approssimazioni 1.

Quando cerchi qualcosa in questa casa non la trovi mai. Vorrei delle viti autofilettanti da ferro, 1.5 x 0,3 testa piatta. Sarebbero meglio inox, ma non si può avere tutto. Mi basterebbero le viti. 3 o 4 e attacco la stella al porta vasi. Una stella luminosa, unico arredo esterno per una festa che dice, anzi chiede, e lascia larghi spazi di vuoto. Mi succede ogni anno da quando ho smesso di credere nei significati religiosi del Natale, però mi sono tenuto il pensiero di una bellezza infantile. Un clima caldo dentro casa, l’albero e le palle colorate, l’attesa di un regalo che c’era sempre, qualcosa che faceva preparare la tavola e mettere una letterina sotto il piatto. E a volte c’era la neve fuori. Mi piaceva la neve a Natale, mi piaceva nonostante il freddo con quei cappottini più pesanti che caldi, con quei maglioni fatti in casa che pizzicavano la pelle, con le scarpe che si bagnavano e che poi avrebbero fumato, piene di giornali vicino alla stufa. Mi piacevano gli amici alla messa con le luci sfolgoranti, il coro. Mi piaceva cantare nel coro. Cosa cantavo… adeste fideles. La canticchio anche ora che cerco le viti e dallo sgabuzzino è emersa una scatola di libri che non mi ricordavo più di avere. Libri di fotografia, tecniche vecchie, ma come stampavano un tempo? Quadricromie costose che ora virano verso i rossi e gli aranciati. Bei tagli. Chissà quanto hanno lavorato in camera oscura, mica erano tutti Cartier Bresson che stampava l’intero fotogramma e fotografava senza farsi vedere. Sì, ma chissà quante ne ha buttate via di foto. Che faccio con questi libri, fuori non c’è più posto quindi di nuovo in scatola. A dormire. Usciranno alla prossima ricerca di viti. La casa è piena di carabattole, di oggetti che dovrebbero servire a tre vite e invece ne ho una. Però ho una buona memoria. Infatti ecco il barattolo delle viti. Un giornale e poi si rovescia l’intero contenuto. Me l’ha insegnato mio cugino. Belli quei tempi quando avevo un’officina dove portare l’auto, e dove avevo pure lavorato. Si fa per dire lavorato. In officina mi ero sporcato di nafta e morchia. Ero un ragazzino e più mi sporcavo più mi pareva di dimostrare impegno nel lavoro. Mio cugino era ordinato. Le chiavi e gli attrezzi a posto, non come qui dentro che ci sono cose per attrezzare una fabbrica ma nessuna si vede. Però mi ha insegnato come si trova quello che si cerca in un barattolo: è semplice, non bisogna avere paura della quantità, si rovescia sul tavolo e si separano le cose con la punta del cacciavite, o con la pinzetta a becchi lunghi da officina. Giornale e barattolo rovesciato. Viti di tutti i tipi, alla fine tre uguali ci sono, la quarta è un po’ più lunga e larga ma non si vedrà da fuori. Solo che sono vecchiotte. Taglio e non testa a croce. Adesso inizia la ricerca del cacciavite giusto.

Mi faccio un caffè, prima. Polvere, acqua, mezzo cucchiaino per dove finirà il caffè, perché non bisogna bruciare le prime gocce. E fuoco basso. Intanto cerco il cacciavite è nella cassetta degli attrezzi, assieme ad altri dieci compagni: perdo memoria delle cose che compro, ma quando le vedo ricordo il periodo. Il bricoleur, mi piaceva farlo, dovevo dimostrare qualcosa, adesso faccio meno del necessario e mi illudo di saperlo sempre fare. Bah, mica è vero, ci provo e mi trovo sempre nei guai con tempi sballati, con impegni che si sovrappongono e quello che doveva essere fatto in 10 minuti dopo un’ora è ancora malfatto e incompleto. Penso sempre che sia un problema di attrezzi e invece è incapacità di valutare le proprie forze. Delirio di onnipotenza, succede in molte cose. Magari si chiama ottimismo della volontà, ma in realtà quelli che sanno fare sul serio, hanno misura di sé, si muovono con i tempi giusti e hanno il necessario. Il caffè sta uscendo, si sente il profumo. Mettendo il fuoco al minimo sin dall’inizio, esce piano e aprendo il coperchio il profumo esplode nell’aria. Aver vissuto per anni vicino a una torrefazione mi ha condizionato, ne sono certo. Mi mandava mia madre a prendere il caffè, non potevano vendere al minuto ma me lo davano lo stesso: un chilo che macinavano al momento. Finché guardavo i forni dove tostavano i grani, mi regalavano un caffè fatto da una Cimbali enorme. Un caffè buonissimo che non riuscivo a trovare al bar. Ristretto, profumatissimo con un retrogusto rotondo e dolce. Questo magari fosse così, ci si accontenta col tempo. Però il caffè si beve seduti. Sul tavolo ho giornali di due settimane, devo trovare il tempo per liberare. Fosse facile… Ogni volta che vedo qualcosa di scritto mi interessa. Caffè e biscotto caramellato, con calma. Il caffè si beve con calma, poi inizierò. Intanto fuori la luce cala in fretta e farà pure freddo.

