solo posti in piedi

L’uomo ha fatto fatica a tirarsi in piedi. La sua schiena glielo ricorda per tutta la vita. Ma anche la posizione seduta, di riposo, non è così naturale, le sedie seguono più principi estetici che la fisiologia. E qui finiscono le considerazioni generali. Un tempo il cartello solo posti in piedi indicava un disagio, una minore fruizione di ciò che veniva proposto riservato agli ultimi o ai meno abbienti. Credo che per questo abbiano inventato lo sgabello ovvero un modo per stare in piedi appoggiando la coda. Ma il pensiero non nasce dalla stanca e alcoolica osservazione dei propri vicini appoggiati al bancone del bar, ma dalla notizia che una nuova tendenza dell’organizzazione aziendale magnifica gli effetti produttivi del lavorare in piedi. Se è per questo bastava che ci si guardasse attorno e si sarebbe visto che una gran quantità di persone si siede di rado, ma la grande “intuizione” consiste nel far lavorare in piedi gli impiegati, che non sarebbero proprio in piedi ma sorretti da una gruccia su cui appoggiare i glutei. Se magari gli si racconta che questo rassoda la parte forse ci saranno schiere immediate di adepti. Però sorge una domanda: se ci sarà un aumento di produzione a fronte di un disagio, non appoggiare mai la schiena non è proprio il migliore dei modi per lavorare 8 ore, chi si terrà il beneficio? Ecco una risposta a questa domanda ci riporta all’inizio di queste considerazioni: i primati si sono rizzati sulle zampe posteriori per correre meglio, per raggiungere la frutta sui rami bassi senza fare salti, per spostarsi vedendo cosa c’era sopra le erbe della savana, quindi hanno perseguito un utile. Allora la domanda diventa: se cambio postura che utile ne ho?

espunti dalla realtà

Nessuna prima pagina dei giornali su carta parla dello sciopero di domani. E’ significativo, la stampa si conforma ad una idea per cui chi protesta è marginale. Il fatto che vi sia un declassamento delle idee a favore dei personalismi, delle banalità momentanee è un processo che dura da tempo, prima sui talk show, ora ovunque. Anche l’antipolitica viene derubricata a fatto accessorio, serve anch’essa ad una maggioranza fatta di pochi che raccontano un paese diverso da quello che esiste.

I lavoratori, i pensionati, non fanno notizia, espunti dalla realtà, assieme alla crisi strutturale. Scompare l’aggettivo epocale quando servirebbe davvero e la crisi viene trattata come problema transitorio. Del resto sono scomparsi anche i suicidi di imprenditori. Le morti strane e poco spiegabili diventano trafiletti di interruzioni di servizi: una persona è caduta sotto un treno, due ore di fermo della linea ferroviaria.  Non basta più una storia, un morto, serve qualcosa che superi l’indifferenza. La crisi silente, i disoccupati atomizzati in migliaia di piccoli fallimenti e ristrutturazioni aziendali, sono un elemento di sistema e ciò la dice lunga sull’utilità di una informazione che sta diventando conformazione. Embedded.

Solo il caso, lo scontro fisico fa notizia ormai, questo sindacato ha stufato, si sente ripetere e Renzi l’ha capito subito. Ma di quale realtà si sta occupando chi per mestiere dovrebbe riferire ciò che accade? Va bene così? Chi riguarda la crisi, come se ne esce, quali alternative ci sono?

Domani chi sciopera ha una realtà diversa di quella di cui si parla, anche così il popolo si divide, anche così il potere diventa nemico, e invece avremmo bisogno tutti di unità, non di conformazione, di obbiettivi condivisi non di prove muscolari, ma non se parla e chi sciopera non si sente ascoltato. Il danno diventa anch’esso strutturale.

l’illegalità fa male: digli di smettere

Accendo mezzo sigaro, sono in un bar, quasi immediatamente mi chiedono di spegnere o di uscire. Ho attorno la riprovazione generale. Anche dei fumatori. Spesso mi accade anche fuori di sentire commenti infastiditi sul fumo.

