sulla chimica del bacio

sulla chimica del bacio

canon 100 (16)

Agostino guidava e cantava, orribilmente stonato, “guidare nella notte a fari spenti per vedere se poi è tanto difficile morire”. E spegneva i fari. E mentre dietro, le ragazze, lanciavano urletti di paura, lui affermava che c’era il plenilunio e si vedeva. Ma poi i fari li riaccendeva, perché tra occhiali e strada tortuosa non ci vedeva un accidente. Stavo al suo fianco, nella 600, privilegio infausto dei lunghi, ero inquieto, ma più per gli ormoni che rimbalzavano un po’ ovunque dentro, che per i colpi di testa del mio amico. Noi studenti di ingegneria chimica, le ragazze immerse nelle lezioni di lettere. Quell’anno più che analisi e geometria frequentavo volentieri filologia romanza e letteratura italiana. Per interesse, perché mi piacevano le lezioni ma anche perché lì c’erano le ragazze. Molte ragazze. E andava bene così, dava una leggera ebbrezza spacconcella parlare, sia di letteratura, che di chimica generale. Eppoi si occupava l’università molto di più volentieri a lettere che a ingegneria. Forse non avevo le idee chiare, non quelle che servivano nella vita codificata, ma il sangue correva veloce, e tutto sembrava mutare, mentre il mondo era all’unisono con me.

Con Agostino percorrevamo l’altopiano in auto e a piedi, m’ero invaghito dell’amica bionda, facevamo il bagno in pozze d’acqua verde e ferma, tra ranocchie e fango, facendo i nudisti sulle rocce piatte. Per dirle tutto il mio amore, avevo scoperto i sonetti di Shakespeare, glieli mandavo in lunghe lettere in cui c’erano considerazioni poetiche e garbate profferte, non ricevevo risposta, ma attribuivo alle poste il ritardo. O forse non sapeva scrivere a tono intendo, e la mettevo solo in imbarazzo. L’altopiano l’ho conosciuto così, attraverso i racconti del padre della ragazza, un marxista fuori luogo, lì erano tutti democristiani, e lui era pure carabiniere. Camminando di giorno e andando a ballare la sera, dormendo in tenda, prendendo il sole, ingozzandoci di polenta, formaggio e funghi. Avevo dei calzoni attillatissimi e senza tasche, camicie fantasia altrettanto attillate e la sera un freddo boia sulla pelle esposta.  Ci furono dei baci, non erano i primi, ma capii finalmente che la chimica aveva un senso. Se un bacio apre qualcosa le reazioni avvengono appena le labbra si toccano, se invece tutto resta quieto, allora magari ci sarà altro, ma non la magia che ci si aspettava. Lì in fondo non accadeva molto di quello che attendevo, lei era distante e poco interessata. Io, un po’ tonto, insistevo con Shakespeare e con la Dickinson, mentre sarebbero servite la Valduga,  la Merini, la Gualtieri , ma non c’erano ancora alla ribalta. Però la chimica dei baci mi aveva già detto tutto e la poesia, oscuramente lo sapevo, sarebbe servita a poco. Ma già allora pensavo che la parola contenesse ben più del significato apparente e quindi un pezzo di chi la pronunciava. Vero, ma questo accade solo con chi la pensa allo stesso modo e la bionda pensava ad un altro. La lezione di chimica generale dei sentimenti fu che ciò che non scattava con i baci difficilmente avrebbe avuto altri catalizzatori, non i miei almeno.

Imparavo, continuavo a camminare, a leggere Shakespeare, che mi faceva comunque bene, e vivevo l’estate che sembrava infinita, con un tempo che si srotolava e si riavvolgeva come una molla pronta a scattare. Tutto era memorabile, tornavo a casa per due giorni, mi rifocillavo di leccornie casalinghe, ripartivo. Agostino cantava Battisti, lo cantavamo tutti, io un po’ meglio, e stesi al sole sembrava che tutto quello che sarebbe venuto poi sarebbe stato nelle nostre mani. Sembrava, e forse a lui è andata così, per me la vita ha preso tante e tali svolte che nulla di quello che immaginavo allora, si è poi verificato.

Penso a quei baci senza rimpianto, non era cosa, anche se ci misi un po’ a capirlo. Sono ripassato per quei luoghi la scorsa settimana, molto era ancora riconoscibile e mi ha sorpreso che neppure la nostalgia della giovinezza mi prendesse, mi sono chiesto dove fosse finita lei, la bionda, sapevo che poi era scesa in città e che faceva l’insegnante.  Ma era solo una curiosità, meglio non incontrare il proprio passato, ci deluderebbe. La chimica dei baci invece m’ha fatto pensare ben di più, chissà perché non l’ho capita subito allora e perché a me sembrava avesse a che fare con Shakespeare, e poi anche con la Valduga. Questioni di piccole reazioni forse. Pensieri oziosi tra le foreste di abeti, mentre andavo con i fari ben accesi. 

2 pensieri su “sulla chimica del bacio

  1. “stesi al sole sembrava che tutto quello che sarebbe venuto poi sarebbe stato nelle nostre mani”. Lunghe estati infinite,,, a riguardare indietro anche a ne capita di rimpiangere il mio tempo di allora senza stagioni una sempre estate e una musica, un panorama, un luogo… non riesco ad associali a qualcosa o qualcuno se non alla grande nostalgia di quello che avevo intravisto, che poteva essere e non è stato.
    Grazie

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