scirocco

Soffia forte lo scirocco dal mare, schiocca la tela degli ombrelloni, spinge onde e livella la sabbia. Pivieri e gabbiani volano di lato, a volte, con rabbioso sbattere d’ali, si guadagnano il cielo, altre veleggiano, poggiando queti, su correnti d’aria calda.

Nel meriggio arrivano barche bianche: l’acqua pulita e la tranquillità attraggono dai porticcioli vicini, ma sono distanti la spiaggia. Solo una moto d’acqua volteggia al largo. Speriamo si stanchi.

Guardo tatuaggi e corpi che si consegnano all’acqua ed al sole, i rumori sono ovattati, rispettosi, e c’è una pace che lo sciabordio d’acqua e di tele, rende respiro del mondo.

In questo mare antico, così pieno di legna, di sabbia, di detriti d’animali e d’uomo, l’acqua si rinnova e vince. Terra d’uccelli e di pesci prima che d’uomini e c’è maestria in entrambi, di saperi trasmessi.

Lo scirocco fa volare alghe seccate, costruisce piccoli grovigli marroni da impigliare tra i fiori delle valli tra le dune.

Basta chiudere gli occhi e il tempo si spegne paziente.

nel web il liceo non finisce mai

Il web ha certamente un’azione rafforzativa per quella che, in occidente, è stata la generazione più fortunata della storia dell’umanità: niente guerre, una longevità crescente, benessere diffuso, mobilità sociale, scolarità disponibile e gratuita, ecc. ecc. Se una caratteristica di questa generazione è quella di non farsi da parte, in questo non poco favorita non solo dalla predisposizione naturale, ma anche dai provvedimenti dei governi, si può rilevare che anche questa è un’anomalia storica sia per le dimensioni, che per i modi, infatti precedentemente si facevano invecchiare precocemente i giovani (l’età della ragione e del conformismo) per sostituire la generazione precedente, piuttosto che mantenere giovani i vecchi. 

In questo il web, con la sua carica di liberazione e di alterità, è specchio e rafforzativo di una tendenza. Aiutati da questa rivalutazione dello scrivere come mezzo comunicativo, non pochi riscoprono vocazioni poetiche che sembravano finite con l’esame di maturità, altri liberano lo spirito critico proprio dell’età della discussione, per molti, emergono interessi e passioni insospettate, anche una leggerezza di sentimenti diventa possibile, amori che in altre età si sarebbero scartati, prendono consistenza e si svolgono mescolando reale ed immaginario. Insomma abbiamo i sintomi caratteristici dell’età nascendi, dove tutto è possibile, e tutto si sente, si scopre, si vive.

Questa virtuale età liceale ritrovata, soffre, o ha il vantaggio, di convivere con l’età cronologica: grandi speranze, grandi sensibilità, grandi dolori rimescolati con una vita svolta.  Nel riportare consistenza nelle vite, conta il discernimento, lo spirito critico, il fatto che la realtà irrompa costantemente, che l’intorno, la crisi dell’occidente tiri la camicia che spavaldamente si era lasciata fuori dei calzoni, però questa sensibilità ritrovata è un elemento del vivere, non l’unico cosicché, seppur prepotente, media, e il bagno di realtà mantiene aperta una porta di leggerezza, poesia, sentimento, speranza e malinconia. Non è poco per ora, poi le tecnologie e il cambio generazionale, comunque avverranno e la nuova generazione userà l’immateriale e il materiale, non come prosecuzione di una stagione della vita che non conosceva queste possibilità, ma piuttosto integrerà il tutto. Cosa ne verrà fuori è difficile da capire, se restasse più leggerezza, se la realtà intesa come duro confronto quotidiano che spesso esita in sopraffazione, si mitigasse, forse alla generazione più fortunata ed immemore, ne seguirebbe una consapevole della propria fortuna e perciò disponibile ad essere migliore. Potrebbe essere, speriamo.

Ogni tanto mi sogno la maturità, non ho paura dell’esame, non troppa almeno, mi pare solo una fatica immane che sembra non finire.

la ricerca del telefonino come mezzo di socializzazione di massa

Suona un cellulare con una musichetta soffocata, le mani cominciano a rovistare, con frenesia crescente, dentro una borsa taglia XL, alla fine aprendo una cerniera di una tasca interna, estraggono un contenitore di stoffa? plastica? pelle?, cercano freneticamente l’apertura, non immediata del contenitore ed estraggono il telefono che adesso suona a pieni polmoni. Le mani cliccano il tasto di risposta e finalmente un pronto? instaura la comunicazione.