Salgo in autobus, è pieno, faccio fatica ad arrivare a timbrare il biglietto. Ad ogni fermata salgono e scendono persone, pochissimi timbrano, tutti abbonati? Nessuno protesta o chiede ragione. Arriviamo in stazione, tutti scendono, tutti liberi. Farla franca sembra dia una soddisfazione particolare.

Quindici giorni fa un amico dirigente mi parlava del seminario, che ha tenuto la sua azienda, sulle nuove regole sugli appalti della pubblica amministrazione. Dovevano capire cosa c’era di nuovo e allora hanno chiamato avvocati, dirigenti pubblici (quelli che scriveranno i nuovi appalti), commercialisti. Alla fine la conclusione è che la procedura non è più difficile, neppure più trasparente, solo si sono moltiplicati i decisori, e quindi ci saranno problemi, che nel migliore dei casi saranno burocratici. Però tutto si affronta e il lavoro è lavoro. Ci sono centinaia di persone che lavorano e che devono essere pagate ogni mese, si capiranno le regole e si cercherà di vincere le gare. Guadagnandoci, naturalmente.

Siamo al bar, parliamo di Roma, tutti sono schifati, tre mesi fa parlavamo di Expo e Milano, poi due mesi fa di Mose e Venezia. Vedo sorrisi di compatimento per il mio accalorarmi, dicono che è così ovunque, hanno preso quelli facili, quelli impudenti. E’ uno scandalo che serve a qualcuno, poi tutto si quieterà, è il sistema che è marcio. Ma io dove sono in questo sistema? Se pago in nero un lavoro, se l’amico del bar mi fa uno scontrino a volte sì e a volte no, se faccio un favore per avere un mio diritto, se chiedo una raccomandazione nessuno si indigna. Se corrompo per avere un lavoro o evitare una ispezione e dico che è per non chiudere l’azienda, allora molti giustificano. Però quando prendono un corrotto tutti si indignano, e i corruttori? Perché non hanno altrettanta riprovazione di quando mi sono acceso il sigaro nel bar ? Se nessuno fuma al cinema o al ristorante, significa che il controllo sociale funziona benissimo. E allora quando si dice che siamo tutti onesti significa che non rubiamo cose, ma pure che gran parte di noi si gira dall’altra parte se vediamo farlo. Certo c’è il problema del rapporto cittadino istituzione, se si denuncia qualcosa la parte istituzionale ha proprie regole e abitudini, non interviene secondo i tempi con cui si attende che le cose vengano affrontate, le pene sono ridicole, lo Stato è inutilmente inquisitorio con i piccoli, e non con chi trova la strada per passare attraverso le regole. Ma pur senza sanzioni applicate non si fuma nei luoghi chiusi e quindi significa che una strada c’è per far rispettare la legalità senza troppi interventi. Dipende da noi, non votare più un disonesto, non prendere prodotti di una azienda che corrompe è un deterrente più forte della legge. Dipende anche da noi.

p.s. Le grandi aziende di software e i governi, assumono gli hacker per capire da chi li viola, le debolezze dei sistemi informatici e renderli più sicuri. I maggiori esperti di corruzione sono i corruttori, chi studia le norme per violarle, lo Stato dovrebbe assumerli, pagarli moltissimo e utilizzare la loro scienza per rendere forti e applicabili le leggi sugli appalti. Non lo dico io, lo dice l’OSCE. Costerebbe molto meno della corruzione e i lavori sarebbero fatti meglio.

lo spunto

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Chiunque legga sa che c’è una possibilità magica per pensare fuori del rumore delle notizie: basta andare verso la libreria di casa, ma funziona ovunque ci siano libri, sceglierne uno e aprirlo a caso. 

“Sì, stiamo invecchiando, ma in una società che giorno dopo giorno si organizza in funzione del nostro invecchiamento. Da adolescenti eravamo la bussola della neonata industria della moda e del tempo libero; da giovani eravamo corteggiati dai partiti (ah, il voto giovanile! Andava intercettato ad ogni costo, quel voto); in età matura abbiamo occupato il centro della scena; e adesso che stiamo virando intorno ai sessanta, come una calamita orientiamo sul nostro asse la produzione, i servizi, la politica, la cultura, lo spettacolo… Dev’essere triste constatare ogni giorno di essere minoranza ai margini. Capisco che i giovani ci guardino a quel modo. Non solo gli abbiamo negato il potere, ma gli rubiamo persino la consolazione della giovinezza. 

