C’è il sole, i ragazzi, gli operai, il corteo lunghissimo, le bandiere, e molte sono rosse. Tanti giovani. C’è allegria e protesta, e messe assieme sono voglia di cambiare. Bello, no? La piazza è piena, qualcuno lo conosco, molti no, e anche questo è bello. Tra quelli di un tempo si sono sopiti i contrasti, le storie contano ma poi non contano più quando si è dalla stessa parte. Ci sono quelli che vendono lotta comunista, edè una tenerezza per chi ha la mia età, un ritornare a un tempo esaurito. Ma siamo tanti: ci sono i precari, molte donne, insegnanti, operai, studenti. E striscioni, bandiere, cartelli, musica che ha ritmato il corteo, slogan, sorrisi. Dalle casse esce la voce di Caparezza che dice: non me lo posso permettere.
E tutti concordano, saltando a ritmo di rap: che venga rubato il futuro, non possiamo permettercelo.
Nessuna prima pagina dei giornali su carta parla dello sciopero di domani. E’ significativo, la stampa si conforma ad una idea per cui chi protesta è marginale. Il fatto che vi sia un declassamento delle idee a favore dei personalismi, delle banalità momentanee è un processo che dura da tempo, prima sui talk show, ora ovunque. Anche l’antipolitica viene derubricata a fatto accessorio, serve anch’essa ad una maggioranza fatta di pochi che raccontano un paese diverso da quello che esiste.
I lavoratori, i pensionati, non fanno notizia, espunti dalla realtà, assieme alla crisi strutturale. Scompare l’aggettivo epocale quando servirebbe davvero e la crisi viene trattata come problema transitorio. Del resto sono scomparsi anche i suicidi di imprenditori. Le morti strane e poco spiegabili diventano trafiletti di interruzioni di servizi: una persona è caduta sotto un treno, due ore di fermo della linea ferroviaria. Non basta più una storia, un morto, serve qualcosa che superi l’indifferenza. Lacrisi silente, i disoccupati atomizzati in migliaia di piccoli fallimenti e ristrutturazioni aziendali, sono un elemento di sistema e ciò la dice lunga sull’utilità di una informazione che sta diventando conformazione. Embedded.
Solo il caso, lo scontro fisico fa notizia ormai, questo sindacato ha stufato, si sente ripetere e Renzi l’ha capito subito. Ma di quale realtà si sta occupando chi per mestiere dovrebbe riferire ciò che accade? Va bene così? Chi riguarda la crisi, come se ne esce, quali alternative ci sono?
Domani chi sciopera ha una realtà diversa di quella di cui si parla, anche così il popolo si divide, anche così il potere diventa nemico, e invece avremmo bisogno tutti di unità, non di conformazione, di obbiettivi condivisi non di prove muscolari, ma non se parla e chi sciopera non si sente ascoltato. Il danno diventa anch’esso strutturale.
Accendo mezzo sigaro, sono in un bar, quasi immediatamente mi chiedono di spegnere o di uscire. Ho attorno la riprovazione generale. Anche dei fumatori. Spesso mi accade anche fuori di sentire commenti infastiditi sul fumo.
Salgo in autobus, è pieno, faccio fatica ad arrivare a timbrare il biglietto. Ad ogni fermata salgono e scendono persone, pochissimi timbrano, tutti abbonati? Nessuno protesta o chiede ragione. Arriviamo in stazione, tutti scendono, tutti liberi. Farla franca sembra dia una soddisfazione particolare.
Quindici giorni fa un amico dirigente mi parlava del seminario, che ha tenuto la sua azienda, sulle nuove regole sugli appalti della pubblica amministrazione. Dovevano capire cosa c’era di nuovo e allora hanno chiamato avvocati, dirigenti pubblici (quelli che scriveranno i nuovi appalti), commercialisti. Alla fine la conclusione è che la procedura non è più difficile, neppure più trasparente, solo si sono moltiplicati i decisori, e quindi ci saranno problemi, che nel migliore dei casi saranno burocratici. Però tutto si affronta e il lavoro è lavoro. Ci sono centinaia di persone che lavorano e che devono essere pagate ogni mese, si capiranno le regole e si cercherà di vincere le gare. Guadagnandoci, naturalmente.
