l’amore e il tempo

…gli amori continuano. Sotto altre spoglie continuano. Sempre dissimulate o mentite, soggette al distacco o alla permanenza, continuano. I progetti mutano o finiscono e quelli nuovi sono soverchiati dall’abitudine. Non è finito l’amore, nel mutare esso attende ciò che non arriva secondo la sua memoria e si isola conservando ciò che è buono, mentre allora non lo era. E’ buono ciò che adesso aiuta a vivere: non si corre più, si guarda altrove e insieme. S’è affievolito o mutato ciò che voleva superare l’impossibile e resta il bene…

AA.VV. Variazioni sull’amore in analogia al tema delle variazioni Goldberg.

Edito in proprio. Copia n.16/32

L’amore è ciò che fornisce continuità alla specie. Esso è stato disciplinato per la sua carica eversiva, per gli effetti economici legati all’unione di soggetti che prima erano singolarità giuridiche, ma anche questo aspetto è più una deviazione occidentale nel pensiero comune, piuttosto che un uso comune alle varie culture. L’antropologia illustra bene la variabilità di ciò che le culture hanno immesso in un sentire sorgivo e non codificabile. Tutte le accezioni, comprese quelle di altre specie, mostrano l’evoluzione delle fasi dell’amore, come esse fossero una variazione sul tema principale. Il tempo è una variabile dagli effetti imprevisti, così naturalmente succede per il presente e il futuro che si inseriscono nelle vite, ma proprio per l’incidenza che l’amore ha nella vita degli uomini, il tema resta evidente o confinato in qualche parte della mente. E non si può dire che sia solamente stato, bensì è un termine di paragone su cui cresce la vita. Come ogni sentimento profondo, si misura con la struttura emozionale di chi lo prova e questo ne fa una forza oppure un sottofondo che è assenza e silenzio. Comunque sia l’abitudine che vorrebbe banalizzarlo, esso conserva risorse che devono essere esplorate. Non è detto che lo saranno, ma ci sono e la loro influenza potrà essere avvertita dall’ascoltatore attento di sé. Non è una funzione simmetrica e trascorso il periodo di innamoramento, ciascuno elaborerà l’amore con una libertà di interpretazione che nessuna regola può rendere biunivoca. Così l’aria resterà sospesa su un fondo di mutata solitudine.

rassicurami

Il mondo attorno a noi si agita, le volontà oscurano gli uomini e le persone diventano cose. Inutile la ricerca del giusto ammesso che vi sia una giustizia che prescinde dalla potenza. Tempeste si sommano a tempeste e come un tempo sotto le mura di Bisanzio, c’è chi discetta sulla teologia della pace. Come vi fosse una alternativa ad essa per non cadere nel baratro della guerra, delle uccisioni, sempre ingiuste. Sembrano pensieri da anime belle, da inani osservatori del mondo che guardano al prezzo della benzina e fanno incetta di pasta al supermercato, ma ciò che stiamo vivendo collettivamente supera di molto la condizione individuale, il tempo presente in cui collochiamo desideri e vite. Ci sarà un futuro che sia migliore del passato? La domanda è semplice e parte dalla realtà dove chi vuol vivere non si arrende ma vuole che i principi non siano un patrimonio personale bensì collettivo. Ognuna delle parole di cui ci siamo riempiti le bocche a partire dalla rivoluzione francese, devono avere un contenuto che contenga sia i diversi modi di vedere il mondo sia la possibilità che la volontà di potenza non sia l’elemento che unifica il mondo. E’ la diversità che coesiste e rende vera la libertà, concreta la solidarietà, certa la giustizia. Ora rassicurami se puoi perché questa ondata di rosso che non è cambiamento, investe e divora tutto.

Rassicurami se puoi perché gli amici servono anche a capire, ma noi siamo noi. La misura, il limite solido della nostra sofferenza siamo noi. Esattamente come nella gioia.