Marco Santagata, Voglio una vita come la mia. Guanda.

Questa giovinezza che si prolunga riguarda uomini (forse in maggior numero, perché più farfalloni?) e donne, ma che farci? Se ci si sente bene, se il corpo non ha eccessivi acciacchi, se non ci sono problemi economici irrisolvibili, un confronto costante con i propri coetanei o quelli immediatamente più giovani è istintivo, e fatalmente quelli che sono messi peggio si trovano sempre, così cresce la considerazione di sé e subentra l’idea di non età, cioè la percezione di non corrispondere a un modello, di esserne eccezione. Il libro è recente, eppure all’autore, sfugge il fenomeno Renzi, ma un fenomeno è pur sempre un’eccezione e prima che i quarantenni (non tutti, quelli che tagliano radicalmente col passato, e quindi gettano catino, acqua sporca e bambino) prendano davvero il potere vero e non siano strumento di qualche gnomo che sa come funzionano le cose, ne deve passare di tempo. Resta questa impressione di giovinezza fuori contesto che porta a un culto edonistico della felicità. Nulla di male, ma se si persegue esclusivamente la felicità propria, quella altrui diventa poco importante. E ovunque sia, l’infelicità diventa un rumore di fondo che lascia indifferenti. Se la felicità e il benessere sono questioni di merito e la definizione di felicità si sposta decisamente verso l’individuo, allora questo vedendosi -e sentendosi ammirato- per il suo potere e il successo, è facile perda la nozione di ruolo e di età.

Faccio un inciso su meritocrazia: quando nacque alla fine degli anni’50 era un termine negativo perché preconizzava un distacco delle élites dalla gran parte delle persone e ne postulava l’arroganza e l’esercizio del potere in senso non egualitario, poi si trasformò in valutazione positiva da perseguire nella scala sociale ed oggi è proposta come unico modello di mobilità sociale. E’ una trasformazione laica della benedizione divina insita nel protestantesimo che nella prosperità e nel successo vedeva un segno della benevolenza divina, ma senza mecenati o redistribuzione: ovvero chi ha si tiene ciò che ha raggiunto. 

Santagata parla di una generazione, la mia, prediletta dagli dei. Cresciuta nella più grande trasformazione che la storia dell’umanità occidentale abbia conosciuto. Senza guerre, fame, malattie irrisolvibili, in un progresso tecnologico inventato dalle due generazioni precedenti, ma utilizzato al meglio solo ora. Chi ha avuto la fortuna di nascere in un’epoca in cui la crescita era continua, la mobilità sociale per chi studiava o aveva ingegno era assicurata, ora fa fatica a considerare che questa sia stata fortuna e quindi ridimensionarsi in conseguenza. Il fatto che quarantenni determinati vogliano sottrargli il potere è un’ulteriore dimostrazione della sua forza e giovinezza e siccome il confronto si gioca sul momento, il tempo diventa una variabile insignificante. Credo ci sia una intrinseca soddisfazione in qualsiasi conquista e non aver trovato un patto generazionale, comporta che il confronto continui ad esercitarsi, in ogni campo, dal successo economico alla conquista della bellezza, senza una necessità di progetto o prospettiva, perché queste farebbero emergere il tempo come determinante. Ne consegue l’incapacità di vedersi, di cogliere una collocazione sociale che abbia relazione con l’età, porta la giovinezza protratta indefinitamente a creare il mito di sé, la sensazione di non avere altro limite che la propria capacità di soddisfacimento.

