dalla profondità che l’aveva protetto e messo in una stanzetta di un museo che pareva una casa.  

Un secolo fa c’erano 10 case attorno a quella casa e Madala era un villaggio, posato su strati nabatei, persiani, greci, romani, arabi, cristiani. Tutto fu distrutto e spopolato, poi qualcuno tornò dopo molto per poi ricominciare immemore. Chissà che accade oggi a Madala, che è in Siria e c’è la guerra. Chi ho visto sarà scappato, forse anche il mosaico sarà finito altrove o distrutto.

Appena fuori delle case c’era un gregge, il pastore guardava seduto le auto sulla strada di periferia. Plastica e ciuffi di lana sui fili spinati. Chissà cosa c’è ora. 

appunti sul Cansiglio

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Anguane (anche òngane): ninfe ammaliatrici che abitavano nelle vicinanze di pozze d’acqua o nelle cavità. Benevole in montagna e via via malefiche verso la pianura (forse non dipendeva da loro). Il loro nome veniva usato per tenere i bambini lontani dalle pozze d’acqua e dai bus (buchi) del terreno carsico.
Salbanei: folletti dispettosi e mattacchioni che annodano i capelli ai bambini, mettono a soqquadro le stanze, nascondono le cose.
Con i semi di faggio, le faggiole, si faceva una farina per fare pane o altro cibo.
Anno di pasciona lo scorso anno, ovvero di abbondante produzione di semi che daranno origine ad alberi. E il bosco cresce per semina propria e selezione naturale.
Nomi di piante viste e trovate, tra le altre, geranio, cardo, bardana, veccia, artemisia, aconito( velenoso e mortale), veratro (falsa genziana velenosa), molte orchidee, ce ne sono più di 70 specie di orchidee selvatiche. Il tutto tra un numero imprecisato di specie di piante. Il sottobosco ha una bellissima elasticità, è coperto di semi, foglie, residui vegetali, densamente abitato… Chiazze di sole tra ombra fresca e profumata di legno e resina, c’è un profumo di timo selvatico che si solleva quando lo calpesti.
Il Cansiglio è un altopiano con 6570 ettari di bosco di proprietà pubblica diviso tra due regioni e tre province (adesso che spariranno le province non si potrà più dirlo).
A parte le case dei Cimbri, non ci sono proprietà private nel Cansiglio.
Acquisito dalla Serenissima assieme alla città di Belluno nel 1500, tenuto in gran conto soprattutto per i faggi necessari per fare remi da 6/8 mt e utilizzato in grande tutela, con un apposito provveditore.
E’ un territorio carsico con una configurazione depressionaria, una sorta di catino bucato, dove piove molto e non c’è acqua e che crea il curioso fenomeno di avere temperature bassissime a bassa quota (anche -35 a 1000 mt).
Ricco di grotte profonde e foibe : Bus della genziana, Bus della lum e l’Abisso del Col della Rizza. ( Bus si pronuncia con la esse che ha un suono strascicato e tra esse e zeta.
Oggetto di migrazione di Cimbri dall’altopiano di Asiago (Roana) che approfittarono della fine della Serenissima (1798) che vietava gli insediamenti, ebbero fino a 500 individui su tre comunità. Oggi ci sono 13 cimbri stanziali in tutto il Cansiglio. Gli abitanti residenti dell’altopiano sono una trentina.
Foresta di faggi, abeti, pini, poche betulle e querce. Gli alberi si regolano da soli e cercano le migliori condizioni per attecchire e vivere. E chi ha detto che la foresta non si muove? 
Come distinguere l’abete bianco dall’abete rosso: i rami del primo sono decombenti (verso il basso), quelli del secondo assorgenti (verso l’alto). Belle queste parole, decombente e assorgente, denotano uno stare, un essere e non un sopportare o un dovere.
Nell’abete gli aghi sono singoli e nell’abete bianco sono piatti, mentre in quello rosso sono cilindrici. Nel larice e pino sono a ciuffetti, tre o più aghi assieme
Dalla distillazione della resina dell’abete rosso si ricava la trementina (acqua ragia). Il legno è bello e facile da lavorare, oltre che per utensili e lavorazioni, ha doti di grande risonanza musicale e si presta per fare casse armoniche di strumenti. Alberi di navi non se ne fanno più e agli impianciti ci pensano quercia e teak, un po’ mi dispiace.
I veneziani preferivano il faggio, legno duro e facile da lavorare, ottimo per i remi, con gli abeti, più elastici, facevano alberi e pennoni. Ma ci pensi come facevano a portarlo fino in arsenale a Venezia con pezzature anche da 15/20 metri…
Il nome Cansiglio: concilium luogo di incontro.
Come raccontare una giornata così piena di verde, colore che s’indossa e s’inghiotte, ma non si descrive con facilità? Si pensa verde, lo si assorbe, si diventa verdi dentro, oscillando sincroni, nella mutevolezza che lo fa sfumare nell’aria oppure incupire nell’ombra. Assomiglia all’umore libero, senza aggettivi. Il Cansiglio è un bosco e un luogo e qui si potrebbe finire, invitando ad andarlo a visitare, a viverlo. I miei appunti non parlano della magia che si avverte sottile. Quando le cose si destrutturano nella semplicità, emergono forze strane, impalpabili, nascoste. Tutto è ciò che sembra, ma anche altro. In fondo la linneana geometria dei nomi, è un ordine che serve a noi, ma tutt’attorno lussureggiano piante con varia iterazione con l’uomo. Gli animali sanno ed evitano, oppure sviluppano antidoti. Il confine tra velenoso e benefico porta indietro, a pratiche semplici, decotti, estratti, disseccamenti, che è poi rimettere armonia con ciò che si mangia, con ciò che si è. La magia è questo irrompere dell’archetipo, del semplice senza nome riportato a sentire. Basta un buco nella terra per capirlo: le foibe impauriscono ed attraggono, come ogni abisso. Succede anche nell’animo. E la fredda esalazione del profondo inverte le idee d’inferno, eppure il verde si lancia verso il fondo senza paura, come i sacchetti di rifiuti che l’uomo buttava (adesso non più), però il verde è vivo e alla fine vince. Andare a fondo senza paura, fidando. Magia è uno stato non una constatazione. Forse esigerebbe solitudine e silenzio. Nella foresta non c’è silenzio. Mi torna a mente un’ eclissi totale vissuta in montagna, si oscurò il sole e gli animali, d’improvviso, tacquero, per paura. La paura impedisce di comunicare, ci toglie dalla naturalezza. Ma oggi non ci sono eclissi e tutto parla, si muove, comunica. Cosa comunica il verde che trasfigura in marrone e si scioglie nel giallo? Anche in questo soccorre l’idea di magia, il linguaggio senza nomi non si decritta eppure rasserena, come le erbe medicinali che sciolgono la tensione se ci si affida. Affidarsi, ecco un termine che accompagna la magia, bisogna sentire che non c’è minaccia, ma equilibrio che accoglie. Mi convince la riflessione della guida sulla pericolosità degli animali, prima vengono gli choc anafilattici con i calabroni e le vespe, poi, molto distanti, i cani selvatici e non hanno invece rilevanza i lupi, gli orsi, i cervi, le stesse vipere. Se facciamo parte di un equilibrio le regole sono commisurate alla nostra forza e adeguatezza, ma noi non siamo più in quell’equilibrio, ne abbiamo alzato l’asticella complicandolo. Sovrastrutture. E’ così bella l’idea che tutto questo verde sia un bene comune, che la proprietà non lo tocchi, che non si complichi ulteriormente l’equilibrio.
Il verde non si racconta, neppure l’idea di spazio, l’ombra, il sole, l’alternarsi di nubi e luce piena, neppure il profumo che si mescola col fumo delle cucine. Si mangia, facciamo rumore, tutti assieme si serra il branco, si ride molto. Fuori la foresta, il silenzio che non è tale, la comunicazione con i tempi lenti delle stagioni. Il verde è quel colore che è suono, erba alta spostata dal vento, oscillare semplice, indifferente e forte.