E’ facile prevedere cosa accadrà a chi ci fa del male, ma occorre troppo tempo e non toglie la sofferenza del qui e ora.

Rovesciando il Tolstoi di Anna Karenina, posso pensare che le infelicità s’assomigliano tutte, mentre le felicità sono singolari, non riconducibili ad altro che noi. E’ l’oscillare su questa consapevolezza che induce a muoversi e la certezza che il tempo sarà inesorabile.

Ma a che servirà il nostro sorriso stampato sulla decadenza altrui?

relatività generale

Viviamo in un’era di cambiamento mai conosciuta prima. Non sono solo i fatti del giorno, le atrocità che vengono raccontate, ma l’equilibrio del mondo muta e nessuno è in grado di agire senza conseguenze. Come il viaggiatore che si trova su un treno e vede scorrere il mondo dal finestrino, così accade a noi di essere immersi in un luogo di tempo che evolve e muta in preda a forze incoercibili.

Quanto accelera una guerra il surriscaldamento dell’atmosfera e quanto più veloce e imprevedibile sarà il mutamento del clima? E il permafrost che già si scioglie velocemente, quanto accelererà la sua corsa a liberare CO2, metano e virus e batteri congelati da millenni?

Come muta l’equilibrio tra potenze del mondo, quelle grandi e quelle minori e come sarà possibile considerare che ciò che avviene a mille kilometri non sia in realtà sotto casa? Possiamo essere ciechi e immemori, ma anche stupidi? Se ci affidiamo al caso e al giorno, se è solo il presente che conta tutto si muove secondo traiettorie di fortuna, però lo sentiamo che si insinua l’inquietudine, che il mondo e noi siamo in simbiosi, ma che le cose non vanno bene.

Non è solo un problema d’armi e di potenze, bisogna capire che siamo immersi in un tempo e che questo si orienta con noi che abbiamo solo la ragione a disposizione e la possibilità di capire. Capire non è giudicare ma vedere le relazioni tra i fatti e ciò che li determinano e capire è l’unica possibilità per incrementare la consapevolezza di altri, rallentare, mettere una priorità a ciò che conta davvero. Non è un mondo virtuale, ora è la nostra vita, le vite che saranno possibili a chiedere di capire dove e come siamo e perché siamo giunti a tanto.

non ricordo il nome

Era già adolescenza. Le giornate si ripetevano negli stessi luoghi, le stesse persone. I primi anni delle superiori, il sentirsi grandi e insieme inermi, con il mondo che correva e non bisognava perderlo. Era necessario scoprire molto e in fretta e poi ancora scoprire d’essere ignoranti, di non capire le emozioni forti e ciò che accade. A scuola insegnavano avere una dimensione delle cose, un approssimare la realtà che almeno aveva il pregio di essere simile al vero.

Di lui, ricordo il cognome, una scena che si ripeteva mentre gli insegnavano ad andare in bicicletta. Rideva, e puntava la bici contro al muro pedalando piano e senza frenare, lì si fermava in uno scontro che faceva ridere tutti. Anche lui rideva, era una bella risata, già da grandi. Ed era più grande di noi, bravo a scuola, ragioneria. Quasi ragioniere. Ricordo il colore della bicicletta, verde, e non ricordo il suo nome. Ricordo che quando gli avevano chiesto in un’interrogazione di Merceologia a cosa serviva il nylon, lui aveva esitato e poi, ridendo aveva risposto: a fare le mutande delle donne? E a sentirlo raccontare, ridevamo tutti. Però non ricordo il nome e questo deve pur significare qualcosa, perché so dove abitava, i suoi genitori conoscevano i miei e credo di ricordarne il lavoro.

