tornare alla domenica

Il sole lotta e prevale nella sua pazienza di luce, ora i coppi sulle case vicine, rilucono d’ un rosso che protegge le case, chi ci abita, ed anche non poche rondini che hanno trovato dove tornare. Prima la pioggia ha lavato, come fosse logica estensione, non delle nubi, ma del sole nel suo resettare e pulire il mondo vicino. Pioggia, sole, luce che, da ambracea, si fa ora diretta e forte. Accosto le tende, non il mondo.

Il limite –penso– è un confine tremolante d’aria da percorrere con uno schiocco oppure da lasciar crescere come insormontabile muraglia. Che so io di queste vite che si svolgono distanti eppure vicine? so che ogni distanza può essere percorsa solo con volontà e pazienza, ma basta, non so altro. E’ un metodo, la pazienza, non un fine e neppure una condizione. Penso ai giorni prossimi, alle difficoltà, ma anche alla tentazione dello sprangare la mia fortezza, in un autismo scelto e perseguito. Blasfemo nei confronti di chi non ha potuto scegliere la propria condizione, irritante quando non è scelta d’una strada comunque. Un bivio, sembra, ma in realtà non si esaurisce in due possibilità, ed oscilla nella condizione del padrone di casa: apro o non apro le mie imposte? E’ il rischio che ognuno affronta e risolve come crede. Val poco dire, poi, che non era cosa, che ci sarà occasione e modo; non sarà così, ma alla fine si tratta di dna sociale ed individuale: nessuno ci può chiedere d’essere diversi da come siamo; se non nuociamo. Nessuno, se non noi stessi; noi normiamo ciò che ad altri non è normabile. Non è questa, forse, la sublime libertà?

Ben sappiamo che lo stesso refe che ci trattiene dall’abisso, ci tiene assieme e ci può strangolare. E’ l’annodare e lo sciogliere, l’ impresa che occupa, e c’occupa, poggiando su una parola che espira: tu. Perché se muto -e muterò- sarà in funzione di qualcosa che è esterno a me, ma dipende da me. Solo da me e dal caso. Dal sole e dal caso, che tornano e come per ogni occasione del mutare, si ripresentano sotto mutate forme. Pazienza ed attesa della luce, anche se, come adesso, il cielo si rannuvola.

Ritornare di domenica, ha il profumo delle paste che vanno verso qualcosa che terrà assieme.

pasquetta

Ier sera, dopo il mare, percorrevo una riva di laguna, poi un ponte che, con sublime fantasia, hanno chiamato: dell’unione. Come se i ponti servissero a qualcos’altro. Poi di nuovo rive e calli, che si aprivano sui canali. Il sole tramontava tra i colli, come suole fare, con sublime indifferenza ai nostri commenti sui riflessi sull’acqua. Intorno c’era profumo di fritto. Al mare si cena presto, rumore di stoviglie dalle case nelle calli strette, richiami nel dialetto, così comprensibile e diverso dal mio, uscivano dalle finestre. Era cantilena dei molti bambini e molti anziani che tornano e giocavano tra loro nel parlare fitto, e si vedeva.

Chissà dove sono i fabbricanti di bambini, a quest’ora mancano le coppie sposate.

Sul corso, giovani con i capelli tirati di gel, ad affollare bar, i loro padri andavano per mare, a pesca o con i mercantili, e si riempivano di vino rosso e bianco, di carte e di fumo, quand’erano a casa. E’ rimasto solo il fumo, ma leggero se non c’è voglia di strafare e l’alcool, per dare coraggio, si trova nello spritz.

Pasquetta si chiudeva tra folate di vento gelido, funghi a gas per riscaldare i tavolini all’aperto, sfornate di appetizer. Vicino al municipio odore di vaniglia e crema fritta. Ciascuno trascinava un suo pensiero al passato (mi pareva), mentre il tempo volava verso un’altra estate. Al mare le estati s’aprono e chiudono come gli ombrelloni a sera: prima c’era un amore spampanato, l’auto vecchia e già venduta, il lavoro adesso precario, l’inverno pazzo e il sole che la settimana scorsa illudeva.

