Caro amico

Caro amico

Caro amico, siamo davvero retrò, continuiamo a scriverci lettere. Rade, certo, ma lettere fatte di parole che cercano di tenere assieme ciò che siamo con ciò che siamo stati. Ti ricordi quella sera alla casa degli italiani, a nord di Rosario? E alla fine della cena, gli inni, i discorsi, le canzoni napoletane e friulane, le lacrime che scendevano senza sapere perché e il cantare sempre più piano e poi il silenzio pieno di borbottii. Sono sicuro che ti ricordi, e anche di quello che allora ci sembrò un vecchietto, ti ricordi. Ci prese un po’ in disparte e ci chiese: ma come va in Italia, davvero? E il re, quello giovane, come sta? Parlava di Umberto e lui se n’era andato nel ’35 in Argentina. Gli raccontammo che andava bene, che anche Umberto stava bene e adesso era all’estero. Ci guardammo senza aggiungere altro. Lui parve contento.

Te lo ricordo perché anche tu sei distante da tanto ormai, mi scrivi che l’Italia c’è poco sui giornali in America, e neppure per televisione ne parlano mai. In internet segui altro, in fondo non c’è mai urgenza quando si è lontani e le cose viste da distante si muovono ma non fanno rumore. Lo so, eppure delle sere ho un magone che diluisco nel sonno. Ti penso allora e mi piacerebbe aver fatto le tue scelte. Essere distante, tornare qualche mese ogni 10 anni, come fai tu. Salutare gli amici, fare una rimpatriata fatta di pacche sulle spalle, cibo, informazioni e piccole notizie su chi non c’è, bere quel tanto che ci arrossa le guance e poi salutarci contando di esserci sempre. Ogni volta che ci sarà. Mi piacerebbe ancora di più adesso, ma allora scegliemmo altro. Ti ricordi quanto ne parlammo, e ciascuno cercava di convincere l’altro, poi ci siamo salutati, ripetendoci che ci saremmo visti e scritto, che ogni anno almeno ci sarebbe stato un appuntamento, che la nostra amicizia non sarebbe finita. Come non sarebbero finite le cose in cui credevamo. L’amicizia c’è ancora, magari non quella di un tempo, frammentata com’è dalla distanza e dalle vite, ma le cose in cui credevamo, amico mio, non ci sono più. Finito tutto, cancellato, espulso dalle idee e dalle passioni.

A noi sembravano immortali quelle idee, ci sentivamo dentro un progetto che eccedeva di gran lunga noi stessi. Era una religione con l’uomo al centro, ma hanno vinto gli atei e così tutto si è sgretolato. Prima con verità che non volevamo vedere e che sono apparse forti e incontestabili, così tutto è sembrato distorto, impossibile, sbagliato. Molti hanno fatto finta di niente, conveniva, ma poi sotto i colpi dell’individualismo e dell’indifferenza, pian piano si sono zittiti. Parlavano per frasi fatte, vuote di passione e di realtà. Tu eri distante, ma io ero qua e mi sono sentito un sognatore incapace di vedere la realtà. Non mi piaceva la realtà che mi imponevano, mi sembrava una campana fessa, senza suono. Ero fuori tempo e lo capivo, ormai residuo di un passato che ci crollava addosso. Quando crolla una casa non crollano solo i mattoni, le travi, ma anche gli affetti legati agli oggetti, i rapporti, le speranze che quella casa ha contenuto. Tra poco toccherà a Berlinguer, il resto se n’è già andato. Ti dico di questa sensazione perché non c’è più nulla di importante che vogliano tenere e te lo dico anche perché quelle notti e quel giorno li passammo assieme, condividendo lacrime e certezze. Si pensava, ce lo dicevamo, che quell’idea di società, di rigore, di cambiamento più rispettoso dell’uomo e del posto in cui vive, sarebbe andata avanti, anche nel Suo nome, e che le lotte future lo avrebbero sempre sentito parte di esse. Non fu così quasi subito, te n’eri già andato, ma quello che precedette la Sua morte, i picchetti alla FIAT (c’andammo anche noi, ricordi, per non far sentire soli quelli che erano lì giorno e notte), la scala mobile, la marcia dei 40.000 e le cose precipitarono. Lui non vide il referendum perduto, dissero che noi avevamo sbagliato. Ce lo dissero gli italiani, assieme ai dirigenti del nostro partito. I 40.000 trovarono interlocutori dappertutto, e noi non capimmo che se c’era un errore i problemi non cessavano, le soluzioni trovavano risposte fatte di licenziamenti, di difficoltà crescenti. Allora ci furono Craxi e poi Berlusconi a fornire risposte. E noi? Noi, io, non capii che già allora avevamo perduto, perché quella sconfitta aveva scavato dentro, demolito principi, convinzioni, idee. Però mica si diceva e così si è continuato finché mi sono trovato fuori della storia. Non da solo, ma io lo sentivo. Capisci, noi credevamo di essere parte della storia, di farla col nostro piccolo contributo e questa c’aveva sputato fuori, come un osso di frutto. Non ci ha messi in disparte, ci ha cancellato. Si chiama damnatio memoriae. E’ accaduto spesso nel passato, accade ora.