Trapano, punta da 2,5, fori sul portafiori. Fatti i fori, il prossimo anno bastano le viti. Sembra semplice, ma fa freddo davvero, le dita si ghiacciano e il metallo non è facile da forare. O è la punta? Primo foro per la stella, poi per fare il secondo dovrò decidere come butta la coda: orizzontale o verso il basso? Orizzontale. Servirebbe una bolla, ma vado a occhio anche perché il portavasi non ha tutto questo spazio di libertà. Con due fori fatti la stella e la coda sono già a posto. Basterebbe così, aggiungiamo il terzo foro per preziosismo. Mi fermo a guardare il tramonto, in questa parte del mondo il sole fa meraviglie quando scompare dietro ai colli. Però fa davvero freddo e bisogna finire. Mi pare di fare le cose per bene, non è così, però se tutto è accettabile… Comunque ormai è notte e sono pieno di freddo. Potevo farlo stamattina, mi dico, anzi lo dico proprio così lo capisco meglio, e invece…

La stella è a posto, il portavasi e le piante, pure e adesso serve il filo elettrico da portare dentro. Una prolunga e si accende. Lo so che questa cometa è una cosa banale, una pacchianeria, me lo dico da quando l’ho comprata. Il cinese m’ha assicurato che è per esterno. Magari fosse vero, speriamo non piova e che non prenda fuoco. Però adesso si accende e potrebbe pure lampeggiare. Sarebbe troppo, un cattivo gusto aggiunto al cattivo gusto. Farei fatica a dormire col pensiero della stella fuori che lampeggia. Siamo sempre prigionieri di quello che pensano gli altri ma questo lo penso anch’io.

Adesso da dentro si vede la stella cometa illuminata, a frammenti, tra le piante, fuori è intera. Ho preso freddo e ormai è notte piena. Ho preso troppo freddo, come un imbecille. E la casa è rovesciata. Comincio a mettere a posto, mi fermo spesso perché trovo cose inaspettate. Intanto la stella è accesa. Scendo a vederla intera. Non è male. Pacchiana ma un po’ fa festa. Poi quando andrò a letto, chiudo la porta e la spengo. Se non prende fuoco prima. 

continua…

il tango del silenzio

Per scoppi, come se nel ventre oscuro s’accumulasse un’infinita bolla. Così lo specchio nero del mondo da lì sale, per vie oscure, sublima in rocce polite, in creste taglienti, e il mondo ci attraversa e guarda sé, neutrino che segue un pensiero senza limite. E non si cura, non ascolta se non per sue vie che radicano infinite, che non fanno domande, non si voltano e procedono mentre attendono un passo.

Mai è il suo nome mentre interroghiamo il caso, seguiamo la possibilità e la chiamiamo speranza. Mentre parliamo al suo posto, mettiamo in bocca le battute al monde e aspettiamo parli mentre il silenzio diventa insopportabile e allora di nuovo la parola, la nostra, riempie un luogo, risuona nelle nostre orecchie. Miracolosa la parola fino a un nuovo silenzio, fino ad un’ abitudine interrogante che tace e rapprende il poco che resta nell’aria e in noi.
Così il silenzio accompagna a lungo e poi quando trasuda non finisce a tempo debito. Il tempo non ha debiti, casomai crediti e chiede conto mentre in disparte s’accumula il non fatto o ciò che dev’essere ripensato e ripreso in un interminabile gioco dove ciò che si scarta è sempre maggiore di ciò che si sceglie e però non scompare, ma sta quieto, in attesa. Di grandi coni d’infiniti grani è fatto ciò che resta in disparte. Ne vidi di enormi nei porti, si stagliavano contro il cielo, limitati solo dalla gravità e dall’attrito tra particelle. Poteva essere grano o zolfo, e allora il colore giallo riempiva l’aria d’indebita allegria, oppure era carbone lucente e grasso che assommava all’aria polvere e piccoli mulinelli e tingeva cupo il cuore, o minerali di ferro, rame e manganese che beffardi riflettevano la luce in caleidoscopi rivolti al cielo,  o ancora coni di rottami tagliati da trance impietose, ridotti a parvenza di ciò che erano stati funzionanti, ma vivi nelle tracce dei colori che li avevano vestiti erano arlecchini di passato, e mentori e presaghi, indicavano. E quei coni enormi nati da benne indifferenti, erano acquattati in attesa d’un nuovo essere. Così è il tempo che non si compie, che non ha un fine e una linea: granuli e gravità che rotolano in nuovi equilibri e levigano le forme. Capsule d’attesa in un porto e possibilità scartate prima che divengano rimpianti.

Così il cuore è un cono che si staglia verso il cielo e ha innumeri grani che danzano nel silenzio d’una musica d’attesa.

 

il tango del silenzio

Perché ora ti fidi, hai detto che non finiresti più.

Forse era la sfrontatezza sicura di chi attende,

o la luce che sorride dell’ignota possibilità

e del segreto d’una scaramanzia in attesa d’avverare.

Allora, nel suo fidarsi, il corpo s’è disteso: 

dismessa l’arroganza il seno 

il viso interrogava in attesa d’espressione,

e intanto, in un silenzio sorridente, hai porto la guancia,

perché era ora d’andare.

E di scoprire almeno il poco e l’importante

di ciò che s’era trascurato nel mettere da parte.

