dicembre nel vicolo

Nel mio balcone esposto al vento, 

l’acqua ancora non ghiaccia,

e sul tetto la bandiera si gonfia svogliata:

tra il corbezzolo e il mirto,

il suo flap, flap, flap, si riflette incessante nell’aria.

Nel vicolo un cane abbaia sommesso

e raspa tra i melograni spaccati, la poca terra 

che ancora odora di salvia e rosmarino.

Penso alle sue zampe gelate,

all’istinto di fare,

al mio cuore caldo

che guarda e accoglie.

17.35

Come usa la sera di novembre,

è fioca quest’aria di primo freddo,

che non sa dove andare e s’appiccica alle case.

Chiude balconi e persiane, accende le piccole luci nei bar,

esce, s’aggrappa ai passi frettolosi,

spegne le labbra che non han baci,

spalma il freddo sui cappottini rossi da stringere forte,

è sera fredda e lo sa bene,

al più concede sorrisi da scambiare correndo.

Lontano suona un telefono,

con l’antico tintinnio che evoca oggetti d’altra età:

le cose non sono ciò che sembrano,

tutto scorre attorno e anche la luce scivola sui muri

fioca di piccole paure, circonda gli uomini la sera.

Che noia il vivere senza certezza d’amore,

che vuoti scava la parola

quando incerta vibra nell’aria,

e lascia stupiti il silenzio: forse quella parola non s’è mai detta?

C’è sembrato, magari era un pensiero più forte,

un’urgenza, un piccolo richiamo d’attenzione,

di novembre, le voci interiori prendono scuri toni di basso,

sciolgono capelli intrecciati e attendono la notte,

e mentre il primo freddo si fa strada, fioca è la sera,

ma nei rumori frettolosi non c’è udito per sentire.

la cioccolata alle 5

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E’ arrivato il primo freddo, con esso le rade cioccolate delle 5, in onore alle folate di tramontana. Rade perché la ghiottoneria governata ha due limiti: la quantità e la condivisione. Ed è pure un piacere discreto, ovvero quello del centellinare la novità. Ma questa è una cioccolata in solitario, un piacere preparato per sé e come tale deve coincidere con ciò che si desidera, avere il tempo giusto, qualche dolcetto da sbocconcellare, una musica che piaccia, la finestra per guardare fuori, parole da leggere. Stasera sarà una via di mezzo tra una barbagliata e una cioccolata densa. Il caffè senza esagerare, un quinto, la panna pure discreta, altro quinto e il resto cioccolato fondente, almeno 70%, sciolto a bagnomaria con la giusta pazienza.

Prima il cioccolato ben sciolto nel bricco, poi l’aggiunta del caffè. Il tutto caldissimo, mescolato a lungo, e senza zucchero e infine la panna. Sono indeciso se mettere un poco di zucchero di canna, in superficie, per sentirne poi la consistenza sui denti, poi lascio decidere al gusto già eccitato dai biscotti: niente zucchero. I biscotti meritano, sono zaeti e torta al cioccolato a pezzetti, rustici e intensi, da intingere e ascoltare. Le cucchiaiate di cioccolata sorprendono il palato, mai uguali, il gusto muta e soddisfa, importante è la lentezza. Manca la condivisione, peccato, bisogna puntare su di sé. Ma non è anche questa una modalità molto richiesta al vivere, purché transitoria? La sera sui tetti avanza rapida, non c’è nessuna malinconia, solo la sensazione di avere i piedi ben poggiati per terra e di volare senza fretta con i pensieri e il gusto appagato. Attorno qualche parola su cui soffermare il pensiero, la pace circoscritta del momento dedicato a sé. E’ un dono come un massaggio, una corsa senza motivo, un gesto di generosità allegro. Piacere di vivere, null’altro.

la scienza degli addii

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Nel puntuto dolore alla schiena sento l’acqua che scorre, ancora pietosa, sui passanti, ma non per me. Una sera gialla di luci mal regolate, voglia di mettere ordine tra cose e carte sparse, impilare, scartare, fare posto. La vita non è forse, spargere e tenere, lasciare che con dovizia d’accoglienza si faccia strada ciò che importante lo è davvero. L’accumulare, aggiungere esperienze come pennellate distratte, tenere in troppo conto il piacere sino alla soddisfazione negata, confondono su di sé, mi pare impediscano, ad un certo punto, di provare davvero il nuovo. Come tutte le ossessioni. Non fanno forse questo gli psicologi che spingono all’assuefazione fino al suo rifiuto, per far toccare il limite, sondarne l’inconsistenza e poi tornare al vivere finalmente liberi? Dentro, mi dicono che son poco profondo con me, c’è un dialogo di voci. Sono succo di agrumi freschi e passati, possibilità, persone condotte per mano, presenze lasciate ad attendere e poi perdute, addii.