Ho alcune domande da porre ai fabbricanti di cellulari e gestori di rete:

1. la durata in secondi del tentativo di comunicazione espresso  dalla suoneria, è funzionale alla ricerca del telefono da parte dell’utenza femminile all’interno della borsa, oppure risponde ad altri dettami di mercato?

2.si ritiene utile considerare la ricerca del telefonino come una componente della comunicazione e quindi facilitarla, oppure è un esercizio manuale/mentale già perfetto e funzionale che non dev’essere toccato?

3. la suoneria, considerati gli stati di tessuto, di coibente, di materiale in cui viene seppellita, può essere incrementata all’inizio e poi decrementata, oppure si considera che il primo pigolio sia già di per sé sufficiente all’individuazione?

4. considerati i rivestimenti, i contenitori telefonici che spaziano dall’uncinetto alla paglia naturale, il kitsch telefonico è un inalienabile diritto individuale oppure viene semplicemente subito dal fabbricante che ha trasfuso enormi quantità di denaro per creare forme stilisticamente nitide?

5.considerata la ricerca nelle capienti borse, tagli XL,XXL e maggiori, che naturalmente contengono di tutto, l’esposizione di particolari intimi relativi ad abitudini, relazioni, biancheria o altro della proprietaria si considera un incitamento alla socialità ed alla condivisione/conversazione facilitato dalla ricerca del telefonino oppure un semplice incidente di percorso?

6. il coinvolgimento degli astanti nell’angoscia del ricercatore, si considera manifestazione di partecipazione di massa oppure è considerata come normale stress collettivo sociale?

7. Visto che la partecipazione collettiva può indurre ulteriori effetti del tipo, ma non puoi tenerlo in un posto più comodo? hai paura che lo rubino? con il successivo commento, al ritrovamento: quel telefono neppure se lo regali lo vogliono, con conseguenti risate e commenti, di questa iterazione, con gli effetti sui rapporti personali, nel motivare giudizi, innescare discussioni, è stata considerata come un incentivo commerciale al ricambio telefonico oppure semplicemente è stata ricondotta ai normali rapporti personali?

8. poiché l’uso di suonerie particolarmente delicate inibisce totalmente la ricerca del telefonino, si è provveduto ad esporre all’utente/cliente, il problema, per cui questo possa tenerne conto in sede di scelta?

9. Al contrario del precedente punto, considerato il volume particolarmente elevato che viene indotto dal seppellimento abituale, nell’utilizzo privo di coibente acustico, tale scelta potrebbe risultare oltremodo disturbante per i vicini, si è spiegato all’utente/cliente di cambiarla a seconda del luogo in cui si tiene il telefono ?

Attendo fiducioso che qualche responsabile del marketing di fabbricante telefonico o gestore di rete mi illumini, nel frattempo mi delizio delle ricerche e se posso le provoco. 🙂

il piacere

Il piacere finisce, è il suo limite. Ha bisogno di filo di ricordo per essere ricucito, è cornice e non quadro. Non resta nulla, neppure il ricordo se qualcosa non lo lega a noi. Quando mi viene detto che ogni lasciata è persa, non capisco cosa si sia perso. Semplicemente si addiziona, ma la somma è polvere con il tempo. E diviene ripetizione, abitudine, ha bisogno di variare, sperimentare, cercare, mentre si esaurisce nell’abilità. Anche quella, infine, ripetizione.

Ho bisogno di aggiungere senso, altrimenti mi perdo nei miei pensieri, ad ogni pulsione ho bisogno di aggiungere senso e so che è una contraddizione in termini, ma a che mi gioverebbe essere uomo senza saper gestire, e crescere, sulla contraddizione.

chissà se ho chiuso il gas e altri 100 modi per tornare sui propri passi

In attesa della perfezione d’un recinto, un quadrato di novanta caratteri di larghezza e quaranta cinque righe d’ altezza, torno sui miei passi. Verifico con minuziosa attenzione ciò che non vedo, mi pongo domande urgenti del tipo, ho chiuso il gas? e la porta, ho poi chiuso la porta? Come se dei gesti, delle abitudini, divenissero magia di scongiuro: la sicurezza, il tenere gli affetti, il conservare integro il me, e che per un gesto, di ciò che è, non restasse traccia, perché una vita nuova si fosse rappresa in una fobia che parla d’altro.