C’è inanità nel voler mutare questo confronto, l’incapacità di un passo indietro e di redistribuire la fortuna avuta mettendosi a disposizione. Invece l’abbiate fame di Steve Jobs è precetto intergenerazionale e si esercita in uno scontro continuo, fatto di cose piccole e grandi, di conquiste sul campo. Il male non guarito è quello del confronto su un terreno, quello del potere, che non ha età, ma solo forza e fascino. Questo intacca ogni possibilità di essere noi e condanna all’io. La generazione benedetta dagli dei, può lasciare molte macerie e sopratutto figli che non siano migliori di lei.

n.b. la parola spunto mi è venuta a mente pensando a Boris Vian e allo “sputeremo sulle vostre tombe”, segno di una solitudine infinita di chi alla fine perderà senza lasciare rimpianti.

pretese

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E’ come dire: non capisco la matematica. Oppure: non mi piace la poesia. Ed esserne pure contenti. Eppure controlliamo il resto, guardiamo l’ora per sapere quanto manca a qualcosa d’importante, ci fermiamo a guardare un tramonto, ci commuoviamo per una musica, ecc. ecc.  Adoperiamo l’aritmetica, preferiamo e gustiamo il bello, anche senza esserne educati. In quei momenti, forse, vorremmo capirne di più, per goderne di più. Allora può essere indifferente, o addirittura motivo di gloria, non capire i sentimenti, farci la scorza, e non sapere (che poi significa scambiare e comunicare) di cosa si parla quando usiamo parole come amore, condivisione, affetto, tristezza, solitudine, ecc. ecc. ?

E se questa fosse solo un’ incapacità culturale, una timidezza ad entrare in campi troppo sensibili e pericolosi, divenuta carenza d’educazione, allora ciò che sembra lasciato all’intuizione e sensibilità del singolo, avrebbe di una grammatica, delle regole sintattiche, e così sostanza e sfumature emergerebbero ben oltre l’apparenza, la superficialità, il sentire innato. Un tempo solo alcuni studiavano, e usavano il sapere, il resto brancolava nell’istinto e nella fatica dolorosa delle vite, così, oggi, i sentimenti sono ancora terreno in cui al più giova l’esperienza e nessuno insegna come entrarci, rimanerci, uscirne. E come viverli al meglio. E si vede cosa ciò produce.

certezza

Da qualche parte nascerà, non dubitatene. Scorre nel sangue, si annida nei pensieri, la realtà lo alimenta e lo fa crescere. Lo portiamo con noi oltre la convenienza, oltre la cupidigia, oltre l’egoismo. Tutti sentimenti singoli, che hanno misura nell’individuo non nell’essere assieme. E’ un bisogno, non un desiderio e così emergerà, dapprima, come grido di pochi, ma crescerà e farà battere i cuori, scaldare le tempie ed esercitare le intelligenze per essere soddisfatto. Emergerà e mostrerà l’evidenza a chi non vuol vedere. Del resto lo vediamo, lo subiamo, lo sentiamo cosa produce un capitalismo senza dialettica. Lo viviamo nell’ambiente che si deteriora, nel lavoro che manca, nelle crisi che non trovano soluzioni, nel distacco sempre più forte tra chi ha e chi non ha. Lo sentiamo nei diritti che si affievoliscono, nell’uomo che conta di meno, ma soprattutto lo vediamo nella diseguaglianza che cresce, nella povertà senza riscatto, nelle contrapposizioni tra poveri per strapparsi un diritto. Perché consumata la democrazia, il rispetto, la dignità degli uomini, il denaro lucra sulla crisi, sui settarismi, sull’intolleranza. Nascerà da qualche parte, avrà un nome antico, rivoluzione, e parlerà ancora con parole antiche: uguaglianza, fraternità, libertà, ma tutto sembrerà nuovo a chi lo vivrà. Non è una speranza, è una certezza, è sempre stato così, la storia non si ripete ma obbedisce alla spinta verso l’essere assieme, verso il costruirla assieme. Non prevalebunt è l’equivalente del no pasaran, sempre le stesse parole, sempre gli stessi bisogni. Profondi, radicati, incoercibili, certi.

