Chi giustifica e chi no

Una morte resta una morte, un evento tragico illimitato, ma c’è una differenza tra la morte di un bambino, di un civile, di una persona ignara con quella di un soldato? Anche il soldato è un insieme di possibilità positive, di cose che non accadranno più con la sua morte. E allora, tutto eguale? No, c’è un ciclo della vita, la morte fa parte di questo, se non ci si mette di mezzo il caso, la fatalità, la morte è continuità verso se stessi, verso i propri affetti. La morte tranquilla perché il proprio ciclo si è esaurito. Ma questo cosa c’entra con tutto il morire inutile che è solamente dimostrazione di violenza, di discontinuità con la vita? E cosa devo pensare di me, se avverto una differenza del sentire sulle morti, se i numeri mi colpiscono assieme alla loro appartenenza, se distinguo tra l’una e l’altra parte? Stare dalla parte del più debole non ha ragioni critiche oltre ad una conclamata estraneità, alla disparità di mezzi e forze in campo, il debole è oggetto di ingiustizia evidente, non può difendersi e allora come faccio a capire le ragioni dell’altra parte e ciò che sarebbe giusto?
Devo procedere a rovescio, partire dall’ingiusto. È ingiusto che muoiano i bambini, la donne, i civili. È ingiusto che chi non può difendersi venga annientato. Per i governanti, i capi militari le morti civili contano solo se dimostrano altro. Si usa una espressione bruttissima: il tributo di sangue, come ci fosse un moloch esterno a cui rispondere e la morte innocente ( perché qui non c’è colpa ) diventa così un passaggio asettico, necessario, privo di volti, pensieri che non ci saranno più. La politica e i militari usano i morti, li negano o li enfatizzano secondo convenienza e così che diventano numero. Il numero è fungibile, gli uomini no. Ogni militare ucciso, 50 civili, è atroce quanto sta accadendo a Gaza, e lo è ancor più se le ragioni di questa carneficina hanno le loro radici nell’odio. L’odio nasce da qualcosa? Quel qualcosa può essere rimosso? Viene fatto ciò che serve per rimuoverlo? I governatori del mondo non si curano di queste ragioni, per questi demiurghi la contabilità dell’ingiustizia, delle morti serve per altri fini, per mantenere lo status quo, per perseguire logiche di crescita d’influenza. Quanti civili devono essere uccisi perché venga fermata una guerra ? Dipende dalla convenienza. Questo è atroce. L’orrore deve diventare tanto evidente da imporre una fine, ma in certi luoghi questo orrore non ha un numero, un limite: la Siria, il Sudan, l’Afghanistan, ecc. ecc. Altrove si interviene prima, in Ucraina e in Egitto, in Iraq ad esempio. Perché? Si capisce che non c’è correlazione tra giusto e ingiusto, che l’ordine mondiale c’entra poco con le morti innocenti, con la democrazia e con la vita. Ma quanto vale la vita di un bambino? Nulla se diventa numero, la contabilità dell’odio si alimenta nell’antica abitudine al massacro. Pensavamo che dopo l’orrore del nazismo, dei fascismi, dello stalinismo si fosse eradicata dalle menti, invece si è sempre trovata una giustificazione all’odio e alla strage. Ebbene questa giustificazione non c’è se non pensando a un mondo di oggetti, dove gli uomini sono cose, un mondo cieco e inanimato. E il discrimine tra gli uomini diventa questo: tra chi giustifica e chi no. Io no.

dizionario personale:carburare

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Tra noi si diceva, carburare, ed era ciò che superava lo sforzo dell’iniziare. Una parola grezza, forse il retaggio verbale delle dita sporche di morchia e olio dei primi motorini, oppure la sensazione di quell’odore che conosce chiunque abbia avuto una moto d’altri tempi. Lo si dice ancora, tra coetanei, ammiccando significati maliziosi. Come allora. E avere parecchi anni concede lussi inaspettati, da giovani. Il carburare era riferito a parecchi avvii, al primo bicchiere di vino, all’aggirarsi attorno alle ragazze, all’iniziare qualcosa, divertimento o lavoro che fosse. Il carburare mattutino era fatto di caffè. Moka, una sineddoche forse, e mica lo sapevamo allora. Caffè, molto. Prima una sigaretta e qualche colpo di tosse, che faceva uomini. Poi ancora caffè con il latte che faceva bambini. Poi gli espressi al bar. Cose da maschi. E invece no, le donne di casa si salutavano con il caffè e continuavano durante il giorno, con un rito che le metteva assieme secondo regole a noi difficili da capire, ma tra loro funzionava, eccome se funzionava. Con noi no, il caffè del mattino era un rito solitario, gli altri, una scossa e via.