 

 

l’ amore ci segue e avvolge

Grandi sono i piccoli amori che si muovono con dolce rispetto,
non fanno rumore, né alzano la voce,
però con mano ferma correggono traiettorie infelici,
insegnano senza sapere, vivono con la leggerezza degli uccelli,
si posano, ripartono, tornano
e intanto lasciano l’ acuminato veleno dell’ assenza,
ma prima d’ogni addio c’è una promessa in dono,
così il sorriso non s’è mai spento
e nuove parole d’ amore sono sbocciate.

dialoghi con la mezzaluna

La sua mano era piccola, le mie di più, correggeva il prendere e il tenere, raccontava calma il pericolo. Stava attenta. Ero su una sedia per arrivare alla stufa, mi lasciava apparentemente fare. In realtà soddisfaceva una curiosità sapendo che presto mi sarei stancato e sarei tornato ai miei giochi poco lontani. La vita d’inverno avveniva in cucina, tra vapori e profumi di cibi forti, giocattoli sul pavimento, libri e quaderni sulla tavola. Mia nonna aveva ironia e pazienza, accettava dal nipote discorsi sconclusionati, canzoni allegre, silenzi e caparbietà. E siccome lei cucinava spesso, accettava anche le curiosità e la voglia di provare. Se sto volentieri in cucina credo dipenda da quel suo rendere piacevoli e poco costrittive le cose, ma anche dalla magia del soffiare sui mestoli di legno a cui accostare le labbra per assaggiare. Credo dipenda dai sapori intensi e dal ruvido profumo delle tradizioni che soffriggevano e si consumavano in interminabili cotture, dal senso di casa che tutto questo generava come anticipo dello stare assieme a tavola.

Il gusto del cibo e del farne per altri e per sé, senza volerlo e per naturale affetto, questo mi è stato insegnato, con una libertà inusitata, ovvero quella del poter avere il poco e il molto, senza altra regola che non sia il piacere. Penso a come è nata una piccola attenzione alle dosi dopo molti intrugli sperimentati assieme, al senso dell’accordo tra il mio gusto e quelli che avrebbero condiviso. Ci è voluto molto tempo e doveva avere uno stomaco d’acciaio, mia nonna. Forse le guerre e le difficoltà l’avevano temprata, o era quel bene immenso di cui mi avvolgeva che la faceva pazientemente provare le cose che mettevo assieme. Quello che ho appreso è nato lì, con quelle mani che guidavano e dicevano che bisogna girare in senso orario la polenta, restando attenti agli spruzzi (i sbiansi) e tenendo fermo il caliero; il paiolo inadatto ormai ai nostri piatti fuochi, ma incomparabile per fare di una farina grossolana, dopo 50 minuti, una crema morbida. E penso all’uso dei pochi strumenti che erano nel cassetto e facevano tutto senza ausilio di macchine: anche oggi quando adopero la mezzaluna è con quel movimento strano che ho imparato allora, fatto di squilibri e forza, con il ritmo che bisogna trovare per non stancarsi e fare di un insieme di verdure riottose, un battuto.

Erano cose semplici e dense, che spesso avevano una naturale prossimità di produzione, destinate a essere consumate presto, fatte con misura ampia e semplicità, per saziare e aiutare a crescere. Non c’era la pornografia del cibo, il mostrare senza fare, l’esaurirsi nel vedere, esisteva una connessione profonda tra bisogno e soddisfazione, tra desiderio e stagione, per cui l’eccezionale restava tale, perché era parte di una cultura antichissima dove qualcosa avveniva solo in alcuni momenti dell’anno. Di tutto questo veniva dato insegnamento a chi c’era, ed io che ero maschio tra le donne, imparavo il poco necessario a sopravvivere quando sarei stato autosufficiente. La mezzaluna insegnava l’autosufficienza quanto il coltello affilato con cui prima tagliare la cipolla. Insegnava una misura che magari ora non conta nulla, ma che, per chi l’ha avuta, ha fornito un senso di famiglia al cibo, al farne a volte per altri, al chiedersi se basta o meno. La mezzaluna mi ha dato certezze, le spezie e il sale mi hanno regalato il dubbio. E così lo zucchero. Ma tutto aveva, e ha, una forza che nessuna rappresentazione riuscirà a dare ovvero quella del dono di chi cucina ed è la rappresentazione del condividere, ovvero dello sperperato amore. L’unica forma che conosco del sentire.

p.s. lascio la ricetta di un biscotto invernale che ancora faccio e che continua a piacermi. Ruvido il giusto e sincero di gusto.

Zaeti

250 gr. di fioretto di mais
250 gr. di farina 00
150gr.di burro sciolto a bagnomaria
200 gr. di zucchero
2 uova
100 gr. di uvetta
50 gr. di pinoli o mandorle a pezzetti (meglio i pinoli)
latte per ammollare l’uvetta.
1 bustina di lievito
un pizzico di sale
Si monta lo zucchero con le uova e si aggiunge alle farine continuando a mescolare, il pizzico di sale, poi il burro e i pinoli e l’uvetta. Infine il lievito. La pasta dovrebbe essere abbastanza consistente, si regola la morbidezza con il latte che ha ammollato l’uvetta.
Si mettono su una carta da forno, la dose è un cucchiaio per biscotto. Si inforna a mezza altezza in forno a 160° per 20 minuti. Se il forno scalda solo da sotto, si girano dopo 15 minuti.
Spolverare con zucchero a velo.