Siamo al bar, parliamo di Roma, tutti sono schifati, tre mesi fa parlavamo di Expo e Milano, poi due mesi fa di Mose e Venezia. Vedo sorrisi di compatimento per il mio accalorarmi, dicono che è così ovunque, hanno preso quelli facili, quelli impudenti. E’ uno scandalo che serve a qualcuno, poi tutto si quieterà, è il sistema che è marcio. Ma io dove sono in questo sistema? Se pago in nero un lavoro, se l’amico del bar mi fa uno scontrino a volte sì e a volte no, se faccio un favore per avere un mio diritto, se chiedo una raccomandazione nessuno si indigna. Se corrompo per avere un lavoro o evitare una ispezione e dico che è per non chiudere l’azienda, allora molti giustificano. Però quando prendono un corrotto tutti si indignano, e i corruttori? Perché non hanno altrettanta riprovazione di quando mi sono acceso il sigaro nel bar ? Se nessuno fuma al cinema o al ristorante, significa che il controllo sociale funziona benissimo. E allora quando si dice che siamo tutti onesti significa che non rubiamo cose, ma pure che gran parte di noi si gira dall’altra parte se vediamo farlo. Certo c’è il problema del rapporto cittadino istituzione, se si denuncia qualcosa la parte istituzionale ha proprie regole e abitudini, non interviene secondo i tempi con cui si attende che le cose vengano affrontate, le pene sono ridicole, lo Stato è inutilmente inquisitorio con i piccoli, e non con chi trova la strada per passare attraverso le regole. Ma pur senza sanzioni applicate non si fuma nei luoghi chiusi e quindi significa che una strada c’è per far rispettare la legalità senza troppi interventi. Dipende da noi, non votare più un disonesto, non prendere prodotti di una azienda che corrompe è un deterrente più forte della legge. Dipende anche da noi.
p.s. Le grandi aziende di software e i governi, assumono gli hacker per capire da chi li viola, le debolezze dei sistemi informatici e renderli più sicuri. I maggiori esperti di corruzione sono i corruttori, chi studia le norme per violarle, lo Stato dovrebbe assumerli, pagarli moltissimo e utilizzare la loro scienza per rendere forti e applicabili le leggi sugli appalti. Non lo dico io, lo dice l’OSCE. Costerebbe molto meno della corruzione e i lavori sarebbero fatti meglio.
Lettere in stampatello, un po’ ondivaghe e diseguali, come fanno i bambini che hanno imparato a scrivere, ma non si lasciano andare al mare del corsivo per timore d’annegare nel senso. Conoscere la semplicità e la forza adulta che sta dietro quelle lettere pitturate con cura, guardate a fine opera prima di ripulire il pennello, perché i pennelli costano e vanno ben tenuti, avvertire lo sguardo che sorride muto, perché è tutto corretto e si può mostrare, è una gioia. Il cartello parla di una cosa comune, del suo buon uso, e sapere chi l’ha scritto è un piacere d’umanità. In altri tempi ho visto quegli occhi commossi, le mani grandi attorcigliate d’emozione, per qualcosa che ci riguardava tutti, ed è un privilegio che mi ha fatto capire molto. Lui, e molti altri come lui, uomini e donne, hanno vissuto due vite, una fatta di difficoltà, di affetti, di molto lavoro e sudore da fatica fisica, e un’altra vita fatta di lotte, presenza, volontà di cambiare, non per sé, per tutti. C’è una grande differenza tra la crescita e il successo personale e quello di tutti. E’ una differenza dove una parola desueta , solidarietà, è addirittura coniugata alla francese, e quella fraternità sembra una cosa vecchia, da persone che mettono assieme i loro destini. Forse per questa desuetudine a pensarsi assieme, di certe cose non si parla più. E forse per questo è difficile spiegarla al segretario del pd che punta al nuovo e ha pochi ricordi di lotte, ma è la differenza che sta tra sinistra e centro destra: da una parte si pensa di crescere assieme, dall’altra crescono i singoli. Però chi ha scritto il cartello è dentro al pd e non ci pensa proprio ad andarsene, ha dato fiducia al segretario perché chi vince ha la responsabilità di portare avanti le idee comuni. I segretari non si costruiscono sulle idee, quelle sono il nostro patrimonio, ti spiegherebbe, ma sul modo per realizzarle. E così gli dà fiducia anche se farebbe in altro modo. Quando parla, dice poche cose, così gli guardo le mani grandi e sento che anche loro parlano e ciò che esce fa fatica perché è radicato dentro. Non cambia opinione sul fatto che il giusto debba emergere e debba essere di tutti. E lui sa cos’è giusto e cosa non lo è, chi è debole e chi è forte, dove dovrebbero andare a prendere i soldi e dove invece bisognerebbe portarne. Ha fiducia del segretario, perché di un compagno si ha fiducia. Per questo non saprei come spiegare al segretario del pd che queste persone non si possono deludere, o peggio tradire, che in queste persone sta l’essenza del cambiamento perché sono disposte a soffrire se è per tutti e non solo per pochi. Non hanno mai avuto problemi di identità, sanno chi sono, perché sanno da che parte stare. Penso a questa difficoltà di comunicazione, di ascolto di chi non ha salotti o potere, di fiducia concessa perché un compagno non tradisce. Lo penso finché guardo il cartello, le lettere in stampatello, le loro altezze e righe un po’ ondivaghe. Penso che domani saremo assieme, che ci sarà buon cibo preparato con fatica e allegria, perché a stare assieme in cucina ci si diverte pure, che ci saranno parole e sorrisi, e magari lui si commuoverà perché gli accade quando sente che siamo in tanti e dalla stessa parte.