Basta scrollare il capo, scavalcare con lo sguardo il momento, per sanare un pentimento e già la vita si ricompone ordinata, come un caleidoscopio in cui, non il disegno ma,  il colore diventa importante. (e qui vorrei che le parole cadenzassero, acquistando il ritmo loro di battuta, staccate ed eguali scendessero nella tua, come nella mia mente)

Trattare le paure con paure più piccine,

scomporle in singole perle, fidando che la collana potrà riprendere splendore,

inseguire l’idea che le cose, come le parole, possan divenire scabre;

non definizioni di vocabolario, ma duri pezzi di bambou pronti all’uso d’astuccio.

Fibra che s’addensa. Non fa così la vita? S’addensa,

in qualche sfera che c’appartiene e non si condivide davvero, se non per lucentezza

e preziosità, sapendone difficile il racconto del suono nel rimbalzare, il suo correre veloce, l’essenza di luce e madreperla dura e fragile,

così che un bicchier d’aceto potrebbe dissiparla per farla definitivamente nostra.

E a che servirebbe allora, aver bevuto l’essenza? se tutto si riduce a fisiologia di desideri, scariche di liquidi ed ormoni,

dov’è la preziosità nostra? Lo dico a te, essenza di conoscenza,

che non sai trattenere e dissipi pensando che sia questo il modo di fuggir la morte che t’ impaurisce,

te che non credi d’essere eterna e percorri di corsa ogni parete di stanza.

Non sono le stanze tue, forse ricordi di ciò che non sei? di ciò che vorresti essere e mortifichi

in tratti ben più semplici di vita?

Mi viene in mente che solo gli scolari negligenti non cessano mai d’essere tali e quella sensazione di colpa per non aver appreso a tempo debito, li accompagna e spinge a sapere e mai accontentarsi. Ed al tempo stesso hanno sensazione che la loro inutile fatica riempia le vite, ma dia loro una continuità che ammette l’eterno. Nel finito l’eterno, nella fobia la paura d’altro, nel tornare sui propri passi il sentore di miele amaro che rivede ciò che è stato, ciò che potrebbe essere, ma non ciò che sarà. La fobia e il vivere disordinato, il desiderio d’ordine, di sequenze accoglienti, di punti fermi e bricole a cui attaccare la propria barca e la prigionia d’un mare dove la terra è sempre in vista.

C’era un inizio fulminante, poi il romanzo m’ha condotto altrove, lo so, lo ricordo eppure non sapere cosa sia stato meglio, mi consente d’andare, d’avere altre possibilità, di mescolare  la permanenza dei sentimenti con la mutevolezza del vivere.

Così mi sovvien l’eterno andare, e la certezza che porta mia è chiusa, che nulla verrà di me sottratto ch’io non voglia, si riposa nella sensazione di pace del riaprirla.

Gesto bello e salvifico del tornare. 

portolano sentimentale

Parlare di solitudine e malinconia è relativamente facile. Sopratutto in questi luoghi si ha la propensione a partecipare (e credo, anche a lenire le proprie malinconie con quelle altrui), a provare empatie che non hanno la verifica dell’incontro e quindi si confinano nell’attenzione momentanea. Sentire ntensi e veloci, in accordo con il mondo che scorre.

E’ facile anche parlare di sesso, di libri, di sport, di cinema, di viaggi: si trasmette un’emozione, si mostra e si condivide. L’impressione è che nello scrivere s’ intinga sempre la penna in qualcosa che s’ è raccolto da qualche parte, un umore metaforico o reale. Raramente è il fiele a parlare, che pure molto dice, ma non qui,  luogo d’ inchiostri leggeri. 

Difficile è parlare della gioia, non del piacere o del godere, ma delle gradazioni del gioire, delle intensità interiori della gioia: cose che permangono e lasciano segni profondi esattamente come il dolore lungo e lieve. Così nelle mie teorie bislacche in questo sentire e capire c’è spazio per la costruzione di sentimenti nuovi. E al dolore come alla gioia, do il compito di mutare davvero chi ne è investito: dialogo con sé più che manifestazione esterna.

Sono sfumature che esplodono dentro (possono esplodere le sfumature o abbiamo sempre bisogno di gusti forti?) e lasciano traccie profonde. 