Carburare era mettere in moto un motore rugginoso di sonno, un aprire gli occhi per convincersi che c’era qualche utile (?) battaglia da combattere, un uscire in strada fischiettando. Mancando l’iphone, le musicassette e l’mp3, fischiettare era d’obbligo. Le ragazze imparavano tutte le parole delle canzoni, i ragazzi inventavano o meglio, fischiavano. Che battaglie si possono combattere senza musica? Beh  lo  sanno i generali che la musica la portavano all’assalto, con ottoni e tamburi ed era di tutti. Non come adesso che diventa un fatto personale, da auricolari. E li immagino i soldati che da una parte ascoltano gli ordini e nell’altro orecchio sentono la hit preferita. L’idea della vita come lotta, battaglia, veniva dai nostri padri. Quelli che la guerra l’avevano fatta o conosciuta e si erano sentiti in obbligo di trasferire l’esperienza in un confuso alternarsi di richiami al dovere e compiacimento per la trasgressione, aiutati in questo dall’abbondanza che c’era attorno. Niente era gratis, ma tutto era possibile. Soprattutto vincere. E il caffè serviva per affrontare il giorno. Le donne di casa, quando volevano aiutarti, lo portavano a letto il primo, e non era un riconoscere la differenza, ma un invito a darsi da fare e a togliersi dai piedi. Il giorno come una sfida, questo imparavamo, e il piacere non era il sorbire il caffè, che veniva ingollato, e neppure la chiacchiera, ridotta alla laconicità, parlare e sorseggiare erano cose da donne, serviva la sferzata che metteva in moto il motore, il colpo di manovella, uno sbuffo di fumo e il sangue che cominciava a correre.

Sono passati così tanti anni d’abitudine, ma stamattina il caffè è turco/americano. Lungo, da meditazione, da sorseggiare guardando fuori dalla finestra, poi si comincerà, ma per adesso il pensiero si sospende. Come un acrobata a 20 metri da terra, volteggia lentamente senza rete. E’ così che dev’essere il pensiero, se si guarda fuori da un vetro e si vede altro. Si sente altro. Indugiare e lasciar tempo ai sorsi di colmare di gusto la bocca, poi si andrà. Ora va bene così. Battaglie che non sono più tali, perché tenaci, lente, da confronti intelligenti e rispettosi dove si convince l’avversario e lo si rende alleato. A volte. E sempre dargli molte possibilità di fare assieme dopo. Dopo aver carburato, meglio fare qualcosa che abbia senso oppure una risata ci seppellirà. Bisogna ricordarselo. E un sorriso sarà un incontro o una stilettata. Dipende da quello che si fa capire. E’ un gioco d’intelligenza, non bisogna scegliersi avversari stupidi, che gusto ci sarebbe?

Guardar fuori e prendere il giusto tempo, la vita non è una battaglia, ma una acrobazia. O meglio una danza. Quanto tempo c’ho messo a capirlo. Carburare con il gusto di vivere e muoversi piano, con leggerezza, convinzione e forza. Sapere dove andare. Lo ricordo ancora che me lo chiedevano: dove stai andando di corsa? Mi giravo indietro e sorridevo. Ecco, a me piace scegliere dove andare e a volte solo correre, ma per il gusto, non per altro.

mattinale

Il bambinetto pedala sul suo triciclo. E’ a torso nudo, ha un paio di calzoncini scozzesi un po’ troppo grandi. E’ cicciotto e allegro. Si gira spesso per controllare il rimorchio di plastica su cui ha messo palette e secchiello. Ha giocattoli vecchiotti, ma è felice. Gira attorno a una casa di periferia, fatta negli anni ’50. Case di malagrazia e di molta fatica, senza progetto e di nessuna bellezza, ma è servita per dare un luogo e una prospettiva ad almeno due famiglie. Ghiaia e una corsia di cemento tutt’attorno, sulla rete di recinzione, roseti, potati innumerevoli volte, fioriscono, nell’angolo una baracca di lamiera. Il bambinetto ha una casetta di plastica da giardino, era molto colorata, ora è stinta e forse riciclata, come i calzoncini, da un fratello più grande. E’ un po’ sbilenca, lui si ferma, mette a posto il tetto, raddrizza una parete, poi parcheggia il triciclo e con gli attrezzi comincia a scavare. Si vede che è intento e felice. Del sole, della giornata calda, della stradina silenziosa, del richiamo della mamma che gli annuncerà qualcosa che lo riguarda. C’è amore attorno, una giornata felice, un futuro. Lui non lo sa ma vive in una parte del mondo che è in pace e se questa parte resterà così, dipenderà anche da lui quando sarà adulto.