Sorriderà anche al fatto che invece che mille euro ne basteranno 20 per pranzare e autofinanziare quella campagna elettorale già fatta e perduta, perché tra le tavole piene di gente e importante e queste c’è una bella differenza. Qui i debiti si onorano anche quando si perde, ma l’avversario resta avversario. Questa è la differenza che fa di un uomo un uomo, ma chi glielo spiega al segretario.
Caro amico, siamo davvero retrò, continuiamo a scriverci lettere. Rade, certo, ma lettere fatte di parole che cercano di tenere assieme ciò che siamo con ciò che siamo stati. Ti ricordi quella sera alla casa degli italiani, a nord di Rosario? E alla fine della cena, gli inni, i discorsi, le canzoni napoletane e friulane, le lacrime che scendevano senza sapere perché e il cantare sempre più piano e poi il silenzio pieno di borbottii. Sono sicuro che ti ricordi, e anche di quello che allora ci sembrò un vecchietto, ti ricordi. Ci prese un po’ in disparte e ci chiese: ma come va in Italia, davvero? E il re, quello giovane, come sta? Parlava di Umberto e lui se n’era andato nel ’35 in Argentina. Gli raccontammo che andava bene, che anche Umberto stava bene e adesso era all’estero. Ci guardammo senza aggiungere altro. Lui parve contento.
Te lo ricordo perché anche tu sei distante da tanto ormai, mi scrivi che l’Italia c’è poco sui giornali in America, e neppure per televisione ne parlano mai. In internet segui altro, in fondo non c’è mai urgenza quando si è lontani e le cose viste da distante si muovono ma non fanno rumore. Lo so, eppure delle sere ho un magone che diluisco nel sonno. Ti penso allora e mi piacerebbe aver fatto le tue scelte. Essere distante, tornare qualche mese ogni 10 anni, come fai tu. Salutare gli amici, fare una rimpatriata fatta di pacche sulle spalle, cibo, informazioni e piccole notizie su chi non c’è, bere quel tanto che ci arrossa le guance e poi salutarci contando di esserci sempre. Ogni volta che ci sarà. Mi piacerebbe ancora di più adesso, ma allora scegliemmo altro. Ti ricordi quanto ne parlammo, e ciascuno cercava di convincere l’altro, poi ci siamo salutati, ripetendoci che ci saremmo visti e scritto, che ogni anno almeno ci sarebbe stato un appuntamento, che la nostra amicizia non sarebbe finita. Come non sarebbero finite le cose in cui credevamo. L’amicizia c’è ancora, magari non quella di un tempo, frammentata com’è dalla distanza e dalle vite, ma le cose in cui credevamo, amico mio, non ci sono più. Finito tutto, cancellato, espulso dalle idee e dalle passioni.
A noi sembravano immortali quelle idee, ci sentivamo dentro un progetto che eccedeva di gran lunga noi stessi. Era una religione con l’uomo al centro, ma hanno vinto gli atei e così tutto si è sgretolato. Prima con verità che non volevamo vedere e che sono apparse forti e incontestabili, così tutto è sembrato distorto, impossibile, sbagliato. Molti hanno fatto finta di niente, conveniva, ma poi sotto i colpi dell’individualismo e dell’indifferenza, pian piano si sono zittiti. Parlavano per frasi fatte, vuote di passione e di realtà. Tu eri distante, ma io ero qua e mi sono sentito un sognatore incapace di vedere la realtà. Non mi piaceva la realtà che mi imponevano, mi sembrava una campana fessa, senza suono. Ero fuori tempo e lo capivo, ormai residuo di un passato che ci crollava addosso. Quando crolla una casa non crollano solo i mattoni, le travi, ma anche gli affetti legati agli oggetti, i rapporti, le speranze che quella casa ha contenuto. Tra poco toccherà a Berlinguer, il resto se n’è già andato. Ti dico di questa sensazione perché non c’è più nulla di importante che vogliano tenere e te lo dico anche perché quelle notti e quel giorno li passammo assieme, condividendo lacrime e certezze. Si pensava, ce lo dicevamo, che quell’idea di società, di rigore, di cambiamento più rispettoso dell’uomo e del posto in cui vive, sarebbe andata avanti, anche nel Suo nome, e che le lotte future lo avrebbero sempre sentito parte di esse. Non fu così quasi subito, te n’eri già andato, ma quello che precedette la Sua morte, i picchetti alla FIAT (c’andammo anche noi, ricordi, per non far sentire soli quelli che erano lì giorno e notte), la scala mobile, la marcia dei 40.000 e le cose precipitarono. Lui non vide il referendum perduto, dissero che noi avevamo sbagliato. Ce lo dissero gli italiani, assieme ai dirigenti del nostro partito. I 40.000 trovarono interlocutori dappertutto, e noi non capimmo che se c’era un errore i problemi non cessavano, le soluzioni trovavano risposte fatte di licenziamenti, di difficoltà crescenti. Allora ci furono Craxi e poi Berlusconi a fornire risposte. E noi? Noi, io, non capii che già allora avevamo perduto, perché quella sconfitta aveva scavato dentro, demolito principi, convinzioni, idee. Però mica si diceva e così si è continuato finché mi sono trovato fuori della storia. Non da solo, ma io lo sentivo. Capisci, noi credevamo di essere parte della storia, di farla col nostro piccolo contributo e questa c’aveva sputato fuori, come un osso di frutto. Non ci ha messi in disparte, ci ha cancellato. Si chiama damnatio memoriae. E’ accaduto spesso nel passato, accade ora.