altrove

Non sappiamo cosa pensino e prevedano gli gnomi che orchestrano le nostre vite. Per approssimazione, con suasione instancabile e gentilezza biforcuta, spingono in una direzione determinata. Fino a quando decideranno ciò sia utile. A cosa e chi non sarà mai chiaro. Come la vacca placida a cui ciascuno s’abbevera di latte, ci illudiamo di chiacchierare con l’amico, ci muoviamo nelle piazze, ci pare di scegliere dove andare nel mondo o vicino a casa. E intanto prepariamo cioccolate che dovrebbero scaldare l’anima, ritmiamo le parole intingendo pennini nell’inchiostro e nei pensieri. Ci pare d’essere liberi senza misura mentre altrove qualcuno, che neppure è uno, ci considera un acquirente potenziale, un numero da mettere nel mucchio, un pezzo di carne da usare secondo fini che ci sembrerebbero orripilanti se davvero nominati. Qualcuno ci pensa con moderazione, senza passione alcuna che davvero ci riguardi,; utili ad altri scopi che non sono precisamente il crescere, l’essere consapevoli e liberi e a volte felici. Ciò che ciascuno prova in una fase del vivere, ovvero l’usare l’altro, diventa professione senza oggetto, come se il fine fosse quello di un distopico futuro che contiene sì l’umanità, ma neanche tutta e per strati utili. E la consapevolezza che ciò accada può essere sommersa da mille piccole apparenti libertà, da decisioni che faranno bene o male, ma i conti prima o poi si faranno con quell’inquietudine che si prova ogni volta che qualcuno spinge con apparente dolcezza le nostre spalle e, voltati si dilegua un’ombra e coglie il freddo vuoto.

 

Altrove, qualcuno pensa a me,

ma non proprio alla mia persona.

Non come fai tu che chiedi, e vorresti ascoltare di me,

di noi il racconto del farsi e il fare. 

È un pensiero dell’altrove che ci ri guarda,

che lega i destini in lasche trame,

così mi pare siano povere le tue, le mie attese.

E se la libertà è il graffiare d’un pennino,

la cioccolata mescolata con cura d’ospite,

se è sentire i colori scivolarci addosso nel tramonto,

tutto questo, penso, lasci momenti di piccola pace,

una breccia in quel pensiero che ci ri guarda

e che apre la porta a finite quietudini da diluire in noi,

come possiamo.

Ma solo questo mai m’è sembrato giusto per davvero.

 

 

 

chiarezza

A volte non sai spiegarti eppure è tutto chiaro, sembra solo insufficiente il lessico perché c’è uno jato tra ciò che senti e ciò che dici. Per questo si ammutolisce e ci si rinchiude in sé, non è un’accusa a chi ti ascolta ma è la percezione della propria solitudine.

E per gli stessi motivi, o quasi, non ci si dovrebbe mai giustificare, accentuare una pena già presente. Dovrebbe funzionare cosi: sono qui, ti ascolto, non giudico e lascia andare quello che non ti fa bene.

Si dovrebbe, ma di rado questa comunicazione profonda è presente e allora per chi non s’ accontenta non resta che attendere un riordino interiore, che le punte si smussino e le lame non taglino. Attendere che tutto trovi una giusta dimensione, adatta alle parole e al sentire, ma allora, spesso, di parlare non si ha più voglia.  

Per questo si cerca la leggerezza, che non è l’ approvazione e neppure il grido che s’arrampica nell’ inaudito, non è la sorpresa e neppure ciò che ti gratifica, è il quieto sentirsi e il proporre a chi potrebbe cogliere e restituire. Ma neppure il restituire conta poi tanto, è la sensazione di condividere e di essere liberi che fa volare quel qualcosa che ci differenzia e accomuna, e che per semplicità chiamiamo anima.