A Gaza ho visto case simili, tantissimi bambini che giocavano, strade che finivano contro una casa, proprio come in questo vicolo di periferia. C’era caldo, il cielo era di un azzurro preoccupante, da giorni non si vedeva una nuvola. Cominciava la seconda intifada e ci dicevano di stare attenti, lì ho ritrovato la follia della normalità nella guerra dove la vita continua mentre si spara a poca distanza. Non ci è accaduto nulla, la sera tornavamo a Ramallah, si parlava di futuro, di progetti. Cenavamo tardi e la notte si sentiva il crepitare delle armi automatiche distanti.

In un altro vicolo vicino, una ragazzina torna a casa dalla piscina. Ha uno zainetto, il vestito leggero, l’abbronzatura di città e cammina con un passo aggraziato. E’ magra, molto carina, fa il primo anno di liceo, ha bei voti e una famiglia disastrata in cui vive. E’ nella bellissima età in cui ci si innamora perdutamente senza alcun filtro sociale e tutto sembra possibile. La sua dolcezza riscatta gli urli della casa da cui proviene. L’ho vista giocare poco, ma di sicuro l’avrà fatto, adesso la sento come una possibilità bella di vita, un contenitore di sogni che in parte si realizzeranno. Studierà e se ne andrà, potrà vivere ed essere felice. Lei forse ancora non se rende conto appieno, ma vive in una parte del mondo che è in pace e se questa parte del mondo resterà così, dipenderà anche da lei e dal suo impegno di adulta.

Penso ai tre ragazzi ebrei, uccisi da un odio senza umanità. Penso ai 4 bambini palestinesi morti ieri in spiaggia a Gaza mentre giocavano spensierati. Penso agli oltre 200 morti palestinesi di una guerra incipiente. Sento l’indifferenza dell’estate attorno, le emozioni leggere che fanno saltare le pagine di giornale e puntano al gossip, al positivo e confinano tutto in un brusio lontano.

Come si ama, si vive, si cresce, si provano sentimenti nell’età in cui tutto accade lontano? Perché se parlo di crisi, di difficoltà, di politica, anche qui sento il silenzio? E’ l’indifferenza, il tener fuori dalla propria porta il mondo che ci salverà? Non mi indigno più troppo facilmente, e non è cinismo, il fatto è che mi commuovo e la commozione è la spia dell’impotenza, del sentirsi inermi di fronte a un mondo che non è quello che sembra logico. Non quello che vorrei, ma quello in cui sarebbe bello vivere. Parlare di ciò che si sente, della bellezza, dei sentimenti è in fondo facile. Posso ascoltare musica, leggere libri che mi appassionano, godere dello spettacolo della natura, posso camminare, provare sentimenti profondi, pensare che tutto questo abbia un futuro e parlarne a persone che sentono le stesse cose. Posso decidere cosa fare e ho tempo per posticipare. Quando c’è la precarietà e la guerra, anche mezz’ora viene vissuta come un pezzo di vita, mentre io posso permettermi di vivere a tratti, di dire farò domani, di godere di un’attesa. Chi ha una guerra attorno non può farlo, deve vivere adesso, avere sogni immediati.

Non posso farci niente, però mi chiedo se essere insensibili, non parlarne, non sentirsi parte del mondo poi ci aiuti a stare davvero meglio. Avviene tutto fuori dalle nostre vite e ci chiudiamo in un particulare che alla fine diventerà la nostra dimensione. Toglierà le speranze comuni, non ci farà sentire in grado di cambiare assieme ad altri il mondo. Mi pare che tutto si restringa, che diventino angusti i vicoli in cui vivo, la pace che mi consente di pensare, provare, riflettere è un privilegio. Ho tristezza per quelli come me che sentono la propria impotenza, fiducia che il bambino del triciclo, la ragazzina, i tanti ragazzi che vedo per la città faranno qualcosa di sé. Tenteranno una felicità che li riguarda. Non so se diventerà una felicità comune, non so neppure se ho insegnato a mio figlio che la felicità comune è più grande di quella singola.

