narcisetto

Mi ripeto che il narcisismo c’entra molto, che la tentazione di mostrare il proprio lato migliore diventa naturale, che non c’è obbligo di completezza e quindi di verità. Del resto questa cosa è stata esaminata, e risolta, nei romanzi, nei saggi, persino negli articoli scientifici è stata risolta. Ovvero occupiamoci dell’oggetto, dello specifico, del rilevante e diamo per scontato il resto, che magari quello non interessa oppure fa parte del vissuto di ciascuno. Non ci assomigliamo forse tutti? 

Sarà per questo che viene naturale l’elegia, il tono enfatico, l’esperienza assolutizzata. Però, se penso a me, mica sono solo questa immagine di un pezzo di vita; ho una storia, parecchi anni, esperienze sbagliate ed errori voluti e subiti. Non sono solo i mipiace, ma anche la parte che non piace. E che faccio, la seppellisco sotto il tappeto? E’ parte importante di me, e anche se questo è il luogo dell’alias, della libertà al dover essere, anzi proprio per questo è importante, perché è ciò che sono. Così mi dico, meglio mettere anche il resto che non è solo contemplazione, mettiamo anche qualche macula, una defaillance che altrove non si mostra. Mettiamoci quelle parti della vita che sono state importanti davvero, anche quelle meno popolari adesso, ma senza esagerare con i ricordi. Lasciamo la foto sfuocata se è quella che è in testa e fatta al volo. Come non mi piacciono i professionisti della malinconia, non mi piacciono gli abitini sempre da festa, i troppo vestiti per benino. E meglio essere interi con i vestiti rattoppati piuttosto che senza qualche pezzo con i vestiti belli. Nessun intento moralistico, parto da me, da quello che scrivo, anche se non tralascio lati meno popolari, quindi è una semplice costatazione e un bisogno serale di verità.

Però sono fortunato, a volte m’imbatto in persone che mostrano anche il lato con le toppe e devo dire che mi prende una grande voglia di ringraziare, perché l’umanità è un dono così com’è, può piacere o meno, ma se è intera il dono è doppio.

provinciali

L’unica città che assomiglia alle grandi città americane in Italia, è Milano, il resto, nel nostro Paese, è altro.

Spesso ciò che non si conosce si immagina, ma questo non impedisce di viverlo, così il mito dell’occidente è il fare. Il fare come essere, il muoversi continuo, il rispondere ad una legge più alta che è il mercato e che si muove sul principio depurato calvinisticamente, del piacere. Quindi non il benessere, la “roba”, ma quella cosa estremamente dinamica, che fa coincidere il successo personale con il movimento e la perenne innovazione. Un’interpretazione dinamica della  Grazia ad uso dei nuovi atei religiosi devoti alla finanza.

Credo che da questo derivi lo stereotipo del movimento come progresso e crescita: fare, essere, coincidere con la modernità.

A questo si contrappone la provincia, sempre un po’ assonnata come i rettili al sole, con la capacità disincantata di lasciar accadere, di lasciar andare, tanto, prima o poi ci si ritroverà. Ma non nelle luci ossessive della città, piuttosto nella stanchezza dopo la corsa, nella riflessione che accompagna la pausa e nelle domande che ne conseguono, finalmente non represse.

I provinciali vanno in città, ne sono affascinati, sentono il ribollire delle occasioni. A volte si fermano, magari ricreando il borgo attraverso le amicizie, le abitudini, chiudendosi in un sottoinsieme di città che li faccia sentire meno soli, altre volte non ce la fanno proprio, ne sono rigettati e tornano sconfitti. Nella città, i provinciali, trovano qualcosa che li tiene e li estrania. In fondo, loro, hanno una storia , una stratificazione di vissuti, di percorsi fisici, e mentre la città è immemore, si sovrappone cancellandosi, loro, hanno immobilità del ricordo che il movimento non avrà mai. Ecco perché i provinciali nella grande città diventano pensierosi: manca loro un pezzo, che non è il passato codificato nei libri, ma è proprio il ricordo della loro storia.  E quando restano, possono anche correre una vita col sogno di fermarsi, ri abitare luoghi che intersecano vite, non solo storie di condominio, sognare la semplificazione del verde, della campagna, del piccolo spazio per sé, magari riprodotto in città.