La scienza degli addii è il frusciare dell’acqua sul vetro, sullo scuro che avanza, sulla notte che scioglie le luci. La scienza degli addii è nei capelli pettinati con le dita aperte, nelle carezze trattenute, nei baci fuggiti come lampade di strade lungo i treni.

La scienza degli addii è il groviglio di rotaie luccicanti appena oltre le stazioni, il vetro che accoglie il naso e il fiato che si schiacciano, la bocca che manda i baci prima trattenuti, il silenzio che ingoia l’assenza e rattrappisce prima di alzare lo sguardo. Ora che non c’è pelle grata a ricevere carezze, posar di labbra, caldo improvviso e tempo breve, ora che nei pensieri d’aria si disegnano possibilità sfumate, acuto è l’addio che non ha mani da scambiare. Così sfuma verso l’ultima luce del giorno un rimpianto e resta l’assenza.

E’ allora che si vorrebbe aver imparato la scienza degli addii, l’arte di portare con sé il necessario per lasciare che ogni amore viva.

il pane nasce ieri

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Ieri

Con la giusta lentezza, ho impastato la farina e il lievito madre, l’acqua, il sale, l’olio, un cucchiaino di miele. E ora lievita. Stasera dopo la commissione, lo impasterò nuovamente. Farò le piegature, così si chiamano, e pare sia lì uno dei segreti per un buon pane. Lieviterà tutta la notte e domattina sarà infornato e cotto.

Le cose normali, i piccoli caos dell’esterno che preme con le sue urgenze ed incombenze, riportati nell’ordine che si è scelto per dipanare le difficoltà. Ognuno ha i suoi modi. Quando la pressione cresce, io rallento, mi distraggo e faccio cose molto diverse, direi incongrue, come cucinare, leggere un libro in piedi, scrivere d’altro. E così confino la preoccupazione e l’urgenza in un canto, finché trabocca. Ma io spero non trabocchi. E comunque l’affronterò se accade. Qualsiasi decisione prenderà la commissione che coordino, si altererà un risultato. Difficile essere giustamente distanti, troppe pressioni. Ciò che si fa ha la certezza della buona fede, del perseguire un equilibrio in cui possano stare molti, la maggioranza, e questo sembra già molto. Riportare le cose a prima del loro accadere non è mai possibile. Bisognerebbe che dopo un intoppo, ciò che ha fatto traboccare fosse rimosso e il fiume riprendesse il suo corso. E mentre così penso e mi muovo perché questo accada, mi è chiara la difficoltà di capire quale sarebbe stato il corso naturale delle cose. Però penso anche a tutto il buono che c’è attorno e che noi non vediamo, al fatto che si agisce sulla devianza e invece la gran parte di cose che vengono fatte bene, si ignorano. Bisogna rispettare chi agisce rispettando gli altri, chi ha un fine alto e lo persegue con modestia. Siamo circondati da queste persone e non le vediamo.

E intanto, mentre impasto, la pasta si appiccica alle dita: domani il pane sarà cotto, una decisione verrà presa e il corso delle cose procederà. E’ la calma o l’incoscienza che spinge avanti? A volte vorrei poter fare la mossa del cavallo che punta sull’obbiettivo e poi scarta a lato: siamo troppo intrisi di linearità e interiormente così aggrovigliati che pare difficile fare le giuste scelte. Bisogna aggrapparsi ad un ordine, accettare di sbagliare in buona fede, rallentare per capire.