Era già grande, con una bella risata e un corpo magro. Vestito come capitava a tutti noi prima dei jeans, con giacca, camicia e cappotto d’inverno. Quando guardo una foto in cui stiamo uscendo da scuola d’inverno, siamo tutti uguali, grigi o marroni, con le sciarpe e molto da dire tra noi, ma in un freddo che rende più veloci le parole. Ci assomigliamo rivendicando la diversità ad ogni passo. Lui era timido e rideva quando gli ricordavano, prendendolo in giro, la morosa presunta e gli chiedevano, i grandi sul serio, se la portava al cinema, se ci amoreggiava sul serio. Lui taceva e sorrideva. Mi ricordo anche il nome della presunta morosa ma non il suo. Non ne parlava mai, eppure lo stuzzicavano per cavargli fuori una qualche vanteria, lui arrossiva e sorrideva e smozzicava qualche parola così generica che nemmeno un enigmista avrebbe connesso il senso con un amore.

Era già primavera inoltrata, maggio mi pare, c’era aria di esami di maturità e l’apprensione che generavano quando a luglio si portava tutto, scritti e orali di ogni materia. Noi, più giovani, ascoltavamo i racconti dei grandi che già studiavano la sera, che ridevano a denti stretti e che non giocavano più volentieri a carte nel pomeriggio. La vita includeva anche questo muoversi di incertezze che risalivano dal fondo fangoso delle memorie. I racconti si intrecciavano tra scuola e lavoro, perché alcuni di quelli che avevano smesso di andare a scuola ancora venivano la sera, dopo il lavoro e avevano storie di difficoltà da mettere in comune. Facevano lavori precari, chi era garzone di bottega o apprendista d’officina, ma tutti con una serie infinita di angherie da narrare, Per noi studenti era un mondo in cui saremmo finiti se la vicenda della scuola si concludeva malamente, e pure nell’incoscienza che ha quell’età, si capiva che era meglio evitare di finirci dentro. Lui ascoltava poco, andava a casa per studiare, la maturità si avvicinava, e sapeva che avrebbe avuto un futuro diverso: i ragionieri andavano in banca o in una azienda. Portavano giacca e cravatta e si sposavano con belle ragazze, con l’appartamento da pagare col mutuo e una vita tranquilla davanti.

Maggio finiva e il caldo già faceva pensare alla piscina e alle sere infinite che scivolavano nella notte. Non sarebbe mai stata ora di andare a letto, i desideri si sarebbero acuiti e con essi l’inerme innocenza che conosce ogni adolescente. Sogni, parole, silenzi. Ma l’estate era una porta spalancata in cui tutto poteva realizzarsi perché la vita spingeva per farci crescere tra malinconie, risate e nuove consapevolezze.

Accadde un sabato e apparve sul giornale il giorno seguente, una colonna nelle pagine locali, con le notizie essenziali e una frase che usava parole usate e ipotesi consumate. Lo avevano trovato nel fiume che dal Bassanello va verso le chiuse. Non capimmo allora, anche parlandone a bassa voce, e forse non c’era niente da capire, perché la sua risata, i sorrisi, i silenzi ci davano risposte che erano le nostre, la mia, ma nessuna di queste era la verità. Quello che si agita dentro, dopo qualcosa che è accaduto o non è accaduto, è la storia di quella persona. Solo sua e da rispettare religiosamente, come religiosa è la vita che soffre e sceglie. Per lui erano vere le parole di Majakovskij e di Pavese, vent’anni dopo, “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.”

