la sera in pianura

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Vorrei raccontarti la sera in pianura, tra i campi, appena oltre la città. Qui si vede la sera tra le case, le facciate, i vetri si riempiono di luce rosa e poi aranciata, ma il petto un po’ si stringe. Vorrebbe respirare, s’allarga, ma lo spazio non lo contiene. Così ti racconto che basta uscire un poco per vedere il sole pieno di sé, che invade il cielo e promette mentre se ne va. Promette una notte che finisce, una luce nuova che verrà. Parte e promette, con una certezza che toglie la paura dell’abbandono.  

Stasera gioca il sole e si nasconde dietro ad una nuvola grigia.  E da lì preme, e avvolge nell’abbraccio la nuvola che non lo contiene, finché  questa s’arrende, e paga  allora lo riflette e lo spande, con la luce che trabocca, incendiando una tenda di nuvole bianche. Chissà se vedi la fila di pioppi, alti e serrati contro la luce, se cogli la finezza dei rami ancora privi di foglie, che filtrano di nero l’arancio, un confine alla terra che punta al cielo e si imbeve di luce, come fa con l’acqua, aspettando anch’essa il giorno, dopo il freddo della notte.

E sotto, la terra, tagliata in solide zolle squadrate dai lavori di primavera , velata dai confini d’alberi, eppure dilagante a perdita d’occhio. Chissà se vedi il bruno dei campi che si macchia di verde flebile e nuovo, chissà se senti il suo freddo che si riscalda nell’arancio che piove dal cielo. Se tu lo senti con me, allora vedrai anche quei piccoli pali piantati a reggere fili, le case di mattoni che s’accucciano nei cortili, la strada che percorre e non si ferma, vedrai fino a quel trattore che usa le ultime ore di luce per ancora lavorare e sentirai che sono piccole cose di noi davanti all’immane luce della pianura. Sentirai che rispettando la luce possiamo accogliere il buio sapendo che finirà. Sentirai che i sogni della notte non porteranno la paura d’essere altro, che saremo solo uomini che sognano. Sentirai, nell’arancio che si spegne nel blu, che non ci perdiamo perché la luce torna e tutto attorno a noi lo dice.

non so voi

Alcuni segnali che possono acquistare significato, sono apparsi negli ultimi giorni. Indecifrabili, come tutte le cose che solo la prova dei fatti si occuperà di chiarire, ma suscettibili di creare speranza. A me accade questo. Ad esempio l’elezione dell’ on. Boldrini e del sen. Grasso, alle presidenze delle rispettive Assemblee, più che una vittoria di parte mi sembra un segno di cambiamento. Entrambi cresciuti fuori delle carriere politiche, entrambi  importanti per ciò che hanno fatto e detto fuori dagli schemi.

Anche il nuovo Papa, sembra andare fuori dagli schemi, così seppure non credente, non lascia indifferente la mia attenzione e mi sembra un possibile portatore di cambiamento. Quindi se ben capisco, ciò che mi suscita speranza è che si rompono schemi consolidati e in questo rompersi sembra ci siano pagine bianche da scrivere, futuro da creare. Non mi interessa parlare della difficoltà del fare un governo, dei problemi enormi dell’Italia, ma piuttosto del crearsi di un clima positivo. Forse, pur non avendo vinto alcuna battaglia, con una guerra da combattere, è finito l’inverno del nostro scontento. E credo sia importante sentirlo e dirlo. Da ora tutto sarà in salita, ma forse eviteremo la discesa nel baratro della sfiducia in una possibilità comune di farcela.