la luce galleggia sui tetti, mia cara

La luce galleggia sulle case e tra non molto inizia la sera. Così si tiene stretta la luce il giorno, ma cede, mia cara, all’incedere della notte. La regolarità delle cose fuori di noi, ha margini di stagionalità e incertezza che meriterebbero almeno comprensione, e invece no, vogliamo perfezioni e ordini inutili. Vorrei dirti di fare attenzione a ciò che accade attorno, ma l’occuparsi di cose futili fa trarre conclusioni generali a ciò che forse è solo un accadere. Abbiamo bisogno di abitudini per distinguere l’eccezionale? E di disastri per far emergere l’umano? Vorrei pensare che non è così, e magari non lo è, ma lo temo, quindi dobbiamo accontentarci del nostro piccolo buono, della bontà esercitata in ambiti compatibili che non interpelli troppo sulle sue conseguenze. Qualche giorno fa ascoltavo un dialogo bislacco sulla necessità di interpretare la cattiveria, sulla sua esistenza e sull’altra faccia del male che non ammette gradazioni. Non è così per ogni offesa che ci riguardi? Ascoltavo e ai nostri piccoli mali, alle manchevolezze, sostituivo i molti assoluti che arrivano dalla cronaca e così penso che ci siano punti di non ritorno, che ad un certo punto si gonfi una bolla di cattiveria che coinvolge la parte nera che sta dentro, non la controlla e vuole la notte. La luce non galleggia più e ciascuno accende una sua artificiale luce che illumina ambiti ristretti, si chiudono le imposte al buio e ci si isola. Come se il buio parlasse e facesse rumore. È il timore che la cattiveria altrui si riversi su di noi, che strazi corpi e menti, che tolga senso alle cose sostituendolo con la brutalità. Ogni notte dell’anima è così, amica mia, e sul mondo si addensano nubi feroci. Il nostro architrave ha inciso un noli me tangere, ma può bastare se quel nero che fuoriesce e dilaga non viene sciolto dal ragionamento. Se l’essere migliori non è conveniente cosa ci può aiutare nel dimostrare che c’è un senso al bene collettivo, alla legalità, alla solidarietà? Basterebbe un ragionamento egoistico, un tenere per efficace la convinzione che in molti si può crescere assieme, stare meglio e invece ciò che ci viene additato è il scinderci in monadi di paura e di cattiveria. La competizione oltre le regole, anzi l’abolizione delle regole, per vincere ciò che dovrebbe essere un diritto. Tu ne sai qualcosa quando ti hann0 accompagnato alla porta, prima il tuo compagno (ma era davvero un compagno?) , quando quell’amore era diventato troppo impegnativo perché richiedeva una scelta di vita. Non tutta, era un per sempre limitato, lo sapevate entrambi, ma già questo faceva paura e così meglio riflettere su cosa vogliamo per davvero, ti ha detto. Distanti per un po’, che era invece un per sempre vero.  Poi il lavoro, quando hanno trasformato il tuo contratto in quello che sembrava un modo più facile di guadagnare e invece aveva dentro di sé una competitività infinita. Il budget del primo anno l’hai raggiunto, quello incrementato del 20% del secondo, hai fatto fatica ma ce l’hai fatta, il terzo anno eri già a rischio e il quarto fuori. Intanto ti eri stremata nel tentativo di riuscire, stremata e sola perché nel frattempo tutti i tuoi contati erano passati ad altri. Mi hai scritto che da allora hai cominciato ad avere dubbi, a non credere nei sorrisi e in chi ti chiedeva fiducia ma non la restituiva. E intanto attorno sparivano alcuni amici; insistere troppo sulla necessità di avere un lavoro, chiedere aiuto, imbarazza.  È un buon crivello il bisogno e ti sei accontentata; adesso aspetti arrivi qualcosa di meglio. Anche nell’amore attendi arrivi qualcosa di meglio di chi ti dice che a volte volerti bene è fatica. Per chi ha chiuso le finestre anzitempo persino la luce che galleggia sui tetti assomiglia al buio. E invece dobbiamo aggrapparci a quella luce per non essere peggiori di ciò che siamo, per non perdere speranza. Mi dirai che è facile per me che non ho i tuoi problemi, e tu che ne sai dei miei? I silenzi cominciano così, con un rapporto con i problemi che ciascuno sente, col raccontarli e far capire la loro importanza, e poi gradualmente constatare che non sono capiti a sufficienza, forse neppure ascoltati perché non si può fare la somma dei problemi propri con quelli altrui. O almeno così si pensa, eppure tu non chiedevi, e neppure io, che qualcun altro risolvesse i problemi per noi, volevi solo condividere, capire meglio come andare avanti, avere una direzione e un modo. Poi ciascuno trova la propria strada ma già saperne più d’una, aiuta. È  quando capisci che non arriva più nulla, che ti chiudi e pensi che esisti solo tu, e così il capolavoro della solitudine soggetta e dipendente si è compiuto. Abbiamo fatto quello che quelli che dispongono delle nostre vite, volevano, perché hanno bisogno delle nostre solitudini per impedire che i problemi trovino il tratto comune che renderebbe necessario un cambiamento nei rapporti. Ci vogliono assieme solo nella paura che è l’infinito insieme delle solitudini, del nero che portiamo dentro e che dobbiamo arginare. Per questo ti chiedo di guardare la luce che galleggia sulle case e di tenere le finestre aperte un po’ più a lungo, di non tagliare troppi fili. Ti chiedo di dire un ti voglio bene in più per chi lo senti. E trova il tempo di dire e ascoltare. Serve a te, a me, a tutti. Serve a farci sentire meno soli, per trovarci davvero quando occorre. Anche per ridere, scherzare, per camminare assieme in silenzio sapendo che ci siamo. Non so che altro dirti, amica mia, ma vorrei che le nostre paure davvero si sciogliessero raccontandole. Forse non funziona così, ma è meglio di quello che ci dicono e ci insegnano. Camminare nella sera senza fretta e senza guardarci indietro mette un po’ di fiducia in noi. E forse questa fiducia si spalma come la luce che galleggia, investe il lavoro, i rapporti, rende le cose più vere. Non basterà ma è diverso dalla paura e dal vuoto e questo già è molto, adesso. Speriamo ci sia tempo di parlare e di ascoltare, tra noi è importante. Lo è sempre ed è un sempre che dura.

la commedia dell’innocenza, scena quarta

Scena quarta:

Il palcoscenico si è ora trasformato in una carrozza di un treno veloce. I passeggeri sono seduti a coppie e rivolti verso la sala. Il protagonista è seduto in prima fila e sta leggendo, ha uno smartphone sotto il libro, a volte lo guarda e scrive brevemente. Gli occhi si spostano fuori dal finestrino. Masse di verde si alternano a gruppi di case, campi, colline, capannoni, guarda e cerca di riconoscere, poi torna al libro. Al suo fianco, una donna, anch’essa intenta a leggere. Non sappiamo se siano una coppia o li abbia messi insieme il caso. Dietro e a fianco, c’è rumore di conversazioni e telefonini. Alcune persone si alzano e prendono cose dagli zaini e dalle valigie. Verso il fondo si vedono persone che mangiano e un paio attendono che si liberi la toilette. Una voce sintetica annuncia stazioni d’arrivo, pubblicità della compagnia che gestisce il treno e la velocità raggiunta.