Ci furono i funerali e la tristezza dei giorni seguenti. L’estate ancora non arrivava, le scuole stavano per finire e la luce permetteva di stare in compagnia più a lungo, ma tra noi c’era un cercare di non pensare apparente. Di quegli anni molto ho dimenticato, ma quel ricordo non è mai svanito, anche se non mi ricordo il nome. Solo il cognome e molto altro.

kiev, ma ne è passato del tempo

Era l’albergo degli ufficiali dell’armata rossa e occupava il lato ovest di Maidan, ma l’URSS non c’era più. La prima volta che sono stato a Kiev, alloggiavo al terzo piano. Arrivavo tardi, ore piccole, dopo essermi fatto riconoscere dal portiere, aver rifiutato di andare a giocare al casinò annesso all’albergo e superata l’offerta di compagnia per la notte, finalmente mi concedeva di prendere l’ascensore. Non da solo, quasi nulla avveniva in solitudine, però bastava una piccola mancia per essere consegnato alla responsabile del piano. Una donna bionda, che aveva la chiave della camera ed era vestita come un militare. Era bella, quasi giovane e odorava, a giorni alterni di borsh o di minestra di cavolo e vodka. Mi accompagnava alla mia porta e mi faceva entrare, c’era un sorriso rapido e ancora una piccola mancia. Ogni piano aveva un responsabile che abitava in un piccolo appartamento e custodiva le chiavi delle stanze. Il mio buon odorato capiva qual’era stata la sua solitaria cena, non si sentivano voci d’uomo né bambini, forse il lavoro li escludeva. La mia stanza era grande, sufficientemente pulita, datata per gli arredi, con un grande letto matrimoniale e un copriletto rosso di raso, una scrivania a fianco della finestra con l’occorrente per scrivere e dei fiori. Mi colpiva piacevolmente questo uso di trovare ovunque dei fiori che erano parte del saluto e del benvenuto, c’era una gentilezza e un amore per il colore della bellezza. Dalle finestre vedevo la colonna di Maidan, la guardavo la notte prima di dormire e la mattina appena svegliato. Era dietro due tende di velluto pesante e polveroso, anch’esse rosse come il copriletto. Poi la colazione sugli stessi tavoli che la notte ospitavano i giocatori di poker e poi gli impegni e la città. Il convegno durava 5 giorni, occupava una piccola parte della giornata, a latere i colloqui di lavoro, la mia relazione su ambiente e aree industriali era il secondo giorno, appena dopo pranzo. L’ora migliore in cui nessuno ascolta nessuno. Questo mi dava una grande serenità e mi permetteva di discutere nei colloqui, senza voler imporre nulla di che non si addattasse alla situazione. Per questo mi accompagnavano a vedere vecchie enormi fabbriche vuote e in vendita, appartamenti che potevano essere trasformati in uffici o abitati e avendomi sopravvalutato, pensavano fossi interessato all’ acquisto di oggetti importanti per l’arredo: uno Steinway a coda, dei mobili in quercia intarsiati, dei quadri di pittori sconosciuti. Erano sempre molto gentili e l’interprete, non ho mai capito se traducesse davvero tutto, comunque i prezzi che mi prospettavano facevano ridere entrambi e bere immediatamente un bicchiere di vodka con peperoni, cetrioli e pesce salato. Sembrava una cerimonia preliminare a cui ci si doveva sottoporre, dove il valore era ampiamente trattabile ma gli interlocutori non erano quelli giusti. Capivo che mi stavano valutando e che pur dicendo la verità, non ero in realtà creduto. Un ricevimento all’ambasciata mi dava un’importanza che non avevo e il fatto di vendere know how non era ben compreso, si aspettavano che acquistassi qualcosa o che fossi l’emissario di un gruppo che avrebbe fatto affari, mentre ero lì per vendere conoscenza applicata. La parte libera della giornata era notevole e potevo andarmene per la città. Le persone erano di fretta oppure ferme nei caffè all’aperto, mi spingevo fino al Dnepr, ma senza fretta, poi la contrattazione con il taxi per tornare a Maidan. Una sera, in compagnia con altri congressisti, andai al casinò dell’albergo. Era passata mezzanotte, ma non c’era nessuno oltre al croupier, due guardie armate e tre ragazze poco vestite. Facemmo un paio di puntate alla roulette e poi ci sedemmo a bere una birra. Il rumore della pallina che veniva fatta correre sulla roulette doveva invitarci a giocare ancora. Era una serie di colpi secchi che sembravano altro, il casinò aveva solo i tavoli illuminati e il resto sprofondava in oscurità dense che sembravano riflettere il rumore. Era un suono inquietante. Le ragazze tentarono un approccio, volevano bere con noi champagne, ma la cosa finì subito davanti al rifiuto, una disse: va bene, sarà per dopo. Restammo il necessario per non essere scortesi, ancora una puntata, la mancia e poi attraversando i soliti pesanti tendaggi di velluto rosso, affrontammo la trafila con il portiere, il piano, la custode della camera e l’odore di borsch.

