Ho vissuto


Posted on willyco.blog 31 ottobre 2015


… Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. … (P.P.Pasolini, Corriere della Sera, 14/11/1974

I chierici hanno sempre tradito. Non tutti, ma molti pur avendo capacità di discernere, intelligenza, strumenti per capire, collegare, esercitare la profezia logica che dice cosa accadrà a tutti, si sono astenuti. E si astengono, perché il potere corrente paga, mentre quello futuro è un cattivo pagatore. Gli intellettuali non esercitano la loro forza e lasciano che l’equivoco trionfi. Non è compito dell’intellettuale avere una verità assoluta, quello è lo spazio delle fedi, suo compito è insinuare il dubbio, far emergere la contraddizione, smascherare le verità apparenti, colpire il parlare vuoto, mostrare i fini celati. Insomma svelare il vero volto del potere. Invece viene scelto il conformismo di massa, il lisciare il pelo al potente di turno contro l’evidenza e l’intelligenza. La coerenza, non è un problema della politica, né del potere, è un problema di chi capisce, di chi non confonde intelligenza con furbizia, sostanza con affabulazione, disegno con improvvisazione. Chi ha questo potere ha una responsabilità e una scelta, deve non mentire a se stesso, nello scegliere la strada comoda con consapevolezza, come pure nell’alternativa di seguire la strada scomoda del rivelare, del dire. Insomma non relativizzare per giustificare la propria incoerenza.

Lo stesso compito ce l’ha chi si oppone al conformismo di massa. Chi sceglie di essere minoranza senza protezione, senza diritti particolari se non quello di poter dire liberamente. Mi si dirà: ma chi impedisce di dire, siamo in un sistema democratico dove tutti possono affermare la loro visione della realtà. Apparentemente nessuno impedisce, solo che il messaggio si distorce, non si veicola, non raggiunge i destinatari. L’informazione è parte del potere e il suo uso libero è uno dei problemi della democrazia. Non crescono le idee se l’informazione non da a tutti la stessa voce, pur consentendo di parlare. Una persona afona non eviterà mai che si cada nel precipizio. Un tempo ci si distingueva tra apocalittici e integrati. I secondi possono vantare il fatto che nessuna apocalisse globale è accaduta, nonostante le previsioni dei “gufi” di allora, ma se ci guardiamo attorno, pur senza apocalissi globali, molto è accaduto. Il fatto è che viene attesa una catastrofe immediata mentre quello che invece accade sono piccole deviazioni, frane delle regole condivise, dell’etica dei beni comuni, disfunzioni, e tutto viene inglobato, accettato come risolvibile dalla tecnica o da un demiurgo di turno. O da entrambe le cose.

Il potere si adatta e si riproduce usando ed essendo usato. Un libro di pochi anni fa, si chiede perché i potenti delinquono, la risposta è disarmante e piena di protervia, sostanzialmente mettono alla prova la loro impunità, il loro potere. Aggiungo che possono contare sul conformismo che consente loro di mutare il senso comune della morale pubblica. E si fanno beffe del potere di voto, perché lo piegano, lo incanalano verso soluzioni a loro conformi.
Davvero non è accaduto nulla in questo Paese, dalle stragi denunciate da Pasolini e dall’atto d’accusa verso il potere di allora? Davvero tutto era consequenziale e non modificabile, passando per tangentopoli e la rivelazione della corruzione diffusa? Il berlusconismo era necessario per mutare in meglio il Paese? Davvero non c’erano poteri occulti, mandanti? Mandanti è una parola che l’intellettuale ha il compito di nutrire di fatti e di nomi. E lo stesso compito ce l’ha chi è contro il potere e il modello di società che questo attua. Dire e non tacere. Dire sapendo che non si ha la verità, ma il dubbio e il dubbio è eversivo. Solo il potere vanta la realtà e la verità, ma non sono quelle dell’esperienza di ciascuno. Ebbene, in direzione ostinata e contraria, non è un vezzo, ma un dovere di chi vede, di chi sa, di chi può collegare le cose, dare sostanza ai fatti. Essere contro e intelligenti ha un prezzo, sempre. Sia che ci si conformi, sia che si decida di dire ciò che si vede davvero.

Non mi piace chi giudica, chi chiede conto, però vorrei poter rispondere così alla domanda: ma tu cosa hai fatto? dov’eri?

Posso dire di aver vissuto, con le contraddizioni, con gli abbagli, con le verità incomplete, ma non ho taciuto.