vorrei sapere chi mi ha venduto

Vorrei sapere chi fornisce il mio nome e numero di telefono ai call center. Vorrei sapere perché ogni giorno, l’80% delle telefonate su rete fissa mi offrono qualcosa che dovrebbe costare meno di quello che pago. Vorrei sapere se il tempo che perdo ad ascoltare è solo segno di una mia cortesia e del rispetto verso chi fa un lavoro mal pagato, con un accento straniero, messo chissà dove, oppure se è una mia debolezza. Vorrei che nessuno si permettesse di registrami senza che io lo chieda. Vorrei sapere perché mentre si vogliono mettere limiti ad internet, il governo non mette limiti a questa vessazione continua. Vorrei sapere perché le cose si sono degradate a tal punto che nessuno difende gli anziani che sono i maggiori utilizzatori di telefonia fissa. Vorrei sapere perché devo pagare qualcosa dove vengo venduto come possibile cliente e perché non pagano me. Vorrei sapere perché i servizi su banda larga sono sempre carenti e la pubblicità invece funziona sempre sullo schermo dei browser.

Vorrei sapere se chi pensa di avermi venduto lo crede davvero oppure non gliene importa nulla, io propendo per la seconda soluzione e allora, mercante di indirizzi e telefoni, stai sicuro che non mi avrai, che ogni telefonata che ricevo mi allontano dai tuoi scopi e da quelli dei tuoi clienti, che sto usando la dissuasione del rifiuto, che non rispondo più a chi non vedo come numero conosciuto. Non mi avrai e se in molti faranno barriera fallirai. E’ il mercato bellezza e io voglio, che nel mio piccolo, tu scompaia perché sei noioso, infedele e usi due debolezze, quella di chi lavora per te e quella di chi risponde. Sei un mercante che importuna e ha merce opinabile, non ti rispetto perché tu non rispetti me.

gli uomini del fango

Se fossi in loro mi offenderei.

Per l’assenza di soluzione ai loro problemi e per la somma di luoghi comuni di cui sono oggetto. Per la fuga dei cervelli, per le bombe d’acqua, per la tragica fatalità e per il tutto era già previsto che gli raccontano. Mi offenderei per la presa in giro d’una realtà raccontata, così pelosa e inconsistente da essere sui giornali per tre giorni e poi archiviata. Come si potesse archiviare la realtà…

Angeli del fango. Chissà cosa significa?

Che non si sporcano a spalare merda e fango? Che sono buoni e che rappresentano una sorpresa positiva nell’indifferenza di chi è stato graziato dall’incuria o dalla sorte? I giovani che stanno dando una mano a Genova, sono quelli che abbiamo attorno tutti i giorni. Che troviamo per strada e sono allegri o tristi, che vediamo a piedi, in bicicletta, in motorino. Che vivono in una scuola indecisa su cosa dargli, tra datori di lavoro che invece sanno cosa dargli, cioè poco o nulla. Sono gli stessi giovani che vogliono divertirsi, ma anche avere un futuro. E se credono sempre meno nella politica è perché la politica gli ha detto che hanno meno speranze dei loro padri. Però sono giovani, non ancora consumati dall’indifferenza di chi comunque ce l’ha fatta, e allora si rimboccano le maniche in cerca di un posto di lavoro, studiano, s’impegnano sperando che davvero serva per avere un mestiere.

Nello spalare fango e liquame c’è il massimo della solidarietà e il minimo dell’efficienza. Per spalare con efficienza vanno bene le ruspe, ma se non ci sono o non hanno conducenti, che si fa? Si rispolvera la solidarietà e ci si mette a spalare. Solo che lo stato sono le ruspe assieme alle braccia dei cittadini e se mancano le prime allora è lo Stato che manca. Questi ragazzi non se ne rendono conto, ma ciò che buttano nei rivoli verso il mare è il prodotto di quello che ha reso difficile la loro vita. Uno Stato che interviene a posteriori, che non provvede all’evidenza, dove chi governa il territorio ha paura o peggio, altri interessi, dove la fragilità non è il fatto idrogeologico, ma la vista e la memoria. Uno Stato che sta per adottare un provvedimento che renderà ancora più facile il cemento e l’ha chiamato sblocca Italia, ma non ha ruspe, non ha giudici efficienti, non ha condotte fognarie, canali che portino a mare, non ha coscienza collettiva.

