inadatto

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Ho preso un pennino largo, non troppo però, un inchiostro comprato a Praga in anni senza luce. Ho arginato i ricordi, eppure ce ne sarebbe da dire, ed ora guardo il tratto che prende possesso della pagina, la scia che asciuga rapida, l’azzurro “brillant” che ne resta. Per essere efficaci bisogna scrivere cose brevi, frasi icastiche, sapere che qui tutti possono leggere. Per avere l’attenzione bisogna sollecitare ciò che è conosciuto oppure sonnecchia e s’agita dentro. Il dubbio deve restare generico, la domanda personale mai troppo intima. Rispettare le regole dell’immateriale dove vanno bene gli stati d’animo, non le anime, che al più, occhieggiano. Come stai? Cosa pensi? E il resto? Non conta, davvero non conta, nello storytelling tutto si consuma subito, anche crudo, ma al banco, non con candele e atmosfera, sguardi negli occhi, comunicazione multi canale, quella è altra cosa.

Non stai scrivendo un romanzo, perdio, e neppure un diario. La comunicazione è una scienza, beh magari proprio una scienza in senso galileiano no, però ha delle regole. E delle eccezioni, vuoi lavorare solo sulle eccezioni, bah…

Se penso che le parole sono nate per descrivere il simbolo e ciò che lo genera. Che oltre ad essere più rapide della paura hanno la lentezza del fuoco governato. Che hanno la pazienza dell’estrarre, del confacere, perché i gomitoli non s’aggrovigliano per caso e c’è un ordine interiore. Se penso a tutto questo, allora capisco che l’utilità è facile e il piacere è difficile. Che questo si può condividere con fatica perché in sé inutile. Che ciò che facciamo, apre o chiude. Tutto. E’ semplice no? Cosa apro e cosa chiudo? Mi isolo o accolgo? Capisco che la “sequela mundi” non è solo il conformarsi, oppure il guardare, l’apprendere, il fare nostro, ma mettere in discussione ciò che lo muove per permettergli di aprire, di procedere. Però se questo è un mondo apparentemente aperto e in realtà chiuso, capisco d’essere inadatto, ma l’essere inadatto ha significati differenti e, a volte, si traduce nel piacere dell’inutile, nel non assomigliare, nel dire che chi capisce è nel cuore.  Per quanto, vale, nel mio cuore, ma v’assicuro che per me vale molto e tanto basta. 

nota triste

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Una nota triste nella voce, sembra si noti. Eppure è solo malinconia. Quando non si curano i dettagli ci si rivela. L’indecisione, le strade da percorrere, le scelte. Parlar meno e più dentro, per capire. Il rapporto con l’umore è personale e misteriose sono le vie per cui muta. Così la tristezza segue suoi percorsi, non se ne andrà se non scacciata da qualche piccolo entusiasmo. Il pensiero torna su ciò che si perde, si rompe, si guasta, o semplicemente su ciò che fa male. Come togliere l’innominato che avvelena il cuore? 

piccoli totem

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Sto aspettando che le mele caramellino in forno. La casa è silenziosa, specialmente quando i vicini non hanno ospiti. C’è il rumore sospeso che generano le pagine quando vengono girate. Si sente schioccare il fuoco e il bilanciere della pendola che oscilla. Nelle case dove ho vissuto c’è sempre stata una pendola, il battito regolare mi ricorda la vecchia sveglia di quand’ ero bambino. Ce l’ho ancora quella sveglia anche se ha difficoltà a funzionare bene e gli ingranaggi in disordine. In fondo m’assomiglia, è regolare e disordinata, accelera e rallenta, ha qualche anno più di me, ma abbiamo vissuto a lungo assieme. Gli oggetti che hanno seguito innumerevoli traslochi sono ormai pochi e piccoli, avranno un senso finché ci sarò e il ricordo li collocherà in fatti, affetti, cose conosciute e poco raccontabili perché, come gran parte delle vite, non hanno senso se non per chi le ha vissute. Il tempo è una immensa discarica di oggetti che si perdono e di immortalità fugaci. E tenere stretto il proprio tempo significa conservare ciò che emerge, non ciò che teniamo stretti.