Di quei giorni ho sensazioni che sono rimaste, certamente errate perché intrise di emotività, il buio, la luce forte degli spazi all’aperto, le persone che sembravano distinguersi tra quelli che aspettavano come iniziare una nuova vita e quelle che avevano già scelto e facevano affari. Poco lontano dall’albergo c’erano i negozi occidentali che sembrava portassero la modernità e l’opulenza, oltre e attorno, una città da mantenere, vendere, abitare, demolire per togliere le fabbriche e mettere grattacieli. Magari piccoli grattacieli, ma adatti al nuovo che sembrava buono. Nei mercatini di cose usate si vendeva di tutto, reperti nazisti, sovietici, icone, foto di famiglia, matrioske, samovar, tappeti, materiale ottico militare, bussole, strumenti musicali ma anche fiori, uova, pane, latte, cipolle. Le persone si fermavano, contrattavano. L’ho fatto anch’io, ma più per gioco che per voglia vera di fare affari. Mi tornavano aalla mente le pozze di oscurità e la pallina che lanciava il suo rumore secco sulla roulette, in un ambiente vuoto e con poca speranza e questo mi rendeva triste. Non ho mai capito perché, ma era così.

in parole povere

Quando si conclude la lettura di un libro ben scritto resta un senso di assenza, quasi un dispiacere. I libri che lasciano traccia, che spingono a pensare, che fanno scattare l’identificazione, non sono molti nella lettura contemporanea e non sono privi di conseguenze. Il primo effetto è che annullano molto di quanto si è letto recentemente. In un certo senso, ricollocano i valori e danno una dimensione a chi si è letto. Non si tratta di un giudizio, quello già nasce durante la lettura ed è legato al piacere di essa, ciò di cui parlo è che perdere qualcosa di scritto bene è vissuto (lo vivo) come una perdita interiore. Qualcosa che poteva farmi fare un passo avanti l’ho accantonato in favore di altro che mi ha lasciato com’ero. Il secondo effetto è che chi legge a volte scrive, non pochi di quelli che leggono si sono formati un’autostima su quello che, con fatica e piacere, è uscito dalla loro testa. questo è un processo personale che ha almeno due aspetti: la soddisfazione di un bisogno e la sensazione di avere un pensiero originale che può essere tradotto in parole. Entrambi gli aspetti sono positivi e credo vadano perseguiti come meglio ciascuno crede. Per quanto mi riguarda, mettendomi nella parte bassa dei bisognosi dello scrivere, dopo aver letto qualcosa di importante e bello, considero che le mie sono parole povere, che possono essere scritte ed espresse ma devono avere la loro dimensione di familiarità. Scrivere quasi per se stessi, per i pochi che avranno la pazienza di leggere, pubblicare a proprie spese ciò che di sé verrebbe disperso, è un’azione misericordiosa nei confronti di quel poco che si riesce a trarre da ciò che si è. C’è una dimensione tra l’ascolto e il dire che ci riporta dentro di noi, che ci fa riflettere e a volte prepara una risposta, ma i grandi libri e il conversare profondo non producono risposte, ci mettono davanti alla profondità di ciò che non abbiamo esplorato e mentre cechiamo una mano da stringere, un pensiero che ci accompagni, subentra una grande gratitudine perché la bellezza del mondo è stata riconosciuta. Non scritta da noi, ma riconosciuta e questo non può che renderci un po’ felici di esistere.

mi piace, cosa?