Non so voi, però stasera mi sento più leggero come se un piccolo passo nella giusta direzione fosse stato fatto.

stanotte, credo, ancora pioverà


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Ho lasciato i vetri al furia di stravento e le gocce: tic, tic, tac, tic, tracciano sentieri d’acqua nel buio. Stanotte, credo, ancora pioverà. L’acqua dai coppi luccicanti correrà verso lo scuro vicolo, in un gorgo sordo di lamiera. E leggerò quel romanzo inutilmente lungo, finché gli occhi passeranno su una frase quattro, cinque volte senza capire. Perché non c’è più niente da capire, solo spegnere e ascoltare la pioggia scivolando nel sonno. C’è un grande equilibrio nell’acqua che scende, una pace del dovuto e se il senso delle cose è ancora da scoprire, la pioggia dice che c’è tempo, lavando l’ansia della fretta.

Non c’è più niente da capire stanotte, solo sentire, ascoltare e talora provare, lasciando che tutto trovi la sua importanza domattina.

lettera alle donne che conosco

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Le donne mi affascinano da sempre, ma l’ammirazione è altra cosa e quindi va riservata. Non mi piace la differenza di genere eppure sento che esiste davvero. Mi è naturale pensare alla parità, ma so che non basta dirlo e che il maschio ha molto da cambiare assieme al farsi perdonare.

Non mi piacciono le ricorrenze, però l’8 marzo è cosa d’altri e sapranno bene che farne le interessate.

Stamattina pensavo alle donne fondamentali della mia vita, perché un uomo comunque non prescinde da questa coscienza del femminile. Pensavo a mia nonna, che nata nell”800, aveva viaggiato molto e chissà cosa aveva visto, che si muoveva da sola, ma non entrava in un caffè e tanto meno in un’osteria, se non accompagnata. Pensavo a come tutto fosse -ed è – tenuto assieme, ben oltre i disastri, dalle donne. Mi veniva in mente la loro marcia che ho visto, e gli scossoni, i ripiegamenti, gli errori, le lacrime, perché le donne hanno fosse lacrimali profonde che contengono la dignità. Parola abusata almeno quanto le donne e non a caso di genere femminile, ma che contiene l’essenza di un uomo.

Capivo che le donne contengono la parola, che non hanno bisogno di usarla sempre, che hanno una natura aliena per gli uomini, che capirle è una pazienza da trovare perché mai si conclude. Ma tutto questo era ancora poco per spiegare il fascino e l’attrazione, come se dovessi rassegnarmi a non capire appieno, ad accettarlo ed esserne sconvolto, pur rimanendo uomo. Ad esempio, quando vedo donne sole, o in compagnia tra loro al bar, sono incuriosito, ammirato. Guardarle è una bellezza che dà piacere, non so cosa dicono, ma capisco ora che è qualcosa che non riuscirò mai ad eguagliare nella confidenza e nella comunicazione empatica. Non so se questo sia comprensibile per una donna, non si tratta solo vedere la bellezza fisica, ma quella di un altro mondo che si mostra e che convive con il mio.

I tempi mutano, questo parlamento è ricco di donne, come mai prima, forse è ora di avere un presidente del consiglio donna, un presidente della repubblica donna, forse è ora, basta che le donne ci credano. Gli uomini sono abbastanza inermi nel gestire il potere immeritato che hanno, alzano la voce, a volte sono violenti, ma sono deboli, capiscono che non hanno possibilità logiche o  intellettuali per opporsi e soprattutto hanno paura. Paura di una visione del mondo, delle priorità, che non coincide con la loro. La “questione” femminile non è cosa da uomini e questi lo sanno, tanto da aver dirottato sul tema della parità le questioni da risolvere. Non basterà quindi avere il potere, ma esercitare la visione particolare che se ne ha. Non amo molto le distinzioni basate acriticamente sulla differenza, ogni bandiera contiene qualcosa che occulta altro, ma vedo e sento la differenza. Vorrei solo che questa diventasse un modo di vedere condiviso, qualcosa che arricchisca entrambi. Solo che raramente è così e spesso la differenza è il recinto, una difesa, in cui si chiudono le donne, dove gli uomini non possono entrare perché incompatibili. E siccome non credo sia così, allora penso che la differenza arricchisca se viene condivisa, accettata, capita e se poi la differenza generica si sostanzia nella singolarità, diventa unicità. Vale anche per gli uomini. Che saranno e resteranno egoisti, sopraffattori, infantili e affezionati alla loro nascita, timidi, tracotanti, complicati, disarmanti, perfidi, ingenui, affascinanti, predatori e prede, forti e incapaci. Ma quante di queste qualità saranno condivisibili, migliorabili, modificabili e non semplicemente scambiate tra generi se la contaminazione dei mondi non avverrà? Quanto potrà diventare gene recessivo se non riconosciuto come tale da entrambi?