Il protagonista dice tra sé che bisogna essere responsabili, ma non di tutto e non per sempre. La memoria senza il perdono diventa un peso progressivo, ma se fuori di noi c’è al più l’indifferenza, la rimozione, è con noi che dobbiamo sistemare i conti. Togliere il giudizio è tornare all’innocenza. O forse questa non esiste perché la memoria la impedisce. Solo lo smemorato ha a disposizione un’altra vita e così ricomincia. Chi è leggero e immemore si limita a dissipare, l’iperattivo trasfonde nell’esperienza l’ansia del suo fallire, del non essere abbastanza e così facendo aggiunge memoria e vacuità. Ma chiunque si sia, cosa sanno gli altri di ciò che accade davvero? Nulla o quasi, vedono fatti, interpretano, li riconducono a categorie che conoscono, devono trovare il loro posto in ciò che accade e questo lo fanno per differenza. Vorremmo tornare all’assenza di memoria, al punto zero, ma non è possibile. Eppure ci sono vite che ricominciano, ma per questo serve la purezza della passione e dell’amore.

Attorno al protagonista il mondo si muove, in fondo è lui che sta fermo. Scambia qualche parola con la donna a fianco, riprende a leggere, guarda il telefono e fuori dal finestrino. Medita sul non dire, sul tacere come privazione e punizione per chi non lo ascolta. Andarsene non è mettere un silenzio tra chi si vorrebbe e non si ha, tra il desiderio e la sua attuazione? Però avere ancora qualcosa da dire significa essere conseguenza e novità di se stessi, pensa, servirebbe la mossa del cavallo che scarta e guarda di sguincio, cioè il vedersi prima e non essere prevedibile poi, neppure a se stessi. E procedere andando a lato. 

È diventato irrequieto e vorrebbe abbandonarsi, prendere sonno e arrivare, perché sa che è a una svolta della convinzione. Dopo non sarà uguale a prima, qualche abitudine acquisita con fatica, dovrà cessare. Pian piano invece, la consapevolezza prende forma. In fondo è partito per questo e sa che ciò che pensa lo costringerà a mutare rapporti, a decidere almeno per un tempo che sembrerà sempre infinito, ma avrà bisogno perenne di riconferme. E il pensiero è ormai questo:

Bisognerebbe procedere con l’ indifferenza del volare sopra, perché questa non tiene conto, cioè non calcola e s’imbeve di vita vecchia e nuova reimpastata assieme. È questo che reinterpreta la memoria, che la sottrae al giudizio della conformità e dell’ immagine.

E comunque non è possibile l’ innocenza fuori dell’ amore e della passione, oppure bisogna finire nella follia. Non si può fuggire e neppure restare. E solo nella forza primeva dell’ appartenere riconoscendoci nell’altro, unico per noi, che ci si libera da ciò che sembrava importante e non lo era. Per questo bisogna avere passioni per parlare, bisogna amare per fare il nuovo. Solo in questo ci può essere innocenza e cancellazione d’ ogni fallimento, d’ogni errore e quindi della colpa.

La vita è una sinfonia scritta con le note sbagliate, che si assomiglia e approssima nell’essere suonata. Bisogna cercare l’armonia nella dissonanza, liberare il suono dalla prigionia dell’esecutore maldestro, sottrarsi al critico che non suona, che non scrive, che ha solo studiato, oppure ha fretta o mestiere. E solo l’amore e la passione ricompongono un disegno in cui sembra di aver visto oltre, ma in realtà è ancora tutto da scoprire, leggere, vedere. 

È nervoso e sereno assieme, vorrebbe mettere tutto in parole, ma l’altoparlante annuncia che la sua stazione è prossima. Chiude il libro, si alza, prende i bagagli e si appresta a scendere.

 

la commedia dell’innocenza

Scena prima:

il palcoscenico simula una strada con un caffè che vi si affaccia. Dietro i vetri del caffè si vedono sagome di persone che parlano, ridono, a piccoli crocchi. C’è chi è seduto e chi in piedi, conversazioni diverse che sembrano far stare bene. Nel marciapiede davanti alle vetrine, tavolini e altre persone che parlano e sorridono. La strada è attraversata a volte, da piccoli flussi che si disperdono. Il protagonista principale sta conversando con una donna, piacevole sia per ciò che dice che per l’aspetto curato, con lineamenti fini e belli. Le guarda il viso e osserva i movimenti dolci, sembra attento e ascolta più che dire.

Ci avviciniamo per ascoltare: gran parte dei discorsi parlano di fatti che accadono, di attese e di persone di comune conoscenza. L’atmosfera è a tratti leggera e più raramente riflessiva. Non mancano commenti salaci e gossip che riguardano comuni conoscenze. Il protagonista, che non sa di essere tale e non è neppure il protagonista principale, sembra cerchi di sbrogliare qualcosa di non proprio semplice, cerca le parole. L’atteggiamento di ascolto esprime attenzione e difficoltà. È in atto una riflessione interiore, e si chiede come essere coinvolto nei progetti che la donna gli sta spiegando.

Di tanto in tanto, tra chi passa e chi è seduto ci sono riconoscimenti e saluti, l’atmosfera è piacevole, il pomeriggio è tiepido e i vestiti non pesanti. Tutto fa pensare a una tranquilla giornata d’autunno che punta verso la sera con altri appuntamenti e attività che saranno comunque altrove.