stamattina: ovvero la differenza tra stronzi e bastardi

Camminavo verso il primo dei guai della giornata. Essendo un guaio ben noto, la soluzione era solo dolorosa, più fastidiosi, pensavo, sono i guai occulti che posticipano i problemi, li lasciano marcire finché colpiscono anche chi dovrebbe risolverli. E’ un tipo di guai che arriva da persone che conosci, che magari hanno un rapporto con te, condividono idee e progetti. Nella mia testa, ripassavo persone vicende, e pensavo che questo mi metteva in difficoltà perché sono abbastanza inerme a questo tipo di attacchi. Non ne colgo il motivo, mi faccio domande, troppo spesso inutili, su di me per capire le motivazioni, cosicché alla fine devo indossare una funzione e agire non secondo quello che sento, ma secondo quello che devo. Così mi avviavo verso il primo si che doveva essere no. L’istinto diceva di sottrarmi, ma sottrarsi è un diminuire l’ego, in fondo c’è presunzione d’essere più forti delle cose, dell’ineluttabile già conosciuto, è il motivo della coazione a ripetere le modalità dell’errore, non l’errore. Ciò che non si controlla è il finto conoscente. Quello che si atteggia ad amico ed è a volte bastardo a volte stronzo. Entrambi portano guai ma lo stronzo è peggio perché non si palesa, parla d’altro, finge, e sopratutto non manterrà ciò che dice di fare. Almeno il bastardo si vanta d’essere tale. Gli piace. Sarà per questo che le donne vogliono redimerlo, e si scottano con cicatrici difficilmente guaribili. Il mio guaio era bastardo ed io cercavo di governarlo, tenerlo intelligente e innocuo. Ma non funziona così e dire di si impegna la responsabilità. Quella pessima cosa che ci mette nei casini e ci costringe a fare cose che non faremmo mai se dipendesse da noi. Ci deve pur essere una ragione a tutto ciò, al senso di appartenenza che ci fa fare del male a noi stessi, pensavo. E così, comunque fosse alla fine mica mi sono sottratto , lo sapevo che dovevo fare la mossa del cavallo ma non era giornata da giochi di ruolo e così alla fine ho detto di si. E adesso si onorano i patti. La differenza tra il bastardo e il responsabile è questa, il secondo onora gli impegni.