La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.
L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.
http://www.corriere.it/speciali/pasolini/ioso.html

parliamo di sinistra

In evidenza

C’è chi si ferma sui numeri delle amministrative, chi fa confronti con le europee o con i sondaggi, chi rileva che gli accrocchi della politica politicante non funzionano più. Non pochi si soffermano sullo spettacolo indecente del Senato che esulta perché la “tagliola” grazie a Renzi ha funzionato sulla legge contro l’odio per i LGBT. Tutto parzialmente vero ma questo non spiega perché un popolo che ha problemi di lavoro, un benessere decrementante, una povertà crescente, scelga, indipendentemente da ogni valutazione etica, la destra più aggressiva da quando è nata la Repubblica. Siccome è ciò che pensa l’elettore che fa testo cio che più mi convince è che manca una risposta ai bisogni tradotta in politica riformista di sinistra che non sia subordinata al liberismo. Cioè la sinistra esprime una politica che non migliora il presente ed è senza speranza di cambiamento.

Allora vorrei soffermarmi su una parola molto usata: compatibilità. È una parola che si declina attraverso le leggi, unicamente verso il basso, cioè si chiede ai poveri o a quelli che stanno per diventarlo, di essere compatibili con i ricchi o gli straricchi. Questo evidentemente provoca un risentimento nei confronti di chi per compatibilità nega l’equità. Altera una seconda parola che spesso si usa in politica, ed è conflitto. La radicalizza. È un presente che non coinvolge solo l’Italia, ma la compatibilità rende logico il conflitto nella sua accezione di scontro. Di fatto è una specie di guerra che rompe le appartenenze, i vincoli di solidarietà, rende logico il passare indifferentemente dall’una o dall’altra parte in attesa, non di un futuro migliore ma di un presente accettabile. Questa conflittualità estrema rende credibile ogni notizia, toglie valore all’etica sociale, decriminalizza i comportamenti illegali.

Naturalmente non tutti sono così, ma mai come ora si è accettata la conformità alle parole che si vogliono sentire e si è annullato il passato. È la dittatura del presente in cui alberga di tutto. La glorificazione del furbo ad esempio, la menzogna sui bisogni, oppure la logicità dell’esercizio del potere senza regole, l’irrisione della cultura, la mercificazione del consenso attraverso il privilegio.


Risalire da questa condizione implica che quelle due parole, compatibilità e conflitto devono essere riportate nell’ambito dell’equità e delle regole comuni, ciò non si fa con i pannicelli caldi dei pochi centesimi erogati o con il mancato aumento di beni che necessari non sono, e neppure senza un travaso di ricchezza tra chi ha troppo e chi non ha a sufficienza. Questo implica una rivoluzione interiore nel riformismo di sinistra che deve rendere compatibile e premiante la solidarietà rispetto alla furbizia, deve integrare ciò che è possibile nelle migrazioni, imporre che i nuovi poveri non facciano sentire ancora più poveri quelli lo sono da prima, deve investire in ciò che crea lavoro stabile e fa crescere le aziende senza depredare l’ambiente e schiavizzare i lavoratori.
Insomma non è possibile combattere la disgregazione senza mettere assieme, far sentire le persone parte di un cambiamento che li riguarda senza renderli protagonisti. E qui la compatibilità si rovescia e il conflitto sceglie i suoi avversari: non è tutto uguale. Neppure il presente lo è e bisogna che questo venga dimostrato con le leggi e il fare. Non vedo altra soluzione se si vuole evitare che il paese continui a smottare verso la destra. La peggiore destra da quando è nata la Repubblica.

le non notizie

In evidenza


Nel mondo delle non notizie il cambiamento perde consistenza, in continuo si alza la soglia del vero e gli attori si anestetizzano. Sembrano dormire e recitano, vivono, fanno cose eccezionali che durano lo spazio d’un attimo e non lasciano traccia. Eccezionali per chi non le farà mai, eccezionali perché serie, perché mettono in gioco le vite. Almeno per un po’ non sono come chi guarda e critica. E dice al più: avanti un altro. Ma c’è una scelta di campo nell’eccezione che il tempo ci impone e nel maturare che si accelera. Basta non prendersi sul serio mentre si compie qualcosa che ha a che fare col mondo e non guardare la miseria degli applausi del Senato, quando viene sconfitto il diritto d’essere differenti.

Mi hai raccontato della tua lotta per la libertà, delle tue letture maturate nei luoghi della rete dove non esiste il virus e i numeri dei morti sono inventati. Neppure il Papa ti piace più anzi dal tuo racconto emergono le piccole comunità di quelli che vogliono il ritorno a una rigorosità che conculca ogni piacere e ogni libertà. Apostati, sono gli altri o voi ? Non dovrebbe interessarmi, con le mie poche certezze e invece mi ferisce la libertà agitata in conformità ad assiomi presunti e labili.

Avresti applaudito anche tu nel Senato che a suo tempo certificò la nascita di Ruby Rubacuori come nipote di Mubarak? Credo che quelle urla sia andate al cuore della tua presunta libertà, che questo tempo di ferro sia lo spartiacque di chi sta da una parte e chi dall’altra. L’odio gli indifferenti di Gramsci riprende consistenza e non è possibile stare a mezzo, essere senza patria nelle scelte. Con chi eri e con chi sarai? hai già scelto e non il dubbio. Quando il blocco d’argilla che dovrebbe generare una pietra si scinde, la prossima scelta sarà ancora più lontana e il tema della lontananza, dell’affinità verrà liquidato in piccoli circoli di pensiero conforme.