E così è finito tutto.

Ne parlavo con mio figlio, poi con altri giovani che hanno l’età in cui te ne sei andato, con una ragazza americana, e un lavoro che forse ci sarebbe stato, perché l’America, dicevi, era pur sempre un posto da cui vedere il mondo e poi ritornare. Questi ragazzi/uomini sono rimasti qui e parlando con loro ho scoperto che le nostre priorità di allora sono diventate niente, che le loro vite sono molto più precarie delle nostre, e già ci parevano ingiuste e misere (della miseria della condizione studentesca, ricordi? Ho ancora il saggio da qualche parte), e che quello che credevamo di aver conquistato per tutti, loro non lo vivevano, semplicemente perché non c’era. E poco vale dire che quelli che gli hanno tolto i diritti si chiamavano Berlusconi o Craxi, semplicemente sono stati privati di qualcosa quando ancora non potevano sapere che c’era e quindi non lo avvertono come una mancanza. Stanno peggio e basta. Non c’era passione in questo parlare con loro, i problemi e le mie soluzioni non avevano condivisione. Forse neppure le capivano le soluzioni, le parole che a me sembravano così ricche di significato. Allora ho capito l’indifferenza che è subentrata, è naturale sia così, per loro gli obbiettivi si sono talmente ravvicinati, l’affitto, le bollette, l’arrivare a fine mese, quale sarà il prossimo lavoro, che nel futuro al più ci sta una vacanza piccola, una partita con gli amici. Tutto diventa distante nell’indigenza e non c’è tempo, e modo di pensare, in grande. Questi uomini, perché ragazzi non lo sono, non credono più, né in Renzi né in quelli che lo contrastano. Sono distanti, come te, eppure vivono qui, ma non guardano al futuro, perché non riescono ad immaginarlo se non come somma di piccole/grandi difficoltà personali risolte.

E’ finito tutto, amico mio, e noi non ce ne siamo accorti, persi come eravamo nella cristallina forza delle convinzioni, degli ideali. Non ce ne siamo accorti e così siamo corresponsabili, perché non abbiamo saputo far evolvere le nostre ragioni del cuore e dell’intelligenza. Battuti non dal nuovo, ma dal vecchio che riemerge nel liberalismo trionfante. E così anche quello che si era duramente conquistato, è vetusto e si butta. Non è più vero che i diritti sono per sempre, scadono come il latte, ma noi non lo pensavamo. E’ la nostra sconfitta e non c’è più tempo per riprendere le bandiere rosse gettate nel fango. Almeno tu sei distante, leggi di questo Paese con la giusta misura e lo collochi nel tempo dilatato che si ha da lontano, cambierà perché in altri modi qualcun altro si incaricherà di rispondere all’ineguaglianza e all’ingiustizia. Sono un vecchio trombone, mio caro, borbotto e tengo lontano il cinismo, almeno quello, perché se qualcuno ha perduto non devono perdere tutti, anche quelli che verranno. Immagino ci sia una terza via, qualcosa che sia davvero nuovo e consideri un valore il cammino fatto. Adesso siamo un vicolo che non avevamo previsto, e non abbiamo un testimone da consegnare a qualcuno. E questo, credimi, rende oltremodo tristi. Ma qualcun altro si arrampicherà su per i muri e vedrà il giorno. Com’è, non come lo raccontano. Non noi. Ma questa speranza mi basta e forse può bastare anche a te.

Ti abbraccio con quella parola che ci piaceva tanto: compagno. Come un tempo, come adesso.

2 pensieri su “Caro amico

  1. Chi è stato convinto che, lottare per quegli ideali di giustizia fosse un valore universale non cambierà pur consapevole che la Storia è cambiata come cambiati sono gli uomini. E morire con questo Sogno negli occhi non sarà che l’ennesima sfida alla Speranza di un nuovo anche finendo sotto terra insieme al fango del presente. E questo sono certa varrà anche per il tuo amico così distante per latitudine ma non per sentimenti. Ciao sfiduciato sognatore. Mirka

  2. Condivido in pieno lo sconforto che nasce da un’analisi veritiera della realtà e delle emozioni che ne conseguono,,,

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