Quello che ci tiene assieme è il minimo dell’efficienza, lo sperare che vada bene. Questo fa parte della coscienza che nasce in famiglia e riguarda i beni comuni, ma a tutti, fuori, i principi che vengono insegnati riguardano il successo di sé, e sono la competitività, la velocità, l’efficienza, la brevità, la resilienza. Sì, anche la resilienza perché in un autoscontri vince chi reagisce meglio alle botte. Qualcuno parla anche di solidarietà, ma sottovoce perché non è di moda come fondamento della politica e così sembra riservata all’antica carità cristiana: la pietà per chi non ce la fa, non il mettersi assieme per cambiare le cose. Renzi non è ancora andato a Genova, luogo difficile in questo momento, Grillo ci va domani, aveva la kermesse 5 stelle a Roma. I due non sono la stessa cosa, preferisco chi proverà a fare, non chi distrugge ogni cosa che tocca. In questi giorni parlare di peste non è bene, abbiamo tutti una vaga inquietudine per Ebola, e abbiamo visto troppi film di fantascienza. Credo che mettere assieme sia la cosa più difficile, che urlare e additare nemici sia più facile. Chi amministra è marginale nel movimento di Grillo, vorrà pur dire qualcosa. Confesso che la mia generazione ha molte colpe, una è quella di non aver ascoltato, o visto, o provveduto. Nel ’66 a Firenze ci potevano pur stare gli angeli del fango, già nel ’70 a Genova (eh sì, accade spesso) era difficile, ma se i figli e i nipoti di quelli di allora sono ancora a spalare, qualcosa nella coscienza ce lo portiamo. I ragazzi di quasi 50 anni fa, una speranza l’avevano, ora questa non c’è, si deve creare. Può nascere una speranza dal fango? Sì, se una coscienza di un giorno, di una settimana, diventa una coscienza comune, se si crederà alla realtà e non alle parole, se quelli che ora sono angeli diventano uomini. Ben più terribili degli angeli, e sporchi di realtà, gli uomini. Un esercito di giovani determinati al cambiamento può cambiare la fatalità, i luoghi comuni, la protezione civile con l’aspirina, la metereologia che non c’è, l’Italia. Sono grandi gli uomini del fango.

le donne e gli uomini di Kobane

Prima la vita, dopo la pace. Hanno distribuito le armi alle donne, a tutte, anche a quelle anziane, a Kobane. Le donne hanno sopportato le follie degli uomini, hanno accudito figli e protetto compagni, che altri avrebbero ucciso. Sono state custodi nella storia di questo animale pericoloso che si chiama uomo, di quello che gli permetteva di continuare ad esistere. L’ultimo baluardo, prima culturale, poi fisico, all’estinzione. C’è una fierezza particolare e un’ appartenenza al genere, nelle donne, che l’uomo fatica a possedere. E a capire. Per lui funziona l’istinto di sopravvivenza, per la donna si aggiunge la protezione della propria continuità. A Kobane le donne curde stanno combattendo, come altre donne hanno fatto e continueranno a fare nel mondo. Ciò che sorprende è lo scarso clamore che tutto questo suscita, anche i gesti individuali, così tanto amati dai media, si spengono in una quotidianità offensiva. Arin Mirkan, finite le munizioni si è fatta saltare in aria in mezzo ai jihadisti dell’IS, Ceylan Ozalp, 19 anni, ha riservato l’ultimo colpo per sé, per non essere catturata. Chissà quante donne hanno sinora fatto, e attuato, lo stesso pensiero: meglio morte che preda della violenza del terrore. Eppure quanto accade laggiù fa un rumore ovattato, privo di consistenza per le nostre coscienze assuefatte. Tanti anni di individualismo ci hanno abituato al fatto che tutto ciò che è lontano non ci riguarda. Eppure quelle donne e quegli uomini curdi stanno morendo in una Stalingrado attuale, per arginare una furia che se dilagasse non lascerebbe nulla di quanto amiamo come valori, come modi di vita, come libertà. Queste donne e questi uomini, muoiono da soli, per loro e per noi, senza uno Stato che li comprenda tutti. Combattono in nome di valori comuni e di una Patria che è stata solo oggetto di spartizioni e interessi cinici delle potenze occidentali. L’America scopre che i bombardamenti non sono sufficienti, che il ritiro dall’Iraq non è stata una grande idea. Magari scopre pure che le armi vengono da paesi che sono amici dagli Stati Uniti. Scopre la sua inefficienza nel governare il mondo. E’ inefficace e quindi il capitalismo provvede per suo conto. Non ci sono principi, né frontiere, tutte balle, impicci, così il petrolio comprato a 30/40 dollari il barile dai giacimenti in mano all’IS, magari finisce anche nelle nostre auto. Noi in silenzio, distratti, la notizia è in fondo alle pagine dei giornali, i telegiornali hanno bisogno di fatti più eclatanti. E a mille km da qui sono solo i Curdi a difenderci dal dilagare del califfato. Almeno il pensiero, la partecipazione, l’onore e il sostegno a queste donne e uomini. Almeno quello. 