Non importa, in questo universo le cose accadono perché il presente è dato e il futuro ne è conseguenza.

Oggi ero in uno di quei luoghi che non sono più normali, Asylum, li chiamavamo studiando sociologia, perché lì dentro le regole si sospendevano, le libertà si spegnevano in scelte drastiche e terribili e vigeva il fidarsi. Guardavo attorno e vedevo persone, code, paure, attese e non sentivo i pensieri, le speranze frantumate dai dubbi. Ciascuno era chiuso nella sua necessità. Come nella riva era giunto e chiedeva una soluzione al suo problema a chi poteva dargliela. Semplice e difficile, è questo che neghi e fuggi ? È l’assenza di una rotta comune? Del non essere più tutti, ma solo individui portatori di bisogni? Ci si divide e ci si scinde, nel scindersi una parte resta e l’altra prosegue, ma quando ci si divide nessun pezzo dell’altro ti segue: è una scelta di vita che comporta che il precedente sia visto come un errore e che esso non ci appartenga. Per questo non c’è più indifferenza raccontata e gli ignavi, gli infingardi, i furbi si nascondono in una maggioranza grigia che non dice nulla mentre altrove lampi scindono il cielo comune. Da una parte o dall’altra.

Ti ricordi la “Tempesta” di Giorgione, è questo il mondo: come allora una riforma era alle porte assieme a una guerra dei cent’anni. È questo il mondo dove semplicemente si è da una parte o dall’altra e la cingana che allatta è il mondo che nasce, senza il pudore di vivere, di essere, di sperare, mentre il soldato vestito e armato, è il vecchio senza inermità e capace di offesa, ma è il passato che il cielo laverà tra poco. Pensa che sotto quel soldato la radiografia del quadro ha trovato un’altra figura di donna bella e nuda che si lavava nel fiume, era la congiunzione delle bellezza nel tempo che scorre. Poi Giorgione ha sentito arrivare il ferro e la peste di cui sarebbe morto e ha cercato la bellezza nel reale e nello stato di natura la salvezza. Oggi è la scienza che si allea o contrasta la natura e il fulmine che squarcia il cielo ci riporta all’oggi: abbiamo bisogno di luce e non di oscurità. Questa è la scelta ed è così radicale che ci sarà un prima e un dopo e anche un progressivo cancellarci in ciò che non abbiamo voluto comprendere: che il presente prepara il futuro.

si sanno troppe cose sconnesse

In evidenza

‌Di quasi tutti non si sa nulla. Nulla che preceda le parole, nulla che faccia capire un pensiero inespresso, un desiderio profondo. Forse non si vuol sapere nulla che non sia voluto, così abbiamo perduto la telepatia. Ma molte informazioni ci arrivano senza voce, involontarie sfuggono all’attenzione perché c’è altro che vibra ed è il corpo che parla. Oppure ci sono tracce nelle cose fatte, nel muoversi, nelle priorità enunciate e silenti, nelle abitudini. Non mancano le informazioni,  solo la pazienza e la capacità di metterle assieme. Però io so quello che mi vorrà essere detto.

Abbiamo sempre dato importanza maggiore alla parola e ora che il mezzo diventa virtuale, esclude i corpi fino alle scelte che li coinvolgono, la parola è ancora più importante. E l’immaginare è importante. Immaginare è un segno di attenzione, l’hai mai pensato? Sapere che qualcuno a cui si pensa sta facendo qualcosa, che si muove in un certo luogo, che esso stesso può pensarti, immaginarti, può uscire dal tempo, non importa quando questo accade ma il fatto che possa accadere. Ci attacchiamo a tutte le sottigliezze per decrittare il testo misterioso che ci viene proposto da chi ha la nostra attenzione. Lo si tiene di buon conto per le sue tante interpretazioni, per porsi domande, articolare dubbi e conservare le certezze che danno sostanza e corporeità alle parole. Questa è comunicazione asincrona che si spinge nel profondo e non ha reticenze.

