Se una parola si facesse tessuto
Rivestisse prima la mano di bellezza per poi dilagare
Restasse in superficie agitando ogni molecola di pelle
E poi tornasse dov’è partita sarebbe un abito,
Uno squisito coprire ciò che s’agita quieto,
Coda pensosa di pensiero,
Singulto di desiderio,
E acqua limpida profonda
Dentro sino all’assoluto che non dura
Eppure è.
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ciao amico caro
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Ieri la sala era affollata, amico caro. Gli amici, i parenti sono stati accolti dai tuoi due nipoti con l’affabilità serena che ti ricordava. C’era una tua foto sullo schermo in alto, tu in mezzo e al fianco opposto il leggio. C’è stato molto ricordare negli interventi e così piccoli, importanti pezzi della tua vita, del tuo essere diverso, sono emersi. Li ascoltavo e concordavo con tutti. Lo avrai fatto anche tu, c’era molto affetto e molte lacrime. Ho pensato che si conosce solo ciò passa attraverso la nostra emozione e che apparenza e sentire profondo si confrontantano con l’intuizione e la sorpresa. Con te c’era l’entusiasmo dell’ultima scoperta che aveva attratto una tua curiosità che spesso diveniva passione. Ne parlavi entusiasta, se era un autore, lo esploravi tutto e lo rielaboravi nel tuo vivere. Una volta mi hai detto che leggevi solo saggi, era vero anche se qualche scoperta che ti veniva proposta poi diventava parte di te. Eri un cercatore profondo e leggero della vita, con opinioni forti e capacità di ascolto. Vivere appieno ed esserci per chi ti era amico. Immediato com’eri, sceglievi ed eri scelto. Un incontro tra amici diventava una narrazione allegra che avrebbe alimentato altra allegria successiva. E lo stesso accadeva a una riflessione che sarebbe continuata in un momento successivo, arricchita e più forte.
Ora il tempo ricomporrà pezzi di vita comune, di questo ci si accontenta, mentre dell’opera che hai fatto della tua vita moltissimo si trasferirà nella nostalgia e nell’assenza. Il tuo sorriso accennato e la tua voce resteranno per chi ha avuto il piacere di averti come amico. Ciao amico caro.
pleiadi
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Il cielo si è coperto di nubi,
ora è azzurra la linea dei monti
e c’è calma di vento
a quest’ora i marinari guardano l’orizzonte
e vedono la casa,
i volti amati, la cena sulla tavola.
Sale la nostalgia dell’essere lontani,
l’amore è sentire che lega
e che lascia,
un luogo dove approdare.
Tra le cime sfolgora la luce
si riflette l’ombra nella valle,
tornano dai boschi i villeggianti,
nel verde che incupisce,
i cani si chiamano tra le case,
le auto s’affrettano verso qualcosa.
La sera sospende la luce,
e ogni creatura lo sente,
è il tempo di raccogliere il giorno,
nel silenzio che scende con la notte,
adesso altre voci si rincorrono,
sbagliano il tono
e si sospendono indecise.
Attendono.
Stanotte le pleiadi manderanno messaggi,
si rinnoverà il mistero,
e più forte la speranza,
qualche scia taglierà il buio,
e i visi verso l’alto additeranno
ciascuno gemmando un segreto
e un sorriso che non si vedrà.
essenze
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L’essenza vuole ciò che le spetta
e non transige.
Chiude l’insoddisfazione in piccoli angoli di cuore,
ed è schiuma che trabocca
come birra dai bicchieri,
il dito la raccoglie,
sulle labbra è l’amaro freddo.
Apparenza per il vento, l’albero,
ma è nelle radici che ama,
e chiede la luce che gli spetta,
offre i frutti che non vorrebbe colti,
ma li cresce nel fulgore,
e sogna siano avvolti da amorosa mano,
e tenuti preziosi al dono.
La luce e il frutto,
sono sentieri che conducono al profondo,
chi potrà accedervi
se tu non lo dischiudi?
Ogni bisogno è un giardino solitario,
in esso c’è l’universo che racchiudi.

In evidenza

In un addensare di nubi,
di raggi che forano il cielo,
posa la nostra dimensione,
e l’attonita meraviglia
mescola consapevolezza
all’orgoglio d’essere vivi.
Attorno, ed entro noi
v’è un immenso desiderio
di queta, incoercibile, bellezza.
Francesco Guccini
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Pensavo all’America che avevi amato,
e alla via Emilia,
né l’una né l’altra sono uguali,
peggiorate e dissolte nei miti,
ma da te cantate hanno la speranza delle radici.
