vecchi marinai

S’ azzuffano le foglie sul balcone,

manca la cura giornaliera,

quella che metteva pace tra i rami.

Nelle stanze s’assommano i tempi:

veli di pensieri usati,

carte ormai scadute di confini,

oggetti muti del loro antico luogo,

e motivo d’essere, .

Troppo a lungo s’è fermata l’aria,

le stagioni, senza sorprese, parlano del tempo.

Non si sciolgono i nodi,

semplicemente invecchiano con noi,

sinché ciò ch’ era nave, diventa relitto

o vestigia d’un allora

che ha interrotto il sogno d’andare.

Sul balcone le piante vivono e muoiono

senza ragione apparente,  

che sia questo il fato,

la seta che lega passato e futuro?

Un motivo è in sé oscuro,

quando non s’ha cuore d’indagare

e prende energia e sopravvento.

Allora quell’ inutile sbattere di foglie  

che sembrano vele,

scende nel cuore, e c’affranta d’anni,

toglie sapore e convince:

di navigare,

alla fine siamo esausti.

Così di questa malinconia di settembre,

di quest’ ansia

che non trova ragione,

ci rassegniamo

e a chi chiede perché, sommessi, diciamo: destino.

passato assoluto

Ci sono ammissioni così staccate e definitive, semplici e forti, che ognuna di esse racchiude un pezzo di vita senza gli ammortizzatori dei gesti consueti, della quotidianità. E’ un dire che sfiotta ed è già tutto. Un ti ho amato come nessuno mai, oppure, sono stato così felice e quella felicità mi basta, oppure allora si è spenta la voglia di vivere, ecc. ecc.. Sono pezzi di esistenza che riassumono e scandiscono la vita, constatazioni senza giudizio e quindi senza appello. Non sono neppure rivolte ad un interlocutore, ma a noi che ne abbiamo consapevolezza assoluta. È così, lo è stato e fa parte del capirsi davvero a fondo, là dove non ci sono alibi, nel passato. Si può pensare che se così è stato non è detto lo possa essere ancora, Non allo stesso modo comunque. Si può pensare che sono gli insinceri con sé che di necessità cadono nella coazione a ripetere gli errori. Ma si può anche pensare che non siamo mai gli stessi e che ciò che era assoluto lo diventerà diversamente. E due assoluti coesisteranno, solo che uno è adesso e un altro è stato. Segno che non c’è un limite. In tutti i sensi e che come si è stati felici o infelici lo si potrà essere ancora.

dagli errori imparo poco

Ho fatto molti errori, o almeno molti di più di quelli che mi sembrava lecito fare e hanno sempre fatto male. In compenso ho cimparato poco. Spesso gli altri neppure se ne accorgono, ma io lo so  e cerco di capire cos’è successo. Dopo un errore, c’è un imbarazzo interiore, un disorientamento per il risultato inatteso. Cerco di capire la fisiologia dell’errore, attorno è notte e silenzio e i cani abbaiano distanti. Ci si pensa di più di notte agli errori, ma dopo un po’ si vorrebbe concludere e invece raramente accade. Dopo una giornata pesante che si è esercitata su di noi, servirebbe logica, analisi per capire. La razionalità dovrebbe aiutare. Così scompongo, taglio, scruto per capire cosa non era stato previsto. Come se tutto fosse un gioco di previsioni. Come se tutto per funzionare dovesse andare nella direzione attesa.