E’ mattina, c’è il sole ed è estate. Io sono parte di un mondo, mi tengo i dubbi, le piccole felicità e la sensazione che qualcosa mi sia, ci sia, sfuggito. Ma forse c’è tempo. Forse.

amicizie virtuali

Mi viene chiesto di confermare una “amicizia ” su fb. Me lo chiedo anch’io, confermo? Amicizia ha un significato preciso, e per me il social ha meno rilevanza del rapporto umano vero, però c’è anche questo mezzo. Mica mi obbliga nessuno a starci, basta non raccontare come non si è. Quello che dico, sia nel virtuale o meno, è sotto mia responsabilità, quindi se si parla si dovrebbe permettere d’essere ascoltati. Ma la vita è altro, su fb è tutto è così parziale… Anche se possono nascere vere amicizie, in fondo tra affini ci si riconosce.

Non facciamola lunga, i veri amici hanno il mio telefono, sanno che ci sono, e questo basta per tracciare un confine. Non ho obiettivi, non devo crescere in popolarità, non ho nulla di cui vantarmi, leggo il profilo e acconsento. Può finire qui, ma sarebbe meglio avvisare che sono un po’ esigente e che se qualcosa mi disturba, prima dico che non mi va e poi taglio. E non si tratta di avere idee diverse, o almeno non troppo, ma se i nostri mondi che non si parlano, qui lo si scopre dopo. Mica è come nella realtà che capisco se cercarti o bere il caffè con te. E’ importante un caffè assieme, perché ti parlerei di ciò che penso con fiducia e senza pesare troppo le parole.

Questo è il limes con la realtà: cercare davvero l’altro e unire un piccolo piacere alla nostra fiducia. 

 Amor mio fedele, primo, pure la notte in sogno ti vedo; / mi sveglio e non ti rivedo, / e comincio a piangere a lungo. / Poni il mio amore nella tua anima / com’io l’ho nel mio cuore, / perché così vanno le cose nella vita: / amare come si è amati.

“amicizie pericolose”

Essere amici dei potenti comporta dei rischi e qualche certezza. Il rischio è quello di essere coinvolti nella caduta, la certezza è quella che al favore ottenuto si unisce una dipendenza difficile da sostenere. Però scegliere di evitare le “amicizie pericolose” ha un costo, spesso la marginalizzazione in politica o negli affari. Anche nella professione queste “indipendenze” si pagano. Guardo le vicende veneziane di questi giorni, penso a quanti esibivano la frequentazione dei potenti di allora come passe partout per il proprio accreditamento. Molto oggi viene negato, nelle teste vengono ricapitolate occasioni e incontri, ciò che era a pacche sulle spalle ricondotto a semplice istituzionale e necessaria conoscenza. E tutto porta a rapidi reset del passato. E così penso all’evidenza, alle carriere degli yes man, le contiguità vantate, le feste esclusive, il potere esibito. Ci sono degli indicatori infallibili per capire quanto si conta nella testa dei potenti: l’essere invitati nei palchi d’onore, ai ricevimenti dei prefetti, alle tavole esclusive di C.L. Se questi inviti cessano, significa che non si conta più, ovvero che non si è potenzialmente interessanti per altro e che il proprio ruolo pubblico è scomparso. Visto quanto accade, ed è già accaduto in passato, capisco che non cercare le “amicizie pericolose” è una predisposizione inconscia, che conoscere per lavoro è molto diverso dall’essere sodali, che “non contare” è una libertà grande, che ciò che salva è una timidezza diffidente che induce a non lasciarsi andare, a non cercare confidenze eccessive. E infine, che dire di no, non è facile, ma paga se è conforme a ciò che si sente. Potrebbe essere definita una scarsa attitudine a puntare verso l’alto o meglio, un’ambizione molto limitata. Ma non è una diminutio, è una vera benedizione se si sa apprezzare l’equilibrio che genera.

gestire la sconfitta

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La notte è profonda e fa così caldo, in questo preannuncio d’estate, che allungare il percorso è un sollievo. L’aria è piena del profumo dei tigli, a terra, i loro granuli gialli si sono disposti in scie secondo i capricci del vento. Aspiro e ascolto la notte. E i miei passi, pesanti tra le mura del vicolo.