Se penso alla vita, e non parlo solo di biologia, non riesco a immaginare un mondo che evolva e che proceda senza le donne protagoniste. Non riesco a immaginarlo e sono dipendente da questa consapevolezza, perché qualsiasi progetto inclusivo del genere femminile, lo sovverte, lo modifica, lo accelera o lo blocca, semplicemente perché irrompe un modo diverso di vedere le cose. Non è sempre giusto ciò che proviene dalle donne, ovvero, non è giusto per tutti. Non sempre un capo di stato donna, introduce elementi di innovazione e di cambiamento che assomigliano a quelli che ho in testa, ma so che anche la destra, la conservazione, al femminile, ha un altro sapore rispetto a quella degli uomini, che sarà meno acuminata, meno settaria, più attenta al sentire e ai sentimenti. Anche il diverbio, il confronto diverrà più acerrimo, ma più chiaro, la pace più netta, gli interessi meglio definiti.  E’ un altro modo di vedere che può coincidere con fatica e pazienza tra generi e qui mi torna l’immagine di mia nonna, che mi prendeva per mano e mi mostrava le cose, diceva le cose che vedevo, ed io, allora, vedevo con lei. Anche le parole vedevo insieme e diventavano mie, e così io ho le parole di mia nonna per descrivere il mondo essenziale, per sentirlo. Quel modo di vedere si è ripetuto nella mia vita, ma meno da parte maschile, perché non c’era tempo, l’attenzione era un lusso rispetto alla velocità, alla fretta di fare. Da parte femminile, invece, ho sempre ricevuto tempo, ho compreso che le donne donano tempo perché sanno cos’è la vita, l’attesa, e dalle donne davvero importanti per me, assieme al tempo, ho ricevuto modo di capire, di vedere diversamente e molto amore. Per questo le ammiro e l’ammirazione se diventa condivisione, non ha gerarchia, non mi sono mai sentito più in basso, ammirandole, solo preso per mano e capito.

Grazie.

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cose

Tutti questi oggetti, libri, cd, feticci tecnologici quando li abbandonerò torneranno ad essere ciò che sono: cose. Quel velo d’anima che li ha rivestiti nella loro scelta, nell’immaginarne un uso, nell’utilizzo e nella consuetudine che è quasi amore, si perderà definitivamente. E’ il loro destino, hanno significato solo per me. Noi viviamo sui detriti, su ciò che è stato costruito e distrutto, amato e odiato da chi ci ha preceduto. Questa enorme massa di cose ha alzato le città, si è inabissata nei mari e nella terra per sciogliersi piano in molecole asessuate di sentimento che ora girano e si ricompongono. E’ una piccola parte del ciclo della vita ben più vitale e rorido di umori. Oggetti che prima degli inceneritori impiegavano più tempo a consumarsi e passavano più identità, ora spesso sono vapore, aria, isole galleggianti nell’oceano. Ma senza vita in comune con l’uomo.  

Esplorando una casa abbandonata, accanto a mobili rotti e fotografie sbocconcellate dai topi, c’era una lettera ancora in parte leggibile e scorrendola le parole hanno riacquistato senso e la carta non era più solo foglio, ma qualcuno che parlava. Ne ho ricavato una malinconia curiosa, sentendo che nel trasmettere qualcosa noi vorremmo fosse per sempre, come il nostro amore. E che ogni espressione di noi, quel pezzo impalpabile di passione, quel protendersi verso l’altro, vorremmo rientrasse nella nostra potestà. Anche nel gettare, chiudere, distruggere, non solo nell’amare e nel serbare. Pezzi di noi trasfusi nelle cose, uso e ricordo assieme. 