Non serve molto per capire un errore, e li sotto i nostri occhi, semplicemente non l’abbiamo visto quando era ora. Mi chiedo come sarei se tutto fosse andato come volevo, è quello che brucia, e a questo non posso far nulla. La logica non aiuta, al più da spiegazioni. Non so se ho voglia d’imparare. Adesso poi, a quest’età. Eppure sarebbe più opportuno adesso sbagliare il meno possibile, da giovani si è più leggeri, ci sono occasioni che si ripetono, si impara: gli errori sono buoni insegnanti. E com’è che non ho imparato allora? Forse perché ogni sbaglio ha una vita propria, una età propria. E degli errori ci si ricorda, ma non per evitarli, ci parlano della nostra insufficienza, dell’ansia di perfezione che è solo una ipotesi mai una realtà, in fondo sono i nostri compagni fedeli, l’immagine senza maschere di noi. Dovremmo trattarli meglio gli errori, fare giusto dura poco e s’impara nulla, dà una soddisfazione fugace e sparisce. Invece sbagliare regala una sensazione lunga di dispiacere. Ci impiega tempo a sparire e a volte non se ne va mai del tutto. Chissà perché siamo così poco misericordiosi con gli errori, poco inclini al perdono e alla rimozione. Ci deve pensare il tempo e i neuroni del ricordo che alterano e sfumano.

Taglio ed esamino con meno voglia, ho visto, capito, dovrei cercare ragioni profonde, quelle che non cerco di notte, per capirmi davvero, per conoscermi a fondo. Il profondo è sì introspezione, ma anche occasione e preferisco sorprendermi di me, scoprirmi quando emerge qualcosa che non sapevo di avere. Forse l’analizzare e tagliare per capire dove le cose sono andate storte (le cose, come fossero le cose che sbagliano il loro corso…) ha questa positività ovvero capire un po’ di più, mentre il resto continuerà a bruciare. E’ stupido l’errore, sembra non sentire ragioni per diventare ciò che è: poco, è stata messa in discussione l’opinione che ho di me, una cosa così circoscritta e personale che gli altri neppure la vedono e che fa così male. Un giudizio d’imbecillità, ecco cos’è l’errore, un battersi sulla fronte per non aver capito e visto, e ci teniamo tutti ad essere intelligenti. Chi è intelligente prevede, chi sbaglia non ha previsto, così affiora la stupidità. Sentirsi stupido e cercare di capire. Cosa può capire uno stupido, al più ascolta la notte e l’abbaiare dei cani, capisce ciò che non c’entra, che non rimette le cose a posto. Ascolta il silenzio e spera che il sonno arrivi. Domani si ricomincia.

rumori alle porte

Notizie gravi si susseguono dal mondo. Basta leggere i giornali, sfogliare Internazionale, seguire i notiziari per capire che ci sono rumori alle porte di casa. E crescono le pressioni emotive che mescolano difficoltà quotidiane, la crisi economica, i giovani senza certezze, le crescenti debolezze dei già deboli, con le notizie inquietanti e terribili dal mondo sempre più vicino. Ucraina, Iraq, Siria, Libia, Israele, l’epidemia di ebola. Insomma un quadro dove prevale il fosco, e il pittore sembra non avere colori chiari e non sa raddrizzare la situazione. Il binomio economia/democrazia, astutamente usato per mascherare la crescente diseguaglianza negli stati democratici, si rivela imbelle e inetto sulla difesa dei principi all’esterno. Se morire per Danzica era un azzardo idealista ora non lo si considera neppure perché sarebbe negativo nei sondaggio di popolarità e si toglie comunque la possibilità che ci sia un governo positivo per il mondo. Nel governo della medietà, delle parole alla pancia, le cose andranno come devono andare. L’occidente rinuncia e sceglie che al più si salvino scambi ed economia.