E così è finito tutto.
Ne parlavo con mio figlio, poi con altri giovani che hanno l’età in cui te ne sei andato, con una ragazza americana, e un lavoro che forse ci sarebbe stato, perché l’America, dicevi, era pur sempre un posto da cui vedere il mondo e poi ritornare. Questi ragazzi/uomini sono rimasti qui e parlando con loro ho scoperto che le nostre priorità di allora sono diventate niente, che le loro vite sono molto più precarie delle nostre, e già ci parevano ingiuste e misere (della miseria della condizione studentesca, ricordi? Ho ancora il saggio da qualche parte), e che quello che credevamo di aver conquistato per tutti, loro non lo vivevano, semplicemente perché non c’era. E poco vale dire che quelli che gli hanno tolto i diritti si chiamavano Berlusconi o Craxi, semplicemente sono stati privati di qualcosa quando ancora non potevano sapere che c’era e quindi non lo avvertono come una mancanza. Stanno peggio e basta. Non c’era passione in questo parlare con loro, i problemi e le mie soluzioni non avevano condivisione. Forse neppure le capivano le soluzioni, le parole che a me sembravano così ricche di significato. Allora ho capito l’indifferenza che è subentrata, è naturale sia così, per loro gli obbiettivi si sono talmente ravvicinati, l’affitto, le bollette, l’arrivare a fine mese, quale sarà il prossimo lavoro, che nel futuro al più ci sta una vacanza piccola, una partita con gli amici. Tutto diventa distante nell’indigenza e non c’è tempo, e modo di pensare, in grande. Questi uomini, perché ragazzi non lo sono, non credono più, né in Renzi né in quelli che lo contrastano. Sono distanti, come te, eppure vivono qui, ma non guardano al futuro, perché non riescono ad immaginarlo se non come somma di piccole/grandi difficoltà personali risolte.
E’ finito tutto, amico mio, e noi non ce ne siamo accorti, persi come eravamo nella cristallina forza delle convinzioni, degli ideali. Non ce ne siamo accorti e così siamo corresponsabili, perché non abbiamo saputo far evolvere le nostre ragioni del cuore e dell’intelligenza. Battuti non dal nuovo, ma dal vecchio che riemerge nel liberalismo trionfante. E così anche quello che si era duramente conquistato, è vetusto e si butta. Non è più vero che i diritti sono per sempre, scadono come il latte, ma noi non lo pensavamo. E’ la nostra sconfitta e non c’è più tempo per riprendere le bandiere rosse gettate nel fango. Almeno tu sei distante, leggi di questo Paese con la giusta misura e lo collochi nel tempo dilatato che si ha da lontano, cambierà perché in altri modi qualcun altro si incaricherà di rispondere all’ineguaglianza e all’ingiustizia. Sono un vecchio trombone, mio caro, borbotto e tengo lontano il cinismo, almeno quello, perché se qualcuno ha perduto non devono perdere tutti, anche quelli che verranno. Immagino ci sia una terza via, qualcosa che sia davvero nuovo e consideri un valore il cammino fatto. Adesso siamo un vicolo che non avevamo previsto, e non abbiamo un testimone da consegnare a qualcuno. E questo, credimi, rende oltremodo tristi. Ma qualcun altro si arrampicherà su per i muri e vedrà il giorno. Com’è, non come lo raccontano. Non noi. Ma questa speranza mi basta e forse può bastare anche a te.