Ci hai accompagnato ovunque
con noi, senza essere di qualcuno,
la libertà è questo:
essere da una parte senza steccato.
E sapevi che fare,
con la musica, le parole e l’anarchia,
la bellezza che scalda i cuori e ci fa eroi
mentre rende più forte l’ideale.
Trattavi gli amori
come giunco che intreccia le vite,
nella leggerezza del dire tra noi,
mostrando come spinge
il nostro piccolo mondo normale.
assoluto
come ogni vissuto.
Grazie Francesco
per ogni stanco mio ritorno
cantato di notte,
dopo l’ultimo bicchiere di vino,
prima di avviarmi a casa
con gli ideali saldi e condivisi,
e la speranza d’ogni storia normale
che ha in sé una locomotiva.
si andava al mare
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Si andava al mare quando si poteva, ma su questa sponda dell’Adriatico. Per anni si erano frequentate le rocce e il mare cristallino dell’Istria e della Croazia, poi era scoppiata una guerra e si era tornati alle solite spiagge. Sembrava una cosa dappoco, doveva finire presto e senza grandi danni, il tempo di un accordo, in fondo eravamo tutti civilizzati dall’ultimo conflitto, no? Eravamo europei allora, anche più di adesso, e in Europa non ci sarebbero state più guerre. Era un patto chiaro e semplice, tra Stati moderni e civili. E noi saremmo tornati al mare senza sabbia, al pesce a buon mercato, al sole senza limite.
Però quanto accadeva si vedeva da distante, dal mare, che poi era lo stesso, a Barcola, a Costa dei Barbari, come a Lignano o Jesolo, si continuava a fare il bagno, a prendere il sole. Nessuno pensava che arrivasse una barca dall’altra parte, che ci fossero profughi, anche se, con un buon motoscafo, erano distanti un paio d’ore di mare.
Gli scontri però non finivano, crescevano gli eccidi, le bombe. Sarajevo e il suo ponte che saltava, Ragusa bombardata, Spalato, Zagabria, ma ancor più Tuzla, Skopje, Pristina, fino all’orrore di Srebrenica. Come un corpo che si fosse risvegliato impazzito, quella che per noi era ancora la Jugoslavia, si scrollava pezzi di carne viva e pezzi si staccavano, ritrovavano ragioni e assetti che risalivano a conflitti antichi di luoghi, religioni, di guerre tra turchi e cristiani.
L’estate continuava, diventava autunno e la guerra non finiva, anzi si estendeva.
L’occidente anziché cercare la pace, prendeva parte, bombardava.
Ciò che doveva finire subito continuava, chi non condivideva la logica delle armi, aiutava i profughi in Istria e in Dalmazia.
In fondo si relativizza sempre anche se allora nei telegiornali, nelle fotografie degli inviati di guerra, c’era molta più verità e l’orrore cresceva.
Però la Bosnia, il Kossovo, sembravano così distanti…
Come l’Ucraina adesso. Alcuni dicevano: sono fatti così, sono slavi. Come ci fosse un’abitudine all’atroce che riguarda alcuni e che periodicamente risale dal profondo e noi ne fossimo immuni. E così anche l’estate dopo si andava al mare e non ci si pensava più di tanto. Era vicino, ma per le nostre teste tarate sui percorsi delle auto che ci portavano a quelle spiagge, sembrava tutto distante.
Anche oggi andiamo al mare e non capiamo cosa avviene sull’altra sponda di questa pozza che chiamiamo Mediterraneo, non diamo importanza, sembra non ci riguardi. Anche perché in Iran mica ci andavamo al mare, magari in Marocco o in Tunisia sì, ma quando mai in Iran. Sembra basti restare da questa parte e poi passerà.
Noi andavamo al mare vent’anni fa o giù di lì, e si pensava finisse presto. Eravamo distanti dalla realtà più che dai luoghi, perché quella realtà non ci piaceva, come adesso, non era quella che avremmo voluto, non è quella che vorremmo. E allora bastava metterla distante e non pensarci più.
In ricordo di un uomo grande: Alexander Langer. Perché per essere uomini bisogna vedere e capire e lui non si rifiutò mai di farlo.
a Occam il rasoio
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Il tempo che ci serve lo consegnamo agli dei di passaggio,
per questo la luce riassume il vuoto lasciato,
ed è misericordiosa
mentre entra nella notte e promette un mattino.