Obama è stato una delusione, ma forse caricare la speranza su un solo uomo è sempre sbagliato, in piccolo accade anche da noi con Renzi, ciò che può fare la differenza è la volontà prevalente di un popolo, la presenza di forti principi comuni, l’idea di un mondo possibile e diverso. Poiché questi latitano e le bandiere restano nel fango, emerge il fatalismo e la sensazione di impotenza. Solo i giovani ci possono spingere in avanti, ma non si avvertono segnali forti su quel versante di età. Basta una osservazione per capire come funziona il mondo della real politik: negli impianti petroliferi dove sventola la bandiera nera dell’isis, non si è fermata la produzione (lo stesso accade in Libia) e quel petrolio viene acquistato e pagato in contanti da mercanti occidentali. Finirà nelle nostre auto immemori. E il denaro pagato servirà a comprare armi, sempre in occidente, che serviranno per altri eccidi, di cui ci si scandalizzerà, e per altre conquiste da riconquistare: La malattia viene eccitata e resa più virulenta dal corpo malato. Alla faccia degli embarghi e delle sanzioni, che quelle riguardano i produttori di frutta e verdura, di prosciutti e di formaggi, manovalanza dell’economia.

Segui il denaro e troverai le sue ragioni vere e il marcio, ma davvero interessa farlo oppure è tutta una finzione e di questi buoni sentimenti e principi al più portiamo qualche piccolo dolore d’assenza? Qualcuno dirà che tutto questo realismo evita guai peggiori, ma è un occultare la verità e il non dire che ciò che è giusto è evidente e riguarda il rispetto dell’uomo. Solo che economia e denaro l’uomo non lo rispettano affatto al più se ne servono.

sul mio scrivere

Si capisce abbastanza presto che non si riuscirà ad essere un genio nelle scienze esatte. Non è questione di autostima, ma del fatto che non viene fuori il nuovo. Non basta capire, serve di più: coraggio e fuoco per imbarcarsi in un’impresa in cui si è sicuri di non sbagliare anche quando si sbaglia. Nelle scienze umane la cosa è più sfumata, cioè ci si impiega un po’ di più a capirlo, ma la faccenda si risolve che se non si è arrivati a dire qualcosa di veramente nuovo a 30 anni, il resto servirà più a noi che agli altri. E allora la domanda è: il resto della vita come lo si impiega? Nella ricerca di ciò che è apparente, nella medietà del sentire. Essere un po’ piacioni, insomma, oppure può andar bene coltivare ciò che piace senza altra ambizione che non sia il piacere in sé?

Lo pensavo leggendo la prosa bellissima di Cortazar, seguendo il caleidoscopio che evoca e al tempo stesso pensando che tra le tante cose che leggo ormai la distinzione è tra chi mi colpisce davvero, chi mi diverte, chi mi farebbe perdere tempo se continuassi a leggerlo. E il cerchio si stringe, sono davvero pochi quelli che stupiscono e attraggono nella pletora di pagine scritte che dureranno un paio di mesi. Vale ovunque, nel cinema, nell’arte, nella poesia, ma anche nelle scienze esatte, ciò che non ti cambia dev’essere almeno interessante. Il rischio che a fronte di tanto rumore per nulla si perda qualcosa di importante per noi, ma tanto non ce ne accorgeremmo. E quando lo si è capito sparisce il dolore del non essere in sintonia col mondo e si acquisisce una opinione precisa di sé, anche in una piccola cosa come lo scrivere. 

Ho concluso abbastanza presto che non sarei stato uno scrittore,  e certamente non grande, molte delle cose che scrivevo erano interessanti a pochi curiosi, ma ciò che mi piaceva davvero interessava solo me. Come potevo pretendere che ciò che mi attraeva o sentivo fosse importante a molti? Eppoi se si parte dal sentire, si fanno subito i conti con il mezzo: le parole. E queste mi affascinavano, come mi affascinano ora, le vedevo come scatole infiocchettate che avrei voluto aprire per espanderne il profumo e la densità, e quando lo facevo emergevano tanti e tali significati che mi perdevo in essi e loro diventavano la storia.  