Solo a volte, con l’attenzione a ritrarsi in fretta, una mano fatta di spirito (qui la parola ha la giusta immaterialità) permette un accesso, una chiave, chiedendo un’attenzione inusuale per condividere.

Condizioni che conosciamo tutti, chi più chi meno restii a lasciare che qualcuno faccia con noi qualche passo nel profondo.

Ma parliamo d’altro, parliamo di noi con la giusta leggerezza.

è un segreto: il posto, l’aria, il profumo. E non parlatene se non a chi non capisce

I platani capitozzati sono tirati a pergolato, e scendono con fiumi di glicine azzurro e bianco verso il castello di Miramare. L’aria è piena di profumo, l’azzurro viola riempie il cuore, le nari, il cervello. Si può riempire un cuore di colore, di profumo? qui si può fare , così anche i pensieri, poi a Barcola, davanti al mare, sono meno assillanti e la mia vita, le cose che faccio fatica a chiudere, anche quando non ho evitato il dolore, divengono storie.

Una storia, tra le altre, mi è rimasta da pensare, perché non l’ho capita. Ora ho certezza di essere caduto in una volontà senza decisione, così la cosa è rimasta sospesa, il mondo è andato avanti e le cose, il mondo, le vite sono cambiate, ma ciascuna per suo conto.

Pensavo: ecco in questa mancanza di comprensione profonda si consumano molte storie, noi proclamiamo la leggerezza come strumento per non lasciare orme sulla vita, pensando di danzare, mentre in realtà siamo fermi e simili ad alberi nei nostri percorsi. E se guardassimo bene l’albero del nostro vivere, vedremmo infinite ramificazioni che, al più, finiscono in una foglia, rami che non saranno mai fusto, ed un tronco, solido, piantato nel terreno in cui ci è dato vivere. Il tronco ha un bisogno enorme di crescere, di essere albero – quell’albero- e il resto che compie, con volontà e leggerezza, sono tentativi di luce. Essere albero esige determinazione per la propria vita, e pur vivendo del rapporto con gli altri, donando profumo e ricevendo luce, la determinazione alla fine riguarda solo noi stessi.

Pensavo, mentre il mare e il profumo di salso avevano tracce di glicine, a quanti silenzi chiudono un lasciare qualcosa per cui si è patito e gioito, e quanta forza è necessaria per dare espressione a quel silenzio, che è un nostro parlare e serve a dare senso ad una sofferenza, che sarebbe annacquata dalle parole. Forse solo la consapevolezza del perché si soffre chiude le sofferenze, pensavo, e ci riporta a noi e ci fa capire cosa amavamo davvero in quelle storie che si chiudono. Soffrire non dà una ragione, ma un significato a ciò che si prova.

Io, pensavo, per anni non ho capito che la parte maggiore di ciò che mi impediva di essere sereno nell’ andarmene era il senso del fallimento, e siccome non l’ accettavo, riprovavo, come se una sconfitta avesse una prova di riserva. E’ la sindrome del giocatore che pensa sempre che la prossima mano gli permetterà di rovesciare la fortuna avversa e di riprendere se stesso. Ma in realtà non è così, quando subentra la comprensione, il gioco, quel gioco, è perduto, non coinvolge più. Resta un buco dello strappo e si deve attendere che si riempia. e qui, pensavo, che cercare di capire perché non si è soddisfatti sembra sia la necessità di colmare quel buco. Ma un riempire è un fatto statico, non considera la vita come qualcosa che procede. Ecco, avrei voluto ricordarmi sempre che la vita procede, che quello che avevo era meno di quello che mi stava attorno, e che sentivo nel colore, nel mare, nella sensazione di ben essere. E che guardandomi esclusivamente dentro, mi perdevo molto della vita che pullulava e chiedeva di essere letta. 

Non c’era tristezza in questa percezione di essere fuori e dentro altro, anzi il confronto con il molto di buono e bello che avevo conosciuto, portava allegria, fiducia. L’allegria che ci permette di sbagliare e poi di riprovare, con mezzi uguali, e diversi, con attenzioni che ci sembrano nuove, con il senso che davvero c’è molto più fuori di noi che dentro i nostri piccoli razionali, pensieri, che prevedono il futuro.

Siamo solo maghetti di pianura consegnati alle arti magiche del già visto, provato, vissuto, all’ illusione di vivere che si consuma, se ci si sofferma in questo sapere senza meraviglia. 

chi sarà il nostro Steinbeck?

