Prenotazione tre mesi prima, fare coda allo sportello per la riconferma dell’esame il giorno fissato, spostarsi e fare coda per il pagamento del ticket, 47.15 euro, ritornare all’altro sportello per consegnare la ricevuta di pagamento. Coda. Tra la cassa e lo sportello ci sono 50 metri. Tre code, 150 metri, per fortuna ho le gambe buone e una discreta pazienza. Eppure questa è la migliore sanità italiana, così dicono. Ma la burocrazia e la logica sono allineate al livello di efficienza e di irrazionalità più basso. Non c’è logica , ne buon utilizzo del personale, perché?
Adesso pazientemente attendo che un’ora tassativa per me diventi reale per il medico.
Modesta riflessione per il Presidente del consiglio:
A Napoli ci sono due gestori per due linee di metropolitana: uno sono le ferrovie dello stato con svariati tipi di biglietti, prezzi e scadenze. L’altro è una municipalizzata, l’ANM che gestisce due linee. I biglietti dell’uno non valgono per l’altro.
Oltre a questi gestori esiste la Circumvesuviana, la Napoli- Giugliano-Aversa i cui gestori confluiscono nell’ente autonomo Volturno e la tariffazione è gestita dal Consorzio unico Campania. Comunque Wikipedia può chiarirLe la situazione e non mi permetto di insistere sui particolari.
Le faccio questo esempio che è uno dei tanti esistenti, a nord come a sud, (e penso che anche Ella potrebbe raccontarne di ‘belle’ per Firenze e la Toscana) per chiederLe una fugace riflessione su cosa significhi per il cittadino cambiare verso. A mio avviso significa avere una vita che rispecchi nella cosa pubblica, la semplicità, che gli dia la percezione che non si buttano i soldi inutilmente, che gli faccia tener a mente la distinzione tra utile e inutile, tra equità e privilegio, tra passato e presente. Le dico questo perché ho l’impressione che si stia applicando il principio che il cambiamento inizia da dove c’è meno resistenza, che le cose vere da mutare siano inalterate, che, ad esempio, non sia mutato nulla nelle grandi articolazioni della macchina pubblica. Quella con cui il cittadino si confronta giornalmente, imposta la propria vita in un insieme di certezze che alla prova dei fatti non sono tali. Sono esperienze che fanno perdere la nozione di collettività, che tolgono la sensazione di essere dalla stessa parte, come Ella spesso ci ripete, ma invece radicano l’impressione di essere sudditi. Se il pesce puzza dalla testa, da noi, purtroppo l’odore si è diffuso. Gli elementi che hanno contribuito sono in sostanza due: il potere esercitato sempre e ovunque, e il suo antidoto, il privilegio che permette di temperare il potere, opporre una diversa legalità. Tutto ciò, come Lei ben sa, è inefficiente e costosissimo. Allora le chiederei di cominciare questo mutamento del Paese proprio dalla parte difficile, cioè l’inefficienza e il privilegio. Di far sorridere il cittadino assieme alle sue Ministre, che vedo trionfanti perché passa la legge elettorale o la riforma del Senato e della Costituzione. Attendo assieme a molti altri, ben più di quel 40% di cui parla l’Italicum, che questo cambiamento di verso inizi davvero, perché vede Signor Presidente del Consiglio, io voto ogni 5 anni, ma vivo ogni giorno e vorrei vivere meglio.
p.s. Io sono sereno e attendo il cambiamento e Lei ?
Oggi si celebra molto. Si discute altrettanto. Si smarrisce parecchio. Ciò che si strumentalizza in fondo lo si giudica di poco valore, accade anche con la festa della Liberazione, vista la scarsa attenzione che ha ormai la carta costituzionale, rispetto ad allora. Sembra un passato vecchio, inattuale, ma allora è meglio questa broda?
Intendiamoci, partiamo da condizioni assolutamente diverse. Oggi c’è la libertà, allora non c’era, c’è un benessere che pure nella crisi non è confrontabile con quello anteguerra, c’è un dibattito politico, la critica, la possibilità di muoversi, una eguaglianza difficile, ma perseguibile senza giudizi di razza, religione, genere., tutto questo e molto d’altro nel fascismo non c’era. Però oggi c’è una minore considerazione sul valore di tutto questo, tutto si confonde e diventa uguale, o almeno si vorrebbe fosse eguale.
Revisionismi storici, relativizzazione del contributo dei Partigiani, ma essere stati dalla parte del giusto, aver lottato, cambiato il Paese, riscattata la dignità dei singoli e di un popolo, lottato per la pace, contro le stragi, le sopraffazioni, la fame avrà pure avuto una differenza sostanziale, o no? C’è da chiedersi, nella diminuita percezione del valore della democrazia, quali domande non vengono più poste a chi si occupa della cosa pubblica, quali germi crescono intanto. La Resistenza allora dette molte risposte, ai singoli e alla comunità, pose domande nuove e soprattutto ridiede la speranza a una nazione. Per molti anni abbiamo vissuto di quella speranza, anche chi si aspettava altro dalla Resistenza e si sentì tradito nel sacrificio, comunque ebbe speranza: le cose sarebbero mutate. E mutarono. Ma oggi il Paese vive una crisi che non è solo economica, manca di valori condivisi, questo genera un grande pericolo che il passato sotto altre forme, possa ritornare e che l’Italia, l’Europa ridiventino incubatori di ineguaglianza assunta a sistema, di razzismo, di xenofobia, di caduta di libertà individuali e collettive. Senza valori comuni, senza una religione della libertà, dove possiamo andare? Come potremo cogliere l’ingiustizia, l’illegalità, là dove nascono se non c’è una comune percezione del futuro che oltrepassi il benessere? La grande risposta dell’Italia liberata dalla Resistenza era in questo coniugare: giustizia, libertà individuali e collettive, benessere economico, eguaglianza. Se oggi sono ancora queste le risposte, gli obbiettivi che mettiamo alla domanda di futuro, possiamo celebrare, altrimenti quegli ideali incompiuti sono da compiere, e questo ci riguarda oggi e nel futuro. 70 anni dopo i valori, le prassi, le realtà non compiono gli anni, nascono ogni giorno e hanno bisogno dello sforzo, dell’attenzione, della passione per inverarsi nella vita quotidiana.