Così il mio scrivere si è involuto in questi anni, dalla ricerca della semplicità, attraverso il togliere sino a far sanguinare il senso e sperimentando il vuoto, sino all’opulenza ammiccante degli aggettivi, con il conseguente rigonfiarsi delle frasi. Uno scrivere che s’è riempito d’aria, perché troppe sollecitazioni lo percorrono, e i pensieri si sovrappongono ai pensieri, cose apparentemente insignificanti prendono identità e significato, le parole assurgono a demiurghi tolleranti e vicende attuali e ricordi si mescolano come se l’uno volesse parlare o peggio insegnare qualcosa all’altro. Così sono arrivato alla conclusione che mancando il genio, bisogna adottare un piccolo discrimine: se una cosa interessa, e fa bene (come lo scrivere) allora è divertente farla e la si fa senza uno scopo che non sia il piacere,  e in questo caso non ci si accontenta, ma si gode e basta. Se invece diventa altro, e il genio non c’è, allora è artificio, inutilità, depressione, e alla fine non porta nulla che serva davvero, né a sé né agli altri. 

sulla chimica del bacio

canon 100 (16)

Agostino guidava e cantava, orribilmente stonato, “guidare nella notte a fari spenti per vedere se poi è tanto difficile morire”. E spegneva i fari. E mentre dietro, le ragazze, lanciavano urletti di paura, lui affermava che c’era il plenilunio e si vedeva. Ma poi i fari li riaccendeva, perché tra occhiali e strada tortuosa non ci vedeva un accidente. Stavo al suo fianco, nella 600, privilegio infausto dei lunghi, ero inquieto, ma più per gli ormoni che rimbalzavano un po’ ovunque dentro, che per i colpi di testa del mio amico. Noi studenti di ingegneria chimica, le ragazze immerse nelle lezioni di lettere. Quell’anno più che analisi e geometria frequentavo volentieri filologia romanza e letteratura italiana. Per interesse, perché mi piacevano le lezioni ma anche perché lì c’erano le ragazze. Molte ragazze. E andava bene così, dava una leggera ebbrezza spacconcella parlare, sia di letteratura, che di chimica generale. Eppoi si occupava l’università molto di più volentieri a lettere che a ingegneria. Forse non avevo le idee chiare, non quelle che servivano nella vita codificata, ma il sangue correva veloce, e tutto sembrava mutare, mentre il mondo era all’unisono con me.

Con Agostino percorrevamo l’altopiano in auto e a piedi, m’ero invaghito dell’amica bionda, facevamo il bagno in pozze d’acqua verde e ferma, tra ranocchie e fango, facendo i nudisti sulle rocce piatte. Per dirle tutto il mio amore, avevo scoperto i sonetti di Shakespeare, glieli mandavo in lunghe lettere in cui c’erano considerazioni poetiche e garbate profferte, non ricevevo risposta, ma attribuivo alle poste il ritardo. O forse non sapeva scrivere a tono intendo, e la mettevo solo in imbarazzo. L’altopiano l’ho conosciuto così, attraverso i racconti del padre della ragazza, un marxista fuori luogo, lì erano tutti democristiani, e lui era pure carabiniere. Camminando di giorno e andando a ballare la sera, dormendo in tenda, prendendo il sole, ingozzandoci di polenta, formaggio e funghi. Avevo dei calzoni attillatissimi e senza tasche, camicie fantasia altrettanto attillate e la sera un freddo boia sulla pelle esposta.  Ci furono dei baci, non erano i primi, ma capii finalmente che la chimica aveva un senso. Se un bacio apre qualcosa le reazioni avvengono appena le labbra si toccano, se invece tutto resta quieto, allora magari ci sarà altro, ma non la magia che ci si aspettava. Lì in fondo non accadeva molto di quello che attendevo, lei era distante e poco interessata. Io, un po’ tonto, insistevo con Shakespeare e con la Dickinson, mentre sarebbero servite la Valduga,  la Merini, la Gualtieri , ma non c’erano ancora alla ribalta. Però la chimica dei baci mi aveva già detto tutto e la poesia, oscuramente lo sapevo, sarebbe servita a poco. Ma già allora pensavo che la parola contenesse ben più del significato apparente e quindi un pezzo di chi la pronunciava. Vero, ma questo accade solo con chi la pensa allo stesso modo e la bionda pensava ad un altro. La lezione di chimica generale dei sentimenti fu che ciò che non scattava con i baci difficilmente avrebbe avuto altri catalizzatori, non i miei almeno.