E pur con un tempo più lungo, con qualche scia che scavalca case, generazioni, anche gli amori, gli affetti più profondi che c’hanno legato, sfumano con la distanza, in un lasciar andare che non è distacco, ma vite che si sovrappongono. Frammenti di sentimenti su cui, e con cui si vive, e finché ci siamo sono ciò che ha senso in noi e ci è più caro.

inguaribili romantici

Portavo pantaloni neri alla zuava infilati negli stivali neri di cavallino, giacche di velluto chiaro e maglioni o camicie aperte. Mi piacevano (e mi piacciono i colli alla coreana), sentivo il cuore che pulsava all’unisono con il mondo. Il mio romanticismo era anche questo: passione in accordo con il fare, un buttarsi oltre perché ciò in cui credevo era più importante. Avvolgevo il tutto in un mantello nero a ruota che ho ancora oppure in un eskimo che finì a pescare con mio zio, quand’ero militare. Se c’è stata una costante in Europa per oltre un secolo e mezzo, questa è stata il romanticismo. Declinato in tutte le forme, ha infiammato, unito, rovesciato, diviso, creato, distrutto e costruito stati, economia, idee, scienza e sapere. Il novecento ha sepolto se stesso e il romanticismo, ma non l’idea che qualcosa possa far da collante al bisogno di cambiamento. Sarebbe triste un mondo che ripete se stesso, ma anche un mondo che muta con la sola tecnologia sarebbe altrettanto triste. Un imprenditore, padrone del vapore, portato allo scontro in fabbrica, mi diceva di sé che era un inguaribile romantico, forse intendendo che credeva nella forza che spinge oltre il singolo, che unisce e mantiene ben distinti gli slanci personali. Insomma credeva in qualcosa che non era il solo denaro, ma la crescita dell’uomo, e per farmelo capire bene paragonava la manifattura, che è fatta di forza, precisione, ingegno e trasforma, crea quello che prima non c’era e non ripete, rispetto alla finanza dove tutto questo non esiste e il denaro genera se stesso. Questo scontro tra padroni e operai, tra dominatori e liberatori era uno scontro tra romantici. Finito? Forse. Oltre al macro dato che alle aspirazioni alla libertà si sono sostituite altre aspirazioni, che creati gli stati ed esaurita la spinta coloniale ben poco rimaneva da fare, con la seconda guerra mondiale anche il romanticismo ha iniziato a scomparire dalle coscienze. Le ultime vampate del ’68 e degli anni ’70 hanno lasciato il posto al prevalere dell’individualismo, abbandonando il collante che ne permetteva il beneficio per tutti. Il mondo avanza sulla tecnologia e la passione è una virtù domestica da esercitare dove meglio si crede, tanto che è più facile unirla al sesso e al potere che ai progetti collettivi. Può bastare per un poco, ma credo lasci larghi spazi all’insoddisfazione senza nome. All’anomia che divora quando non si è parte di un progetto di futuro. Non importa se conduttori o passeggeri, ma un progetto è un veicolo con una forza enorme che trascina tutto in avanti.

Mi chiedo se chi è stato romantico lo sia per sempre, come fosse una cecità dello spirito che impedisce di vedere altro. Eppure mutiamo, non siamo quelli dei nostri anni giovani, se ci furono idee forti queste si sono attualizzate, più che invecchiate con noi. Mi impressiona sentir dire ai funerali di un compagno, di un partigiano, di uno spirito forte, che è stato fedele agli ideali della sua giovinezza, mi piacerebbe invece, che si dicesse che è stato sempre vivo, che di quegli ideali ha fatto motivo di una crescita personale che non si è mai conclusa e che non si è stancato di lottare per gli altri. In fondo questo fanno i romantici, vivono e lottano, provano passioni e cercano di condividerle. E sono un po’ fuori del tempo perché si richiamano a qualcosa che pare non sia specifico di un’età dell’uomo: la giovinezza. Mi pare sia così, forse lo dico per darmi speranza, per dirmi che se il romanticismo è morto non ha vinto il cinismo e che da qualche parte il fuoco è ancora acceso e che insieme si potrà andare avanti e che la libertà avrà un senso collettivo e che il mondo sarà un diverso terreno di competizione e di crescita per le idee e gli uomini, non solo il luogo per accumulare cose e denaro.