Ti abbraccio con quella parola che ci piaceva tanto: compagno. Come un tempo, come adesso.
Una infinita cascata di parole inzuppa il Paese. E come in un giorno d’estate, ritornati bambini, tantissimi si lasciano bagnare. Eppure le condizioni materiali dei cittadini non sono migliorate in questo anno di transizione (si spera) verso qualcosa di differente. Ma cos’è, dove sia e come si possa raggiungerlo, questo mutamento positivo, non è certo. Le parole offuscano le relazioni causa-effetto, ed evocare un cambiamento, spesso punitivo, non basta ad essere certi che per un sacrificio ci sarà una ricompensa. In questi giorni ho sentito un profluvio di immagini, di similitudini, di metafore. Una girandola variegata che ha portato gli occhi altrove dagli esuberi Alitalia e Meridiana, dai licenziamenti Tyssen Group, dalle casse integrazioni senza ormai azienda in cui tornare, dalle 160 vertenze aperte presso il ministero del lavoro. In piazza san Giovanni, la segretaria Camusso, arrancava con le parole un po’ usate: diritti, lotta, sciopero, contrattazione. Altrove tutte queste parole venivano irrise, giudicate vecchie, parte di una generazione di ideali vetusti e portate innanzi da persone incapaci di capire come funzione un iphone, una macchina digitale, un computer. Il vecchio e il nuovo che malamente si confrontano, dove il primo chiede di discutere con gli strumenti che conosce, con quello che è stato elaborato in decenni di confronti con risultato positivo e il secondo gli risponde che non è più un soggetto portatore di soluzioni, di cultura, di problemi. Ma davvero è una questione generazionale, un modo nuovo di capire la realtà? oppure è un diverso modo di usare le parole, di offrire una risposta verbale ad un Paese stremato, che non lotta più e vuol darsi una tregua, una speranza (che come tutte le speranze non ha bisogno di motivo e neppure pretende di diventare certezza). Leggendo il materiale a disposizione sui decreti delegati del Job Act, capisco che non viene indicato il lavoro vero che ci sarà alla fine, se spariranno le decine di contratti atipici, se chi lavora -o vorrebbe lavorare- sia esso giovane o meno giovane, troverà un lavoro e non solo una precaria occupazione. Però sentendo le parole sembra che tutto questo ci sia, allora capisco che ci sarà uno jato tra realtà e promesse, che ciò che davvero manca è una indicazione, un piano per lo sviluppo del Paese che da decenni latita e lascia alla sola iniziativa privata il compito di provvedere alla crescita. Ma questa iniziativa si è dimostrata insufficiente, spesso incapace, e allora torno sulle parole, quelle nuove, colorate e troppe da una parte, e quelle vetuste, logore, grigie, dall’altra. E mi convinco che siccome di parole ce ne sono state sempre più del necessario, dovrebbero essere i fatti a dare speranza, a dimostrare la giustezza di ciò che si fa. La realtà è una dura maestra. Ma la realtà rende flebile la speranza, la circonda di dura fatica, la mette in un percorso in cui chi conduce ha lo stesso rischio di chi è condotto. Proprio lo stesso rischio, non quello delle liquidazioni d’oro dopo i fallimenti. E troppi sono ancora le scialuppe per la prima classe e troppo pochi i salvagente per quella economica. Falso in bilancio, evasione fiscale, carcere per i reati finanziari, tutele per la fuga di capitali, ecc. ecc. non fanno parte del lessico trionfalistico di questi giorni perché parlare di questo, non dà colore ai discorsi, non infiamma, fa scappare i finanzieri d’assalto, i bon vivant, e al più racconta di equità e giustizia in un Paese che sembra preferire i furbi agli onesti. Forse per questo queste idee, a me care e importanti, sono diventate rare e difficili. Perché non si vede la riva, e così, finché si nuota, ci vengono raccontate storie e parole che non ci appartengono, ma che ci invitano a immaginare una salvezza facile e vicina (naufraghi, ecco quello che davvero siamo, di idee, di progetti comuni, di certezze), e questo ci espone tutti ad una scelta: valuteremo la realtà di ciò che viene promesso, oppure ci accontenteremo del calore delle parole che tratteggiano un futuro possibile? E’ una scelta drammatica, disperata per certi versi. Emerge in molti la tentazione di lasciare ad altri il compito di analizzare, riflettere, indicare soluzioni, come se la stanchezza del vedere la realtà ora fosse impossibile da superare. Credo invece che tutti dovremmo essere coinvolti, non dalle parole, ma da un progetto che condividiamo. Si usano esempi affascinanti ma poco italiani, è strano evocare Steve Jobs in un Paese che non ha più nessuna filiera tecnologica innovativa leader mondiale. E’ strano parlare di investimenti quando i privati se ne vanno dopo aver lucrato per decenni sugli aiuti di stato. E’ strano immaginare che i talenti che abbiamo restino senza un piano che investa denaro pubblico per le start up, per le nuove tecnologie, per la ricerca, per il lavoro che non sia solo occupazione, ma contenuti, competenze, abilità innovativa. C’è una strana mescolanza tra le parole: futuro, tecnologia, presente. Come se ciascuna di esse fosse automatica negli effetti e gratuita. Come se il futuro, per il solo fatto di tratteggiarlo, fosse già presente. La parola vivifica ciò che vorremmo, ma non lo rende reale, lo rende perseguibile. E questo costa fatica. Allora la domanda oltre le parole è: siamo disponibili a far fatica, sacrifici, condividere un percorso per raggiungere qualcosa di certo? E questo obbiettivo è di ciascuno, di alcuni, oppure è di tutti?