Ho scritto molto in questo tempo indeciso, spesso mi rivolgo a persone che non conosco, e scrivo cose che suscitano scarsa attenzione. Me ne accorgo perché è come se le parole scivolassero via senza trovare un luogo in cui posarsi. Le parole vivono sempre ma muoiono le emozioni che le avevano suscitate, la maggiore difficoltà che abbiamo tutti, ne sono sicuro, è quella di trovare chi sente davvero quelle parole, le confronta con le proprie, le unisce e ne nasce qualcosa di differente. Questo è la comunicazione vera, quello che nel reale fa l’amico. Anche quelli perduti, ritornano con il tempo passato assieme, le parole che sono diventate emozione e hanno formato. Abbiamo parlato così tanto con tutto quello che avevamo a disposizione, di noi, del nostro tempo, di ciò che scoprivamo e vivevamo perché era talmente forte da superare la reticenza e traboccava nella vita. Eravamo giovani, ci sembrava che l’amico fosse superiore all’amante perché ti amava oltre il piacere. Poteva dirti le cose che pensava e mantenere un legame profondo, c’era se lo chiamavi e tu c’eri per lui. Con l’amico servivano le parole e i pezzi di vita assieme, ora mi chiedo cosa resti dell’uno e dell’altra. Poi il tempo rarefà, mette distanze che non ci sono, sbiadisce e ci si accorge che si sanno troppe cose sconnesse. Ci si chiude in torri di silenzio per il timore di veder rifiutato il dono della confidenza e della sua verifica nel comune sentire. (con fidere ovvero avere lo stesso sentire) Ma anche se ormai gli amici sono pochi, davvero pochi, il desiderio del comunicare quello che si è ora, resta intatto, perché da soli si è meno di ciò che si è per davvero.

giallo e grigio

Nella piazza ci sono tavolini ovunque. Le persone sedute godono del primo pomeriggio e del sole ancora tiepido. Aperitivi e chiacchiere con un brusio che si riflette nei palazzi bianchi del potere e nella mole del palazzo della Ragione. Questa è una delle più belle piazze della città dedicata alle erbe che arrivavano dal contado. Divisa dalla grande mole del Salone e simmetrica alla piazza dei frutti, anch’essa dedicata i prodotti agricoli che alimentavano la città senza terre e proprietà. Entrambe le piazze, come le altre vicine e strade e vicoli sono immolate ai riti dello spritz e del cibo veloce. E’ come se nella città governassero i baristi e il commercio, il potere politico è accondiscendente e il voto, invariabilmente, estende l’occupazione del suolo pubblico. I commercianti sono una faglia che vanta diritti d’occupazione e confonde la vita con la capacità economica, pretende l’uso esclusivo di ciò che è di tutti, ma nulla fa perché la città sia più bella. E così nulla viene offerto allo sguardo che compensi la bellezza della piazza vuota.

Nell’angolo della piazza, negletto, vicino alla fontana dove per gioco, bimbi e colombi si bagnavano i piedi, c’è un piccolo sopralzo giallo con l’addobbo che riporta all’Afghanistan. Un palchetto che viene attorniato da chi ricorda che c’è una tragedia in atto. Giovani e meno giovani mostrano cartelli per dare un messaggio a chi passa od osserva distratto dai tavolini. Si succedono discorsi che riportano i numeri di una tragedia che dura da talmente tanto da sembrare un sempre, ed è immane negli adulti senza speranza, devastante nei bambini. Si muore di freddo a Kabul, di sete, di fame e di regole senza appello, né ragione. Scorre nelle parole, un riepilogo della disperazione e della miseria di luoghi senza pace. Tutto è confinato in queste 50 o poco più persone, mentre attorno le conversazioni continuano sorridenti e tutto l’armamentario seduttivo della vita opulenta si svolge tranquillo.

La piazza è lastricata di trachite grigia, in rettangoli regolari e il giallo del palco risalta formando un’armonia che ingentilisce le parole delle testimonianze, ma non toglie loro un significato terribile, giallo come un’epidemia che invade i cuori, grigio come il pensiero che non vede altri che se stesso. Intanto i tavolini più vicini al palco si sono vuotati, l’altoparlante, forse le parole, infastidiscono. Solerti i camerieri spostano altrove tavoli e sedie: prima che scenda la sera il fatturato dovrà avere il senso del giorno di festa.

Adesso sul palchetto, c’è musica dal vivo, una cantautrice si accompagna con la chitarra e narra storie di donne. Una parla di violenza subita, un’altra di un amore difficile e negato, ancora il desiderio di essere altrove emerge dalle parole: le donne che fuggono vorrebbero restare. Sembrano cose d’altri tempi, momenti di ribellione che hanno attraversato i giovani e tutto ciò che era nuovo e cultura in occidente. Interessi improvvisi per civiltà di cui si pronunciavano a fatica i nomi. E quel meditare, protestare, chiedere basato sulle libertà negate altrove portava nuove consapevolezze e libertà nella società in cui si viveva. Senza un internazionalismo di sentimenti, il mondo greve e incrostato d’ottocento e d’imperialismo in cui si viveva, sarebbe rimasto eguale. Quindi il mondo dei vinti ha regalato non poco a tutti, ma ora questa consapevolezza si è perduta.