Ma questi, di cui parlo, sono i provinciali, gli altri, quelli adeguati nella città che corre, vivono, sguazzano, non si pongono domande che generano desideri statici. Vedono la vita come agglomerato competitivo di vite, consumano il tempo, e si nutrono di luce e calore, non come i provinciali che hanno città grigie, strade semi deserte la notte e buio fuori delle case.

C’è chi ama la luce e il colore di notte e non lo vede di giorno, chi vive con il buio e chi non lo sopporta. Perché anche il buio è statico, è il passato, e rallenta, il buio, anche nel far l’amore. Ecco un’altra differenza, per i provinciali, il buio esiste e a volte è un abbraccio, non solo una minaccia da spingere fuori dei propri occhi.

p.s. La rapsodia in blu per me è la città come mai era stata descritta.

puer eternus

C’è una parte della vita in cui l’amore sembra nelle nostre mani. E’ allora che s’ incontra il bisogno inesausto d’essere amati, con la presunzione che la sua soddisfazione  possibile sia collegata a noi, parlo dell’adolescenza e della prima giovinezza. Forse per questo ricordo, in altri modi, con spirito eguale o profondamente diverso, in molti c’è il sogno di rivivere quell’età. Come si esprimerà questo bisogno dipenderà da chi lo prova. Non di rado si concentra sulle cose, oppure sull’idealizzazione dell’attimo vissuto come unico, o ancora sulle idee, o sulle persone, ma non è ancora “solo” il bisogno d’essere innamorati, ovvero d’essere amati e amare? Che poi tutto questo bisogno significa uscire da ciò che sembra ormai conosciuto, e desiderare, e perdersi, anche se ora si sa chi si è e dove si è.

Non è vero per tutti, non so quanti si adattano, non ci pensano più, se la mettono via. In fondo quasi tutti parlano e vivono quella che, per decisione comune, sembra essere la realtà effettuale. E non sognano che di rado. L’età dei sogni sembra definitivamente archiviata, ma a scavare tra i gesti e le parole si scopre che c’è un rimpianto e che esso assume le forme più strane: dalla cineticità del vivere sino al cinismo. Come se il confronto con una propria possibilità d’essere (felice) esistesse  anche nella sua negazione, e fosse sentire un’assenza per qualcosa che c’era e si è perduto.

di calzari, polvere, strade, cuori, cervelli

Mi pesano molto più le cose non fatte che il passato o le occasioni perdute. Credo che se ci guardiamo indietro ci sia un’infinita distesa di abbandoni. Morbidi i più. Persone e cose che ci hanno accompagnato per una parte, piccola o grande, della vita e ora sono parte di noi, incorporati in qualche impercettibile modalità di essere, in un trasalire oppure nel fermarsi davanti a qualcosa che abbiamo conosciuto. Se restano gli affetti importanti, i pochi amori (sono convinto che l’amore che sconvolge non sia così frequente), che accade del resto che vive con noi silente? Quei legami del passato che di rado emergono e velano gli occhi solo per un attimo, per poi sparire, dispettosi, in un loro posto, non dove li avevamo messi. Legami che hanno tessuto fili insospettabili e tenui per loro conto, e per questo dolcemente inquietanti a noi, che pensavamo di averli definitivamente vissuti. Cose agé, da pomeriggi dei giorni di festa quando la stanchezza del troppo abbatte qualche barriera.