Imparavo, continuavo a camminare, a leggere Shakespeare, che mi faceva comunque bene, e vivevo l’estate che sembrava infinita, con un tempo che si srotolava e si riavvolgeva come una molla pronta a scattare. Tutto era memorabile, tornavo a casa per due giorni, mi rifocillavo di leccornie casalinghe, ripartivo. Agostino cantava Battisti, lo cantavamo tutti, io un po’ meglio, e stesi al sole sembrava che tutto quello che sarebbe venuto poi sarebbe stato nelle nostre mani. Sembrava, e forse a lui è andata così, per me la vita ha preso tante e tali svolte che nulla di quello che immaginavo allora, si è poi verificato.

Penso a quei baci senza rimpianto, non era cosa, anche se ci misi un po’ a capirlo. Sono ripassato per quei luoghi la scorsa settimana, molto era ancora riconoscibile e mi ha sorpreso che neppure la nostalgia della giovinezza mi prendesse, mi sono chiesto dove fosse finita lei, la bionda, sapevo che poi era scesa in città e che faceva l’insegnante.  Ma era solo una curiosità, meglio non incontrare il proprio passato, ci deluderebbe. La chimica dei baci invece m’ha fatto pensare ben di più, chissà perché non l’ho capita subito allora e perché a me sembrava avesse a che fare con Shakespeare, e poi anche con la Valduga. Questioni di piccole reazioni forse. Pensieri oziosi tra le foreste di abeti, mentre andavo con i fari ben accesi. 

déjà vu

La sensazione m’ha preso finché impastavo il salame di cioccolato: avevo già vissuto quel momento. Era stato in tempo diverso dove qualcosa di piacevole e qualcuno m”attendevano fuori di una cucina. Adesso era questa cucina. Sono cose che non durano a lungo, la razionalità fa strage di sensazioni, ma tanto è bastato perché continuando a lavorare, rimanesse un retrogusto di indecisione. Cos’era accaduto? Allora ero io, come adesso, ma diverso. Di certo più giovane, in altro posto, forse stavo facendo la stessa cosa, ma non mi pareva. E’ stato come un singulto di passato, poi diventato essenza, non era una sostanza con tutte le sue noie e ripetizioni, una sensazione bella e basta, come un pezzo di realtà espunta dai contesti.

Ho letto articoli su queste sensazioni “fasulle” del già stato, del riconoscere luoghi in cui non si è mai stati, del riprendere situazioni che ci sembra di non aver mai vissuto. Gli articoli spiegavano tutto, anche come il già vissuto, per analogia, si traspone e diventa sensazione reale di un altrove. Spiegavano che questo sentire non aveva relazioni, se non combinatorie, con la nostra vita e metteva in relazione connessioni tra un passato e un presente senza portare con sé il resto delle storie già vissute. Tanto che così erano ricordi senza contesto. Insomma, ciò che avevo letto mi diceva che prendevo degli abbagli e che sommando sensazioni mi raccontavo una storia. Dopo aver ricordato gli articoli e ragionato, m’è venuta una piccola malinconia perché quella sensazione l’avevo ancora eppure me la stavo sottraendo, come il rifiuto d’un sogno. Una deprivazione della bellezza di quel moto di cuore che, assieme alla sensazione di aver già vissuto, nella stanza a fianco collocava una persona, un affetto, un moto d’amore che altro raccontava. Ho anche pensato che in effetti molto si spiega, ma molto resta insoddisfacente nella sua razionalità e che se un amore, un affetto che nasce sono impalpabili, pur essendo moto d’ormoni, stimoli elettrici e piccole chimiche trasformazioni, la sensazione di un piacere annunciato e di un déjà vu che si ripeteva era un irrazionale moto del cuore da tenere ben stretto. E qui la storia finisce, ma la sensazione è rimasta, e così stasera le ho scritto.