Mi chiedo anche quando, e se, sia finita l’età dell’innocenza dello sperare in qualcosa di comune. Me lo chiedo e lascio la domanda a ciascuno, perché in quel momento si inizia a diventare vecchi e non si smette più. Solo sperando contro l’evidenza si può essere giovani, invertire il corso del tempo reale. E allora gli ideali della giovinezza ritornano vivi, non gli stessi, ma quelli che permettono di sperare che cambierà e che spingono perché ciò si avveri.

Intelligenza, passione, fare insieme, credo sia tutto qui.

carnevale

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L’uomo ragno tiene per mano un uomo ragno piccolo. Un uomo ragnetto. Camminano su un tappeto di coriandoli verso il carnevale di paese. Carri mascherati molto casalinghi, a cura del comune e la pro loco, cioccolata calda e bibite gratis. Una folla di damine, zorri, cenerentole, biancaneve, tra adulti, mamme con neonati mascherati nelle carrozzine. Qualche maschera adulta, ma per ridere, mica siamo a Venezia. La statale è stata chiusa, non oso pensare la densità di bestemmie per la deviazione delle auto sui percorsi sconosciuti della zona industriale, ma un effetto straniante, e bello, è il camminare in mezzo a una strada in cui di solito c’è un’auto al secondo. Nei paesi il carnevale è dei bambini, c’è l’eccitazione del mascherarsi, dell’essere altro, ma dura fino alla folla, poi quando, a frotte, si immergono con gli altri, i giochi ridiventano quelli di sempre. Qualche damina è un po’ schizzinosa, è entrata nella parte. Speriamo non lo sappia la Fornero. Non mancano i pianti. Il pensiero di una mascherina, qual’è? Credo che i bambini elaborino tutto in relazione alla normalità, ovvero pensano che il confine tra eccezione e normalità, non sia così rilevante. Per cui un giorno particolare è tra i giorni vissuti, si ricorda e si dimentica, dipende quello che accade, ma la stanchezza è quella di sempre, come le guance arrossate, il gridare, il correre, il ridere contagioso. Quand’ero bambino non c’era la mascheratura di massa, al più qualche lenzuolo frusto, da bucare per fare il fantasmino. C’era qualche arlecchino o Colombina, ma erano rarità e cose da benestanti. I vestiti di carnevale  degli adulti, erano pochi, molta tradizione del ‘700 e riservata ai ricchi, che festeggiavano nei palazzi con il piano nobile e le finestre con i vetri a piombo. Per gli altri, la festa era fatta di galani, fritole e vino rosso e qualche mascheratura da giovani buontemponi. Vecchie cose, tabarri, qualche saio, perché il frate aveva sempre appeal.

Adesso gli adulti sembrano aver bisogno d’altro. L’eccezione. Venezia, ad esempio. Premetto che sono prevenuto, se posso evito il carnevale veneziano perché oltre a vedere qualche maschera particolarmente originale, non colgo l’allegria naturale. A Venezia comunque bisogna andarci in gruppo, perché ci si divide tra chi si mostra e chi guarda. Come nella vita. Ma il gruppo serve per ridere. A pensarci questo è vero tutto l’anno, il carnevale non aggiunge molto. Quindi non è l’eccezione che diverte, ma il mostrarsi differente. Per questo credo che i veneziani non amino il carnevale nel loro cortile di casa, loro sono eguali al resto dell’anno e la confusione non li fa ridere. Solo gli albergatori ridono, e i negozi che vendono maschere cinesi e i bar altrimenti deserti, perché aver gente in una stagione morta porta comunque guadagno. I veneziani si tappano in casa, oppure bisogna rincorrere tutt’altre mascherine nei campielli fuori percorso canonico e ci si accorge che, umidità a parte, assomigliano agli zorri, cauboi, biancanevi, omini ragno e damine dei paesi di terraferma. Non c’è commedia dell’arte, anche qui gli arlecchini non sono più di moda e i campielli sono piazze di un micro paese, chiuso ai foresti, con abitudini e regole impermeabili ai più, ma molto simili alla normalità.