Piccoli totem, simulacri e simboli di continuità, quel prima che c’è stato, accompagna, e ciò che consegniamo deve comunque avere una nostra traccia insegnata. La memoria in questi rintocchi regolari. Come il cuore.

elogio dello shampista

Ci sono molti birignao, luoghi comuni, paccottiglia e saggezza a metro. Cose che sembrano prive d’intelligenza e di profondità. Collage e rimasticature. Ma prima di girare la testa infastiditi, perdiamo un minuto per capire cosa c’è dietro quello che consideriamo kitsch. Cosa pensano queste persone che sembrano avere un pensiero superficiale e sopratutto sembrano non pensare per loro conto. Chi le ha educate a dare forma alle loro emozioni con pensieri altrui? Le loro non sono forse le stesse emozioni che prova chi ama indipendentemente da intelligenza o grado di cultura? Oppure si pensa che l’emozione sia funzione della capacità di apprendere? Non c’è una eguaglianza nella capacità di sentire? Perché se così fosse, ed è una tentazione non solo snobistica, alla superiorità economica e a quella intellettuale, si aggiunge quella del sentire, il che basta per mettere un dominio nel dominio, una discriminazione nella discriminazione. In fondo l’intelligenza dà il meglio di sé quando attacca il potere, ne dimostra l’inconsistenza dei presupposti partendo proprio dall’eguaglianza. Quando attacca il comune sentire rifiutandolo e basta, quando non ha la funzione di far emergere la persona, si pone oggettivamente al servizio del potere che l’asserve. Si può pensare alto, essere comprensibili solo a sé, ma bisognerebbe ricordare che nel luogo comune si annida la stessa trappola e la stessa intelligenza di chi sa usare bene il rasoio di Occam. Allora indagare nelle pieghe del banale fa scoprire non poco di noi e forse lo rende meno banale, nei sentimenti in particolare, visto che sono così eguali. Forse la sfida maggiore non è la tecnologia, è piuttosto innalzare il senso comune, renderlo un po’selettivo, magari schifiltoso, ma cosciente. 

c’era il sole


C’era il sole. Come oggi. Una giornata come questa, fredda e calda al tempo stesso. Eravamo andati alla ricerca di chissà che, ciascuno per suo conto eppure assieme. Anche oggi l’orrore delude, come allora: c’erano le baracche, il portone, il filo spinato, un forno crematorio che pareva ricostruito, un museo piccolo che colpiva molto per la sua assenza di suono, come un urlo soffocato in gola. La piccola città vicina, i boschi. Ricordo una curva di strada in salita, non distante dal campo, gli alberi e la sterpaglia che si fermavano su un muro di contenimento ben curato e a sinistra dei prati, una casa col camino che fumava. Pensai che quella casa c’era anche allora, che qualcuno, scappando, ci passò vicino (dai campi di concentramento/sterminio, qualcuno scappò, quasi nessuno ce la fece) e che l’odore del crematorio doveva arrivare sino alle finestre. Dovevano sapere. Conobbi il sindaco, socialdemocratico, gli chiesi con garbo, se qualcuno si oppose in paese: al campo, ai suoi odori forti di carne bruciata, al viavai di vagoni ferroviari. Insomma cosa sapevano davvero. Tergiversò, disse cose generiche, poi parlò della Rosa bianca. Lasciai perdere.

Furono giorni di sole pieno e freddo. Pensai che c’era anche allora, all’ effetto che faceva il sole a chi non aveva speranze eppure amava la vita come mai prima. Forse lo sentivano un insulto, forse una benedizione e una spinta a vivere. Forse. In questi anni è cresciuta la consapevolezza che qualcosa di orribile si è consumato senza una plausibile spiegazione. E al tempo stesso le cose vere, quelle accadute, si sono allontanate, anche quelle meno nobili che rendono più forte l’orrore. C’era con noi uno scampato al lager, è ancora vivo, ma non parla più. Gli anni, l’età avanzatissima. Mi disse allora: quando l’ultimo di noi morirà, tutto assumerà un’altra forma, diventerà storia e basta. Storia dell’orrore, assieme a tanti altri orrori.  Ho pensato in questi giorni che è vero, s’affievolisce il ricordo, la dimensione, l’atrocità moltiplicata per 10, 1000, 100.000, milioni, quando già il dolore di uno è insostenibile. Si organizzano viaggi della memoria, ma l’olocausto diventa una pagina di un popolo, soggetto di libri e film, epitome della follia di un dittatore, di un gruppo, di un popolo. S’affievolisce l’orrore, il grido, l’assurdità che ciò sia accaduto. Può riaccadere, quindi. Altrove, riaccade. Ci sono segnali del risveglio della bestia, l’orrore non l’ha uccisa e attorno l’intolleranza cresce.