Già che ci sono allego la ricetta del salame di cioccolato che stavo facendo:

250 gr, di biscotti secchi sbriciolati,

70 gr. di mandorle a pezzetti,

30 gr di burro a pezzi,

40 gr di cacao amaro in polvere,

un etto di cioccolato amaro sciolto a bagno maria con un po’ di latte,

poco zucchero, a me piace amaro.

Si impasta bene con le mani e poi si compone un cilindro su un foglio di alluminio. Si avvolge il tutto e gli si dà la forma di salame. Poi si mette in frigo. Non è garantito che nel farlo vengano dei piacevoli deja vu, ma se accade potrebbe essere allucinogeno.

 

pedemontana

canon 100 (71)

Potrebbe essere un film di Germi, la partenza è da un centro commerciale. Quelli che si mettono fuori dei caselli autostradali e che hanno tanti negozi dentro oltre al supermercato. Negozi che aprono e chiudono, perché, prima che merce, contengono speranze e illusioni. Chi apre s’indebita, tenta e poi se sbaglia prodotto o c’è la crisi, si mangia tutto e chiude. Così nel centro commerciale le serrande sembrano chiuse per ferie, ma in realtà sono chiuse e basta. Una bocca cariata, ecco cos’è diventato il ventre opimo del nord est. Seduto su una panca, aspetto. E guardo. Entrano uomini con i calzoni corti e i sandali, le donne hanno vestiti leggeri e trasparenti, caricano i carrelli di offerte. Si avvicinano alla cassa, tolgono qualcosa, poi dell’altro, tacitano i bambini che protestano. Promettono. Poi escono. Dietro alla mia panca c’è un bar pizza e coca cola, ma nessuno mangia e le ragazze puliscono i tavolini per ingannare il tempo. Fuori fa finalmente caldo. L’autostrada era meno affollata del solito, il parcheggio è quasi mezzo pieno. Fa speranza dirlo, ma con gli occhi bisogna pur vedere che c’è ripresa. Di cosa? Cosa riprenderà? Conosco bene le zone industriali che non si fermavano mai, qui ci sono ancora molte imprese, tra qualche capannone vuoto, ma adesso sono ferme. E’ agosto. Speriamo su settembre, così m’hanno detto. Quando cala il lavoro, spariscono i sogni. Era un sogno, abbiamo sognato tutti, ma poi ci siamo svegliati. Qui c’era benessere e piena occupazione, adesso no e allora comprano il necessario al supermercato e scelgono le marche e i costi più bassi.

Attraverso il piazzale, entro in un altro edificio commerciale, qui c’è anche una palestra per fare free climbing, ci sono ragazzi che arrivano con la loro borsa, si mettono la tuta, e cominciano ad arrampicare. Ci sono anche ragazze che arrampicano, snelle nelle loro tutine, si parlano finché sono in parete, scherzano, ridono. Sotto c’è un bar, ma siamo solo noi a consumare. I ragazzi vengono, arrampicano, si rivestono e ripartono. A fianco del bar c’è un negozio specializzato in attrezzature e alimenti dietetici da palestra. Qualcuno entra, guarda i bottiglioni, poi saluta ed esce. E’ importante essere educati sempre. Noi intanto parliamo, diciamo, prevediamo. Troviamo un accordo, ci salutiamo. Ognuno va verso un punto cardinale diverso. Punto ad ovest. Fa caldo e me lo godo, apro il finestrino. E’ mezzo pomeriggio, il piazzale è ancora mezzo pieno. Comincio una sequenza di strade statali e provinciali. Sullo fondo c’è l’azzurro delle prealpi. Azzurri tenui, nostalgia. Quando cammino a lungo in montagna, mi sorprende sempre la distanza che si riesce a fare a piedi:. Si vede una montagna lontana e si comincia a camminare. Poi pian piano si sale e si arriva in cima, si guarda e si vede lontana la pianura, il posto da cui siamo partiti, neppure si scorge. Poi si ridiscende e si torna dov’era rimasta l’auto o la casa, e in mezzo alla stanchezza ogni volta capisco la percezione fasulla che ci portiamo dietro. Distanze, luoghi, oggetti, tutto alterato. Non credo sia solo un mio problema, è proprio che non sappiamo dove saremo, come fa un corpo che porta se stesso a spostarsi così tanto e restare se stesso. A me meraviglia sempre, magari per gli altri è normale.