Non uno qualsiasi,
non quello stanco d’ogni intelligenza del nuovo,
ci concederà un nocciolo d’energia,
simile a quello che ha generato un piccolo universo.
La speranza che ci sia ancora felicità,
oltre le lettere non spedite,
dopo ogni decisione che devia la strada,
perché i bivi non sono alternative
ma equilibri insani di timore,
infedeli alla strada del cuore.
Ovunque specchi per capire chi siamo,
e nell’approssimare l’immagine al desiderio
sappiamo che nel profondo si depositano verità che torneranno,
e sono pellicola sensibile
che ricorda, crea, domanda
s’era questo che avremmo voluto e che siamo.
sfarina il nostro tempo
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L’indifferenza di questo tempo,
di questa estate malata,
contagia la luce,
e sfarina il nostro tempo
in briciole di ciò che ancora sembra uguale:
raccogliamo il necessario,
le piccole cose che pensano il ritorno.
Rada l’acqua attende l’autunno,
le spiagge e i vuoti ghiaioni,
poi piano, aprirà serrature di pietra con le chiavi del nostro gelo,
si farà strada nella convinzione delle stagioni future,
e il colore puro avrà occhi diversi, sarà ricordo che si sfoglia,
mosso da un vento distratto che non legge e consuma,
piano o forte, secondo capriccio
prima del nulla.
Il tempo dei giovani scandisce il bisogno,
tutto gli viene sottratto,
anche il necessario,
la luce, l’ordine sconnesso
ciò che è gettato con noncuranza,
come vivessero di cascami del nostro tempo.
Mendichi e miseri in mezzo a ricchezze
sguaiate e oscene,
persino una tempesta ha più rispetto,
e se stacca una lamiera malferma
dopo averla fatta a lungo suonare,
l’illude del volo
e la posa dove mani amiche possano chiedere
di lei, del suo essere altrove,
persino del suo ritornare.
Non ora, solo il freno della volontà
moltiplicata per centinaia di bocche,
fusa in pensieri semplici e potenti
può colmare la protervia
insana e terribilmente efficiente
dell’ineluttabile senza ragione:
non fare più nulla,
resistere al moto,
celebrare silenti i diritti,
ma soprattutto rifiutare ogni connivenza,
perché tutto l’amore è stato consumato
e solo la fiamma che vive
nel cuore di ognuno
genera un nuovo universo.
verranno ancora
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Ho scritto parole, ovunque.
Sulle tovagliette dei bar,
appena oltre l’insalata
e tra le macchie d’olio.
Sul bordo dei letti delle camere d’albergo,
aspettando un campari che non arrivava.
Ho scritto poggiando il foglio
sui tronchi rugosi,
sono uscite parole sghembe
e contente
dell’odore dei funghi nel bosco.
Dal sedile dell’auto
sul ciglio di strade di campagna,
ho raccolto pensieri già dissolti
in lettere incerte,
contenti d’esistere prima di sparire.
Ho sopportato le risatine,
i commenti, le richieste,
e ho strappato ciò a cui tenevo,
per timidezza e l’orgoglio
di non sporcarlo di disattenzione.
Ho scritto versi dopo aver fatto l’amore,
oppure li ho messi al suo posto
per parlare col desiderio
e sono nate parole senza destino,
versi che dovevano parlare al cuore.
Ho usato caratteri che a me solo
avevano significato,
lasciandoli naufragare sui tavoli delle riunioni.
Cercando parole pubbliche e segrete,
le ho spogliate con tenerezza,
e assaggiate con voluttà,
hanno scaldato le tempie
nella passione
che traboccava da quei segni neri, prima di tracciarli.
Ascoltando l’eco di vite fuggite, sono nati dialoghi per legami inesistenti,
e mi sono alimentato
dei miei versi senza valore,
felice solo d’esser vivo.
Ho tenuto a bada,
chi tirava la mia giacca
per togliermi la fantasia
e le parole sono diventate cani felici
innoqui agli uccelli di brughiera.
È per questo che ho scritto su ritagli di giornale,
su foto e carte fini,
con penne che si pavoneggiavano del tratto,
dell’inchiostro e del mistero d’un significare,
e il corsivo m’ha seguito
attento agli scarti dell’umore e dell’età.
Di tutto questo scrivere ho fatto grano da passare tra le dita.
Un rosario infinito
che nutre e non disseta,
che disegna e non conserva.
Un germoglio.
Una pianta, talora,
spesso l’attesa di un fiore
ch’era a me bello
e ancora non lo sapevo.