Per questo la Resistenza non finisce, ma continua per una società più giusta, eguale e libera.
Renzi può piacere o non piacere, ma è indubbio il suo talento politico unito a una buona dose di fortuna. E, aggiungo, di ingenuità e insipienza degli avversari. Il criterio del simpatico o antipatico in politica non è un valore che determina il risultato dell’azione del politico. Lo adoperò a suo tempo la Serracchiani per motivare il suo appoggio a Franceschini, ma non diceva nulla di particolarmente intelligente, casomai esprimeva un calcolo, una convenienza. Il fatto che Renzi non abbia antagonisti deriva dalla mancanza di un vero leader giovane che abbia idee forti e diverse, eguale carisma e rappresenti una reale alternativa a sinistra.
Per chi? Per la maggioranza del PD e dell’elettorato di questo Paese che non è notoriamente di sinistra.
Quindi una persona che almeno equivalga Renzi e renda accettabile un mutamento in senso egualitario e legale del Paese. Un leader con un progetto innovativo che affronti l’intera agenda sottaciuta da Renzi: conflitto d’interessi, corruzione, legalità, sprechi, beni comuni, diritti della persona, ruolo del lavoro e dei lavoratori a partire dai giovani, welfare, privilegi da togliere, evasione fiscale, piano di sviluppo economico del paese, etica e moralità in politica e nella società, legalità.
Assieme a questo progetto è necessario indicare gli obbiettivi, con le relative scadenze, non agire di conseguenza ma precedendo, far percepire il cambiamento, ripensare profondamente di ruoli e di poteri, anche nelle parti già indicate da Renzi, che su questo ha avuto un’ intelligenza particolare, come sclerotizzate e comunque garantite dell’universo della sinistra storica : sindacati, elités di occupati, diritti senza lavoro corrispondente, gestione dei servizi, scuola, ecc. ecc.
Sinora questo leader non è emerso e l’atteggiamento delle minoranze è a volte succube, incoerente tra enunciazioni e fatti, spesso arrogante, sempre lamentoso.
Ciò significa che l’attuale opposizione interna del PD non è in grado di produrre il leader riformista vero?
Se le caratteristiche di questo leader sono: carisma, capacità di attivare la partecipazione, analisi acuta della realtà, empatia con l’elettorato verso un benessere comune, decisione e democrazia, la risposta è no. La sinistra interna, per la sua frammentazione che fa vivere di rendita molti piccoli capi e per la questione del ruolo del “vecchio” che non è mai stata affrontata davvero, non produce una leadership unitaria e nuova. Ma un conto è la capacità di produrre un leader e un conto la necessità che ciò accada. Se non si coglie la necessità significa che si impedisce alla ragione di dar spazio all’intelligenza e al talento. Questa è la responsabilità reale in carico alle minoranze: impedire che si formi una nuova classe dirigente e un nuovo leader pur potendolo fare. E questo è il vero impedimento alla crescita di alternative a Renzi, cosicché questi può continuare indisturbato a riformare il Paese secondo la sua visione di progresso e bene comune..