Vengono le vertigini se non si picchettano gli anni.

Ma qui per non piangere, le cipolle si fanno al forno.

l’altra velocità

Tornavo per poche ore. Dal treno vedevo schizzare le case, i campi, i pioppeti, il cuore si apriva, riconoscendo il paesaggio. Non i luoghi , le pietre, proprio il paesaggio che era la stessa lingua che parlavo e che scriveva i rapporti tra le cose, il modo di lavorare, di recintare, di far fatica. Si può aprire il cuore? E’ solo un’immagine, ma è vera e si sente che allarga, che parte da dentro e alza le spalle e lo sguardo ed io così vedevo -e immaginavo- questo mondo conosciuto, le sue parole, i tempi, le vite. Mi pareva rivivessero presente e passato assieme, ma soprattutto le passioni, i tempi lenti delle passioni collettive, ché quelle individuali hanno fretta, ma quelle dei tanti, sono lente, modificano il vivere e ci pensano prima di diventare passioni.

Eppoi il dolore nei tempi lenti diviene acerrimo, fa più male, e così ha bisogno di consumarsi rapido, così pensavo che il dolore diventasse una spinta alla velocità, al leggero, per cui ogni ferita profonda potesse diventare scalfittura. Ed ancora accelerasse fino a schiantarsi addosso all’impossibilità di mettere assieme tutte le immagini di noi, tutto ciò che non eravamo potuti essere, tutti i nostri star bene, tutte le felicità consumate dentro quel dolore che non se ne andava. C’era bisogno di un’altra velocità. Giocavo con le parole, altra non è alta, veloce non è buono, rapido non è vita, eppure sapevo che il senso non era questo, che ciò che mancava non era il rallentare, ma la gestione del ritmo. Il proprio ritmo, risucchiato dagli altri ritmi esterni, dalla necessità che ingigantiva, diventava dovere, razionalità cartesiana delle vite. In ascisse il tempo, in ordinate la vita o lo spazio, che dir si voglia, e la curva si inerpicava, non c’era senso perché quel puntare in alto non aveva direzione, ad un certo punto esplodeva. Guardavo i pioppeti, le case, i campi e pensavo che bisognava togliere il tempo. Bisognava che il tempo fosse, al più, una variabile dipendente. Bisognava.

Se si potesse vivere in un istante quasi immutabile perché ricompreso negli eoni dell’universo, saremmo accumulo costante di esperienze senza fretta, di curiosità soddisfatte e di meraviglie senza rapidità. Anche il male verrebbe curato per ciò che è, la riabilitazione non esisterebbe, in quanto non ci sarebbe abilitazione, ruolo obbligato, ma voglia di fare e d’essere. Stati che ricomprendono anche le cose storte, non le scordano, ma le collocano in una pianura verso le montagne, tra gioie, fatiche, riposi e nuova voglia. L’altra velocità era il mio ritmo, il ritmo di ciò che si assimila, il passo dell’aborigeno e l’antibiotico, il tablet e la penna, o ancor più il bastone con cui un uomo assorto disegna sulla spiaggia. Perso nei suoi pensieri, si dice, e se fosse perso ciò che è esterno ai suoi pensieri? 

Dicevo tra me: immagino le vite come case, i rapporti come fili, nuvole, flussi. Immagino il tempo come un territorio da percorrere, una relazione in cui si può scegliere il tipo e il modo della velocità e la direzione. Immagino il mondo come modificabile, gli uomini come esseri pensanti, la società come una somma di luoghi comuni superficiali e di forti vincoli sotterranei. Ho riempito la mia casa di libri e di musica, nelle persone ho fatto prevalere il sentire al giudicare, ho difeso i miei territori intangibili, ho rispettato quelli altrui. La mia casa adesso ha mille finestre, le ho aperte per curiosità e ne ho chiuse ben poche. Eppure la sanità che c’insegnavano da bimbi consigliava di chiudere un libro, un giornale, un luogo, una persona. Chiudere e passare ad altro, in velocità. Ed invece vorrei ricordarlo questo passato, per lasciargli essere creativo, vivo nel suo mutare con i nostri anni, ho imparato a lasciarlo parlare, sommessamente, nel bujo della mia testa. Non farlo urlare e prendere posto d’altro. A che serve l’esattezza nel ricordo, se questo non è attuale, la citazione è senza vita se non ci siamo. Il senso, catturare il senso, il ritmo, lasciar aperte le finestre e puntare su un’altra velocità, che esiste. Si sono certo, che esiste. 