La conversazione tra il protagonista presunto e la donna prosegue, gli echi delle conversazioni vicine e gli scoppi d’allegria arrivano e a volte li distraggono. Ad un certo punto tra le parole della donna, scivolano dei riferimenti a impressioni e a giudizi accennati da altri, sul protagonista e il suo passato. Sono solo accenni che però contengono una negatività non espressa, il protagonista non chiede di più. Come sapesse o fosse indifferente. Poi la conversazione prosegue su altro fino al momento in cui i due si alzano e dopo un breve tragitto sulla strada si lasciano verso impegni diversi.

Il protagonista ora è solo, cammina lentamente per la strada e sta pensando a quei riferimenti che lo riguardano, li mette assieme ad altri pensieri fatti su di sé nei giorni e nei mesi precedenti. È confuso, vorrebbe una soluzione perché vive male nell’apparenza di una tranquillità interiore che non c’è. Pensa, come ha ripetutamente fatto ultimamente, a cambiare ambienti e interessi con un brusco uscire di scena che gli permetta di puntare verso una vita nuova. Sparire a chi lo conosce come inizio per scrivere una nuova pagina, come in una commedia di Pirandello. I pensieri degli ultimi mesi lo hanno portato a esaminare ripetutamente, situazioni e fatti che lo riguardano. Ha esaminato il vissuto degli ultimi anni, ne ha ricavato impressioni contrastanti. Vorrebbe sistemare ciò che è accaduto in un insieme coeso, fatto di scelte e necessità e che arrivi a un presente senza pesi e senza un continuo riandare a situazioni e decisioni precedenti. Sa che l’interpretazione propria e altrui, è intrisa sempre di un vissuto non reale, di un pregiudizio, e che le vite si conformano raramente ai fatti e molto più spesso al pregiudizio e al consenso altrui. Riflette ad alta voce sul concetto di colpa e di innocenza. Si chiede se esse esistano e se vi sia uno stato nativo, lentamente esce di scena.

Scena seconda:

ora il palcoscenico ha ristretto la strada, ci sono meno persone che passeggiano e il caffè ha occupato gli spazi che si sono liberati. Ci sono più tavolini all’esterno e più animazione all’interno. Le persone sembrano dividersi tra chi ha fretta e chi invece ha tempo. Ci sono delle coppie che si sono ricavate degli spazi di intimità e si parlano in un fluire parallelo, che non si mescola a quello dei crocchi di persone attorno ai tavolini o in piedi. I discorsi in questi gruppetti, continuano ad essere leggeri, parlano di persone assenti, di fatti locali, il tono è spesso sardonico e non mancano gli sfottò tra tavoli. Sembrano conoscersi tutti e c’è un tenersi leggeri che non incide sui rapporti. Le battute più pesanti vengono dette sottovoce e subito alleggerite con un riferirsi ad altro o a sé. Nessuno parla in profondità di se stesso, ma trapelano i desideri come possibilità senz’ansia, si capisce che esiste un mondo differente desiderato e per larga parte coincidente, ma nessuno ha voglia di far fatica e in fondo quello che hanno è sufficiente per la vita attuale. Giudizi e apprezzamenti non implicano nessun coinvolgimento e parlare di una festa o di un fatto politico ha in fondo lo stesso tono. È chiaro che le vite realizzate e i problemi veri, come i desideri, sono altrove, questo è il luogo dello scambio in cui si condivide un consenso leggero, si parla di tutto e di tutti ma senza essere realmente coinvolti. Seguendo le conversazioni si vede una graduatoria di temi dove primeggiano i desideri economici, il lavoro e gli amori e poi la vita fatta di tempo libero, di appuntamenti, viaggi. Il caffè è un appuntamento quotidiano o quasi, il luogo dell’accadere esterno alle case. Qualche domanda distratta riguarda il protagonista assente, si chiede ragione della sua scomparsa, si chiede senza intenzione e si passa ad altro.

Scena terza:

C’è uno sfondo indefinito di paesaggio, con davanti un gruppo di case. Una di queste ha una grande porta aperta aperta e mostra il protagonista alle prese con qualcosa che sta su un tavolo. Il contorno di oggetti e di mobili è modesto, dietro al protagonista c’è una presenza che si muove, appare e scompare. Lui è seduto, sta leggendo o annotando a mano. Forse una lettera, perché alza la carta e cerca meglio la luce per leggere, è silenzioso e intento. Posa il foglio. Ha fatto delle scelte che non hanno dissolto i pensieri e in questi mesi di assenza si è misurato con la possibilità che per davvero si possa iniziare qualcosa di totalmente discontinuo dalla storia precedente. Non sembra soddisfatto e lo dice, ma non come rimpianto bensì come considerazione generale sulla vita che si è generata. Fa paralleli e considera se sin dall’infanzia sia tutto determinato. Alterna pensieri ad alta voce e sommessamente, come volesse fare delle chiose al pensiero. Si è chiesto se l’innocenza sia lo stato in cui le relazioni non hanno uno svolgersi obbligato e un giudizio morale e quindi sono ancora prive del concetto di colpa. Ha capito che il procedere della memoria ha aggiunto vita e giudizi e quello che lui ha emesso nei confronti di altri gli è ritornato. Sono pensieri semplici ma irrisolvibili e volendo sfuggire a un ordine dato capisce che bisogna diventare autosufficienti in tutti i sensi e demiurghi di se stessi. Questo lo dice con voce ferma, come fosse un programma. E più sommessamente commenta che questo si può fare in quel luogo in riva al mare, distante da processi sociali complicati, dove la sua presenza è sorretta dall’ autonomia economica.  Lì la vita costa poco e sembra che nessuno si preoccupi particolarmente di lui. Adesso si vede che c’è una donna dietro, quindi ha scelto una vita nuova anche affettiva. Non ci sono affettuosità particolari, si capisce che si sente solo e dubbioso. Chiede alla donna di fermarsi nelle faccende e di sedersi. Parlano delle incombenze di casa, poi di alcuni fatti accaduti in paese. Lui le chiede se sia felice e lei risponde di sì. Si abbracciano mentre arriva la consegna della posta. C’è una lettera. Lei è curiosa e gli chiede notizie, legge il mittente, ride e diventa seria. Forse è della donna con cui il presunto protagonista parlava al caffè mesi prima. Quindi ha lasciato un collegamento e non è sparito del tutto. Quel filo seppure esile, riporta quel mondo dal quale voleva e vorrebbe affrancarsi. Apre la lettera e legge. La donna si allontana. 