Chissà a che serve davvero il carnevale adesso, oltre che ai bambini. Con i blog, fb e compagnia cantando, la gente si maschera tutto l’anno. Credo sia questo il vero successo della rete: il poter essere altro sempre e non solo quando l’anno lo permette. Ma è solo una sensazione, chissà se è davvero così.

il fine del dolore

Che ne diresti di respirare un po’ d’aria pura, o almeno diversa, da questi miasmi in cui ti rivolti da anni? Il tuo dolore costante, esibito, è ammantato di thanatos, è nutrito di psicofarmaci, si rivolta su se stesso trovando sempre le sue ragioni per esistere. Ma quali sono le tue ragioni? Davvero vorresti star bene oppure c’hai definitivamente rinunciato? Il dolore è un bozzolo forte e caldo, come la percezione di vivere nella sfortuna, alimenta una diversità che è comunicazione. Spesso è arrogante questa comunicazione, ha un solo oggetto importante: il dolore sentito. E’ anche violento perché esibisce il lato oscuro che tutti abbiamo in misura più o meno grande, ma è fragile perché oltre il momento in cui avvince allontana.

Forse è la solitudine che vuoi, il far largo attorno: o partecipate della mia pena oppure non mi considerate davvero e quindi meglio che non ci sentiamo, vediamo, parliamo. Credo che la solitudine in questo caso non consoli, ma sia la verifica voluta del proprio star male, un modo per star male di più. Ma è davvero questo che vuoi? Star male indefinitamente? Non dirmi che non capisco, però nessuna guarigione è possibile se si cura solo il sintomo, nessuna speranza oltre un ripetersi di pastiglie, ritualità che diventano i punti nodali della giornata. Ansiolitico, altri farmaci per le reazioni psicosomatiche, sonnifero. Non vorrei tu smettessi, ma che fosse un percorso verso una liberazione dal dolore di vivere, verso una luce. Il fine del dolore non è forse la sua fine?

Lo so che hai pensato e pensi, non di rado alla morte, ma so anche che sei nella vita, la coltivi, la speri. Te lo dico perché i suicidi hanno una disperazione diversa dalla tua e un dolore innominabile (e tu invece ne parli diffusamente), perché nel loro approfondire si trovano di fronte alla morte come negazione del dolore di vivere. Ma la loro ricerca non è la tua, non hanno più spiragli e neppure voglia d’essere capiti. E’ una solitudine estrema dove qualsiasi presenza diventa eccessiva, con una comunicazione che neppure parla e resta la sola presenza. Ma non sono assenti, si interessano, hanno amore, i suicidi, solo che non c’è più speranza e neppure  desiderio d’essere commiserati, anzi è proprio il contrario e quando non desiderano più essere amati hanno varcato la soglia.

Tu puoi farcela, ma ora come un tempo dipende da te, dal tuo sorriso, dalla capacità di non accettare quella che sembra essere una condanna e non lo è, non è il tempo che ti toglie vita, ma sei tu che te la togli. Lo so che è difficile, ma non sei sola se superi il confine del dolore, prova a pensarci.

p.s. lo so che non leggerai, potresti dirmi, ma allora che scrivi a fare? Quello che ho scritto te l’ho detto a voce, magari le parole non sono state le stesse, è passato tempo, però le ho ripetute. Non ho nessuna verità né qui, né su altro, ma ciò che ti imprigiona l’ho visto altrove. Non era lo stesso, però era sovrapponibile e questo mi convince che non sei solo tu ad essere così. Altri stanno meglio, altri restano nel dolore, ma non vale per tutti,  e sarebbe bello che tu facessi un altro tentativo. E poi un altro ancora, caparbiamente, fino ad aver ragione. La tua non la mia, ovviamente.

il diritto a vedere

I miei sguardi, ciò che fotografo mi appartiene assieme a ciò che vedo.

