circa, non hai colto, bravo, adesso va

Ci giravamo attorno chiedendo spiegazioni e venivano risposte: circa, non hai colto, bravo, adesso va.

Erano i primi anni settanta. Dell’altro secolo. Quello breve per l’intensità di ciò che accadeva e per come portava via il tempo. Anche molte vite ha portato via, insieme alle passioni e immani nefandezze. Le passioni le ha sostituite con le parole che non fanno molto, ma buttano in avanti la palla.

Era l’ottomarzo, si scriveva tutto attaccato. Veniva regalata mimosa alle ragazze, si ascoltava da loro quell’ondata di idee che cresceva, tumultuava, che sembrava travolgere i pensieri, le modalità usuali del vivere, la politica, ma soprattutto il sociale. Era difficile non essere attratti da una libertà così nuova da mettere in discussione tutto quello che era stato prima, un consolidato modo di pensare, oggetto di battute al più, regola per la spartizione ineguale della cura e del provvedere economico. Certo ascoltavamo anche perché le cose dette dalle giovani donne avevano un fascino che s’imbeveva di loro, perché ci portava in un terreno sconnesso dove bisognava stare attenti a come ci si muoveva. C’erano sensibilità nuove di zecca, mai sperimentate prima, nuove icone, ma soprattutto era il sentire e i sentimenti che venivano rivoltati nelle modalità polverose in cui si erano sino ad allora svolti. Che significava il sesso nella liberazione femminile, l’amore cos’era e cosa stava diventando?

Il femminismo si riallacciava con il ’68, lo superava, lo portava altrove e molto più dentro i rapporti interpersonali. Il noi era una relazione nuova. Nuovissima e l’ottomarzo era di sinistra, movimento, fantasia, nuove attese e sperimentazioni. Il PCI, il resto si accodava, ma pur affiancando il pensiero di sinistra, adesso il pensiero femminile, era qualcosa che precedeva il giorno, che incombeva in una società così ferocemente maschilista dove ogni vita era già segnata alla nascita e con un’immensa carica negativa, rendeva la scelta – istinto, il piacere-funzione a senso unico verso il maschio, la subordinazione- rispetto incondizionato. Si erano, per millenni, rovesciate le cose ed ora il mondo si riapriva, mostrava il lato che era stato represso.

Noi eravamo sconcertati e affascinati, impotenti e ammirati e quella data, l’ottomarzo, assumeva un significato di continuità, di persistenza. Non era il giorno dell’omaggio, del riconoscimento, ma la condizione del cambiamento. Era tutto l’anno e chi doveva cambiare di più eravamo noi, i maschi, ma anche le ragazze cambiavano. Si cambiava assieme. Noi rincorrevamo sorridenti e cercavamo di capire mentre loro erano già un passo, un giorno, una vita avanti.

 

https://music.youtube.com/watch?v=jIKaTuq87Lg&list=RDAMVM1w1R3_tGIzM

 

 

 

universi paralleli e multe: ovvero meglio la fisica quantistica

Quei nordisti che pensano che a Roma nulla funzioni si sbagliano, sono prevenuti e se la sindaca Raggi è sui giornali per i cassonetti che non si vuotano, per le buche o gli alberi che cadono, non viene colta l’efficienza della capacità sanzionatoria della polizia urbana. L’altra sera si vedevano foto di auto in tripla fila per il programma di Gramellini, ma forse ognuna di quelle auto aveva una multa, una al giorno per l’infrazione. Forse. Lo vorrei, lo spero.