E se fosse tutto un maledetto imbroglio questo mutare impercettibile d’opinioni? Non una dietrologia, un burattinaio che orchestra la rappresentazione, ma la semplice deriva degli interessi, cioè fare quello che conviene quel poco o tanto da lasciare uno spazio per la coscienza che si conservi una via d’uscita. Capire le ragioni del potere per trovare la convenienza, insomma, si sa che la coerenza non è solo ardua, ma faticosa e con prezzi da pagare. Pensiamo ai quotidiani, ovvero a chi fornisce le notizie e la loro interpretazione. Repubblica naviga in mare renziano, non basta la prolissa domenicale prosa di Scalfari per un giornale che ai tempi di Berlusconi, aveva fatto delle 10 domande al premier il controcanto del potere e ora di domande non se ne fa più nessuna. Che fosse tutta una questione tra imprenditori? Di inimicizie d’affari? Questa è dietrologia deteriore, ma lo smottamento, dapprima piccolo e lento, poi più forte e consolidato, c’è stato e ora la parte politica del giornale è chiaramente orientata, hanno sposato questa visione della società renziana. Capisco che al Pd la sparizione dell’Unità non faccia poi così danno, a poco serviva anche prima, ed Europa non è mai stato davvero importante. Ma cosa leggere allora? Il Fatto? Le acidosi di Travaglio? Può servire la continua denuncia e l’acquisto di dosi massicce di Maalox, per chi si sente impotente di fronte alla continua violazione di principi e regole? Poi se si pensa alle carriere costruite sulle denunce senza effetto qualche dubbio viene. In questa analisi della realtà, pur smaccatamente di parte e verbosa, la vecchia Unità funzionava bene perché aveva voglia di formare un Paese nuovo e c’era un partito che orientava una visione diversa della società e del futuro, ma dalla narrazione dello “sfacelo” quotidiano, che speranza può emergere? Capisco allora che in sostanza mi manca un giornale da prendere ogni giorno, che non posso leggere solo la parte culturale di Repubblica, che il Manifesto non è sufficiente, che se non c’è una informazione alternativa di popolo, non si va da nessuna parte. Che serve un giornalismo che evidenzi le connessioni tra ciò che dovrebbe cambiare e ciò che cambia. Il privilegio non è diminuito in Italia, non c’è nulla di nuovo, se più non si considera la riforma del Senato e l’abolizione finta delle province come la panacea dei mali del Paese. Pagano i soliti, al più si è dislocata l’attenzione altrove, ma il potere è intatto e ringalluzzito. Oggi siamo nell’era del cambiamento renziano, e le connessioni non sono così scontate, non c’è una critica che leghi presente e futuro atteso e ovunque emerge il pensiero: almeno qualcosa sta cambiando. E questo uniforma le coscienze nell’attesa di vedere che effetto che fa. In fondo questo nuovo non è la preparazione di qualcosa di diverso, più giusto, equo, ma il proprio coincidere con il mutare perché questo di per sé è diverso rispetto alla morta gora in cui il berlusconismo e l’insipienza della vecchia guardia Ds aveva collocato il paese. Ma basta l’analisi individuale per leggere la realtà? No, perché manca un progetto che riguardi i singoli e le collettività e questo progetto dovrebbe essere raccontato ogni giorno assieme all’analisi di ciò che va e di ciò che non va. Ecco perché adesso quando passo ogni mattina all’edicola non so più che comprare e mi pare un maledetto imbroglio.
Premessa: quanto segue è fastidioso, troppo lungo e comunque non dice nulla che non sia un’opinione. Al più è una traccia di discussione. E qui può finire la lettura.
Tema: ma il nuovo è davvero nuovo e il vecchio quanto è vecchio?
Svolgimento:
Qualche anno fa, nel 2009, di Renzi non si sapeva quasi nulla oltre la cerchia dei sodali di Firenze. Dopo le dimissioni di Veltroni per la sconfitta in Sardegna, del PD era segretario Franceschini, che per tenere un po’ assieme, un’elezione senza congresso e decisioni politiche poco comprensibili, convocò il 21 marzo, un’assemblea dei Circoli a Roma. In quell’occasione, e in un’ora disattenta, con un intervento appassionato, si fece molto notare una quasi quarantenne avvocata di Udine, Debora Serracchiani. Strigliò il segretario, chiese ragione e ascolto per gli iscritti che sentivano lontane le decisione della politica del partito dalla vita reale. Con determinazione dettò delle linee di cambiamento. Fu molto applaudita. Cito alcuni passi del suo discorso:
…
Noi non possiamo riconoscerci in un Paese che non investe nella scuola nell’università e nella ricerca.
Noi non ci possiamo riconoscere in un Paese che pensa di superare la crisi economica solo prendendola più allegramente.
Noi non ci possiamo riconoscere in un Paese che pensa che i propri lavoratori siano dei fannulloni e che i medici debbano denunciare i propri assistiti.
E noi non ci possiamo riconoscere in un Paese che non si preoccupa di quei bambini che rischiano di essere bambini non esistenti, bambini che non potranno essere registrati. Io quel paese non lo voglio.
Noi non ci dobbiamo riconoscere in questi.
E noi, dico segretario, non ci possiamo riconoscere in un Paese che non tassa i più ricchi solo perché pensa che siano troppo pochi!
E dico, segretario, che non ci riconosceremo in un partito che non capisca quanto sia importante tornare a parlare agli italiani con una voce sola.
Questo noi lo pretendiamo!!!
…
Poi Debora Serracchiani fu candidata alle europee, e fu eletta a furor di popolo, prendendo più voti di Berlusconi nel Triveneto, poi è stata eletta segretaria del PD del Friuli Venezia Giulia, poi Presidente della Regione, e ora anche vice Segretaria del PD nazionale. Poi si vedrà. Quindi un cursus honorum rapido, con dichiarazioni e prese di posizione nette. Magari non sempre conseguenti a quel primo appassionato intervento, ultimamente spesso parla, mentre il segretario nazionale tace, cioè fa dire ai vice per non metterci la faccia, ma le situazioni cambiano e anche le opinioni possono mutare. Ho parlato di una persona che stimo per l’impegno, anche quando non condivido ciò che pensa e dice, perché la sua storia, come quella di tutta questa nuova generazione di politici, è breve, molto tranchant nei modi e legata a tempi rapidi.