Ciò che vedi nelle mie immagini sono io che vedo. Anche te. Non ti piaci? E ‘ perché sei tu che non ti vedi con i miei occhi.

Ricordati che il mio affetto non sarà mai il tuo, che io vedrò cose di te che tu non vedrai e che tutto questo sarà parte della mia verità su te.

E’ per questo che solo a volte coincidono gli sguardi, che il diritto a vedere non dovrebbe mai essere messo in discussione.  Potremmo parlare a lungo tra noi di ciò che vediamo e scendere nella profondità di ciò che si sente. Sarebbe un grande argomento per capirci di più.

Non basta che sia bello, ma questo lo sai bene quando fatichi a gettare un’immagine che ha poca tecnica e tanto cuore.

In fondo con gli occhi cerco ciò che sento, quello che non dicono le parole, e se sono insoddisfatto è il mezzo che non vede come io vedo. Quasi mai mi basta, ma quello che ne esce, pur essendo altro, è ancora me.

Il diritto d’mmagine inizierebbe se mercificassi il sentire, se ne facessi oggetto di un vantaggio, ma non è così. Per questo non darò mai via quello che i miei occhi vedono, il mio cuore sente, la mia testa interpreta. Al più lo regalo.

nebbia

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La nebbia è scesa improvvisa, ha riempito lo spazio tra le case, adesso fuori è tutto ovattato, la luce piove dall’alto, riflette ovunque, come se venisse seminata da un una mano sapiente. Sembra un film di Kurosawa dove nella nebbia si cerca l’uomo tra gli impulsi e se non lo si trova è perché la nebbia è un contenitore, non un’immagine di noi.  Anche ieri notte c’era la nebbia, ma è d’uso da queste parti. Si fermava in pozze discrete ai piedi dei lampioni, illuminava scie d’auto e figure imprecise di passanti. Rade, le une e le altre, avvolgeva e lasciava.

Il tramonto non s’era visto, ma una luce rosata improvvisa aveva investito tutto, riempito ogni spazio, non veniva da ovest, era senza luogo, ovunque, e talmente innaturale che s’ era accompagnata ad un silenzio inatteso. Poi è diventata violacea ed è sfumata, piano nella sera, lasciando un ricordo d’ eccezione, di un gesto senza mano. Per descriverla si poteva usare solo la parola che diceva com’ era venuta: elargita, donata senza appello. E chi la coglieva era stupito, sentiva che non aveva relazione con sé, con i propri meriti o colpe, ma apparteneva al fatto di essere, qui ed ora.

Sono giorni di nebbia, mi piace il suo regalo che porta verso il silenzio, il meditare, restando tra gli altri. Si liberano i sensi quando non c’è molto da vedere fuori, sento profumo di mele conservate in soffitta, di legno scaldato, di carta, d’inchiostro, rumore di pacchetti stropicciati, di passi frettolosi, sensazioni di freddo che si chiude fuori del giaccone, odore di dolce, di pane cotto nel forno. E tutto è più lento e silenzioso, anche la notte arrotonda i suoni, li consegna a chi, insonne, ascolta.

Poi, stamane, il giorno, dapprima è stato limpido nel freddo pungente che ha liberato l’aria dai vapori, ma poi s’è arreso al tepore ed ora accoglie la nebbia. Ed io, l’accolgo e la tengo per sfumare i miei contorni, le punte che fanno male e basta. In fondo, se penso all’anima, penso sia un’ellisse tondeggiante, una nuvola che contengo e mi contiene.