Di sicuro io sono riuscito a prendere due multe nell’arco di un minuto per la stessa infrazione: occupava la corsia riservata agli autobus e ai mezzi pubblici. Questa la motivazione. Giusto, ero nella corsia riservata agli autobus, me ne sono accorto un attimo dopo che c’ero finito sopra, per carenza di segnaletica verticale. Dovevo girare prima, ma come può saperlo un paracadutato dal nord che invade Roma con la propria auto e già viaggiando a 40 km/ora si sente suonare chi sta dietro? L’ignoranza non mi giustifica e immediatamente ho pensato, caspita vuoi vedere che prendo la multa, ma non potevo fermarmi, né retrocedere, quindi giocoforza ho proseguito. Quanti saranno stati, 300-400 metri? Ero già contrito di mio, non ho osservato la distanza illegale percorsa, però ho cercato di uscirne e quando sono tornato sulla retta via ho avuto un sospiro di sollievo.

Quando è arrivata la prima multa, 73 euro, l’ho pagata con animo leggero: chi sbaglia paga. Ho avuto anche un pizzico di ammirazione per l’efficienza, in meno di due mesi mi avevano ritracciato e sanzionato. Poi a distanza di una settimana, una seconda multa, stesso importo, con la rilevazione che l’infrazione era avvenuta un minuto dopo, e qui ho cominciato a tremare e farmi domande. Ma per la stessa infrazione e senza possibilità di uscire dalla corsia riservata, si può pagare due volte? Ho chiesto informazioni al call center del Comune di Roma: solerte, celere, gentile. Davvero un bel servizio che mi dice che l’infrazione dinamica può essere sanzionata più volte, basta che non sia nello stesso preciso momento. Qui mi è venuto un brivido gelido, se c’erano quella mattina 10 vigili in fila, mi arriveranno 10 multe consecutive?

Adesso potrei fare ricorso al giudice di pace, potrei dimostrare la mia buona fede perché io non volevo percorrere quella corsia riservata e se ci sono capitato è stato per carenza di segnaletica, potrei anche invocare il fatto che se mi fermavo, affittare un elicottero (che non potrebbe sorvolare la Capitale) per farmi togliere dalla corsia riservata, mi era economicamente precluso. Insomma potrei dimostrare che sono generalmente una persona che rispetta le leggi e che si comporta generalmente bene anche quando differenzia i rifiuti prima di gettarli nell’apposito cassonetto, ma non servirebbe perché ero in movimento e la fisica classica mi condanna. Non quella quantistica che riservandomi un quantum di decisione per la consapevolezza avrebbe generato un solo universo parallelo, con una sola infrazione e una multa.  Ma io sono in questo universo dove le multe si moltiplicano per continuità, i pregiudizi sono duri a morire e a nulla servono le scuse. Sinceramente ammiro l’efficienza, ma spero abbia un limite perché se per caso ho incontrato una colonna di vigili sono rovinato.

Meglio parcheggiare in terza fila un’altra volta, dove fisica classica e fisica quantistica si incontrano e la multa è una sola al giorno.

 

 

 

 

 

piccola melancolia

Mi hai chiesto come sto. Ho risposto con il minimo di parole. Non hai indagato, ma stasera stavo un po’ così. Forse hai capito e hai lasciato perdere. Accade, sia di lasciar perdere perché non si ha voglia di caricarsi di un fardello in più, sia perché ci sono altre cose che urgono. Non è disattenzione, è la vita che segue percorsi paralleli. Il mio era infognato in una serie di spirali di riflessioni, ricordi, esame di ciò che accade attorno. Forse era anche un discorso sul tempo. È strano sentir dire per le previsioni che domani sarà bello ed essere inquieti. Il tempo meteorologico si annoda con il tempo fisico. L’umore, si potrebbe pensare. La preoccupazione direi, di aver superato un limite e di non sapere che farci, così si torna tra le riflessioni su di sé, sul senso dell’impotenza. Una parola che mi veniva a mente era scialo, il buttar via ciò che potrebbe servire ad altri, lo sciupio inutile per impotenza, per mancanza di ragione più elevata. Pensavo che la ricchezza non interferisce con i sentimenti, che la capacità di amare è una grande, gratuita, livella che mette tutti sullo stesso piano. Però quando si assiste allo scialare, al dissipare si ha l’impressione che non vengano offese solo le cose e i rapporti sociali, ma qualcosa di più. È l’espressione di una potenza che tocca il profondo, un sentirsi dire: io posso buttare ciò che è utile, indispensabile per qualcuno, ma io lo butto, lo dissipo perché posso. 