Resta la minaccia ambientale che dovrebbe rimettere in ordine i sistemi produttivi predatori e lo scialo immane della terra su cui posiamo i piedi, è strano che debba essere il pianeta a ricordarci le iniquità che vengono perpetrate. Ciò che è apparentemente inanimato si anima e con una sua intelligenza ricorda che siamo piccola cosa. Procedere per ecatombe e disastri non ha nulla di razionale, l’umanità lasciamola come processo che deve investirci se vogliamo avere giustizia ed equità nel vivere, ma comunque sia il pensiero profondo della terra esso porta inevitabilmente a ciò che è necessario perché vi sia vita degna. E allora mi chiedo in quest’aria chiara e tiepida se l’umanità non abbia gradienti che non solo sono inversamente proporzionali alla distanza ma se anche nel vicino, nel pianerottolo di casa, non si chiudano le orecchie alle parole e tutto si chiuda in piccole vite che non lasceranno traccia. Come per la riva del mare, la terra s’incarica di alzare la voce e spianare i castelli di sabbia, ogni sera e qui, nell’indifferenza la luce scema ed è sera.

monte Corno


Posted on willyco.blog 25 ottobre 2015

Dove ora fiorisce la camomilla,
l’accompagna il timo selvatico, e il cardo piumoso,
così le bacche sfolgorano
più rosse tra le pietre.
Dov’era la trincea
ora è profumo d’erbe d’autunno ,
e più avanti, sul ciglio d’infinito,
l’avamposto diruto
ancora guarda la piana.
Attorno, schegge di bianco puro calcare,
nel silenzio d’antiche granate non conta di chi fosse in quella ruga, che il declivo conquista
ricoprendo di fiori e rami spinosi,
ma lontano gli azzurri monti
e la pianura avvolta di bruma, hanno accolto allora gli sguardi
e ancora nell’aria c’è traccia
d’antica paura e speranza.
Nei giorni di limpido freddo,
luccicava l’orizzonte d’acque e riflessi, ,
ed era la bellezza
inconsapevole e cruda,
a stringere nel pugno il cuore
e la vita.

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I numeri hanno una loro importanza, richiamano analogie, contengono e significano oltre.

Quella tela immensa pensata assieme al Palladio, per la sala del refettorio, sarebbe stata la madre di tutte le cene e i pranzi su tela successivi e doveva occupare una parete così grande da essere essa stessa stanza e mondo. E non c’era sistema metrico per misurarla, allora si usavano misure differenti, il piede ad esempio, che valeva a Venezia ma già oltrepassando un confine avrebbe mutato lunghezza e nome. Insomma c’erano abitudini che tendevano più al raffronto che all’assoluto. Da dove siano venuti quei 666 cm, non si saprà mai, ma è il numero della bestia dell’Apocalisse di Giovanni. E l’apocalisse arrivò con quel cavaliere di sventura che chiuse una repubblica millenaria, che fece tagliare a pezzi la tela e la inviò a Parigi, come restituzione parziale di danni di guerra. Sì era napoleone e gli oltre cento carri di opere d’arte inviati in Francia erano furto e preda, non risarcimento. Così è finita al Louvre la tela di Veronese, quelle nozze di Cana famosissime in cui si riconoscevano imperatori e popolani, in cui lo stesso mondo si fondeva tra il silenzio del miracolo e il tintinnare dei bicchieri, serpeggiava nel gorgoglio dei vini, nell’oro delle vesti, nel giocare di cani, nel vociare e nelle risate, nei giochi e nel fascino del corteggiare. Era lo splendore di un’epoca che celebrava se stessa in matrimonio col mondo, ma era anche una festa di nozze, e se guardiamo con attenzione le figure, non riconosciamo gli sposi, al centro c’è il Cristo affiancato da Maria, ma i soggetti della festa non si sa dove siano. O forse i soggetti sono tutti i presenti che mostrano i loro abiti migliori, conversano, sorridono, guardano verso punti di richiamo, e lo sono anche i servi che s’impegnano nel portare vivande, confezionare cibi, mostrando un’allegria e un fasto che li dimostra coscienti di essere ad un evento che li riguarda tutti. Quella parete immensa di san Giorgio Maggiore non poteva accogliere che una meraviglia, così come l’isola aveva accolto imperatori e sovrani, doveva rappresentare ad essi e al mondo la munificenza dell’ordine Benedettino che guardava il bacino di san Marco, ne vedeva il brulicare delle genti, delle merci, dei linguaggi, assisteva alle terribili cerimonie tra le due colonne di San Marco e San Tòdaro dove la giustizia veneziana eseguiva le condanne capitali, guardava il balcone dogale che si spalancava ad annunciare notizie, vedeva gli orifiamma delle navi in entrata che issavano il gonfalone con il leone, ne osservava il libro e sentiva quel: viva San Marco, urlato prima dal coffiere in vista e ripetuto in bacino prima della fonda. Quel grido sarebbe continuato dopo il passaggio del cavaliere dell’Apocalisse e si sarebbe ripetuto chissà quante volte fino a Lissa, quando dalla tolda dell’ammiraglia di Wilhelm von Tegetthoff, si levò nuovamente assieme agli ordini dati in veneto, solo che chi vinceva era la marina dell’impero austro ungarico e la sconfitta era la marina della nascente Italia.