Sembra che uno dei caratteri dell’economia contemporanea, ovvero la velocità e il cambio di prodotto, sia il segno in cui si misura l’efficacia dell’azione e il cambiamento. Il nuovo, insomma. La stessa interpretazione della modernità è concentrata sul fare, sullo sperimentare, sul conformarsi ad una velocità esterna più che a determinarla. Quindi tutto il lessico che ha orientato le idee di cambiamento e di sinistra è diventato improvvisamente obsoleto perché quelle idee volevano cambiare profondamente la società e i rapporti che erano in essa (ricordate il veniamo da lontano e andiamo lontano? Il percorso di lunga lena, ecc. ), mentre ora si punta sull’accelerazione che di necessità si sovrappone a ciò che esiste e quindi all’accettazione dell’economia così com’è, della politica estera come viene (Mogherini, chi era costei?), nella rappresentazione dell’uomo come serve al momento. Quindi un seguire il flusso che mai come ora determina governi e loro azione in forza della crescita e dell’arricchimento di pochi a scapito di molti. La diseguaglianza è un drammatico problema che investe tutte le democrazie occidentali.
Da un paio d’anni viene detto che tutto ciò che è stato fatto finora in politica in Italia, è stato incapace di modificare la realtà, che esso si è perduto in interminabili discussioni utili solo a conservare privilegi e diritti di pochi. Quindi il vecchio è stato, ed è, incapace di cogliere la realtà, è cieco, non vede gli elementi di reale adeguatezza ai bisogni delle persone, i loro nuovi diritti. La cittadinanza si esprime mediamente per interessi, ovvero ciò che non interessa mediamente non esiste, e quindi non è un caso che sia scomparso il dibattito sulla cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia, il diritto a un fine vita decoroso, il conflitto di interessi, la lotta all’evasione, la proprietà dell’acqua pubblica, i beni comuni, ecc.ecc.. C’è una nuova declinazione dell’eguaglianza basata sulla meritocrazia, una sorta di arrichessez vous interpretata come opportunità dei singoli non come offerta di sistema di diritti. Quindi siamo dinanzi ad una nuova interpretazione della realtà che scardina le ammuffite parole delle ideologie e dell’illuminismo. Una interpretazione più che positivista, basata sulla fortuna dell’individuo anziché sull’insieme, sull’io, anziché sul noi.
Questo però non è granché nuovo, basta leggere un qualsiasi classico del liberalismo, quindi la novità è più su una nuova gestione del potere. La mia tesi è che in realtà sia transitato solo il potere tra generazioni e che i poteri veri, quelli neanche tanto occulti siano intatti, anzi che ci sia in corso una deriva che consciamente o inconsciamente ne aumenta l’influenza e la presa economica. Se così è la generazione di Renzi, Serracchiani, Guerini, Taddei, Madia, Boschi, ecc. ecc. ha preso in mano non solo il PD, ma la rappresentazione e la gestione della realtà politica e dell’agire dell’intero Paese. E quello che io penso è che si consumata una lotta di potere, più che di idee, e una parte ha perso perché chiaramente inadeguata a capire cosa stava accadendo, ma che entrambe le gestioni del potere, quella precedente e l’attuale, siano presuntuose e arroganti e non dissimili, quindi il nuovo non è più democratico o attento alla diversa interpretazione delle cose che porta la critica, ma determinato a ridurre la propria realtà ad unica, sia pure a colpi di maggioranza, anche contro l’evidenza, tanto poi se si sbaglia si potrà riparare: siamo giovani, abbiamo tempo.
Mancando una visione chiara di dove si finirà, un modello esplicito a cui conformarsi o meno, le idee nuove sono labili e mutevoli quanto quelle precedenti erano vecchie e irrigidite, però a fronte della lentezza del processo che compone ragioni opposte, che mette assieme gli obbiettivi e li compone negli effetti reciproci, oggi si preferisce la velocità. Gli esempi sono ripetuti, si colloca Rai Way in borsa, si parla di legge sulla Rai e subito parte una offerta di Mediaset che chiede l’acquisto della società di trasmissione che di fatto la farebbe diventare monopolista delle antenne. Ora si mette una barriera al 51% , ma se passerà la legge elettorale che consente a un partito con il 25% degli aventi diritto al voto di portare a casa la maggioranza sull’unica camera che legifera, di determinare capo dello stato e presidente della repubblica chi potrà impedire che una determinazione ministeriale non venga immediatamente modificata? E questo vale per qualsiasi altra privatizzazione senza una legge sui monopoli, senza che neppure si sia riusciti in 20 anni a chiudere una reti di Mediaset, rete quattro, dichiarata non conforme alla legge con sentenza. Banche popolari, Enel, Finmeccanica, non si capisce quale sia il progetto semplicemente perché il progetto non c’è, prima c’era un eccesso di ideologia e di progettazione ora c’è la totale assenza di un piano su cui si possa esprimere un gradimento, un parere, un voto. E la stessa gestione della crisi, nel risolverne problemi, non porta verso una maggiore trasparenza, ma verso la costituzione di nuovi aggregati privati, insomma emerge un modo per privatizzare ciò che è pubblico o già privato, favorendo però la concentrazione in grandi gruppi che poi deterranno l’intera, o quasi, offerta dei beni e servizi.