Scena quarta

 

 

 

 

 

 

 

 

vicolo dell’anima

Avevo diverse cose da dire, pensieri che si rincorrevano seguendosi e poi tornando daccapo. Nel mio scrivere circolare in fondo torno sempre sui miei passi, come faccio in città cercando vicoli e percorrendoli fino in fondo. Abiti in un vicolo, direte, allora sarà per questo, e invece no, è la tangibilità del limite che m’interessa, la costrizione a guardarsi attorno, in alto perché avanti non si può andare. I vicoli nascono per qualche abuso perpetrato chissà quando: qualcuno ha deciso di mettere una casa dopo un giardino, di chiudere una strada. E qualcun altro gliel’ha lasciato fare. La città ne ha molti, alcuni dopo portoni altosonanti, altri anonimi e solitari. Quella del vicolo è una bella metafora di ciò che sta accadendo attorno a noi: si chiudono strade che prima portavano pensieri, diversità, saperi e chi potè (o può), vi installò la sua casa. È l’arteriosclerosi della società che mentre rende facile il viaggiare rende difficili i cammini individuali e interiori. Guardavo il vicolo dove abitava mia zia, neppure quello era un vicolo perché prima era una strada: strada vecchia. La vecchia toponomastica  ancora affissa lo dice: vicolo vecchio, già strada vecchia. Adesso c’è un cancello di ferro e il vicolo non si può più percorrere. In fondo a quel vicolo c’è una villa e un altro cancello impermeabile alla vista. Lo so per averci passato i pomeriggi vicino. Poi ci fu un fatto terribile, che accadde quando ero ragazzino, il proprietario della casa durante una gita in montagna, uccise i figli e la moglie e poi si suicidò. Dissesti finanziari, dissero in casa, ma c’era molto pudore nel parlarne. Non credo che quanti abitano nel vicolo, ora un cortile, sappiano di queste cose. Arrivano, aprono un cancello col telecomando, aprono un garage con un altro telecomando e salgono nelle case: prigionieri e protetti. Un tempo in quella strada giocavamo in parecchi, in tutti questi anni in cui guardo sotto il volto di accesso, non ho mai visto un bambino che gioca oltre l’inferriata. Tutti prigionieri.

Per rifarmi la vista, allora, ho percorso un altro vicolo vicino. Misterioso come il suo nome, tabacco, però stretto e corto come quelli del monopoli. In fondo ha il solito cancello di lamiera banale e gli alberi che spuntano oltre i muri con i cocci di bottiglia. La strada scivola tra muri e usci che danno sull’acciottolato antico, fatto di sassi della Piave, come si diceva un tempo, e le case s’inerpicano a cercar aria. Questo è un vicolo, talmente stretto da rendere inutili i cartelli di divieto di sosta, però il guardar alto rivela un ponte tra case, pietra traforata e una stanza di passaggio: hanno tentato di chiudere il cielo e non ci sono riusciti e così ne è venuta una continuazione del portico sul corso. Una finta, insomma, e pure riuscita a mezzo. Ovunque giardini pensili in queste minime strade, e subito la sensazione di essere arrivati al fondo dell’orizzontale.

Stamattina camminavo con intenzione curiosa e mi accorgevo che la città che avevo in testa non era la città reale. La mia è una città di fatti, di relazioni, di presenze che si conoscono, scambiano, confrontano e quella che vedevo era una città che fuggiva da sé. Non la città dei futuristi, neppure quella della storia, così presente in queste strade, ma una città che si chiudeva, che girava il capo e non ascoltava.

Ora serve l’eccezionale per smuovere le spalle, far girare i passi, mentre è il quotidiano, così pregno di realtà, che dovrebbe portarci in un vicolo dell’anima, costruito con pazienza e aperto dentro di noi per riflettere su dove si sta andando, guardare in alto e attorno, riconoscendo con meraviglia che non sappiamo dove siamo. E in fondo, nel giardino segreto, coltivare le piante che fanno bene, un orto dei semplici da aprire a chi bussa, un condividere per aprire una strada oltre noi che abbiamo capito il concetto del limite. E allora anche un vicolo avrebbe un senso e uno scorrere.