Mi aggiravo con questi pensieri, mi guardavo attorno, prendevo in mano un libro tra i tanti che attendono, ne leggevo qualche riga, passavo ad un altro. Il sottofondo di musica, quartetti di Schubert raccoglieva e toglieva voglia di andare, così la melancolia prendeva man mano il sopravvento, si scontrava col mondo esterno, con l’incapacità di mutarlo e poi tornava nelle mura di casa. Contemplava il lasciato da parte e diventava malessere. Quando si sta così, anche conoscendone il motivo, non è meno doloroso, ma che farci con il dolore sordo del non essere? Francamente a me non piace usare questa parola, dolore, neppure quando lo ritengo logico o giusto. Un conto è la melancolia, quella la conosco da un bel po’, un conto è il dolore. La parola dolore, mi pare troppo importante, da riservare ad altro che ha acuzia, che ferisce e slabbra. Il dolore, sia esso fisico o mentale implica energie e risorse diverse, provoca febbre, arrossa il viso.  Mentre, in fondo devo solo fare i conti con me, con il divario tra ciò che vorrei e ciò che sono, tra ciò che accade e ciò che posso portare come contributo per mutare le cose, anche se è proprio la limitatezza di questo contributo che fa sentire l’impotenza e genera melancolia. Però non invidio quelli che pur sapendo, coprono tutto: i satolli, i cinetici, i soddisfatti, gli entusiasti, semplicemente non ho quella testa.

Sentire, vivere senza pelle è una scelta, come tagliarsi un pezzo. Mi veniva in mente Malamud e il commesso che alla fine si fa tagliare il prepuzio Per aderire a qualcosa che lo faccia sentire vicino a sé e a ciò che ama. La scelta di non avere troppi schermi è qualcosa che ti ricorda di continuo un’appartenenza, un essere diverso per elezione propria. Uscire da questa condizione è possibile, basta sentire meno, oppure diversamente. Se sai di cosa sto parlando sai anche che è una droga auto prodotta come le endorfine, che si può scegliere di uscirne, facendo scorza, mutando. E mutare si può, chiudersi, non vedere e coprire tutto d’altro, sia esso un piacere oppure una perdizione,  ma bisogna sceglierlo.

Il secolo scorso è stato il secolo dei sentimenti liberati, credo di aver vissuto questa sensazione nel profondo e di aver capito che il ruolo del sentire era valutato come condizione alta dell’uomo. Conosco la storia, mi piace indagare in essa e so che quest’epoca di idealismi e di sentire acuto non ha impedito eccidi immani, ha scisso le persone tra le idee e gli uomini, facendo passare il peggio e giustificandolo. Ha permesso dislocazioni del sentimento in sfere che non avevano apparentemente relazione con l’atrocità. Gli aguzzini dei campi di sterminio amavano i loro bambini, in primavera guardavano i prati fioriti, erano teneri e ascoltavano Bach e Beethoven, quindi sentire non significa essere buoni, neppure è una vaccinazione, però se diventa una scelta crea domande e le domande possono far male. Il vantaggio delle domande è che hanno risposte e una risposta sincera fa male ma è anche una terapia. Quindi del secolo scorso (come avessero senso queste distinzioni e non contasse solo come si svolgono le vite) tengo la liberazione dei sentimenti che ho avuto modo di vivere negli anni in cui ero giovane. Anni in cui tutto sembrava improvvisamente possibile, anche la verità, ossia dire ciò che si pensava e viverlo in relazione alla realtà che mutava per questo.

