ritardi dell’anima

Sei sostanza e pensiero,
desiderio tenuto a bada, l’immaginazione sfrenata.
Sei la negazione educata,
la storia mai iniziata e presto finita.
Sei il non detto a tempo,
l’intuito sbagliato,
il sogno sognato, cercato
non a modo voluto.
Sei tu sconosciuta e mostrata,
indagata, appena rivelata
già scomparsa, sciolta nel ritardo dell’anima
che fa sentire la stupidità d’un sé
in ritardo negato.

te lo manderò domani

Te lo manderò domani, sarà un testo o delle immagini che resteranno lontane, imprecise. Ti chiederai a chi assomiglia quell’uomo. Quelle parole. Sentirai l’accento, l’assonanza, i modi di dire. Poi piano ti chiederai di me, dell’orlo della nebbia, dei buio che cala presto. Ti distrarrai e poi il pensiero tornerà alla stranezza dei ricordi, ai rimasugli di sabbia tra le dita, al sole che ha fatto il suo mestiere, quando lo lasciavamo fare. Le negazioni resteranno nascoste, come i sorrisi: pochi, o molti, meno di quello che poteva essere ed è stato. Ti chiederai distrattamente perché si ricevono parole che sollevano polvere e luce assieme, come quando si cammina in Africa o sulla riva d’un mare con la sabbia come talco, poi qualcosa ti distrarrà in questo tempo che Indugia sul futuro. Ti chiederai se io manderò qualcosa che si possa non leggere, lasciare in disparte per dopo, per quando il tempo avrà esaurito il suo corso per ricordare e parlarne assieme. Dopo. Sarà dopo.

leggere come viene

C’è chi ha una posa poltrona, bracciolo, avambraccio, mano che inforca il libro e chi mette il libro sul tavolo. C’è chi legge steso e s’addormenta con soddisfazione, chi ha bisogno di seguire con il dito l’evolvere della vicenda. C’è chi legge la frase e non capisce. La rilegge e ancora non capisce ma non rinuncia e cerca un senso che non è nel testo ma nella sua testa. C’è chi legge tra le righe, chi ha bisogno di finire e chi vorrebbe non finisse mai. C’è chi legge in treno, in piedi in libreria, in auto mentre attende qualcosa o qualcuno. Leggere è un fatto personale, come si legge è un fatto che modifica ciò che si legge, cambia il testo, il suo effetto, la vita di chi crede di aver capito e in effetti ha compreso ciò che voleva. Leggere non precede lo scrivere, un libro è un magazzino di parole ma ben presto si capisce che la merce non è tutta uguale nelle preferenze dell’autore, che ha i suoi modi di dire, i pensieri (si spera) contorti il giusto tanto da assomigliare a quelli del lettore. Leggere è una attività romantica o rabbiosa, un’amaca dello spirito o una lotta furiosa e in mezzo a queste disposizioni ci sta tutto quello che ciascuno mette in campo per arrivare alla fine.

Del libro accarezzo il dorso, individuo la parola che resterà tatuata nella mente, lo apro a mezzo, poi a un quarto, colgo una frase. E’ disgiunta da qualsiasi contesto, eppure è l’autore, in essa c’è un pezzo della voglia, del pensiero e del momento in cui è stata scritta. Non c’è storia è solo una frase che esprime un pensiero conseguente quel tanto da stare in quella parte di pagina. Se dal libro estraessi a caso 20 frasi, condotte solo dall’aprirsi e dal puntare il dito che ne verrebbe fuori? C’era chi lo faceva con i libri sacri per trovare un senso alla propria vita, comunque iniziava un dialogo interiore che portava fuori qualcosa. E allora, miei signori, credo che le frasi di qualunque libro, con  le parole così messe in fila, con le loro sintassi e stacchi, delineerebbero un qualche discorso profondo, cioè ci sarebbe qualcosa in noi che cercherebbe di rimettere un senso e un ordine e lo troverebbe riempiendo spazi vuoti con pezzi di proprie storie, oppure immaginandole e collegandole tra vero e verosimile, perché il lettore è questo: un assemblatore che indaga nel suo profondo in cerca di corrispondenze e senso. Senso proprio, ma senso.

Tutto ciò è fatica, impresa oziosa e per lettori incalliti che mai s’accontentano e allora lasciamola agli arditi, che oltre a leggere, vogliono lasciarsi travolgere dalla pagina com’essa fosse un dipinto, una foto che muta leggermente nel guardarla, che si lascia scoprire in un riflesso, nel particolare trascurato, come un film che si vede entrando a metà spettacolo, come si faceva un tempo e non era scandaloso, era solo un esercizio utile per l’intelligenza che ricostruiva ciò che non aveva visto e poi lo verificava allo spettacolo successivo.

I lettori a salti sono una specie rara che maltratta lo scrittore, ed è piena di mite arroganza che interpreta, dà pacche sulle spalle di chi non conosce e s’innamora. A volte s’innamora proprio di quell’unica frase letta e da questa nella sua testa ne fa un romanzo. Cosa per raffinati iconoclasti.

 

cuore d’intendimento

Cuore di intendimento, quasi comprensione, paludata sintesi per mettere una conclusione ad un sentire aperto. Un pertugio spalancato come una bocca che cerca parole anziché aria e le sente offese perché inesatte.