Cose che accadono nei giorni canonici quando si è deciso da molti anni di non fare più il bilancio della vita, ma di andare avanti e accettare i zig zag della rotta. Al più un punto nave, sapendo che neppure quello serve a molto perché l’oceano in cui navighiamo lo creiamo noi e arenarsi o vivere di vento dipende solo da noi. Quello che mi sorprende è avere così tanta compagnia, che non scrive, non manda sms, non ha più un telefono o un indirizzo, mentre invece si susseguono i segnali degli auguri che arrivano, ci sono tracce dappertutto di un mondo coevo in cui vivo. E gli altri, dove saranno, cosa staranno facendo? Chi è stato quello che per un moto d’orgoglio non ha scritto quando ne aveva voglia? Sono stato io o l’altro? La distanza fa capire tante cose, non è perdono è comprensione, un vedere oltre l’emozione di allora. E quando l’emozione è sparita il bene prende il sopravvento, ciò che aveva ferito non ha più cicatrice a cui appellarsi. Quel ricordo non significa nulla se non riconoscere la propria vita, che è importante perché un tempo è stata importante anche per altri, ha sollevato emozione. Ci sono momenti in cui i calci hanno sostituito le carezze, ma mi viene da pensare, nell’inermità del pomeriggio di festa, che le seconde siano state, alla fin fine, più importanti. E che non è un peso cercare la meraviglia del futuro assieme a tutto quello che siamo stati, ma è bello ora, adesso. Così come siamo diventati.

nebbia

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La nebbia è scesa improvvisa, ha riempito lo spazio tra le case, adesso fuori è tutto ovattato, la luce piove dall’alto, riflette ovunque, come se venisse seminata da un una mano sapiente. Sembra un film di Kurosawa dove nella nebbia si cerca l’uomo tra gli impulsi e se non lo si trova è perché la nebbia è un contenitore, non un’immagine di noi.  Anche ieri notte c’era la nebbia, ma è d’uso da queste parti. Si fermava in pozze discrete ai piedi dei lampioni, illuminava scie d’auto e figure imprecise di passanti. Rade, le une e le altre, avvolgeva e lasciava.

Il tramonto non s’era visto, ma una luce rosata improvvisa aveva investito tutto, riempito ogni spazio, non veniva da ovest, era senza luogo, ovunque, e talmente innaturale che s’ era accompagnata ad un silenzio inatteso. Poi è diventata violacea ed è sfumata, piano nella sera, lasciando un ricordo d’ eccezione, di un gesto senza mano. Per descriverla si poteva usare solo la parola che diceva com’ era venuta: elargita, donata senza appello. E chi la coglieva era stupito, sentiva che non aveva relazione con sé, con i propri meriti o colpe, ma apparteneva al fatto di essere, qui ed ora.

Sono giorni di nebbia, mi piace il suo regalo che porta verso il silenzio, il meditare, restando tra gli altri. Si liberano i sensi quando non c’è molto da vedere fuori, sento profumo di mele conservate in soffitta, di legno scaldato, di carta, d’inchiostro, rumore di pacchetti stropicciati, di passi frettolosi, sensazioni di freddo che si chiude fuori del giaccone, odore di dolce, di pane cotto nel forno. E tutto è più lento e silenzioso, anche la notte arrotonda i suoni, li consegna a chi, insonne, ascolta.

Poi, stamane, il giorno, dapprima è stato limpido nel freddo pungente che ha liberato l’aria dai vapori, ma poi s’è arreso al tepore ed ora accoglie la nebbia. Ed io, l’accolgo e la tengo per sfumare i miei contorni, le punte che fanno male e basta. In fondo, se penso all’anima, penso sia un’ellisse tondeggiante, una nuvola che contengo e mi contiene.

la forma delle cose

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La forma delle cose non è, sai, l’apparenza, ma il succo che contengono. Occorre pazienza per una goccia, gusto pulito per assaporare, attenzione e tempo.

Il tempo comune è sempre poco, così sembra, ma il tuo non è così arrogante, si stende lento, si dipana secondo le tue mani. Mani fatte di pensieri, di gusto, mani che accarezzano le cose, le aprono e con occhi bambini si lasciano sorprendere.