La melancolia viene anche da questa coscienza che è diventata sogno e poi risveglio. Con l’età le parole sono sempre troppe, si spiega ciò che non ha possibilità di essere ascoltato se non in particolari, pochi casi. Per questo si dice che si sta bene, per stanchezza di ricerca dei significati. Perché la condizione del cercarsi, del trovare un limite alla propria inadeguatezza non è dicibile se non con altri linguaggi fisici.

Un porto sicuro le tue braccia,

lo sciogliersi dei capelli nella carezza,

per stare senza pensiero d’altro che non sia il calore,

la presenza 

Mentre fuori si scurisce il giorno

guardiamo con lo stesso sguardo,

la grammatica del cuore.

 

tra noi parole ovvero senzafissadimora

Diceva che per lui un libro da scrivere si doveva formare tutto nella sua mente. Poco per volta cresceva, aggiungeva, lasciava cadere o innalzava, i personaggi, le situazioni, finché raggiungeva un senso che giustificava tutto ciò che si sarebbe espresso con parole. Poi diventava facile, bastava ricordare.
Ma questo era lui, un grande, uno Scrittore, ma per gli altri che scrivono per sé e per chi legge, con difficoltà e dubbi, con pazienza e cadute, lasciandosi condurre dalla ricerca di un senso che solo a volte si trova, per questi come funziona?

Non lo so come funziona, a me bastava un filo dopo un attacco. Un filo che tenesse assieme il divagare, la necessità di soffermarmi sui particolari che non contano. Quelli erano parte del piacere di guardare le cose come nuvole da un prato, la giusta distanza, e le persone, attraverso quel gesto che si protende per capire, che tiene una mano e ne sente la dolcezza o l’asprezza, perché una mano dice tantissimo, ha una storia intera che parla del passato e del presente e da come stringe dice anche il futuro, le sue paure, le sue attese, il divenire di un non detto  che vuole essere capito. Questo prendere la mano, era la giusta vicinanzaMa è così che si scrive? Guardando le cose e le persone? Forse lo è per me, che cerco di non ripetere i modi con cui si inizia un discorso, il come stai? ho fatto questo, quest’altro. E nel dire c’è una ricerca di sincerità, di sostanza, ma soprattutto di sapere davvero: la curiosità senza morbosità, nei confronti dell’altro, l’empatia. Anche se non è vero che non dico più queste formule, i discorsi cominciano così, ma dipende se ciò che dico lo penso davvero, se mi interessa come sta un altro, se quello che ho fatto, e che racconto, aveva un’anima che lo riguarda.

Penso le mie storie camminando, scrivo dentro la testa, poi molto spesso dimentico tutto. So che le cose mi ricorderanno pezzi di ragionamento, forse per questo faccio itinerari che mutano di poco. Vorrei raccontare la città come l’ho conosciuta e com’è. Seguire il filo di un sentimento di amore che ingloba storie, le espande, cerca nessi, annoda particolari, si mette in ascolto. Questo raccontare riassume, c’è un ben presente assieme a un mettersi in discussione: capisco che quando accadde non ho capito, però ho le tracce di ciò che è accaduto e so che ancora non capirò per davvero se non lo scrivo, se non mi guardo dall’esterno nel mio camminare dentro le cose e tra le persone. Presumere e presunzione sono legati strettamente quando si racconta, perdono il connotato negativo che diventa giudizio e diventano un protagonista terzo, che non esiste ma è verosimile, che si affaccia tra i pensieri, sceglie le parole che lo descrivono, addita ciò che lo interessa. E questo protagonista pensa con ciò che capiamo, con la nostra testa che s’interroga. Allora conta moltissimo ciò che di lui non si vede, però agisce e perché lo faccia, quale storia o banalità metta in quell’incrocio del caso che lo spinge avanti nel fare, viene lasciato al nostro presumere.