Alle 16 i marciapiedi della strada si riempiono di bambini festanti, di voci acute, risate, corse, piccole bizze. Vengono a frotte dalla vicina scuola privata, gestita dalle suore. E’ una scuola di rango, ce ne sono diverse in città, famose per la qualità. O almeno così si dice sia. I bambini hanno una mamma, o una tata oppure qualche giovanile nonna che li accompagna. Sciamano tutti verso il piazzale e i parcheggi. Lì troveranno o le case vicine, oppure auto spesso voluminose. E’ uno spettacolo che mi rallegra molto, c’è la gioia dei bimbi di essere fuori da una costrizione e l’amore di chi li sta accompagnando. Tutto si vede sui volti distesi, sulla disponibilità a fermarsi a chiacchierare.
Bene, oggi pensavo che gli 80 euro, promessi da Renzi alle neo mamme per 3 anni, dati a queste persone che non ne hanno bisogno sarebbero sbagliati, mal posti, inutili. Pensavo anche che i servizi, gli asili nido, gli aiuti domiciliari, il lavoro, per le neo mamme che ne hanno bisogno sarebbero ben più importanti. Pensavo anche che l’eguaglianza non è per forza giusta se non tiene conto delle condizioni di partenza. Fine dei pensieri e mi sono goduto il concerto di grida e corse.
Dal 2010 è possibile inscrivere sulla carta di identità l’autorizzazione a donare organi. Sugli oltre 8000 comuni italiani solo 24 l’hanno fatto. Manca il regolamento della legge. Stamattina una funzionaria del ministero della Sanità ha dichiarato che siamo (chi siamo?) in dirittura d’arrivo, manca solo un passaggio formale e poi il regolamento sarà disponibile. Quattro anni. E questo è uno degli oltre 700 regolamenti in attesa di emanazione da parte dei ministeri dopo l’approvazione di leggi che spesso hanno avuto discussioni accese. Dopo l’eliminazione del Senato come fonte di lungaggini, chissà cosa starà pensando il Presidente del Consiglio e la Ministra competente per togliere questo spreco e vergogna amministrativa. Perché se si pensa che il balzello all’investire in Italia, sia nei diritti non più attuali dei lavoratori (esistono diritti non più attuali?) si sbaglia, in realtà ciò che limita gli investitori sono le incertezze sulle decisioni e sui tempi della burocrazia.
Il partito della nazione comincia a prendere forma. Ieri alla direzione del PD, c’è stato un uso smodato del termine “inclusivo”. Per avere un partito di tutti bisogna metterci tutti, da scelta civica a Sel e magari anche altri se lo ritengono opportuno. A mio avviso, allora, bisogna togliere il termine partito dal nome, è un non sense, partito è di parte, non può comprendere tutti, ma solo quelli che la pensano in un certo modo, che perseguono gli stessi obbiettivi. Allora come si pensa, e opera, in questo Paese? C’è un pensiero, e una azione, comune? Ovvero, sappiamo tutti dove vogliamo andare, con chi, in quali modi e con quali eguaglianze e diritti? Credo che il pensiero che si sta formando sia quello del tradurre le larghe intese, ossia una situazione transitoria e di emergenza, in un modo di far politica permanente, basato sulla eliminazione del confronto e del contrasto. Questo non avviene solo nel pd, ma ovunque ci sia un partito di grosse dimensioni: la lega, forza Italia, il movimento 5 stelle. Il Presidente della Repubblica spero stia meditando su quanto avviene, anche perché non è un arbitro, ma ha scelto di fare il giocatore. Il dissenso scompare, diventa un problema “inclusivo” oppure viene marginalizzato, espulso. E’ questo il concetto dialettico democratico che si ritiene utile per governare il Paese? Dire chiare le cose agli Italiani servirebbe, serve, è necessario. Poi ciascuno deciderà cosa gli piace.