La pianura è un susseguirsi di alberi ai lati delle strade, case, capannoni, e più dietro campi. La pioggia insistente ha reso tutto verde. Inopinatamente così verde d’agosto quando il giallo e il marrone erano ben presenti. Alla radio, Molesini parla del suo ultimo libro. E’ ambientato al Lido, allo scoppio della prima guerra mondiale, al grand Hotel Excelsior. Mi torna a mente il gran ballo con lo stesso nome, il positivismo, la nascita di tutto quello che oggi conosciamo. Einstein con quattro articoli cambiava la fisica e la percezione del tempo e dello spazio e così ci consegnava in luoghi che ancor oggi non capiamo bene per le loro conseguenze. Freud cercava di dare ordine logico alla mente e alle sue manifestazioni, la pittura, l’arte faceva esplodere la percezione e tutto prendeva il volo o velocità. Su terra, mare, aria. Facile dire adesso, piroscafo, transatlantico, ma allora c’erano ancora navi di legno e vele. Tutto ribolliva e il mondo sembrava un’ immensa femminilità feconda che forniva piacere e nuovi figli. Poi i padri avrebbero sacrificato i figli in un immenso massacro. Ben presenti da queste parti le tracce di allora. Ogni uomo contiene una meraviglia: i suoi anni, bisognerebbe dargli modo di viverli, sia quelli passati che quelli futuri, ma pare sia difficile viverli davvero bene. Anche da giovani. Forse di più da giovani adesso.

Strade, rotatorie, pubblicità, altri centri commerciali, città piccole che per chi ci abita sembrano grandi e minuscole allo stesso tempo. L’attività umana non è solo cose, oggetti costruiti, simboli, denaro, successo con tutti i loro opposti. Attività umana sono anche questi campi di grano ceroso che alimentano la più grande pianura per animali da carne d’Europa, sono questi fossati mal tenuti, i canali, la gora di un mulino che gira una ruota di un ristorante, gli infiniti filari di prosecco che rigano le colline. Attività è il dubbio, l’indecisione tra un amore per il proprio lavoro, la terra, il guadagno, la contraddizione di tutte queste case, villette, giardini e aree industriali che sono ingresso e arrivederci dei paesi.