San Giorgio maggiore, con il suo bianco incandescente di marmo, con i suoi chiostri silenti, vedeva tutto e accoglieva principi e papi, mostrando le meraviglie dotte dei codici miniati, l’immensa biblioteca, le tele dei grandi pittori veneziani che magnificavano la gloria di un ordine che era forte per studio e disciplina, oltre che per ricchezza, ed era esso stesso azienda e comunità. Napoleone per conquistare Venezia usò il disprezzo e una cannoniera che era poco più che un barcone. Fu ordinato di forzare il blocco di San Nicolò del Lido, che faceva entrare nell’aere sacro della laguna. qualche cannonata, la nave francese perse il capitano e Venezia una indipendenza di oltre mille anni. La Repubblica che già aveva permesso di essere violata nei territori dagli eserciti dell’uno e dell’altro, si inginocchiò e il gran Consiglio, pur privo del numero legale, decretò la sua fine. Quello che non era riuscito al turco nelle sue eterne guerre, al Papa e alla lega di Cambrai, agli imperatori Austriaci e Tedeschi, ai re Magiari, ai Francesi, al Moro, insomma quello che non era riuscito a nessuno, riuscì a quel senzadio che portò il conto della storia consunta dell’Europa al suo capezzale. Venezia era vecchia, sofferente e restava splendida per volontà di popolo, ma ormai se doveva inginocchiarsi tanto valeva farlo davanti a chi avrebbe piegato regni e imperi, umiliato il Papa. Chiusa nell’angolo da ogni forza bellica del tempo, non accennò a nessuna resistenza e sperò nella clemenza del generale indifferente. Era esausta di tempo, prigioniera di riti, orgogliosa della sua memoria ma ormai incapace di avere un comando all’altezza di ciò che accadeva in quegli anni di rivoluzioni. Cedette alla forza chiedendo un rispetto che non ottenne. Venne lo sghignazzo e la rapina, la spogliazione e l’affermazione di diritti inesistenti. La rovina. Venezia restò nuda, privata di governo, sovranità e gloria, ceduta senza quasi colpo ferire, umiliata da un trattato concordato nella casa di quell’ultimo Doge Manin a Passariano. Una casa di famiglia dove l’uomo e lo stato fu due volte piegato e umiliato.

San Giorgio dopo aver visto la festa e la gloria, vide e subì la miseria e il numero della bestia di quel dipinto si materializzò nella sua divisione, nel furto, nella riduzione a caserma del convento. Tagliate a pezzi le nozze di Cana vennero ricomposte al Louvre, come se una finestra sul mondo incredibile che aveva generato l’opera, il lustro, i miracoli si potessero aprire in una parete diversa da quella in cui quell’opera era nata. E il refettorio rimase spoglio, la parete cieca e muta, priva di speranza senza quelle nozze generatrici di discendenza, gloria e potenza, senza miracolo dell’acqua che mutava in vino. Perché Venezia questo fece: mutò l’acqua che solcava in vino che dissetava, inebriava ed era fonte di ricchezze e di stile di vita e lo distribuì facendone parte importante dei suoi commerci e ricchezze all’Europa nei secoli che se non erano bui, erano assetati di nuovo e di meraviglia. Anche per quello in quelle nozze di Cana, immagino, una domanda gentile chiedeva un miracolo perché la festa continuasse, perché gli sposi, che chissà dov’erano, non fossero dileggiati, perché il mondo potesse gioire senza che il disdoro della penuria piombasse sull’evento. Napoleone chiuse la festa, e quella tela, che era la più grande, non spettava a un vinto, ma non poté impedire che restasse la memoria di un epoca immensa per sfarzo, che il genio del Veronese, con la sua eresia e la voglia di vivere, avesse giudiziosamente disseminato in cene e pranzi giganteschi posti in altri luoghi, la stessa misteriosa gloria.