In quegli anni, furono poco più di dieci, ci fu una normalità che rese tollerabile la soluzione finale. C’era  stata la satira antisemita e anti avversario, la stampa, l’intellettualità che trovarono ragioni, la discriminazione che creava nuove ricchezze, occasioni, posti di lavoro. Penso alla libertà di dire nefandezze, mi è tornato in mente in questi giorni in cui in Francia il tema della libertà ha trovato nuova linfa, ma anche dubbi su ciò che può fare la libertà quando viene posta al servizio del male, della discriminazione, del dileggio, della negazione del bene, e del giusto. La libertà allora uccide, non salva più l’uomo, non gli da diritti ma glieli toglie. Cosa accadeva allora mentre si toglievano diritti? Perché filosofi, giuristi, artisti diedero spazio e sostegno a tutto questo? Per interesse credo, per convenienza, ignavia, codardia, consenso. E tutti gli altri, queli che neppure ebbero una briciola di vantaggio ed eguale colpa? Primo Levi e diversi altri, non molti, cercarono di capire, investigare ciò che stava prima e durante, e perché convenne conformarsi a ciò che palesemente era orribile. Una risposta fu che bastò parcellizzare le cose, dire quello che bastava, separare gli atti in una meccanica di funzioni civili e piccoli problemi risolti, scindendo il fine e il risultato dal proprio contributo. Altri scientemente perseguirono, condussero, fecero con scientificità. Il tutto portò a questo risultato. Ma qualcosa sfugge, non ci fu ribellione delle coscienze. Si cita spesso la banalità del male di Hannah Arendt, le sue tesi sono suggestive, forse tolgono però dimensione all’orrore e lo portano nel quotidiano. Ci fu anche quello, ma non solo, perché c’erano gli artefici e i servi e poi un consenso diffuso. E tutto questo accadde anche in Italia. Se non ci fosse Israele, i sopravvissuti, le comunità ebraiche e un dibattito che continua sulle ragioni, non se ne parlerebbe più, come accade per gli zingari, i prigionieri politici, i comunisti, gli omosessuali, i testimoni di Geova. E anche questo rimuovere sarebbe da indagare.

C’era il sole, come oggi. Non capivo e neppure adesso capisco molto. A Ravensbruck, nacquero bambini nel campo, qualcuno sopravvisse. Pensavo che certamente ne nacquero in tutti i campi. E che questo sembrava talmente fuori d’ordinario per quell’orrore da usare l’avverbio persino. Come se l’orrore contemplasse solo la morte. Forse è questo che innesta l’oblio, non ci si confronta volentieri con la morte, al più si pensa che non ci debba riguardare. Quelli che non hanno paura della morte sono i bambini e a loro dovremmo parlare dei campi e di quello che accadde. Con le parole giuste perché le morti vengano distinte e perché certe morti non debbano accadere. Ecco quello che penso ora, che se ci fosse una educazione alla paura della morte, da adulti cercheremmo di rimuovere solo la nostra e tutte le altre le vedremmo. 

01.14

La giornata è andata con il passo di corsa e il petto un po’ avanti che si ha verso un traguardo. Chissà qual’era, il traguardo, intendo. E forse per questo a notte ci si ritrova stanchi. Si enumerano le cose rimaste in sospeso, quelle che hanno inciso, o almeno così sembrava, gli entusiasmi fugaci, le piccole malinconie. Tutto rapido. Come passa veloce il tempo, sembra non resti nulla. Gli anni davanti sono indeterminati e questo eterno presente vissuto sempre di fretta sedimenta poco. Forse perché non c’è molto da sedimentare. I pensieri fanno compagnia, sembrano proseguire discorsi propri, un ininterrotto soliloquio che esamina, discetta, scivola, sceglie e ci ripensa. E poi si perde, stanco d’oggetti, in un volo. Meglio.