Quindi il nuovo, è esercizio di potere conforme a una visione giovanilista della realtà, dove la discussione è un impedimento, una perdita di tempo, ma che nel fare poco si cura delle implicazioni. Anche la discussione diventa un atto formale perché altrove si è già deciso, l’ultimo esempio è la convocazione per domani da parte del presidente del Consiglio, dei gruppi parlamentari per esaminare, un’ora ciascuno, i provvedimenti su scuola, Rai, ambiente e fisco. Cosa si può davvero discutere in un’ora e sopratutto quando mai in una repubblica parlamentare il presidente dell’esecutivo convoca i gruppi parlamentari del partito di cui è segretario, forse per dire cosa questi dovranno votare in leggi non fatte da loro? Dove finisce l’indipendenza dei poteri, la libertà del parlamentare e del parlamento? Quindi il nuovo è un potere che non si cura di nascondersi e si esercita visto che adesione e convenienze, non si oppongono. Però questo passaggio di potere generazionale e sua modalità di gestione, non ha sconfitto solo la parte del “vecchi” della politica, ma anche tutta quella parte giovane che non si è adeguata con prontezza alla nuova gestione del potere. Il modello oggi è molto più verticistico, poco democratico perché basato ancor più sulla cooptazione e selettivo in senso di fedeltà al capo, tende ad escludere una reale contendibilità del potere e pensa di essere in tal modo duraturo. Questo è un modello che sta contagiando l’intero sistema politico. Del resto si legge nelle priorità e nella politica sinora portate innanzi, e orientate alle modifiche costituzionali in senso maggioritario, nell’ emettere continui provvedimenti che affrontano i temi più diversi, nel dire e nel contraddire secondo convenienza, nel non toccare nessuno dei potentati reali che assicurano la tenuta del potere oltre la stretta cerchia della politica. E’ significativo che emerga la convinzione di giocare una sfida già vinta per il controllo del potere politico in Italia e il favore del potere economico, che accompagna quello politico, è emblematico di una direzione e di un sostegno conforme agli interessi del primo. Ma per un partito riformista gli interessi del potere economico sono i suoi stessi interessi? Visto dall’esterno il cambiamento è sì nuovo, ma in senso di restaurazione di potentati più che nella distribuzione di nuove eguaglianze e diritti.
Conclusioni:
vista così la situazione non resterebbe che attendere che qualcosa accada di positivo oppure che passi, perché tutto passa. Però non c’è una pazienza sufficiente nei vecchi e negli scontenti, per cui chi non si adegua o è destinato a patire, a diventare gioiosamente gufo, oppure immagina una via di uscita più conforme a ciò che pensa.
Allora la prima domanda che ci si può porre è: va bene esercizio del potere, ma per chi? a favore di cosa? Quindi la prima necessità è favorire la nascita di una risposta aggregante, di un possibile riconoscersi non solo nella protesta, ma nella proposta.
Lo spazio e le teste esistono, possono mettere a disposizione alternative serie, che magari verranno bocciate, ma come si diceva un tempo, bisogna durare un minuto in più dell’avversario perché il giusto alla fine riemerge. Poi servono uomini, punti di riferimento, e qui c’è il secondo problema, se la politica oltre le banalità e la gestione del potere è davvero servizio, servono persone che abbiano la tranquillità di non dipendere da qualcosa o qualcuno, che possano fare riferimento a un gruppo che condivide non il potere, ma il fine per cui lo si chiede. Ci sono questi uomini e donne? Io ritengo di sì, e sono al di fuori della contesa generazionale, si guardano come persone e portatori di contenuti, e capiscono che nelle organizzazioni in cui lavorano, c’è necessità di cambiare fortemente, anche e sopratutto se sanno che non hanno intera la verità.
La sinistra politica da sola è incapace di riformare se stessa e di mettersi assieme, c’è troppo vissuto e troppa rendita di posizione, però abbiamo un esempio, nel ’69 il sociale fu gestito molto più dal sindacato che dalla politica e cambiò la politica stessa. Quindi sia pure con caratteristiche molto differenti, la nascita di un blocco sociale, alternativo, di sinistra riformista potrebbe essere perseguito, ma non a partire dai partiti bensì dall’analisi della realtà di quel 50% del Paese che è sostanzialmente immerso a vita nella crisi e a cui è stato tolta l’unica possibilità di mutamento che aveva ovvero la mobilità sociale. Non è strano che il Papa riesca a vedere e indicare i problemi con una precisione che la sinistra non evidenzia, ed è pure ascoltato. Quindi consapevolezza, tempo giusto per costruire, ed elaborazione di alternative. Se Landini scendesse in politica fondando un partito, sbaglierebbe, ma se la C.G.I.L. si chiedesse fortemente come deve essa cambiare per rappresentare gli interessi di chi lavora e vive in questo Paese, allora le cose cambierebbero. Un sociologo renziano ha detto che è stata seppellita la rappresentanza degli interessi come attore che interferisce con la politica, invece io credo che la rappresentanza degli interessi sia il sale della democrazia e della mediazione che porta al cambiamento di tutti. Se si elimina la rappresentanza non si elimina il privilegio, ma la dimensione dei diritti, ha diritto chi ha il potere, gli altri sono muti, e questo riguarda i partiti, i sindacati, ma sopratutto i cittadini: senza rappresentanza non c’è voce, senza voce non c’è limite all’abuso.
Tesi finale:
c’è stata solo una presa di potere di una parte dei giovani in un partito di vecchi che non si ritenevano tali. Doveva accadere sopratutto per la poca capacità dei vecchi di capire cosa accadeva. Però il nuovo non nuovo anche se il vecchio è stato sconfitto comunque. Se quest’ultimo ora avesse un po’ di intelligenza la eserciterebbe, sia prendendosi la responsabilità di essere conseguente a ciò che dice e sia favorendo che un nuovo davvero tale, nasca. E siccome sono un inguaribile romantico ed ottimista, penso che ogni malattia genera i suoi antidoti e che all’orizzonte davvero appaia un bianco cavallo, adesso resta da capire chi lo conduce.