Chi sarà il nostro Steinbeck, il Dos Passos o il John Fante di questo paese che frana? Chi sarà il Volponi, il Levi, o l’Ottieri?

Oggi, in sovrappiù rispetto al ’29, agli anni ’50, anche lo Stato è in crisi. Tutti in depressione, senza orizzonte a breve. Solo le banche ballano mentre oscilla il mondo. 

Chi descriverà tutto questo, se abbiamo perso gli operai, e non ne ha parlato nessuno. Chi parlerà, illuminerà, lascerà traccia d’un mondo che si è sbriciolato senza domande? Senza troppe domande, perché la classe media aveva troppo orgoglio per accorgersi che ne prendeva il posto e diventava proletariato. Ma proprio da quella classe media venivano, vengono gli scrittori che parlano d’altro. Forse non sanno e non vedono, oppure non sentono. Neppure dei loro vicini parlano, parlano di un mondo di pochi, un sogno che dovrebbe essere di molti.

E allora chi parlerà dei giorni uguali? Del lusso della noia, dei residui d’una generazione di reduci vissuta di ricordi e di voraci sogni. Mancano le strade di periferia, lì dove si staccavano gli operai dagli impiegati, chi parlerà delle case al mare, delle aziende che chiudono in silenzio, degli appartamenti dove si vive, venduti per pagare i conti? Chi scriverà per gli e book e per gli editori di carta, sapendo che proprio il loro mondo è fuori della realtà?

Meglio il fantasy, meglio il ricordo, meglio la thriller story, meglio il relativo, i lustrini, lo sport, l’intimismo. Meglio. Passerà. Meglio parlar d’altro.

Non resterà traccia. Non abbiamo Steinbeck, e neppure Fante, certamente non Tondelli, Levi, Calvino o Pavese. Forse non va troppo male. Non ancora.

è allora che il cuore respira

Ci sono momenti in cui la grazia o la tenerezza (o la bontà, ma il discorso si farebbe lungo) d’un momento, sembrano sospendere l’ordine usuale delle cose. Che poi tanto ordine non è, ma condiziona così tanto le nostre vite da renderle infelici. In questi momenti emerge la possibilità che il mondo, il nostro mondo, sia altro, come quando una consapevolezza improvvisa, una stanchezza da troppo tempo ricacciata, fa emergere il basta, quel basta che e’ riconquista di noi, di un futuro che irrompe nel presente e per una volta, non piega noi, ma spezza una sequenza che sembrava incoercibile di logica, di necessità, di comodo star male.

Insomma qualcosa che spiazza il procedere segnato dell’esistenza ed apre uno squarcio da cui si intravvedono colori: l’azzurro, il bianco d’una nuvola, il nero che torna ad essere pavimento su cui camminare, una lieve inquietudine d’aria chiara. 
Attendere l’inatteso procura soddisfazioni e piccole svolte che non si narrano, ma esso, è condizione d’animo oppure un regalo che non si dovrebbe rifiutare.  E bisogna pur sapere che dopo ch’e accaduto, la mano è più leggera, prende con gli occhi quello che vede, se ne ciba nei pensieri e canticchia musiche speciali. Tutto come sempre e come mai prima.

E’ allora che il cuore respira.

il luogo dell’attesa

La nuca e’ il luogo dell’attesa, inerme d’occhi concentra sensibilità che non si protendono. Attende due dita che scostino i capelli, una carezza che scateni la sua nudità sensuale, un bacio sfiorato e sussurrante. La nuca attende e si snoda tra istinto e ragione, è superficie piana che racchiude.

Dovessi mettere nel corpo casa al tempo, la collocherei nella nuca, luogo del possibile, dell’attenzione, dell’incontro, del preannuncio che può evolvere o posticipare, mai indifferente. Inerme, essa, si pone oltre ogni offesa, si alza nell’orgoglio, si piega con la colpa, attende. E se ciò, che spesso e’ chiamato amore, s’ accorge dell’attesa, capirà anche ch’essa è porta del cuore.

La nuca promette e mantiene, merita attenzione piena, non ha fretta e non ama un distratto passare, in lei c’è confidenza ed accettazione profonda, ricordarlo è uno scoprire -e scoprirsi- oltre la fretta del conoscere. Oltre la presunzione del conoscere. 

p.s. il primo movimento del concerto n.2 di Rachmaninov, rappresenta bene le sequenze di un tocco amorevole sulla nuca, provate a chiudere gli occhi e ascoltate.