Mi piace. Oggi è un modo di dire ciao, ma perché lo si scrive con tanta facilità? forse perché non impegna.
Il sentire che ci sia qualcun altro che corrisponde è intensamente vivo, non si esaurisce con un mi piace, credo,
Sapere che prova e tenta di trovare una sua strada e la mette a disposizione

Di certo vuole uscire da una situazione che è brodo tetro d’immobilità, ma ancora non è pronta la voglia di mettersi in movimento verso una direzione. Forse non ha allenamenti giusti per trovare la sua forza.
Altre volte colgo il segno che l’energia reclama la vita, e allora vaticino felicità che attendono, sento lo scrollare dell’anima che vuol vedere.
Che dire allora, mandare qualche esile segnale, spingere lo sguardo per sentire il mutare? Oppure attendere rispettoso che i cicli abbiano il loro chiudersi, perché questo accade e noi possiamo dire che non lo vorremmo ma ciò che si chiude davvero lo ha già fatto per suo conto.
Ho un rapporto personale con il ricordo, ne vedo le possibilità sfumate, la sua creatività infinita, sento che esso è parte di me, lo lascio interagire col presente, ma poi gli chiedo di essere ciò che è stato : vita ricca e come tale mia parte, ma non altro.
Questo non m’impedisce di dolermi però mette un limite al dolore e lo coccolo come una vecchia cicatrice che fa parte di me e che porterò nel futuro ma non sarà il futuro.

luoghi dove si mangia

Pantaloni neri, camicia bianca, a gruppetti i camerieri parlano, si muovono, non capiscono nulla del mondo fuori dal loro momentaneo occuparsi e sembra che lo scopo sia il movimento. Nei vicoli, nelle piazze, ristoranti in cerca di clienti, profumi forti e tavoli di antipasti troppo abbondanti. Resteranno giorni ad invecchiare immersi in finti oli di prima spremitura. Qualcuno osserva il menù, pochi si siedono, c’è spazio tra i tavoli adesso più distanziati per il covid. Lentamente, senza obbligo d’ora, in parte i locali si riempiono, gesti usuali. Togliere una giacca, avvicinare una sedia, distrattamente prende il pane dal cestino e sbocconcellare, osservando. Attorno si infittiscono i dialoghi, le voci si alzano e si abbassano, come onde di un mare che sta sopra le teste, che smuove l’aria di odori e di particelle d’unto. L’unto scende nell’anima, nel cuore, qualche Inquietudine emerge, i sorrisi vagano leggeri. Si parla e non si osserva. Quell’unto che il menù decanta nelle pietanze si rincantuccia negli angoli dove le scope non arrivano, inacidisce, penetra, fornendo il colore del luogo. Ogni luogo è la somma di un passato, di un guasto che si è trascinato in avanti sino a diventare identità. E chi ora è seduto, lo fa per novità, caso o abitudine, deciderà poi se mutare la condizione iniziale, conta il sapido o il raffinato scindersi dei sapori? Già essere seduti in un ristorante, vedere il muovere dei camerieri è una quasi novità che annuncia un mutare della situazione propria e altrui, si diluisce l’ansia dei mesi di cattività.

minimi pensieri 9

Alleviamo le giornate di piccola poesia: un pensiero che distoglie dall’usuale, un gesto congruo ad una cura, lo sguardo che coglie una bellezza nascosta. La parola si confonde e diviene sentire, così l’alleviare è il curar di sé nell’allevarsi e il puntare verso l’alto del levare. Come se nella sua terreità il reale coltivasse un sogno che abbiamo dentro e ci dicesse che non si è mai soli quando si parla col cuore del mondo.