Mi piace che tutto rallenti in una carezza timida che percorre un oggetto. In questa sapienza c’è il trattenere il tempo anche di chi guarda. L’ ho imparato per mio conto che i minuti s’allungano e s’accorciano, ma altrove, senza sentire prima dov’ essi fossero diretti. E non importa dove vanno i minuti, anche quello ho imparato, quando mi piaceva distillare.

E già c’era la pazienza che è gusto dell’attesa. Ma tu conosci la lingua delle cose, il loro parlare sonoro al tatto e al cuore.

domande sull’ingratitudine

Per quale motivo, spesso, chi ha ricevuto del bene non lo restituisce al suo benefattore caduto in disgrazia? Anzi, non di rado diventa indifferente, se non critico od addirittura schierato con i nuovi detentori del potere.

Quali sono i meccanismi che trasformano la gratitudine in invidia, già durante il rapporto, ed infine nel ripudio, anche del ricordo, di come e perché vi sia stato un bene?

Non si tratta di portare innanzi chissà quale legame, ma riconoscere che del positivo c’è stato. Poi non serve altro, se non il rispetto per le persone che hanno dato. 

Nell’esercizio della gratitudine servirebbe compostezza, non sbracarsi prima e non rinnegare poi, insomma riconoscere ciò che ha arricchito entrambi, chi ha dato e chi ha ricevuto. Invece manca spesso il rispetto del passato che fa guardare innanzi e che non rinnega ciò che è stato.

Diceva Flaiano che questo è un paese che corre in soccorso dei vincitori. E’ ben strano il mondo che distingue tra vincitori e vinti solo in termini d’interesse e credo che Flaiano avesse ragione nei confronti di chi non è abituato a considerare il rapporto tra persone, se non come un rapporto di potere. Per questo non mi piace l’ossequio, e neppure che si consideri il potere come qualcosa che discrezionalmente può dare, e che esercita un dovere nel dare in maniera diseguale: di più ai propri. In questa concezione dei rapporti l’uomo diventa suddito e quando si ribella, e gioisce se chi aveva potere cade nella polvere dopo averlo adulato, è peggiore di chi abbatte.

E’ un trasformismo che troppo spesso si vede nelle piccole cose, nei rapporti quotidiani e tra le persone, e che ferisce molto più del fatto di non avere più un ruolo a chi l’ha perduto. E’ il tradimento di ciò che è stato.

Mi chiedo quanto di tutto questo sia insito nell’uomo che legittimamente deve superare il momento del ricevere e quanto invece risieda nella maleducazione che impedisce di oltrepassare l’oggetto ricevuto e vedere la persona che dà. Nell’antropologia del dono si rinserrano i vincoli, si riconosce il gruppo, le persone crescono sapendo di poter contare sugli altri, ma non pretendono, non adulano, non diventano appartenenti a qualcuno.  Così si supera l’imbarazzo di ricevere e il gesto gratuito diventa consuetudine, ospitalità, modalità nell’ essere e nel riconoscere l’altro uomo.

ho bisogno

Ho bisogno di sogni lunghi, 

per soddisfazioni stabili e lente.

Ho bisogno di progetti grandi,

per dar senso alle piccole sicurezze quotidiane.

Ho bisogno di passioni importanti

per desiderare le notti di quiete.

Ho bisogno d’ amore

per voler la vita e scordare i limiti che ho.

Ho bisogno d’ un tempo che m’avvolga

per apprezzare la dolcezza dei minuti.

Ho bisogno di solitudine quieta

per amare la tua compagnia.

Ho bisogno di silenzio

per parlarti dei miei pensieri.

Ho bisogno di tutte le vite che mi verranno date,

per avere i giorni che ho desiderato.

Ed ora, mentre guardo la neve, sento

che di caldo non ho bisogno, 

perché nel buio ti vedo nel mio cuore.

ciò ch’è difficile scambiare

Se a volte la cortesia impone parole, solitudini interrotte, il fare necessario, ciò non significa nulla più che un fastidio leggero, un’insofferenza celata quel tanto da far dire: non ha il suo solito umore. L’autunno chiude nelle case, le parole si fanno rade e dense di significato, l’orecchio è attento, ma più alla pioggia sul tetto (che ben si fonde con lo scorrere dei pensieri) che alle urgenze, che tali non sono.