Davanti a san Giorgio Maggiore ora passano altri gaudenti, sguaiati, disattenti, guardano dall’alto di navi alte quanto e più dei 75 metri del campanile. Sorridono con sguardo rapace, scattano innumerevoli foto che non guarderanno e sventolano fazzoletti a chi non li attende. Passare per il canale della Giudecca è molto richiesto dalle compagnie turistiche, per i nuovi dominatori che affollano navi che muovono l’acqua verso San Giorgio, verso Punta Dogana, verso la riva degli Schiavoni. Passano e salutano un moribondo a cui non portano rispetto. Non generano nulla, non c’è gioia, stile, epoca, non c’è il miracolo: sono la continuazione di quel depredare che iniziò nel 1797. Forse è la nemesi di una gloria essa stessa costruita sulla rapina. Forse è la chiusura di un mondo in cui più nessuno grida: viva san Marco. Il forse è la misura dell’incomprensione, di ciò che ci sfugge perché ci pare assurdo e la ragione si rifiuta di capirlo. Ma in quel piccolo, miserevole, profitto come può esserci ragione e se non è tornata la tela ma solo una sua riproduzione, come può San Giorgio maggiore guardare il bacino di San marco e venirne una rinata gloria? No, vede il passare di navi che l’oscurano e battono bandiere di stati compiacenti col fisco, vede innumeri piedi che non attendono a nessuna gloria, vede pietre che si sconnettono e consumano e acqua che cresce.

San Giorgio Maggiore era stato svuotato dai monaci, requisito da Napoleone, occupati i chiostri con le truppe, spenti i marmi, tolto il toglibile, ma chi venne dopo fece altrettanto. Anche quel regno d’Italia che aveva perso a Lissa. Come poteva San Giorgio far miracoli, benedire (cioè dir bene), accogliere nuovamente i re e i nuovi dogi nell’isola che era stata dei Memmo? Nel concederlo alla fondazione Cini lo Stato Italiano nel 1951, ha fatto una cosa buona. Ora è luogo di cultura, di meraviglia per i restauri, di pensiero, ma sembra azzoppato ancora, avvolto in una misura che non è la sua: cioè quella di essere il luogo in cui il potere si riconosce non nella forza ma nella gloria del fare. Forse togliendo le navi, contingentando i turisti, insegnando loro la meraviglia di quel passato che non si è auto generato ma è stato comunque un miracolo. Forse parlando del futuro e di come esso sia a misura d’uomo allora l’acqua potrebbe nuovamente trasformarsi in vino. Ma servirebbe un doge e un popolo, un viva San Marco che sconfiggesse la bestia e tutti gli altri cavalieri dell’apocalisse, un miracolo, insomma.

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l’età dell’innocenza

In evidenza

Vestito di bianco giocavo con pozzanghere e fango

e mi sporcavo,

guardando gli schizzi, stupito e felice.

Ero un grande esploratore

che toccava il suo corpo

pestava pozzanghere

e mangiando leccava le dita.

L’impuro non era mai nato

tutto era a portata di senso,

quel senso che fa capire le cose

con dita, orecchie, e la bocca.

La gioia o il piacere confusi vivevano

assieme al breve dolore e al pianto,

senza un tempo che non fosse l’adesso.

Vennero poi confini, rimbrotti, divieti,

e piano l’innocenza veniva sottratta,

a me che incolpevole non sapevo,

ma del resto nella vita molto mi è stato rubato.  

Non è mutata l’ innocenza del lasciarmi sottrarre

e sempre la tristezza m’ha raggiunto,

per questo nasce quello che nel profondo si ribella.

E lo seguo.

anche se m’accontento di poco:

di colori, di luce tra le foglie,

di tempo donato e piccole inutilità.

In ciò che m’appartiene

trovo innocenza nell’inutile

e sento che posso viverne felice.

buon compleanno Mamma, buon compleanno Nonna

In evidenza

Quest’anno Vi scrivo a entrambe, Nonna e Mamma, nate lo stesso giorno e parte essenziale del mio sentire e vedere il mondo. Buon compleanno e grazie della vita che diversamente mi avete dato. Grazie per l’immenso amore ricevuto, per le domande a cui avete risposto e per i silenzi che mi avete insegnato.

Tu, Mamma, sei nata che finiva una pandemia, la spagnola, mentre tu, Nonna, l’hai passata tutta, ne sei stata contagiata con i tuoi figli e hai aggiunto una morte e un lutto a quello del Nonno. Tragedie mai davvero superate, ma rese parte della tua vita, che non ti sei rifiutata di vivere.

Come si è vissuto nel secolo breve, tra rivolgimenti di governi, guerre, timori e agiatezze disperse da trasformare in lavoro, in coscienza di sé e di chi vi stava vicino? Un secolo vissuto tra città e campagna, tra cose che mutavano rapidamente, viaggi interminabili, lingue straniere e poi rimpatri e difficoltà che sembravano essere alle spalle, per Te, Nonna. I tuoi figli piccoli, il Nonno in guerra, per finire ucciso in una dolina del Carso, la difficile ricostruzione di un luogo dove vivere, tenere assieme gli affetti, la capacità di cominciare a lavorare per vivere. Credo tu sia vissuta molto per quel figlio che ti era accanto: farlo crescere, dargli una educazione e un senso della dignità e della libertà, non era una cosa facile, ma l’hai fatta in modo esemplare.