Fuori c’è silenzio, entra tra le pareti, invade la casa, ingloba i piccoli rumori, avvolge. Il silenzio rallenta tutto, mostra incontrovertibile che siamo in balia di noi stessi, di ciò che vogliamo, delle abitudini e delle inutilità. E’ forse per questo mancato esercizio di libertà che sedimenta poco del giorno? Oppure ora si evidenzia ciò che manca? Sembra banale ma il letto è un buon discrimine per capire se si è davvero soli. Nel letto ci sta quello che si è costruito. Lo si sente tangibile: sono amato, non lo sono? Cosa davvero m’importa?

Tra poche ore è sabato, si ricomincia, sarebbe bello mettere tra le pieghe del tempo qualcosa di me.

 

un campo di battaglia

Eri un campo di battaglia. 

Ed era vero. In un certo senso la battaglia infuria ancora. Non credo cesserà. Probabilmente non si vuole che finisca. Credo che la vera scelta che ci viene proposta al nascere sia tra il lottare o il subire e che si cerchi per tutta la vita una via di soluzione che ci permetta di essere chi siamo. Certo che nessuno te lo spiega, i genitori, gli amici, o gli insegnanti, tanto meno i preti di qualsiasi credo o razza, o gli psicologi da rotocalco. E neppure i filosofi te lo spiegano, che non c’è solo la battaglia ma che anche l’avversario si deve scegliere e che questo possiamo essere noi oppure gli altri. E se scegliamo di combattere con noi è perché vorremmo emergesse qualche verità, essere in assonanza, dalla stessa parte. Vorremmo far la pace con noi. Forse per questo quando si pensa alla pace si associa l’idea della quiete, e la quiete ci riguarda assai.

Tra le diverse sensazioni sulla quiete, una sembra convincermi più di altre e non è la tranquillità, ma qualcosa che assomiglia molto all’equilibrio dinamico della corsa: ogni posizione di per sé porterebbe alla caduta, tutte assieme e coordinate sono un insieme armonico d’equilibrio che porta innanzi con gioia. Quindi la quiete e non il silenzio dopo lo scontro, lo sfinimento che aggredisce e lascia senza pensieri e forze, la capitolazione sino al prossimo confronto. Basta essere leali, usare l’autoironia (l’altro è tremendamente serio) e riconoscere quando l’altro ha ragione, ma non deflettere se si sente dove sta il bene per noi.

Mi sorprende poco che tu l’abbia visto così chiaramente ch’ero un campo di battaglia. Il tempo scorre molto, però si ferma davanti agli occhi di chi ci guarda attento; e quando si vuol bene si indaga sulle sensazioni, mentre i dati di fatto e le definizioni da dizionario sono così incontrovertibili da lasciare freddi perché sono caselle in cui nessuno davvero ci sta tutto: conta la persona e ciò che suscita davvero. Forse sentivi il rumore del ferro, l’odore di fuoco che brucia, l’inquietudine che non tiene fermi. E’ per questo che ora vorrei dirti che ho cambiato strategia e modo di combattere, che m’interessa poco vincere, ma non torno mai indietro e questo mi dà un vantaggio incredibile, ho misericordia per chi combatto, per quello che è stato. Lo capisco anche se cerco di non farlo prevalere. Forse per questo i momenti di quiete sono maggiori e il campo di battaglia continua ad armi pari. Non finirà mai, eppure ogni miglio che conquisto, ogni pollice aggiunto è un passo verso una quiete che ci tenga assieme. Io e l’altro che poi sono sempre io.

Sai qual’è una piccola verità che ho capito? Che quando combatto dentro se vado un po’ avanti anche gli altri attorno ne hanno vantaggio, non è il mio scopo principale, ma è così. E vale anche per i momenti di quiete, capisco di più, sono più morbido pur restando me. Credo sia questo il senso di tutto questo lottare, trovarsi per trovare gli altri, capire un po’ di più insomma. Ed essere inflessibili quando conta davvero. 

ri ordinare

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Riordinare non finisce mai perché è un ritorno all’innocenza che non era tale e che non è mai esistita, però fa bene provarci. In principio era il caos, poi sono venute le regole, così l’ordine segue un gusto prevalente, la proiezione di una necessità su di noi.