Perdonate i riferimenti molto personali, avevo pensato di rispondere ai due commenti del precedente post, poi parlando con un’amico della situazione politica, mi ha detto che passerà, che occorre capacità di discernimento tra ciò che è importante e ciò che non lo è. Questo mi ha fatto scoprire ancora una volta l’inadeguatezza delle mie percezioni: non sono allineato ad una realtà di cui partecipo. Quello che a me sembra importante per altri lo è di meno, o non lo è. Eppure dovrei avere gli strumenti giusti: non faccio più l’amministratore pubblico ormai da 10 anni, mi sono messo in disparte da solo e se ho incarichi di partito non li ho cercati, anzi. Non avere secondi fini e tantomeno personali dà una bella libertà. Allora da cosa deriva questa scontentezza e perché quello che vedo mi rattrista e preoccupa? Concludo sempre più spesso che c’è confusione sotto il cielo, nessuna pazienza e molta arroganza e protervia. Sembrano cose da vecchi, da panchina o da bar. E così penso che quelli come me si possono tirare in disparte e dedicare a ciò che hanno troppo a lungo trascurato, pensando che ci fosse un dovere nell’esserci. E so che nessuno verrà rimpianto anzi quelli che oggi sgomitano ovunque, da molto non accettano neppure il regalo di una disponibilità gratuita.
Come tutti quelli che hanno uno splendido avvenire dietro di sé, penso al peso delle idee e del vissuto come a un valore per guardare avanti. E non perché ami il reducismo, ma perché è impossibile non cercare analogie, non vedere singolarità che si ripetono e trarne qualche conclusione. Ecco, su questo vedere oltre il quotidiano sta la mia e altrui inutilità, e sul considerare che c’è un mondo che si agita e urge, sta un altra inutilità. Insomma ci si sente inadeguati al reale medio e urlato e un po’ per volta ci si rivolge ad altro, ma vivere senza passioni collettive e personali è amare un po’ meno. E quando passano gli anni l’amore manca di più.
Sta accadendo qualcosa in questo Paese. E pure nel mondo. Crescono le povertà, l’intolleranza sociale e religiosa, la paura di nuove malattie come l’ebola, le guerre e gli eccidi. Le crisi si intrecciano e, seppur rimossa, un’ inquietudine serpeggia. C’è un cambiamento senza entusiasmi nei cittadini, più per disperazione che per scelta o volontà. Molti si sentono stremati e seppure tutto sembra continuare e funzionare, non si sente il profumo di avvenire. Si è rotto l’ascensore sociale. Cosa significa? Che si sale a piedi o non si sale proprio? Ciò che va, procede un po’ meno bene, senza l’euforia della speranza. Le parole non bastano: questo sarà il più meraviglioso Paese al mondo, ma se hai 50 anni e perdi il lavoro non hai più speranza. E anche se ne hai 30 di anni, le tue speranze non sono molto più alte, sei solo più giovane. Basta?
Con il tfr in busta paga (giusto che ci sia una scelta del proprietario di quei soldi, ovvero il lavoratore), che accadrà della previdenza integrativa? Eppoi se vengono dati in busta paga soldi propri, che spinta egualitaria è? Pagano i soliti, e non sono contenti. Non c’è novità in questo. Tra le cose di questi giorni, non c’è solo l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, ma i contenuti vaghi della modifica dello statuto dei lavoratori, con le parti già note che renderanno molto meno contrattuale ed egualitario lo scambio tra lavoro e retribuzione. Ma ciò che offende sono i modi e la violenza con cui si procede. Chi si sente da sempre tartassato, dovrebbe essere contento? Ieri sera il senatore Valter Tocci, si è dimesso da senatore dopo la fiducia, era uno di quelli definiti, molto elegantemente dagli epigoni di Renzi, attaccati alla sedia. E se fosse vero il contrario, ossia che tutto ciò che è difforme, che discute, viene invece visto come una minaccia alla propria di sedia. Chi va in direzione contraria sceglie ciò in cui crede ed è difficile tenere insieme la coerenza con la costrizione ad essere altro. La voce di Valter Tocci è importante, appassionata e intelligente, ne abbiamo bisogno tutti, spero lo convincano a restare al suo posto. Anche Renzi ne ha bisogno, lo capirà oltre le frasi di rito?
