pioggia d’agosto

Cerco nella pioggia di questa notte un segno. Questa, della ricerca dei piccoli segni che dicano ciò che già sappiamo, è arte da indovini da bar, fonte di parole inutili sul finire di stagione, pronte a stupirsi d’un caldo improvviso, di un mare ancora pieno di persone, dei vestiti che restano vaporosi come i pensieri inutili sul tempo. Si cerca il fine della stagione, quasi non si sapesse quello che alla lunga verrà, e che in questo mese indeciso, comunque qualcosa è passato. Conosciamo il ripetersi, attendiamo ciò che ci piace con leggera malinconia per il passato, sempre inadatti alla sorpresa del nuovo. Eppure tra le righe dei pensieri questo fa capolino, si attende che qualcosa ci sorprenda, raddrizzi le facili previsioni, ci porti oltre le gioie che già fanno parte delle abitudini.

Guardo il tempo, seguo le temperature, in realtà non cerco la fine di qualcosa ma un mutare d’aria. E’ alle spalle un anno e so che non è vero, che il tempo non si misura in anni ma in stagioni. E che neppure si misura, ma si guarda nel suo ripetersi mai uguale partecipando a ciò che viene. Essere nel tempo e fuori d’esso, nel nuovo e in ciò che si ricorda: indago i motivi del qui e ora. Così nel dormiveglia di quiete, sfavillano i pensieri e ascolto la pioggia sul tetto.

Domattina il sole si farà strada tra le nubi, puntiamo sui Rokes, va … 🙂

il diritto a vedere

I miei sguardi, ciò che fotografo mi appartiene assieme a ciò che vedo.

Ciò che vedi nelle mie immagini sono io che vedo. Anche te. Non ti piaci? E ‘ perché sei tu che non ti vedi con i miei occhi.

Ricordati che il mio affetto non sarà mai il tuo, che io vedrò cose di te che tu non vedrai e che tutto questo sarà parte della mia verità su te.

E’ per questo che solo a volte coincidono gli sguardi, che il diritto a vedere non dovrebbe mai essere messo in discussione.  Potremmo parlare a lungo tra noi di ciò che vediamo e scendere nella profondità di ciò che si sente. Sarebbe un grande argomento per capirci di più.

Non basta che sia bello, ma questo lo sai bene quando fatichi a gettare un’immagine che ha poca tecnica e tanto cuore.

In fondo con gli occhi cerco ciò che sento, quello che non dicono le parole, e se sono insoddisfatto è il mezzo che non vede come io vedo. Quasi mai mi basta, ma quello che ne esce, pur essendo altro, è ancora me.

Il diritto d’mmagine inizierebbe se mercificassi il sentire, se ne facessi oggetto di un vantaggio, ma non è così. Per questo non darò mai via quello che i miei occhi vedono, il mio cuore sente, la mia testa interpreta. Al più lo regalo.