Vi racconto perché comincio ad aver paura. C’è una guerra in corso in Europa, è in Ucraina. Può restare un conflitto circoscritto, ma anche no, basta un niente perché degradi in escalation di ritorsioni. Ci si fida che accada come per la ex Jugoslavia, dove tutti hanno fatto combattere in conto terzi, ma non è così. Qui siamo ai confini della Russia e sembra che non ci si voglia render conto che questo Paese non è solo un mercato, ma una potenza nucleare tecnologicamente avanzata, che non può accettare di avere la Nato alle frontiere. Sembra a parti inverse, la crisi dei missili a Cuba. Solo alle porte di casa, stavolta. Manca una politica estera europea, un esercito europeo, una determinazione comune e gli Stati, in ordine sparso, si accodano alla politica americana, che ha altre logiche e sopratutto lavora su uno scacchiere mondiale, magari con i risultati che vediamo.
Ma questa è solo una parte della paura. Uso la parola paura perché ha un significato preciso, timore non lo ha più, la paura dovrebbe far reagire, analizzare ciò che accade. Chi ha paura si sente solo, bisogna uscire dalla paura e condividere. Sono inquieto, metto insieme segnali, li interpreto, certamente mi sbaglio ma i segnali sono fatti precisi.
Non si parla più di energia, il crollo del prezzo del petrolio ha reso anti economico lo share oil canadese. Per fortuna, ed è una manna per l’ambiente visto l’alto inquinamento di questa tecnologia, ma non si parla più delle importazioni di gas e petrolio dagli Stati uniti verso l’Europa. Intanto è stato revocato il progetto South Stream che doveva portare gas dalla Russia attraverso Turchia e Grecia, la Russia parla con la Cina e noi dipendiamo ancora dai vecchi gasdotti che passano per l’Ucraina. quanto può durare questa situazione se la crisi si impenna? Anche a sud, nel Mediterraneo le cose non vanno bene, l’avventura libica, ha prodotto un bubbone a pochi passi da casa e anche quell’area non è più un fornitore certo di energia.
La percezione di un diffuso senso di malessere si diffonde attraverso l’incertezza: che sta accadendo? E il rifiuto verso l’Europa dei burocrati non riguarda solo la destra o la Grecia, ma la stessa idea di Europa unita, che è più una possibilità che una realtà, certamente non una entità politica rilevante.
Ieri ho ascoltato questo dialogo tra due imprenditori che parlavano nello spogliatoio della palestra. E’ rilevante pur facendoci la tara perché non siamo a un convegno, e sono parole in libertà, senza dover rassicurare nessuno:
…ma tu lo sai che in Grecia non ci sono medicine negli ospedali, la gente è alla fame. Non esporto più in Grecia, ci sono stato il mese scorso, una desolazione. Chi vuoi che compri di prodotti di consumo, non hanno soldi, a Marrachech o Dakar hai più mercato, e se ti ammali ti va meglio. Ieri ero a Bruxelles, incontro con un funzionario UE, 40.000 euro al mese di stipendio. E’ uno di quelli che contano, anche se non un capo. Parliamo, lo dice lui, l’Europa è morta, la teniamo in vita per le banche non per le persone. Poi a cena, in un ristorantino, 148 euro. A testa. È normale, a Bruxelles. Dice ancora, qui non si rendono conto del mostro che è stato creato, ma ogni quindici giorni ci spostiamo con carte e persone a Strasburgo, e poi di nuovo indietro. Ascoltiamo più le lobbies che le commissioni, in fondo coincidono. Equilibri, non c’è politica, solo equilibri e nascondere i cadaveri.
Sai cosa ho pensato tornando? È perché non siamo alla fame come in Grecia ma non abbiamo niente in mano, nessuna sicurezza. Sai che faccio, porto via due rami d’azienda, un pezzo un Italia per il marchio, il resto all’estero per le tasse e la sicurezza del futuro. Renzi ? Bravo si, ma un sacco di parole, ma almeno Berlusconi mi dava garanzie. Cosa vuoi che me ne freghi del senato, in sei mesi in Europa, dove non può ricattare non ne è venuto nulla. Voto lega anche se sono quattro sfigati, che vivono di rendita sulle disgrazie. Ma ha ragione Tsipras questa non è l’Europa di Spinelli è un mostro delle banche. Hai visto con Junker, che gli hanno fatto per i suoi trascorsi di primo ministro? Nulla. Il fatto è che c’è un patto tra popolari e socialisti, e non si può dire che il dittatore è morto, finché non si sono sistemate le cose per la successione, come facevano in URSS o nei paesi comunisti. Prima o poi crolla tutto e chi si salva è chi l’ha visto prima.
L’altro interlocutore concorda, è un professionista, parla del falso in bilancio, entrambi ridono sulle norme che rendono possibile il “nero”. Salutano ed escono.