Oggi

E’ mattina, il profumo del pane si spande per la casa, è così reale da sembrare semplice. Ha avuto bisogno di un poca di attenzione e di movimenti semplici, ma nei pochi ingredienti si è maturato un arcano di complessità che avevano un fine, per questo sembra semplice e invece è buono. Insegna molto il pane.

Ricetta del pane semplice:

800 gr di farina, (io uso tre farine: manitoba 300 gr, integrale 250 gr, farina di grano duro 250 gr. Tutto con macinazione 0 o più grossa ( ne viene un pane rustico, se si vuole qualcosa di più raffinato si sostituisce il grano duro con farina di grano tenero)

250 gr di lievito madre, (il lievito è dono di un’amica che ama la forza della semplicità e ne prende la bellezza)

410 gr d’acqua tiepida,

1 cucchiaino di sale,

1 cucchiaino di malto o miele,

1 cucchiaio d’olio.

Il tutto si impasta a mano, con pazienza e forza – quella che si ha- finché è morbido e appiccica, ma si stacca dalle dita. Si fa una pagnotta, si taglia a croce profondamente e la si lascia a lievitare coperta per almeno 3 ore.

Poi si riprende, si impasta nuovamente, stendendolo con le mani e ripiegandolo come fosse un tovagliolo, così, più volte, con pazienza e pensando ad altro. Infine si possono fare due pani lunghi oppure una pagnotta grande, si ripetono i tagli profondi e si lascia lievitare per una notte (7-8 ore).

A mattina, un ora in forno caldo a 180 gradi. E il miracolo della semplicità si ripete.

a volte ci pare di saper tutto

A volte ci pare di saper tutto, e a sera siamo sicuri che quel posto conosciuto, domani ancora ci sarà.

Ci pare di saper tutto, smarrendoci nella noia che socchiude gli occhi e non vede.

Ci pare di saper tutto nella stanchezza di ciò che non è nostra fatica.

Ci pare di saper tutto vicino a chi non abbiamo scelto.

Ci pare di saper tutto se non guardiamo oltre la miseria che possediamo.

Ci pare di saper tutto e lo sappiamo che la noia che ad un certo punto ci prenderà, e con essa la voglia di andar via,

Ci pare di saper tutto, e come finisce già da prima.

Ci pare di saper tutto perché lo sappiamo che una domanda potrebbe far crollare il nostro mondo, e rivelarci che sappiamo davvero poco. E che quel poco ci è insufficiente a star bene.

Sappiamo che senza un gesto gratuito ci mancherà un sorriso e che se non saremo mai grandi per gli altri, a noi potrebbe non importare.

Sappiamo che sarebbe possibile sapere qualcosa in più, che basterebbe aprire occhi e mente e non dare tutto per scontato.

Lo sappiamo e preferiamo dimenticarlo, è molto più facile la noia del saper tutto.

il passato che torna

L’esercizio di memoria si colloca all’interno di un contrasto che deve permanere. Non ci dev’essere troppa pacificazione. La storia stessa, per essere efficace come maestra di vita, deve emozionare, costringere a collocarsi.  A maggior ragione per le idee che sono ancora presenti nel vissuto delle persone, gli ebrei, la shoà, il comunismo, il capitalismo, la stessa democrazia, sono contenitori, assieme a molti altri, di una continua attualizzazione della storia e portano con i loro riferimenti concreti, effetti, nella vita di tutti i giorni. Così nel nostro ricordo, nel passato che ritorna, la dialettica con il presente speriamo emerga. Noi siamo ciò che siamo ora, ciò che scegliamo di essere, e rielaborare quel passato, portarlo nel quotidiano ci pone davanti alle grandi questioni affrontate, e spesso malamente risolte, che ci hanno permesso di essere come siamo. Non importa che il ricordo sia fedele, importa che il passato sia attuabile, che sia fecondo, che non sia l’accarezzare il gatto. Ne otterremmo, un ronfare che rassicura, ma non è nostro. Riconoscere la propria vita e costruire quella che resta è un processo sereno, ma non pacifico.

molte le oche incaute

Nella piccola aia, molte le oche incaute d’ autunno,

alcune battono le ali,

e sembra l’intento d’un volo,

ma è solo idea di libertà volubile,

nell’accenno subito scordata.