Poi arrivavo in stazione, il flusso riprendeva tra orari, tram, luci che corrono. Solo le domande restavano, con le loro parziali risposte, da esporre al dileggio di chi non ha tempo. Già chi non ha tempo è nel reale e gli altri dove sono?

il sorriso della solitudine

Spesso mi fermavo fino a tardi. A volte, mi spingeva l’uggia per le cose e le persone, verso la finestra, spegnevo la luce, e guardavo la città dall’alto, le scie di luce sulla tangenziale, i colli neri sullo sfondo del cielo notturno. D’estate aprivo la finestra, veniva il caldo e il rumore del fare dell’uomo, un ansito sordo di fabbrica, un respiro lungo e denso di fughe, di movimento, di condizionatori ed io, fermo, guardavo lentamente fino alle altre finestre d’ufficio illuminate, con qualche figura che si muoveva. Chissà che facevano, io non c’ero già più, ero stato inghiottito dal bujo, e stavo in silenzio ad attendere. Aspettavo che il silenzio entrasse. Qualche volta accadeva, il tempo dilatava e poi svaniva, sciolto in una sensazione di pace. Ero arrivato alla finestra in cerca di quiete e di concentrazione e il pensiero veniva aspirato dalla solitudine esterna, dovevo cacciare anche quella, non dovevo pensare. Nulla era davvero importante e l’essere solo una condizione, su cui, sin da quando possiamo ragionare, ed anche prima, battiamo furiosamente le braccine per stare a galla. Ma non era quella solitudine da privazione, da scarico dell’universo, che volevo, no, volevo l’altra, quella che attraverso l’assenza di pensiero, non fa sentire, toglie la percezione di essere in un gorgo, ti riempie di calma.

Mi hai chiesto cosa significa essere solo, vuol dire non avere … e già quel non priva l’avere di qualsiasi possibilità di diventare un aiuto all’essere. E ci si gioca tutto lì, su un terreno in cui non scegliamo le armi, solo i modi. Non è l’unica solitudine, di altre ti parlerò, ma questa per me, è quella che conta, sempre in bilico tra pace e tragedia, dove l’essere fa per suo conto, e si salva se trova le mani virtuali in cui mettere dita forti, sente le gambe che lo sostengono, rivede, come qualcosa che passa, ciò che prima attanagliava. Il sorriso della solitudine è questo aver coscienza di sé e non cercare, non elemosinare, non dibattere, perché non serve, non muta, è la nostra condizione. La pace, così transitoria, si nutre di quel momento d’assenza, ritrova energia da immettere nei rapporti successivi. L’ho immaginata poi, come una lingua d’acqua che si spinge nella terra, accarezza, scava e ritira, ma torna partecipe di te ed indifferente del poco che ha così tanto tolto al vivere. 

Sembra ci siano due vite che si intersecano, come una tessitura di fune, l’una fatta di impegni, scaramucce, risate nervose, pianti trattenuti, muoversi fino alla stanchezza inenarrabile della notte e l’altra che discerne, respira, si ferma su ciò che conta davvero e scorre sul resto, non ha fretta di vivere perché c’è talmente tanto che arriva che la fatica è separare ciò che interessa da ciò che è solo rumore. Come uno scorrere tra le dita, dove ciò che scorre è godimento dei polpastrelli, del palmo ed ha la velocità che le mani decidono. Di questo scorrere c’è la sensazione della solitudine senza paura, quella che controlla e permette di riaccendere la luce. E quasi si stupisce, nell’abbagliarsi, che il rumore abbia ripreso sostanza, che gli oggetti, le scale, le luci dei piani siano così vivide, si stupisce e pian piano ritorna verso l’abitudine, sapendo che ne può uscire. Che questa solitudine voluta è un modo per uscirne, è il governo dell’essere tra gli altri senza sfida.