L’impressione che ne traggo è quella di una Italia divisa, dove la realtà è altrove da quella dell’ agenda di governo. Il debito italiano è 10 volte quello della Grecia, non possiamo fallire senza far scoppiare l’Europa, ma siamo anche nella paralisi. Ho visto gli interessi pagati in questi anni a chi ha finanziato il debito. Ovunque, c’è stato un flusso enorme di denaro verso i creditori che non sono prestatori d’opera o promotori di sviluppo, ma semplici prenditori. Per paradosso si finanzia l’usura perché continui a fare il suo mestiere. Questo ottenebra tutto, l’economia è disgiunta dai popoli e dalle persone, non conta più neppure il successo personale, tutto viene subordinato a decisioni prese in consessi dove l’unica cosa che conta è : ti ho dato i soldi, li rivoglio indietro con gli interessi, il contesto non è affar mio. Per questo non si capisce quali siano le politiche di sviluppo, se il sistema è divisivo le politiche tornano negli Stati, diventano non competitive, ma aggressive e questo è il contrario del processo di unificazione. Ieri è stato detto alla Grecia che la democrazia, ovvero la decisione del popolo conta fino a un certo punto, ci sono regole sovraordinate che limitano la democrazia, il pagamento del debito ad esempio. Eppure Tsipras non chiede il suo annullamento, ma di pagare secondo la crescita, ovvero aiutateci a crescere e vi pagheremo prima. pare non sia accettabile, sarebbe un precedente.
Torno ad un altro precedente, il riconoscimento unilaterale del Kossovo indipendente dalla Serbia fatto dall’area dei Paese Nato. E’ un seme tratto dal vaso di Pandora. Non si sa cosa possa generare, ma sicuramente cose non buone visto che ha violato trattati e frontiere. Infatti la Crimea è altrettanto legittima se lo è il Kossovo, e anche le nazionalità interne agli Stati Europei lo diventano, la Catalogna, oppure i Paesi Baschi, o il sud Tirolo, o chissà quanti altri pezzi di nazionalità che sono distinte e autonome dentro a Stati che hanno altra lingua e cultura. L’Europa dei popoli serviva a questo, se è persa traccia, soffocandola nell’Europa della finanza, che neppure è Europa, ma qualcosa di sovranazionale che sta indifferentemente a Shanghai o Ginevra, o Londra.
E intanto ogni 15 giorni le carte fanno la spola tra Bruxelles e Strasburgo, ecco perché comincio ad avere paura.
Ho deciso di scrivere un diario della mia esperienza in politica attuale. Delle tensioni che sento e di come mi pare stia mutando il Paese. Ho anche deciso che, a parte qualche considerazione che troverete anche qui, il posto giusto sia un nuovo blog che tratti solo di questo. Il suo indirizzo è essilio.wordpress.com e ilnome è già un sentireperché si sta andando via (esilio) da una idea collettiva e condivisa di cambiamento verso nuove (?) concezioni della società e dei rapporti tra persone. Ma è anche una spinta all’esilio, quella esterna che ricevo e che vorrebbe uscissi dal mio partito, e non è quella interiore, pur forte, che fa i conti con la mia coscienza. Questa spinta esterna proviene sopratutto da quelli che mi/ci sentono come elemento di disturbo, e non le darò soddisfazione se non per scelta personale, perché alla forza si risponde con la resistenza .
Cercherò di essere sereno e seppur di parte, mantenere quella che penso sia una norma inderogabile di civiltà verso se stessi e gli altri: l’onestà del dire e del pensare con il rispetto che questo si porta appresso.
Alcuni di noi, io, abbiamo una Patria, un paese che amiamo, una cultura comune. Sappiamo cose, magari non tutte così precise, e non tutti le stesse. Ci formiamo idee, un’ analisi della realtà, soluzioni. Di sicuro non abbiamo, da molto tempo, verità assolute e il relativo ci sembra un buon modo per accogliere la differenza e il ragionamento contrario, ma pretendiamo rispetto. Per noi e per chiunque. E nel rispetto sono comprese le regole che devono valere per tutti, la verità dei comportamenti. Per questo e per altro, non ci piacciono i furbi, quelli che cercano di fregarti, neppure gli arroganti ci piacciono perché usano la forza per imporre verità non vere. Non ci piacciono gli irresponsabili che dicono cose che non faranno, oppure fanno guai e li attribuiscono ad altri. Non ci piace chi la racconta, chi imbonisce, chi prende in giro la speranza. Sappiamo che la colpa di ciò che accade non è sempre altrove, che un motivo per tutto non giustifica niente, e quindi facciamo autocritica. Spesso. L’onestà ci sembra una precondizione in ogni rapporto, e non è un fine. Bisogna essere onesti, anche con se stessi. Vediamo i nostri limiti, sappiamo che sono importanti, però abbiamo sogni grandi e piccoli, vecchi e nuovi. Sappiamo che il mondo è complesso, che bisogna semplificare le cose per star meglio, ma nessuno di noi banalizza la realtà e sappiamo che semplificare è difficile e non lo si fa a colpi di slogan e tanto meno con l’accetta. Pensiamo che c’è un primato del capire e dell’intelligenza nel fare, e che quest’ultimo ha bisogno almeno di essere pensato. Siamo stanchi degli annunci, vogliamo partecipare e l’abbiamo sempre fatto. Oggi siamo coscienti che il problema prioritario è la corruzione e il malaffare, la legalità e il rispetto delle regole e pensiamo che il marcio vada amputato. Ovunque. Per noi le istituzioni non sono immutabili, ma sono il nostro patrimonio e baluardo democratico comune e quindi pensiamo si debba agire partendo dal rispetto del futuro e del presente nel modificarle.