E tu Mamma, quando hai incontrato quell’uomo gentile, eri una giovane donna, come sei sempre rimasta. Penso al primo pranzo a casa della Nonna, alla tovaglia buona e al conoscersi tra Voi. Non avete fatto fatica a mettere assieme senso di responsabilità, amore per quello che facevate e la vita, anche se il secolo breve apriva un’altra guerra e spediva di nuovo gli uomini in luoghi dove non si capiva perché si morisse e per chi. La storia di mio Padre è sempre la vostra, fino alla decisione di mettere assieme la famiglia. Difficile per una giovane sposa, anche di necessità dopo un bombardamento che aveva tolto tutto. Ancora una volta, ma queste erano cose, non vite. Fu anche una scelta, difficile per due spiriti liberi, ma per me bellissima perché cresciuto con entrambe, con un amore sconfinato a proteggermi e a riempire la testa delle storie del secolo che trascorreva. C’era sempre la città e la campagna nelle vite, poco distanti, frammiste di incontri, eppure così diverse: mio fratello cresceva con gli altri nonni, altre storie. Gli amori si incrociavano nello stare assieme tra noi e c’era un frammischiare le vite, diverse per esperienze, ma così vicine e silenti che parlando si apprendeva ciò che non veniva detto.

Tornavo in città, d’estate, la sera, stanco e pieno di un mondo che il secolo inghiottiva ma esisteva ancora ed era così diverso dal mio solito che capivo di non avere esperienza se non c’era una guida. La guida eravate Voi, con le spiegazioni e le vostre vite, così diverse, ma accumunate da gesti semplici, “vola on cafè” Sì ma de queo, bon”. “Lo meto su”. Non era la cuccuma che bolliva incessantemente tutta la settimana e che tu, Nonna, ravvivavi con tre cucchiaini di caffè la mattina e bevevi spesso, aggiungendo poi acqua. No, era il caffè della napoletana, fatto con cura e con un po’ di torta che lo accompagnava. Era il vostro modo di fermare le occupazioni diverse, di parlare, di immaginare i giorni che venivano. Credo che queì riti, assieme a tanti altri, vi abbiano tenuto vicine oltre le parole, anche quando ogni necessità di stare assieme era superata. Ed è stata una scelta non facile per due spiriti liberi come i Vostri.

Le Vostre vite si sono incrociate per una storia d’amore, ma ciascuna vita ha conservato i suoi punti di identità, le libertà e le esperienze così diverse. Vivere una vita mantenendo le proprie convinzioni, crescendo se stessi, i figli, i nipoti e poi sempre avendo il riferimento di essere portatrici di un disegno proprio, non è cosa facile. O magari lo è e lo fanno in molti, forse tutti, ma io ho sperimentato l’amore generato e aggiuntivo, su di me. Ho sentito il diverso sentire, farsi insegnamento, diventare vita e sentimento, ho avuto sempre la sensazione che oltre alla guida e alla sicurezza che ricevevo da Voi, mai fosse messa in discussione una mia strada, una crescita che poteva riguardare solo me, perché entrambe, come mio Padre, avevate un senso della libertà, dell’essere se stessi, che il secolo non aveva scalfito e da questo nasceva un antifascismo naturale che non aveva bisogno di spiegazioni: non subire imposizioni alle proprie idee. Forse è questo il significato dell’educazione, ovvero un lasciar crescere fornendo delle sicurezze e delle regole che aiutino a capire chi si è e dove ci si trova.

Oggi è il Vostro compleanno anche se ormai da troppo tempo gli anni si sono fermati. Non l’amore, mie Care, e se Vi sento nei miei gesti migliori è perché nessun amore ci lascia mai davvero e continua a parlare in noi.

Buon Compleanno Mamma. Buon Compleanno Nonna.

mantra del limite

In evidenza

Nella battaglia non pensare a me, ma salvati. <non importa se vincerai, combatti per ciò che ritieni giusto e non pensare che finisca la luce con la notte.

Se la prenderanno con chi combatte per la propria idea, non con chi vince.

Fai il giusto, allora, sapendo che è parziale.

Rifletti e preparati, pensa a come sei tra gli altri, metti sempre nei pensieri quello che hai trovato in fondo alla tua anima. Non è la verità e neppure l’assoluto, ma qualcosa che è difficile, che costringe a cambiare, che sembra rendere il pezzo di mondo che ti è vicino, più equo.

Combatti e usa bene le forze, conosci il tuo limite, chi ti è amico, quanti hanno condiviso la tua vita. È non attendersi nulla, la gratuità del tuo gesto, il tuo impegno non ti toglierà dalla ferocia della critica ingiusta, ma servirà a capire chi ti è vicino e chi non lo sarà mai.

Nella battaglia non pensare a me, salva il buono che porti dentro e con umiltà tienilo stretto nel tuo cuore. Sarà la tua forza e corazza.

Nella battaglia non pensare a me, ma a ciò che è giusto sia.