E che poi si farà, si deciderà: c’è tempo.

tutto scorre

Questo asfalto su cui corro, un tapis roulant che penso mi porti da qualche parte, è un andare verso, mai un tornare. Penso. Ed invece nel meriggio scopro la primavera appena sotto le prealpi, il tener fermo della neve sulle cime, il brullo che scende, senz’acqua, a valle, la pianura irta d’uomini e di cose. M’avvito in looping su di me, pezzi inutili di bravura solitaria, mentre mi guardo, ascolto, penso e vedo. Non me, ma ciò che sta attorno e scorre. Indifferente scorre, pago di sé, non della mia attenzione. Così ci si perde, dico, così si è preda di questo tempo nostro che prende e ributta esausti sulla spiaggia. Io, che m’illudo sia possibile estrarre, con la forza dell’introspezione, verità che superino il bisogno d’amore, e la sua ragione di gran parte dei nostri atti.

Ascolta la mia e la tua inquietudine simmetrica, penso, potrei chiedertene educata ragione e nel racconto dei tuoi fantasmi, darti sulla voce od in silenzio, riconoscere i miei. Varrebbe qualcosa, dirti allora, che tutto scorre?  E che è come sento, dalla mia alla tua notte, in un arricciar di flutti e spruzzi ed ancora gocce che sembrano l’eterno e il reale. E dirti che questa è la condizione del diverso, che conosce lo scorrere suo e del mondo, ma che deve lottare con il male che si porta dentro, con il pensiero di guarire e quello dell’affogare, che pure sembra guarigione?

Così si risolve ogni giorno nell’equilibrio, nello stare a mezzo ed oscillare. Ha in mente, il diverso, l’uccello che sbatte contro i vetri per entrare, seguendo un pensiero ch’è luce calda di giallo nella sera, voci modulate, musica, a pezzi, bellissima.  Perché gli accade questo? E non s’annida, fors’ altro nello spingersi oltre i vetri ad entrare, seguendo il senso vago di dolcezza, l’indefinibile profumo di possibilità che solo la nostalgia d’essere stato diverso, con forza incoercibile, evoca?

Appunto. Penso.

Tutto scorre, avvolge, abbraccia e scioglie con potenza d’amore e d’infero. Alternativamente risolve e non si ferma.

p.s. ogni anno milioni d’uccelli si gettano contro finestre illuminate, contro grattacieli che credono permeabili, contro fili che pensano funi sicure per il riposo. Ogni anno miliardi di uccelli seguono flussi d’aria, galleggiano in equilibri eleganti sorretti dalla coscienza di sé, ogni anno così, per il nostro sempre che sembra eterno e ci riguarda.

giulivismo

Mi piace l’allegria naturale che sfiocca verso l’alto, spinta dal vento dell’assurdo, e si spegne in un sorriso. Se riprende è per abbrivio e magari riscoppia in una risata, ma non è condizione forzata ed è cortese con la propria intelligenza e sensibilità.

Mi piace l’ottimismo, che rovescia il reale banale, lo prende in mano e lo guarda sotto, sopra, di lato, si meraviglia del nuovo che non era notato, e lo rispetta, ma non teme di porre da canto la polvere e lo scontato. Mi piace perché è una conquista attiva, perché strattona la vita per tenerla sveglia.

Mi piace il sorriso che assomiglia al lampo, che riporta al bianco inatteso, agli occhi senza velo. Mi piace perché quando scompare lascia nell’aria una sensazione priva di sguaiatezza, una vibrazione che accarezza.

Non mi piace il giulivismo che deborda in molte parti del quotidiano, la fiducia acritica sulle progressive sorti senza impegno. Non mi piace vedere l’impressione del sé senza autoironia, sentire la coda cattolica che serpeggia ovunque, dalla politica ai comportamente individuali, perché il pensare positivo cambia il mondo, perché la tracotante fiducia di sé allontana il dubbio e la paura. Che stupidaggine, essere giulivi non è l’esercizio della speranza, è un esorcismo superficiale che banalizza quanto accade davvero, per rifugiare in una considerazione del mondo come propria estensione. A te è stata data la terra, adoperala. 