Abbiamo un Paese che amiamo, una cultura, volontà comuni, ma non abbiamo più una parte sociale e politica. Temiamo di non avere più un partito in cui riconoscerci e pur essendo tanti, ci sentiamo soli.
Ieri mattina, un amico osserva che lo spazio dato per la morte di Pino Daniele sui giornali di radio tre, la rete di “noi intelligenti e progressivi”, è inusuale e conclude con questa considerazione: ma Pino Daniele era davvero così importante, lo conoscevano all’estero? Al mio amico non interessa molto la musica leggera, neppure quella classica lo prende più del necessario, sarà per questo che non ha potuto, a suo tempo, apprezzare quanto innovativo sia stato Pino Daniele per la musica in generale e per quella napoletana in particolare, parlando della vita e dei problemi quotidiani, dell’amore e del lavoro che non c’è, senza infingimenti, dicendo le cose. Il bello viene fuori dalla realtà, ma non la redime. Quindi il mio amico, che non ha ascoltato le parole delle canzoni di Pino Daniele, non può capire. Però, su un eccesso ha ragione, perché al solito, si è esercitata la retorica brada, quella che si avventa su un fatto e lo snatura. Ieri ho sentito e letto commenti infiniti, ripetitivi, eppure credo che a Lui bastasse che gli fosse riconosciuto di aver parlato con verità ed arte di ciò che sentiva e che gli stava attorno.
Al mio amico ho risposto che non ci sono notizie, che non accade nulla. Questo è particolarmente vero in questo periodo in cui, se si tolgono le disgrazie, non si sente un minimo odore di futuro che non ci ricordi che da tempo bisogna pulire le condutture. C’è un traccheggiare fatto di elezioni in parlamento, di faide interne, di provvedimenti in odore d’insano accordo e tutto finisce nell’ottundimento, nell’indifferenza. Qualunque cosa accada sembra non modificare le vite e le loro prospettive per cui, ne nasce un connivere che è nei fatti, nella politica prodotta da compromessi e non chiarezza di chi è da una parte e chi dall’altra, motivata sempre da urgenza, eccezionalità, anormalità. In questo la prima repubblica era più democratica, c’erano elezioni, accordi, porcherie e responsabilità, si sapeva chi era l’avversario di chi. Ora sembra che ci sia una marmellata fatta di parole e di atti, ma nessuno davvero risolutivo. Provincie che esistono ma non esistono, regioni che continuano a lamentarsi e spendere, nessuna modifica radicale dei modi di spesa dello stato centrale e quindi si taglia fuori della casa del potere, ma dentro di essa la sclerosi continua. Insomma manca la chiarezza di un disegno e di un obiettivo verificabile. A parole si sono contrapposte parole, in questo chi è più bravo vince e da un pezzo l’affabulazione è parte della caratura dei premier. Del resto le analisi sul gradimento degli italiani nei confronti della politica mostrano una mutazione fondamentale nel modo di intendere la democrazia: i partiti hanno consenso zero, i leader consensi alti, a due cifre. Quindi non contano più i processi che confrontano le idee, ma lo scontro diretto, senza discussione partecipata, senza quell’ analisi della realtà che porta al farsi del nuovo e del futuro. Si può dire una cosa, correggerla, negarla. Non c’è nessuna novità, quindi, anche perché chi si oppone ha la coscienza poco immacolata, oppure vuol far notizia a tutti i costi come Grillo che difende i vigili romani assenteisti. Una opposizione senza idee alternative, senza puntiglio, senza unità d’azione diventa velleitaria e quindi non fa notizia, ma soprattutto non crea l’alternativa. Non mi piace pensare che l’alternativa debba risiedere nel fallimento, nello star peggio, è vero che la realtà è una dura maestra, ma questa da tempo non insegna più nulla, non induce a produrre cambiamento. L’unica novità che occupa per ora poco spazio sono le elezioni in Grecia, se vincerà Tsipras, l’unione europea sarà costretta a fare i conti con la povertà e con l’iniquità delle condizioni economiche imposte ai paesi in crisi. Sarà un vento che riporta a sinistra la discussione ora lasciata nelle mani della destra, bisogna pur dirlo che con questa Europa non si può essere uguali e neppure crescere assieme. Certo è assurdo tornare agli stati nazionali e alle monete, ma in realtà servono più poteri per la crescita comune che regole che affossano i più deboli. Se l’Europa sarà, dovrà essere egualitaria, fare l’interesse dei popoli che la compongono, praticare la democrazia per tutti gli organi di governo e di potere e non essere un insieme di dominanti e dominati utile solo alla crescita dei capitali finanziari.
Ma finché questo non accade in realtà le notizie sono poche. Pino Daniele aveva una grande capacità di mettere assieme la realtà con il sentire, fare di una carta sporca l’emblema di una città e fornire un motivo per cambiare. Non sono riuscito a spiegarlo al mio amico, che le persone come Pino Daniele, qualunque cosa facciano, sono importanti per davvero, perché sono quelle che vedono e indicano un modo nuovo di essere, la necessità di ribellarsi, un sentire che non può essere sempre ottuso. Queste persone sono il nuovo e uno di loro se n’è andato, forse con troppa retorica, ma non era la sua speranza ad esserlo.