immagino

Leggevo di un terzo stato tra il sonno e la veglia. Ben descritto nelle sensazioni e negli incontri che in esso si possono fare, sembra sia una cosa che tutti possediamo, ma alcuni, pochi, in misura più rilevante perché ad essi accade più spesso. Beh, spesso significa una volta in 5 anni e però di esso resta una impressione profonda che riesce difficile comunicare. Si tratterebbe di uno stato in cui si fonde il percepibile con l’inconosciuto e in esso lo stesso corpo diventa quasi immateriale o altra cosa da quello che normalmente è, pur mantenendo i sensi ma anch’essi variati e acuiti. Negli stati intermedi in cui vive l’immaginazione credo ci siano tracce di questa modalità dell’essere in cui il reale si ridimensiona e diventa diverso. Le esperienze virtuali credo recuperino in parte da queste modalità dell’essere e pur avvalendosi di strumenti tangibili, scivolano in una dimensione che alberga in qualche parte del nostro cervello.

Pensavo che non mi illudo di essere capito quando rappresento ciò che sento e che può essere detto, ma che neppure mi sforzo perché questo accada. Accendendo il camino ho preso dei ciocchi di un melo tagliato l’anno scorso, mi colpiva la perfezione dell’addensarsi delle fibre, il residuo di corteccia che dove lasciava il posto alla superficie del legno mostrava un passaggio da una rugosità ricca di segni prodotti dal tempo e dalle variazioni delle stagioni con le loro occasionali intemperanze, fino a una superficie a tratti liscia e in altri luoghi con cicatrici di rami che erano stati eliminati dalla stessa pianta. Questa superficie liscia variava nei colori del grigio e del nocciola e poteva essere letta come qualcosa che racchiudesse altro. In fondo la metafora che una statua è un blocco di marmo a cui è stato tolto ciò che non era necessario si può applicare a qualsiasi insieme compatto di materia e persino ai fluidi. Ciò che differenzia il pensiero di chi vede solo un pezzo di legno da chi vede una figura che si forma nella sua testa, che saggia con le dita e annusa per sentirne il profumo, è tutta in quell’esperienza dell’immaginare unito al fare. Ma questo ognuno di noi, se ha voglia di sviluppare la sua parte artistica, lo può tentare sapendo che ci saranno infinite insoddisfazioni e prove e insieme una crescita che diventa parte del sentire.

Lo stato di cui leggevo era ancora oltre e seppur limitato nel tempo non era da questo influenzato, si parlava cioè di qualcosa che come nei sogni non ha una misura ma una realtà propria e una sequenzialità che implica più un connettere le sensazioni piuttosto che stabilire quanto esse durano. Ciò che veniva descritto erano vari accadimenti, tutti in relazione a un io che era l’unico nucleo permanente mentre il resto mutava. Si parlava ad esempio di sensazioni piacevoli, ma anche di quelle dolorose, si descriveva una fluidità del corpo che poteva essere una soddisfazione sessuale primaria. Usava parole imprecise però nell’insieme l’idea dello stato particolare veniva trasmessa, ho associato queste descrizioni a certi sogni che si fanno da bambini dove il sogno continua nel risveglio e l’impressione forte che ne rimane si imprime nel ricordo. Mi sono anche chiesto, nella mia ignoranza conosco ben poco delle sensazioni che prova chi pratica discipline orientali od occidentali che agiscono sulla mente e sul corpo, se esista una sorta di capacità non sviluppata che porta a questi stati senza l’uso di droghe perché esse di fatto, sono in noi e alterano i normali circuiti che presiedono alla percezione.

Mentre scrivo sto ascoltando le suites per violoncello solo di Bach, attorno la stanza è in penombra, so che se mi mettessi sulla poltrona e chiudessi gli occhi, poco a poco le cose attorno scomparirebbero dal pensiero e agirebbe solo il suono, mentre di tanto in tanto, piccoli lampi di colore porterebbero scene e ricordi apparentemente senza alcun nesso.