Per me raccontare è un’immagine di un vissuto di molto tempo fa: una signora piccola, leggera, vestita di nero che camminava svelta nella bora fortissima di un giorno terso a Trieste. Guardavo il mare che si corrugava come un tessuto spinto da due mani lente e costanti che carezzavano un corpo allegro. Sorridevo e salivo verso san Giusto. Mi dovevo attaccare ai corrimani. Ridevo per il vento che mi spostava, mi lasciavo prendere dal momento, ne godevo, mentre lei andava sicura, mettendo i passi giusti, scivolando tra le folate come chi sa correre nella sua vita. Raccontava una storia  di sicurezze, incurante di controllare ciò che già conosceva, ansiosa di tornare a casa o fare altro. Era libera dagli eventi che prendevano me, la sua era una storia che si svolgeva non che capitava.

In una via, che un tempo era molto più animata, di notte cammino in fretta, un velo di timore mi accompagna. Sento i miei passi risuonare tra i palazzi vuoti, nei cortili deserti. Anche le piazze sembrano diverse. Di giorno sono affollate di persone, di bancarelle, di studenti che bighellonano, parlano, amoreggiano, la notte gli spazi trovano una fisionomia austera che prende distanza dagli uomini, s’impone, li sovrasta con il peso della storia vissuta, dell’essere fatti di edifici e di pietre ingegnose, di progetti antichi e soprattutto di storie. Gli spazi hanno assistito all’evolvere che mutava la città e sono contenitori di moltitudini di vite. Mi guardo attorno, ogni porta e cancello sono sbarrati, non riuscirei più correre a lungo se qualcuno m’inseguisse, è questa l’insicurezza?

Da ragazzo non ho mai avuto paura, da quando mi è stato permesso, e l’ho strappato quel permesso, restavo fuori fino a notte fonda. Qualche volta ho visto l’alba. Si fidavano. Ispiravo fiducia. Tornavo sempre in tempo per fare altro il mattino seguente. Mia Nonna mi parlava appena entravo, mi chiedeva come stavo, se volevo un caffè. Voleva sapere davvero come stavo e io le rispondevo volentieri, ma raccontavo poco delle mie peregrinazioni notturne. Solo ciò che pensavo potesse interessarla, una casa, un’osteria in cui mi aveva portato da bambino a vedere la televisione, posti dove avevo giocato mentre lei mi guardava. Parlavo raramente di persone, perché in città non conosceva più nessuno o quasi. Solo la cerchia degli affetti le interessava, ma quelli di notte dormivano. Così le parlavo dei luoghi e lei, a volte, ricordava ciò che era stato, io le raccontavo ciò che era adesso.

Allora non avevo paura di chi trovavo di notte; ubriachi alla seconda sbronza, qualcuno che rientrava a casa dopo essere stato in una casa non sua,  persone che uscivano in fretta dalla lama di luce della serranda chiusa di un bar in cui si perdevano stipendi e fortune, i senzafissadimora che dormivano con la testa piegata di lato su una sedia o stesi sulle panche di pietra del municipio. C’erano insonni vaganti che aspettavano l’ultima osteria da chiudere, un litro di vino, due bicchieri e un tavolino all’aperto. Sotto la mole del Salone, oppure tra i portici delle strade che andavano verso il fiume vagavano persone. Sempre le stesse, con nomi che tutti conoscevano e ricordi favolosi. Vite che si ammantavano di fiaba. Chi era stato un fascista convinto poi inebetito dalla disfatta e dall’alcool, chi aveva avuto padri sconosciuti e madri incerte ed era cresciuto tra i carretti che di notte i fruttaroli ammassavano in depositi, i facchini ormai stanchi, con racconti smozzicati dal troppo vino cattivo. C’erano altri che vestivano sempre lo stesso abito e ripetevano sempre le stesse frasi sino a essere queste il loro nome e si arrabbiavano quando venivano presi in giro. Prendevano una rincorsa, correvano, incespicavano, ridevano, ti chiedevano una sigaretta già dimentichi del perché s’erano arrabbiati. Ce n’erano parecchi di questi personaggi che non chiedevano la carità, gli veniva pagato un contributo alla rappresentazione che facevano di sé e del mondo. Non dicevano mai che era poco, casomai chiedevano un altro mezzo litro, erano gentili o irosi, ma  ringraziavano se era il caso di farlo.