Spesso il disordine si associa allo sporco e così si rafforza l’idea che tutto debba essere messo in una sequenza, riordinare è la condizione della pulizia, e quindi c’è un prima e un dopo, immutabili o quasi, un ciclo che si ripete come se l’ordine fosse solo conservazione e ripristino. Accade anche nelle vite, nei pensieri, nei sentimenti eppure nel disordine potrebbe nascere un nuovo ordine che resisterebbe almeno un poco. Riordinerebbe la vita, ma costa fatica. Parecchia. Spesso si dice che una nuova scelta di ordine andrebbe confrontata con la precedente per stabilire ciò che è migliore. Come si potesse… A volte accade, però nei momenti di confusione o di maggior pressione c’è sempre un ritornare a qualcosa di indefinito che pure calma, fa stare in pace, come se le geometrie fossero conformi all’anima. Anche quando diventano nuove. Solo i bambini riescono a vivere nel disordine e non sentirsene confusi o minacciati, ma poi si cresce. 

diario

Ho deciso di scrivere un diario della mia esperienza in politica attuale. Delle tensioni che sento e di come mi pare stia mutando il Paese. Ho anche deciso che, a parte qualche considerazione che troverete anche qui, il posto giusto sia un nuovo blog che tratti solo di questo. Il suo indirizzo è essilio.wordpress.com e il nome è già un sentire perché si sta andando via (esilio) da una idea collettiva e condivisa di cambiamento  verso nuove (?) concezioni della società e dei rapporti tra persone. Ma è anche una spinta all’esilio, quella esterna che ricevo e che vorrebbe uscissi dal mio partito, e non è quella interiore, pur forte, che fa i conti con la mia coscienza. Questa spinta esterna proviene sopratutto da quelli che mi/ci sentono come elemento di disturbo, e non le darò soddisfazione se non per scelta personale, perché alla forza si risponde con la resistenza .

Cercherò di essere sereno e seppur di parte, mantenere quella che penso sia una norma inderogabile di civiltà verso se stessi e gli altri: l’onestà del dire e del pensare con il rispetto che questo si porta appresso.

contenders

Alcuni di noi, io, abbiamo una Patria, un paese che amiamo, una cultura comune. Sappiamo cose, magari non tutte così precise, e non tutti le stesse. Ci formiamo idee, un’ analisi della realtà, soluzioni. Di sicuro non abbiamo, da molto tempo, verità assolute e il relativo ci sembra un buon modo per accogliere la differenza e il ragionamento contrario, ma pretendiamo rispetto. Per noi e per chiunque. E nel rispetto sono comprese le regole che devono valere per tutti, la verità dei comportamenti. Per questo e per altro, non ci piacciono i furbi, quelli che cercano di fregarti, neppure gli arroganti ci piacciono perché usano la forza per imporre verità non vere. Non ci piacciono gli irresponsabili che dicono cose che non faranno, oppure fanno guai e li attribuiscono ad altri. Non ci piace chi la racconta, chi imbonisce, chi prende in giro la speranza. Sappiamo che la colpa di ciò che accade non è sempre altrove, che un motivo per tutto non giustifica niente, e quindi facciamo autocritica. Spesso. L’onestà ci sembra una precondizione in ogni rapporto, e non è un fine. Bisogna essere onesti, anche con se stessi. Vediamo i nostri limiti, sappiamo che sono importanti, però abbiamo sogni grandi e piccoli, vecchi e nuovi. Sappiamo che il mondo è complesso, che bisogna semplificare le cose per star meglio, ma nessuno di noi banalizza la realtà e sappiamo che semplificare è difficile e non lo si fa a colpi di slogan e tanto meno con l’accetta. Pensiamo che c’è un primato del capire e dell’intelligenza nel fare, e che quest’ultimo ha bisogno almeno di essere pensato. Siamo stanchi degli annunci, vogliamo partecipare e l’abbiamo sempre fatto. Oggi siamo coscienti che il problema prioritario è la corruzione e il malaffare, la legalità e il rispetto delle regole e pensiamo che il marcio vada amputato. Ovunque. Per noi le istituzioni non sono immutabili, ma sono il nostro patrimonio e baluardo democratico comune e quindi pensiamo si debba agire partendo dal rispetto del futuro e del presente nel modificarle.

Abbiamo un Paese che amiamo, una cultura, volontà comuni, ma non abbiamo più una parte sociale e politica. Temiamo di non avere più un partito in cui riconoscerci e pur essendo tanti, ci sentiamo soli.