Ieri, più di altri giorni, si è detto che tutti devono contribuire, che per uscire dalla crisi servono sacrifici e nuove tutele adeguate al mondo attuale. Mi sono sentito irrimediabilmente vecchio, ormai ai margini di un pensiero che vorrei analitico, ma non lo è. Si procede per slogan e subentra il conformismo a chi ha potere, per cui il nuovo e la sua individuazione, non passa attraverso gli strumenti che conosco, l’analisi, le alternative e gli scenari, il contraddittorio, la discussione, la sintesi. Tutto superato. Avanti per strappi senza avere un programma, come se in continuazione si dovesse dimostrare qualcosa a qualcuno. Se l’Europa è un problema lo si dica e si proceda in conseguenza, ma sembra che ancora una volta il problema siano i cittadini, noi. La patrimoniale sui patrimoni veri non si vede, ma allora contribuiscono tutti oppure i soliti che non possono scappare? Così è per l’evasione fiscale. Il falso in bilancio non si vede. Reati per cui in paesi come gli Stati Uniti, si va in galera per anni, qui non esistono. La giustizia si impantana nella gora delle alleanze di governo. Cos’è la giustizia giusta? Quella delle immunità e dei processi infiniti? Per il senatore Azzollini, Ncd, presidente della commissione bilancio, ieri relatore in aula per il Jobs Act, la giunta per le elezioni e l’immunità rifiuta l’autorizzazione ai giudici di verificare intercettazioni e tabulati relativi ad una presunta truffa che riguarda la costruzione del porto di Molfetta, il senatore Casson, si autosospende visto il voto del Pd in giunta. Si sa che il senato non ha la maggioranza, ma qual’è la Parigi per cui val bene una messa? Alla fine del cambiamento saremo tutti diversi, di sicuro più vecchi, molti o pochi, e io sono tra questi, più svogliati e malinconici. Non è nostalgia di un passato che ha molto di buono, ma altrettanto di guasto e opinabile, è la convinzione della propria inutilità al cambiamento. Così ci si sente vecchi e gufi e non interessa più aver ragione, ci si dedica ad altro, si esce e basta.
Prima la vita, dopo la pace. Hanno distribuito le armi alle donne, a tutte, anche a quelle anziane, a Kobane. Le donne hanno sopportato le follie degli uomini, hanno accudito figli e protetto compagni, che altri avrebbero ucciso. Sono state custodi nella storia di questo animale pericoloso che si chiama uomo, di quello che gli permetteva di continuare ad esistere. L’ultimo baluardo, prima culturale, poi fisico, all’estinzione. C’è una fierezza particolare e un’ appartenenza al genere, nelle donne, che l’uomo fatica a possedere. E a capire. Per lui funziona l’istinto di sopravvivenza, per la donna si aggiunge la protezione della propria continuità. A Kobane le donne curde stanno combattendo, come altre donne hanno fatto e continueranno a fare nel mondo. Ciò che sorprende è lo scarso clamore che tutto questo suscita, anche i gesti individuali, così tanto amati dai media, si spengono in una quotidianità offensiva. Arin Mirkan, finite le munizioni si è fatta saltare in aria in mezzo ai jihadisti dell’IS, Ceylan Ozalp, 19 anni, ha riservato l’ultimo colpo per sé, per non essere catturata. Chissà quante donne hanno sinora fatto, e attuato, lo stesso pensiero: meglio morte che preda della violenza del terrore. Eppure quanto accade laggiù fa un rumore ovattato, privo di consistenza per le nostre coscienze assuefatte. Tanti anni di individualismo ci hanno abituato al fatto che tutto ciò che è lontano non ci riguarda. Eppure quelle donne e quegli uomini curdi stanno morendo in una Stalingrado attuale, per arginare una furia che se dilagasse non lascerebbe nulla di quanto amiamo come valori, come modi di vita, come libertà. Queste donne e questi uomini, muoiono da soli, per loro e per noi, senza uno Stato che li comprenda tutti. Combattono in nome di valori comuni e di una Patria che è stata solo oggetto di spartizioni e interessi cinici delle potenze occidentali. L’America scopre che i bombardamenti non sono sufficienti, che il ritiro dall’Iraq non è stata una grande idea. Magari scopre pure che le armi vengono da paesi che sono amici dagli Stati Uniti. Scopre la sua inefficienza nel governare il mondo. E’ inefficace e quindi il capitalismo provvede per suo conto. Non ci sono principi, né frontiere, tutte balle, impicci, così il petrolio comprato a 30/40 dollari il barile dai giacimenti in mano all’IS, magari finisce anche nelle nostre auto. Noi in silenzio, distratti, la notizia è in fondo alle pagine dei giornali, i telegiornali hanno bisogno di fatti più eclatanti. E a mille km da qui sono solo i Curdi a difenderci dal dilagare del califfato. Almeno il pensiero, la partecipazione, l’onore e il sostegno a queste donne e uomini. Almeno quello.