l’ideologia e i diritti

Ho l’80%, adeguatevi. Così Renzi dopo la direzione del PD. Però se si pensa che qualcosa sia sbagliato, non ci si adegua e si lavora perché emerga l’evidenza dell’errore. Con l’articolo 18 si è steso un velo di nebbia sulla sostanza di alcune proposte non dappoco nel campo dei diritti nel lavoro e contenute nel jobs act: il demansionamento, ad esempio, che diventa possibile per ragioni di riorganizzazione, oppure l’uso di videocamere sul posto di lavoro ai fini della sorveglianza. O ancora, l’indeterminatezza del combinato tra tutele e diritti progressivi con le dinamiche del mercato del lavoro. In sostanza se una persona passerà la vita a cambiare lavori perché non viene assunto, i diritti non li avrà mai. Dovrebbe essere chiara la distinzione tra privilegi e diritti, il privilegio è qualcosa di indebito e ingiusto che differenzia stabilmente, il diritto è qualcosa che appartiene alla persona e che rende eguali. E’ vero che ci sono molti milioni di lavoratori che non hanno gli stessi diritti, ma per egualitarismo dobbiamo toglierli oppure estenderli? Il dato vero è la crisi economica, i conti che non tornano e i problemi legati a risorse che non ci sono. Bisogna abbassare le tasse e mettere più soldi in busta paga, colpire l’evasione fiscale, perseguire la corruzione, sburocratizzare le procedure. Insomma fare i duri con chi è forte e non accetta facilmente di veder ridotto il profitto o il potere. Invece se si agisce sui lavoratori a reddito fisso dov’è la novità o la bravura?

Così l’ingegneria della penuria non sa che pesci pigliare e al più architetta di spalmare il TFR, ossia una retribuzione differita e quindi soldi del lavoratore, in busta paga.

Caro lavoratore, meglio un uovo oggi  che la gallina chissà quando. Così ti aumento lo stipendio con i soldi tuoi, e visto che  ci sono, per egualitarismo, te li tasso un po’ di più, perché la liquidazione ha un tasso inferiore alle retribuzioni ordinarie. Ma tutto questo non riguarda me, Stato, che bloccando i contratti e differendo la corresponsione delle liquidazioni di due anni dopo il pensionamento, dimostro di non averne più di soldi. Neppure quelli tuoi che avrei dovuto mettere da parte.

Da troppo tempo, anche a sinistra, non si guarda la realtà, che non è solo economica, ma sociale. Si è lasciato che il Paese si deteriorasse senza il contributo dell’analisi e delle soluzioni. Capire e cambiare, estendendo i diritti e togliendo i privilegi, questa è sinistra e riformismo. Provate a pensare quali sono i privilegi veri, quelli che differenziano chi lavora, i cittadini di serie A da quelli di serie B. Pensateci bene e se viene fuori l’articolo 18 o lo statuto dei lavoratori tra le priorità discutiamone davvero, guardando la realtà, non le ideologie.