La strada è quasi una schioppettata e sino a Bassano non ha dubbi. Lì poi dovrà scegliere, o puntare su Trento inerpicandosi per la Valsugana, oppure continuare a lambire i monti per andare a Vicenza e poi a Verona. Altrimenti si sale sull’altopiano, ma questa è un’altra storia. Quelle montagne che erano azzurre ora sono verdi e grigie di rocce, schermano la luce, la ricevono dalle nubi che riflettono. Tutto si corruga, si semplifica e si addensa. I prati, le case, i capitelli, le strade che perdono le intersezioni. Nella mappa dell’andare in quest’arco sotto le prealpi, emana pensiero, cura dell’esistente, stravolgimento, ferita, violenza, riordino, ipotesi mal riuscite e slanci d’ingegno. Poi qualcuno si ricorderà il nome di un ristorante famoso, ma non saprà nulla della gipsoteca del Canova a Possagno, né della bellezza di Feltre, però calzerà scarponi iper tecnologici, senza dolersi di non sapere che da queste parti è nata la stampa a caratteri mobili. Ci saranno evidenze che lo colpiscono, ci passo in mezzo, qui si vende la cultura di un fare antico, sia esso un formaggio o una ceramica, un vino, un assale, un liquore, che qui è nato, anche se poi non sempre viene fatto qui. Però spesso lo è, ci provano. Andrea Molesini parla di un tempo sospeso: è il 28 luglio 1914 e in un grande albergo, la notizia che il mondo entra in guerra dev’essere filtrata, ricondotta alla normalità. Anche qui il tempo è sospeso, pare anche normale lo sia, ma per fortuna non c’è nessuna guerra, solo che non si sa più dove andare. Cosa accadrà. Per questo rallento e guardo attorno, come per apprendere risposte da ciò che mi circonda. E che non dev’essere muto. Sono io che non capisco. Deve pur significare qualcosa tutto questo dimostrare d’essere, costruire, fare, mutare. Ascolto e cerco di recuperare un senso, ricucire uno strappo, trovare un nuovo futuro, ché quello vecchio ormai non ha più risposte. Così penso mentre vado e viene sera.

argini

La malinconia tradisce il viso che s’adegua,

e a mente viene il fiume di pianura,

che talvolta esonda,

e poi  tranquillo torna, riprendendo vita

e corso.

Ma c’è pazienza in lui ,

e tenta,  s’impone, finché vince 

oppure si riduce in rivoli di misera cosa

sapendo ci sarà tempo per un’altra prova.

E mentre noi innalziamo argini

agli stimoli che  scuotono le vite,

e li reputiamo poco educati e confacenti,

quella forza si disperde e s’aggroviglia,

per poi fluire infine

altrove che da noi.

eccessi e finte virtù

canon 100 (91)

Camminando, dove non ci sono strade, ci si accorge della semplicità e rarefazione dei simboli rimasti. Le cose perdono ambiguità e ridiventano ciò che sono. Si semplificano, apparentemente, acquistando identità e profondità. Non o che effetto abbia tutto ciò sul corpo, magari qualche neuro scienziato lo spiegherebbe con i flussi, stimoli elettrici e quant’altro, ma sarebbe leggere una mappa, non sentire un territorio. La mia sensazione è che il corpo si accordi e forse da questo -e dalla fatica antica e nuova- si svuota la mente e subentra una serenità legata al luogo. Anche per questo dovrei spegnere il cellulare e casomai raccontare dopo.

Decodificare in continuazione stimoli e simboli affatica, anche se è in automatico. Riempie di semplicità apparenti, perché molti simboli contengono divieti. Lavora la testa e non il corpo. Nella natura, e non occorre che fatichi, le cose per me s’invertono, è il corpo che sente e comunica.

Ho l’impressione che si sia confusa la razionalità con l’intelligenza e l’efficienza con il benessere. Ciò che mi consente di comunicare mi rende più difficile sentire, come agisse costantemente un giudizio di valore che mi dice ciò che è buono e ciò che non lo è, e che tutto questo confliggesse con il piacere, ma per analogia non per esperienza. Una cultura edonista che ghettizza il piacere nel momento in cui lo esibisce in forma di eccessi o lo sottopone a finte virtù, ha ben poco di naturale, al più è un altro sistema di regole che si aggiunge ai precedenti. I limiti, in natura, sono più sinceri. Si può frequentare il pericolo, ma non a lungo perché la natura non lo tollera ed espelle, quindi il cammino è più piacevole , meno adrenalinico. Il corpo ascolta e dice, stabilisce ciò che fa bene. Anche sui pensieri lavora. E quando non libera mostra almeno una strada, e la lascia al nostro arbitrio. Finalmente libero.