Coltivare il proprio hortus conclusus, ammettere poca vista sulle proprie cose piccole e preziose, finalmente colte nella loro perfezione, ascoltare ciò che si vuol sentire. Una sordità così selettiva da essere assenza. Eppure esserci. Anche nel condividere ciò che altri fanno, gli impegni forti delle vite, il senso di alcune passioni che giungono d’altrove (si può leggere l’animo altrui e gioirne, senza innamorarsene un poco?), e tornare alle proprie giornate, al proprio tempo, circoncluso per sé, mentre le mani fanno altro. Impastano farina e uova per un dolce, sistemano carte, scorrono una carezza, svolgono un bacio. L’inverno incipiente aiuta, come un camminare sul confine, e non è forse questa la gioia paurosa che mette il bimbo nel percorrere uno stretto cammino in equilibrio? La tavola sul vuoto percorsa con paura, il piacere dell’essere riusciti, non sarà mai compensato da altri che da sé. Così i piccoli piaceri, che mostra il sorriso accennato, sono la sostanza del rischio di vivere, e la dimensione delle cose che posso scambiare si farà sempre più piccola tanto più aumenta la condivisione. A chi potrò parlare senza vergogna, di questi miei tesori, frammenti di colore, sensazioni così intime da essere pezzi di sentire che soli hanno accesso all’anima? 

tutti son buoni

Tutti son buoni a parlare della poesia della nebbia oppure  a parlar male di politica.

Tutti son buoni pure a capire gli amori che finiscono, se non sono i loro.

Tutti son buoni a indicare una soluzione spiacevole, se non li riguarda.

Vi lascio procedere da soli sulla capacità di starne fuori e di dare una mano alla comprensione, ma qualche volta il guardare e il vivere si saldano, diventano partecipazione, perché accade di rado?

Perché rinunciare ad essere poeti, se serve, incazzati e fattivi, se le cose non van bene (e pure quando van bene), educati ai sentimenti (questo è difficile davvero) quel tanto che dia senso alla sofferenza propria, se capita e la renda apprendimento per capire, per uscirne e non per annegare nel dolore senza sbocchi.

Non credo sia solo nostra responsabilità se ciò non accade. Possibile che il mondo proceda a sussulti e che solo talvolta, tutti escono convinti nella piazza, la speranza comune viene riaccesa, si capisce di essere in tanti simili e sopratutto, la sensazione di solitudine, scompare? Possibile che la normalità sia questa lunga sonnolenza sofferente, dove la sensazione d’essere soli predomina e la dimensione personale diviene l’angusta prigione del futuro?

Certo anche quando sembra che tutto debba cambiare, le storie personali restano, i destini si svolgono con le solite gioie e sofferenze, però è diverso. L’epicità di ciò che sta attorno invade il personale, vi faccio un esempio, ricordate la storia di Lara e del dottor Zivago? fuori dalla rivoluzione sarebbe stata non meno sofferta, ma più banale, meno importante per le stesse vite, in quel contesto, invece, spinte innanzi nella storia collettiva oltreché personale.

Quindi vivere in un contesto grande, usare la comprensione di quanto ci sta attorno e partecipare porta a vivere diversamente le vite. Non importa come, ma il sentirsi parte di qualcosa di più grande ci rende poeti per le nostre storie, induce il bello ad entrare. E il bello, con la sua luce, aiuta a trovare la dimensione di ciò che accade. Di ciò che ci accade.

Un detto cinese, nato in una società immota, augurava ai nemici di vivere in tempi interessanti, di subirne la durezza del cambiamento. Oggi, rovesciando l’augurio, ci si può augurare di vivere, partecipando, ai tempi interessanti, di esserne parte attiva, di mutare con essi in positivo.