E neppure il giulivismo catastrofico mi piace, il vivo alla grande perché non dura, altra coda del cattolicesimo d’antan, la reazione al pulvis est, con la reiterata sopravvalutazione del presente come costruzione positiva nel negativo delle storie.

Solo la digestione lunga del sauro supera il giulivismo, ma almeno quest’ultimo dorme finché si pasce di sé. 

chi ci salverà dai nostri errori?

Gli errori che più pesano sono nell’incomprensione. Che è fatta di mancato capire biunivoco, io non capisco, tu non capisci, e arena ogni possibile evolvere. Accompagna il tutto l’orgoglio d’essere, almeno in parte, nel giusto, che non è un errore, ma non mitiga la sensazione di un fallimento.

Credo che, tra i non pochi fallimenti che m’ hanno accompagnato, molti si basino sull’incomprensione e nel non aver capito perché, ad un certo punto, la comunicazione è divaricata: pareva, sembrava, ma non era. Bisognava facessi uno sforzo, anche d’umile consapevolezza ed invece la presunzione di realtà si è fatta solida, si è sovrapposta all’altra persona. Con chi stavo parlando, chi mi parlava?

Non ci salverà nessuno, finché ci si perde nel veleno dolce della nostalgia e tantomeno si dimentica.

Vorrei dare dignità all’oblio del nuovo, ancor più insensato se tale non è, ma che ha il pregio di portarci fuori da noi stessi a rivedere il mondo. 

dire di no

In quei colloqui tra padre e figlio, dove emergono le paure del primo e le sicurezze del secondo, gli dicevo che quando ci si incasina la vita, nulla è mai definitivo, e che basta dire di no. Quando ci si vuol salvare, basta dire di no. Lo so che il no è una parola difficile, ci insegnano da piccoli ad abbandonarla, e quando si è dentro fino al collo, quel no, quella corda che ci potrebbe tirar fuori è ardua. Ma riconoscere che c’è una alternativa, che c’è speranza di star meglio, è un fermarsi a pensare, il presupposto per prendere un’altra strada.

Questo me lo dico, in questo periodo, dove lo star meglio è difficile, ed è una battaglia personale che corrisponde alla mia visione della vita. In passato, spesso la speranza l’ho usata per dire di sì, anche quando non ero convinto appieno. Il contrario della speranza, la disperazione, l’ho usata per il consumo, per non perdere le occasioni, per compensare ciò che mancava, ma così futuro non ce n’era, l’avevo negato in nuce.

Oppure ho usato il raccontarmela per evitare la rinuncia, e anche in questo caso sapevo cosa faceva bene e cosa perdevo, ma qui soccorreva l’onnipotenza e quella corda ardua del no la lasciavo perdere, dicendomi che tanto era meglio vivere e poi sarebbe visto. 

Finalmente è arrivata l’ora dei no per stare bene alle mie regole e ricostituire le riserve. Anche quelle perché, in fondo, nulla è usurante come i sì.

la brutta foto

Da qualche giorno giro attorno alla brutta foto, è l’insoddisfazione per quanto faccio, risultati di cui non posso menare vanto. Vivere sulla superficie, sul giorno, oggi sembra un modo felice d’essere e lo si maschera con la levità, cosa ben diversa e profonda. Ieri camminavo su un sentiero dei Berici, che passa accanto a villa Valmarana “dei nani” e la Rotonda. Si sentiva la bellezza ovunque, il senso del Tiepolo usciva dalle ville, con la sua gloria del celebrare/operare nella natura, e traboccava nei campi fusi con l’architettura, nel Vitruvio di Palladio. L’idea elitaria dell’equilibrio negli edifici, dell’utilità del bello, cancellava, non la fatica immane degli uomini, mostrata nel fare grandioso, ma la distruzione operata, come vi fosse stato un riconciliarsi tra economia e luoghi, abitare e natura.