Come si gestisce una sconfitta? Ci sono quelle passate nel ricordo, ma il futuro sembrava infinito, eppure anche allora faceva male. Se ha vinto la democrazia, le idee che si ritengono giuste e buone per tutti, hanno davvero perduto?

Ora ci sarà la ricerca delle ragioni: il candidato sbagliato, la campagna elettorale poco efficace, la città che è conservatrice e si è presa la sua rivincita. Ma allora in questi anni saremmo stati usati. Credo non si sia capito abbastanza e che sia finito un ciclo. E tutto questo cos’ha a che fare con le idee?

La mia generazione conclude un percorso. Era ora, eravamo stanchi, ma questo cos’ha a che fare con le idee di futuro? Se perde la solidarietà e l’equità, se fa un passo indietro lo sviluppo sostenibile ed emerge forte la logica del profitto, abbiamo perduto solo noi?  

Sentirsi sconfitti è più che esserlo sul campo, così cerco di pensare che è una battaglia di una guerra infinita, ma intanto, al bivio, la nostra piccola storia ha preso un’altra strada. Non si torna mai indietro, bisognerà immaginare altri percorsi che intercettino più avanti il cammino. Non tocca a noi, non più, saranno altri.

La notte è calda, materna sembra ascoltare i pensieri, suggerisce di raccogliersi, mettere assieme il dentro e il fuori.

Ma come si gestisce una sconfitta?

Riconoscendola e passando il testimone. Mettendosi a servizio in silenzio, siamo stati troppo a lungo in scena, adesso è ora di andare, il racconto, anche delle nostre idee, spetta ad altri.

sesso e libertà

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I tre giornali locali trattano tutti di violenza, sulle cose, sul patrimonio, sulle persone e il Gazzettino sceglie quella che può colpire la fantasia. Non ho nulla da obbiettare, neppure alla velata pruderie sempre connessa a queste cose. Ma allora cosa mi ha sollevato quel moto di ripulsa quando l’ho vista? Credo dipenda dal fatto che non ho particolari giudizi sul tema e che sesso e libertà per me dovrebbero accompagnarsi, con l’unico limite della libertà altrui, ovvero fare sesso in autobus com’è successo qualche mese fa da parte di un trio alticcio, non è libertà ma violenza nei confronti di chi è nell’autobus. Nel caso della locandina, non c’è violazione della libertà di orgia, ma il fatto che una persona sia costretta a parteciparvi. Forse ci siamo persi qualcosa per strada nella liberazione sessuale: le persone.

inventario

Due blocchi di fogli bianchi, una agenda, tre libri (uno non è mio), una moleskine, un paio di progetti di lavoro in minuta. appunti per un convegno da fare, un ombrello piccolo, una penna laser, una pila, matite e penne, cancelleria varia, un carica batterie per iphone, una batteria di riserva, scritti vari tra cui un paio di poesie, altre cose che non ricordo. Tutto dentro una borsa di tela nera e plastica rossa da tracolla.

Per un furto servono due condizioni: un ladro, un oggetto da rubare. Il mio oggetto valeva nulla per un qualsiasi mercato, ma il ladro non lo sapeva. Quindi sono io l’incauto a lasciare una borsa piena di carte in macchina nel parcheggio davanti al cimitero. Però il danno, ovvero un finestrino spaccato, il tempo che sto perdendo -e perderò- per riparazione, denuncia, appuntamenti spostati ecc. ecc. questo sì è rilevante. Il brigadiere, gentilissimo e bravo, mi ha detto: vedrà che la borsa l’hanno buttata dopo qualche centinaio di metri, visto il contenuto. Ho guardato fuori, pioveva a scroscio e ho pensato che comunque tutto si sarebbe rovinato. Le parole scritte con la stilografica si sarebbero sciolte, la carta si sarebbe gonfiata e incollata, il resto comunque si sarebbe dovuto rifare. Comunque ho cercato attorno, percorrendo le strade a bassa velocità. Dal finestrino sfondato entrava aria, odore di sera, di erba bagnata e di cena, e i rumori che usualmente si perdono nella corsa. Non ho trovato nulla, ma questo mi ha consentito di pensare.