Ora, come allora gli stessi ciottoli e ponti, manca un fiume all’appello, è stato interrato per farne una strada. A volte hanno un silenzio stupido le strade che sostituiscono qualcosa che c’era, rappresentano un’utilità, forse neppure quella, una speculazione sul concetto di moderno e di denaro che è dilagata dalla strada e ha investito palazzi e case, li ha abbattuti con cemento e serramenti anodizzati, e ha fatto diventare tutto vecchio e banale, anzitempo. Hanno storie negative queste strade, vivono per sottrazione. Per questo non le faccio, seguo giri più larghi, le piazzette con alberi che ospitano allodole pronte a cantare, le case con finestre spente o i movimenti degli insonni, luci che si accendono e spengono. È come allora ma mancano le persone. È vuota la città di notte, tutti rintanati nelle case, a parte qualcuno nel sacco a pelo, sotto i portici steso sui cartoni. Si agitano nel sonno i nuovi senzafissadimora coperti di stracci, preferisco sia così, ho paura quando stanno troppo fermi. Non si sa se sono vivi, non si sa che fare.

Parlare con gli ubriachi era difficile, complicato se si voleva trovare un senso, imparavo la gestione del silenzio e l’accumulo interiore delle domande, lasciavo fare. Ma non c’era paura, arrivavano i netturbini, vuotavano bidoni, non chiedevano nulla, al più da accendere o un sorso di vino.

Senzafissadimora erano gli abitanti della notte, quelli che non avevano casa e quelli che l’avevano ma erano stretti nell’inquietudine, nel capire che non trovava il bandolo, nel sonno che non arrivava se non per sfinimento. I pensieri dei senzafissadimora e le pietre, il luogo e la corda lunga dei cani a catena che girano intorno alla casa, tutto cucito assieme, vicino al cuore e sulla pelle per sentire meglio il bisbiglio che si confonde, che dice e poi tace come una sofferenza lieve e inutile che però non passa e s’indovina; si deve indovinare perché mai si racconta. Eppure, sotto c’è sempre una storia che non giustifica nulla, ma si ferma o scivola in avanti. Incessantemente. Ecco di questo mi piacerebbe scrivere e raccontare.

 

quello che non si dice a tempo

Io ero orgoglioso di mio Padre, del suo non essere stato fascista quando gli altri lo erano, di averne avuto gli svantaggi ma anche la serenità di essere se stesso. Ero orgoglioso che non avesse mai amato le gerarchie e i comandi, mi piaceva la sua ironia sulla vita militare e sul praticare la libertà anche quando l’obbligarono ad andare al fronte o lo stavano deportando in Germania. Ero orgoglioso del suo lavoro, faticoso, non scelto ma fatto con maestria e questo glielo riconoscevano non pochi.

Ero orgoglioso dei suoi silenzi, della sua dignità, delle sue scelte semplici a capirsi e delle parole efficaci, rade, che usava per dire quello che pensava davvero. Ero orgoglioso della sua vita difficile da ragazzo, del suo stringersi a mia Nonna, del suo modo di amare mia Mamma, mio fratello, noi, la famiglia. Ero orgoglioso di conoscere cose della sua infanzia passata presto, della sua gioia di correre dietro a un pallone di stracci e dell’ essere un calciatore bravo e felice. Ma era stato solo un gioco.

Ero orgoglioso del suo coraggio che veniva fuori nei momenti in cui serviva, del suo difenderci -e difendermi- dalle intrusioni dei parenti. Ero orgoglioso quando parlavamo assieme; accadeva di rado, ma era un sentirmi grande in cui mi ascoltava e non mi ha mai sminuito. Mi ha lasciato fare facendomi sentire che c’era e che sul bene, tra noi, non si discuteva.