Cercavo un’inquadratura per dire ciò che sentivo e alla fine mi son trovato a fotografare le stoppie sul terreno bruno, oppure muschi sulle piante di pesco.

La propria superficialità colpisce come uno schiaffo quando non riesce a percorrere la strada verso l’anima delle cose, che è poi i miei occhi e il mio cervello. Forse volevo leggere l’insieme e il dettaglio, non m’accontentavo del particulare, e volevo dare forma alla sensazione, perdevo il senso. E così pensavo a quanto, altrove, sentivo da qualche giorno, d’una tristezza che cerca le sue ferite, e muta i suoi occhi in grigi. Come un lupo che insieme sani e rivolga i propri denti a sé. Pensavo a bolle che vogliono volare e sopportano poco il peso della polvere sull’iridescenza, ed era il volare che mancava, mentre il freddo gelava le superfici, le dita e non i cuori.

hortus conclusus

Un sogno ricorre nella mia vita. E’ un sogno vero e ricordo quando l’ho sognato per la prima volta. Ero un ragazzo.

Nel sogno c’è un muro alto, fatto di pietre incastrate e tenute a calce, non c’è una porta e il muro è una circonferenza. Devo scavalcare per entrare, alcune pietre sporgono per questo e disegnano una diagonale sinuosa che si projetta sul terreno. Una spirale.

Nel sogno salgo, finché lo faccio mi guardo attorno, c’è campagna, qualche albero. A volte scorgo il mare.

Entro nel recinto. E’ il mio giardino arabo, lo sento, con le rose, i tulipani, le dalie, il verde uniforme dell’erba, alternato alla terra rossiccia e la sabbia bianca. Al centro una fontana con una polla, l’acqua trabocca e scende in rivoli. Si perde nel verde.

Mi siedo su un asse di legno, appoggio le spalle alla parete, guardo il cielo. Poi lo sguardo scende e si perde morbido, nel verde, nei colori delle cose.

Ho la percezione dell’equilibrio e della pace. Nel sogno è pomeriggio, verso sera. Posso chiudere gli occhi e riaprirli, e il pensiero scivola tra sonno e veglia senza distinguere. In tranquillità. Ho la sensazione di aver fatto.

La mia interpretazione è che l’orto chiuso è la fortezza di me, il desiderio e la sua soddisfazione avvenuta. E’ la mia misura, nel coltivare e contenere ciò che è prezioso al mio sentire. Nel cerchio trovo il dissolversi del fintamente importante, l’acqua pura scioglie il rigurgito del fondo archetipico, il nero che si trasforma, trascolora, diventa buono e compatibile. La bestia allora convive, corre assieme, gode delle stesse cose, ha lo stesso riposo. Si ricompone l’unità.

E’ un sogno che mi piace molto, purtroppo infrequente, ma so che accompagna momenti di passaggio, di movimento verso il nuovo. Quando mi sveglio sono sereno, un poco mi spiace perché vorrei che il sogno continuasse, sfumasse piano, ma non mi angustio, ho la sensazione che tornerà.

Penso che per aprirsi bisogna avere un recinto di sé, un proprio giardino arabo, che quella circolarità è contenuta in altre circolarità maggiori e che mentre queste si possono aprire, altrettanto serenamente il primo deve restare lo spazio costruito, vissuto, curato.

Quando sento l’inutilità del fare, l’affievolirsi della speranza, il senso del mio limite devo riportarmi nella cellula primigenia. Quella sola che mi contiene. Anche nella gioia è così, esiste un di più da assaporare, che mi appartiene e che posso cedere solo essendo me stesso.

Non ho fretta.

Nel mio scrivere di questo sentire, avverto il superfluo, l’eccedente, mi rileggo ed è come rifilare il bordo di una torta. Di quella che sarà una torta. Per ora è pasta cruda, buona da mangiare, ma diversa da quello che diventerà. Una torta non si racconta, si assapora, il giardino arabo è la stessa cosa, si descrive, ma il sapore è altrove.