Come ci si sente? mi è stato chiesto. Un po’ violati, ma senza troppa rabbia, almeno per me è così. Mi spiaceva, pensavo a come un contrattempo modifica il nostro tempo, annulla cose a cui leggermente teniamo, genera una catena in cui ci sono scuse da chiedere a chi, inconsciamente, è stato coinvolto. Non sarà facile ritrovare quel libro. Poi ho pensato anche che questo è un piccolo reato, e che se il ladro, un po’ stupido invero, fosse anche stato preso con le mani nel sacco, gli sarebbe accaduto poco. Qualche ora di cella e poi subito fuori. Quando si parla di depenalizzazione, forse è questo il prezzo che dobbiamo pagare alla società che non insegna a sufficienza il rispetto e l’uso dell’intelligenza. Il rispetto eliminerebbe una gran parte dei piccoli reati, l’intelligenza aiuterebbe i ladri a scegliere meglio i loro obbiettivi. Ecco forse dovrei prendermela con la società in cui vivo per il disinteresse che si è fatto strada in questi anni verso una educazione collettiva al rispetto reciproco.

Il ladro stupido non migliorerà, fa una vita povera, vive di violenza inutile. Io diventerò più diffidente, nasconderò le cose, non mi fiderò degli altri. In fondo oltre a rubare qualcosa che non gli serve, uno stupido, mi ha tolto un po’ di fiducia e ha peggiorato la mia vita. Ecco questo sento e non mi piace, perché è un piccolo sentimento negativo, ma passerà, cambiando abitudini, passerà.

hanno vinto gli integrati

Viviamo in una complessità crescente. Ingovernabile dal punto di vista della comprensione. Il cambiamento è così veloce e continuo che la sua metabolizzazione è impossibile. Nessuno, compresi gli artefici del cambiamento, è in grado di prevedere dove stiamo andando. Intanto la testa si adatta secondo ciò che conosce. C’è chi si attacca alle tradizioni, alla sua cultura appresa, cerca punti solidi anche se vede che il mondo che li ha prodotti sta scomparendo, come se questa interiorizzazione del conosciuto si trasformasse in qualcosa di stabile. Altri puntano sulla non conoscenza, non ritengono, e non vogliono, capire, restano alla superficie e utilizzano l’utilizzabile. Altri ancora, vivono il cambiamento come condizione essenziale per sentirsi vivi, devono cambiare per non pensare a ciò che accade e comunque hanno una fede illimitata sulle capacità correttive della scienza. Ben pochi si chiedono dove stiamo andando, si fermano per una riflessione, si oppongono con motivazioni che analizzano, prevedono e danno alternative. La divisione è ancora tra apocalittici e integrati, solo che hanno vinto gli integrati e gli altri aspettano, amaramente, di avere ragione.

buona notte Italia

Spazzola con cura i capelli bianchissimi. Guarda verso il basso, intenta nel suo lavoro di preparazione al sonno e non mi vede. Indossa uno di quei completi fatti di maglietta e gilè accollati, entrambi neri. Avrà tra i 70 e gli 80 anni. Difficile dirlo. La sua stanza da letto è sotto il portico. Ha un sacco a pelo, di quelli finti militari, che usavamo nei campeggi da ragazzi, e una borsa che le fa da cuscino. Due archi più in là dorme su dei cartoni un’altra persona. Lei è pulita, ha perfino qualche tratto di civetteria inconscia, l’altro, è un uomo, sembra sporco. Forse è la coperta logora e la polvere che ha attorno che lo fanno sembrare così. Nel giardinetto vicino alla chiesa dorme qualcun altro coperto di carta. Stanotte fa freddo e la città ha sempre più poveri che dormono per le strade.

Porta, porto, portico, hanno la stessa radice, quando si perde la casa non c’è più una porta e allora si cerca un altro approdo. Questi sono approdati sotto un portico da chissà dove. Quella signora avrà avuto passioni, si sarà sentita amata, bella, avrà avuto cose sue attorno, una famiglia, speranze, un lavoro, una porta da chiudere o da aprire, adesso non ha nulla o quasi e ripete i gesti che un tempo sono stati importanti. Come se la cura di sé l’ancorasse a qualcosa. Ha ancora una identità. E’ persona. Le offro un pacchetto di biscotti, mi guarda, sembra non capire, poi li accetta. Le auguro buona notte.

Buona notte Italia, buona notte città, buona notte a tutti quelli che dormiranno nel loro letto, nelle loro case. Buona notte a tutti quelli che una casa non l’hanno più.

E’ davvero notte. Lo è sempre stata, ma ora mi pare di più. E’ scuro nelle nostre strade bene illuminate, non c’è luce, abbiamo paura di fare qualcosa che non serva solo a noi. Cosa ci è accaduto davvero?