Ero orgoglioso dei principi che m’insegnava, le poche cose che lasciano poi libera la vita di farsi: l’onestà, la responsabilità, l’eguaglianza, la solidarietà, il restare con chi lotta per cambiare il mondo e renderlo più giusto. A volte diventava serio in volto, emergeva la consapevolezza delle difficoltà, vedeva le cose che accadevano, la fatica che fanno quelli che devono costruirsi tutto, e lui era tra questi, ma non l’ho mai visto privo di volontà e di speranza. Aveva un sorriso bellissimo e diceva che insieme si potevano cambiare le cose.

Avrei voluto dirglielo questo orgoglio che provavo per Lui, fargli sentire che l’amore e la stima erano infinite nei suoi confronti, e che lo avevo capito man mano che crescevo. Era sempre stato importante ma adesso lo era più che mai prima. Crescevo, restavo svagato e correvo dietro ai sogni, ma Lui era il mio riferimento di concretezza nel vivere: guai se non ci fosse stato, mi sarei perduto. Ma non c’è stato il tempo. Non c’è mai il tempo per dire tutto quello che vorremmo.

Ero orgoglioso di mio Padre e oggi lo sono ancora di più.

Penso che non si deve diventare saggi, che il tempo ci regala sempre possibilità nuove di essere e di diventare, ma quello che avremmo voluto condividere con chi non c’è più, è una perdita per entrambi. Per questo superare il pudore del dire è necessario, ed è un mostrarsi inermi al bene che ci mostra come siamo davvero a chi ci ama e ha infinita pazienza con noi.

L’amore è la cosa più necessaria che abbiamo e dirla a tempo ci fa bene, e fa bene. Bisogna impararlo ad avere il coraggio di farlo. Sempre.

 

la misura dell’amore

Ma come facciamo a misurarlo questo bene ? Non si può. Oppure è come quando ce lo chiedevano da piccoli? Quando allargavamo le braccia…

Quanto più si include l’altro e lo si rispetta gli si vuole bene, una misura non è possibile darla, come spesso non è possibile spiegare razionalmente perché vuoi bene o ami una persona. Se tu vuoi un’unità di misura depositata e che va bene per tutti non credo esista perché non c’è una misura dell’anima, ma se ti senti pieno dell’altro e insieme te stesso, tu sei la misura.

Ci sono delle cose, troppe cose che prendono, che affascinano, che attirano, che stimolano, che arrivano da questa persona, allora devo dimagrire o crescere in altezza per avere più spazio per contenere più quantità di bene.

Dovremmo dire che in amore il pieno e il vuoto coincidono quando si dice che si sente un vuoto allo stomaco e al tempo stesso si è pieni di qualcosa di indefinibile.

È il vuoto per una mancanza che magari è solo lontananza o malinconia o nostalgia.

Credo che quel vuoto corrisponda alla parte di noi che è stata messa nell’altro.

Può essere, però nel contempo ti ritrovi e ti senti più pieno.

Ecco questa è la misura dell’amore: una pienezza che cresce e non tollera l’assenza.

 

 

i miei pensieri nascono da grovigli

I miei pensieri semplici nascono da grovigli,

dipano, sciolgo, taglio e alla fine qualcosa resta.

Per un poco, ma talora accade

e resta ben piantato dentro.

Questa distinzione tra dentro e fuori, chi sa molto, l’aveva indicata:

la schiuma, e la sua essenza, è quanto verrà concesso e dato,

agli dei e a noi stessi il cuore delle cose.

Pensieri semplici di complessità disciolte,

vestiti ai piedi da cui uscire,

nello splendore di nudità sotterranee.

Per me, anzitutto,

e per chi, su un piatto di cristallo,

coglierà la mia mano

che si fa parola 

e scorre,

ora trattenuta, ma non paga.