 Dicono la fine dell’estate il giallo della matura soia , 

e l’ultimo granturco, 

la campagna silente ascolta.

Nella terra rotta dalle case,

qualche voce chiama, note da radio in sottofondo, 

una coperta al sole

sbatte piano in distratte onde,

è oltre il campo il rombo

dei motori e strade.

Verso est, 

tutto corre incontro al sole

là dove l’autunno inizia,

a sera i primi fumi, e il freddo,

che ancora non ha nome,

ma riga d’un brivido la pelle

come pensiero che più non si trattiene.  

l’ordine è un’opzione, non una necessità

Rimettere in ordine il portaoggetti dell’auto è una fotografia di come ci si muove nel mondo. Trovo molti biglietti di parcheggio che non saranno più rimborsati. Li guardo meglio e vedo le città in cui sono stati emessi. C’è Chioggia, Mantova, Vicenza, Roma, Venezia, Treviso, Trieste, Milano, Friburgo e naturalmente molta Padova. Alimento molto le casse comunali. Mi sorprende che le date e l’ora mi ricordino qualcosa, l’attesa di un incontro, un lavoro che poi non è andato a buon fine, un pomeriggio di libertà. Tra le ricevute, biglietti da visita. Ricordo  a malapena chi me li ha dati, per gran parte sono stati progetti che abbiamo condiviso fino a un certo punto, poi non so che sia successo. E’ singolare la percezione che gran parte del lavoro sia stato preparatorio, che molto non abbia dispiegato appieno le possibilità. Accomuno queste attese, quelle degli appuntamenti, quelle dei lavori poi perduti, come se attendere fosse una condizione centrale dell’uomo. Eppure ci sono state molte realizzazioni, ma nel mio lavoro, immaginare e iniziare qualcosa non significa per forza finirla. E’ malinconica questa sensazione di incompiutezza, di attesa vana, come se nella divisione del lavoro non ci fosse la possibilità di avere per intero la gestione di qualcosa di nuovo.

Ci sono alcune ricevute e fatture di ristoranti. Qui la cosa è più allegra perché il cibo ha un suo ricordo particolare, fatto di sensazioni, di sapidità. Trovo due paia di occhiali da sole, uno l’ho cercato per mesi, erano assieme alle gomme da masticare che non mastico più, una trousse ago e filo di qualche albergo per riparare emergenze. I pantaloni che si aprono nel sedere sono un classico, per fortuna raro, dell’imbarazzo, perché si pensa che tutti sappiano e tutti cambino opinione su di noi. Emerge uno spazzolino da viaggio nuovo con relativo mini dentifricio. Il dentifricio si è solidificato ed è totalmente inutile, del resto anche lo spazzolino non ha avuto modo di fare il suo mestiere. Sotto c’è un mini colluttorio appena cominciato. Retaggio di qualche eccesso d’aglio e preparazione ad un incontro successivo. Poi trovo un utensile multiuso, due gélee Perugina pietrificate, ancora biglietti da visita, fazzoletti di carta extracomunitari, una serie di appunti e di numeri di telefono senza indicazione del proprietario. Qui mi fermo perché la cosa potrebbe continuare. Butto tutto o quasi e non oso aprire il bauletto. Mi pare che il portaoggetti sia stranamente vuoto, immemore. Ad ogni cambio macchina, semplicemente si trasferisce un contenuto. Questa era la continuità, e invece ora si ricomincia.

attenta al rilucere dei tuoi occhi

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dono e rubo:

attenta al rilucere dei tuoi occhi,

l’ho bevuto per bisogno,

chi mi condannerà?

ma altro ci potrebbe essere

che ti potrei donare.

Ricordi qualcosa che non vuoi perdere ?

Cerca tra i tuoi giochi, quello più caro,

era te,

dove l’avevi nascosto?

Quello era prezioso e mai l’avresti prestato,

avevi ragione, era te,

chissà dove l’avrai messo…

Se vuoi trovarlo ribalta i tuoi pensieri,

cerca nell’attrazione,

in fondo è un po’ lo stesso, 

scoprirai ciò che non trovi.

E non parlarmi di malinconie,

di pomeriggi appiccicosi,

cerca e trova, 

nessuno m’ha insegnato ad assolvermi davvero.

E a te?