Non vengono, viene luce ed evidenza, pulviscolo e acari. S’inghiottisce il pulviscolo? E cercando a ritroso la mente qualcosa ritrova; non è esattamente ciò che accadrà. E’ accaduto, un po’ c’assomiglia a questo presente/presentire/presumere e così anche il capire s’assomiglia, si confonde e scioglie nella luce di un desiderio. Come se ciò ch’è avvenuto bussasse, chiedesse educatamente udienza e poi, poco a poco, diventasse arrogante. Ecco, le parole sbagliate sono arroganti, ma non ciò che si sente ed è incompiuto, no, quello ha una gentilezza che viene dalla propria incapacità. Può chiedere e non essere esaudito e comunque non sarebbe ciò che aveva sognato.

traballanti comprensioni

Chi capisce male forse ha necessità di ulteriori spiegazioni, ma non è sempre vero, più spesso gli basta dare l’impressione che ciò sia avvenuto.

Dipende, non si deve capire tutto, qualcosa si recupera poi, A volte. .

Troppo spesso spiegare è un prevalere sul capire, un’aggiunta comunicativa che si ingarbuglia in esempi. Quasi un giudizio su chi ascolta. Meglio tacere e lasciar correre se a chi non ha compreso non interessa davvero.

Ci sono molti livelli d’importanza e ciò che ciascuno rappresenta ha nella nostra mente un accesso di attenzione. Non si può amare ognuno, ma rispettarne la dignità, questo sì. E lì ci si ferma.

Tra tutte le persone che questi mesi di cattività hanno gratuitamente selezionato, è utile capire chi è rimasto, degli altri basta il ricordo allegro e lieve d’un incontro.

Saremo tutti più moderati? Meno mobili? Più attenti ai particolari? Forse.

Gli interessi si nutrono di molte piccole attenzioni e a volte capire è quasi superfluo, basta sentire. Anzi dagli equivoci, se c’è fiducia reciproca, nasce ilarità posticipata. Oppure ricordi traballanti che attendono più voci per diventare comuni.

Degli amplessi desiderati non resta memoria, ma una sensazione di aver vissuto, questo è solo strano oppure contiene qualcosa di non capito?

appunti

Il luogo dei corpi é il luogo dei confronti reali

Il resto è storia, storie. Quante storie generiamo che non riusciamo a raccontare e che restano dentro sino a trasformarsi in desideri delusi. 

L’esperienza dell’amore
non è la sua conoscenza e non fornisce certezze. La durata dipende da entrambi, ma esistono amori che non siano asimmetrici?  Ovvero ognuno ama qualcosa che non coincide con ciò che è amato. Forse è così che i corpi e i desideri si uniscono.

Supponiamo l’eguaglianza, ma la differenza ci affascina e ci sconcerta perché diversa dalle nostre vite.

Vedere il cervello nudo, i pensieri allo stato puro. L’erotismo è una condizione dell’anima, non del desiderio. O almeno non solo.

Sacerdoti di un rito in cui basta comprare, contare i soldi in tasca e ancora comprare. Con la carta di credito non c’è limite al rito. E’ come un lavacro di consenso, togliere i divieti, saturare le papille acquisitive. Poi il dubbio: sarà bello? È ciò che volevo? L’acquisto successivo cancella il precedente. Vorrebbero che le nostre vite, la loro etica fosse un eterno acquisto immemore. Vorrebbero chi? Individuare i mandanti e verificare se sono dentro di noi.

 

caparbietà felici

Di questo tempo cosa terremo come valore che ci ha mutato e ha reso il tempo successivo differente. Non il confronto con il tempo precedente che si è dileguato dimostrando la sua pochezza nell’abitudine e nella lìbertà che dipendeva solo in parte da noi. Se almeno fosse uno spartiacque, l’apertura verso un’ironia del vivere che rimette in ordine importanza e libertà, dà il giusto peso agli amori, rallenta la corsa verso il baratro delle solitudini mascherate di forza, allora il suo ruolo l’avrebbe avuto. E anche se servisse a riconsiderare che molte delle nostre libertà sono un compromesso felice tra diversi voleri, che ciascuno, nel fare un affare conveniente, lascia qualcosa e prende qualcos’altro, che alla fine quella libertà o si fonde nel piacere oppure si sente parziale, sminuita quel tanto che le ha impedito di essere piena, allora sarebbe fonte di una stagione di amori. Ma così non è è mi torna alla mente una storia che raccontata ora perde lo smalto del vissuto ma negli occhi di chi parlava si vedeva che era stata grande perché di queste libertà amorose parlava e le considerava non parte ma vita stessa. Era ancora possibile parlarsi nei caffè e si abbassava la voce per non essere ascoltati, così fece sorridendo:

Mi chiese se c’ero, erano le 11 di sera, se ero sola e se avevo un letto da prestargli, perché negli amori I letti e i luoghi sono sempre di qualcun altro, ma mai il tempo che in essi si condivide. Quello è di entrambi ed è fatto di un tale groviglio di sensi e sentire che alla fine mancano le parole per raccontarlo a sé e diviene un prezioso essere che appartiene a entrambi. Si spostò sulla sedia e continuò dicendo che era a Bologna, 300 km da me. Disse che mi annusava nell’aria di primavera e nella notte c’ero io sola. 

Ci fu del silenzio. Attesi sorridendo continuasse.

C’ero. Stavo leggendo e faceva già caldo e dalla finestra aperta entrava l’odore della notte, fatto di suoni e profumi. Di pensieri e desideri inespressi. Capirai la mia confusione, nella domanda mi sentii sciogliere e avvampare. Ero felice e impreparata come accade dinanzi a un fiore, a un silenzio che si fonde nel bacio.

Mi guardò negli occhi, che mi sembravano leggermente umidi:: Gli dissi, vieni e da tanto che ti aspetto.

E si capiva che il resto avrebbe voluto essere una successione di momenti felici, di sorprese, di piccole pazzie che avrebbero punteggiato la vita normale. Quella fatta di lavoro, obblighi, appuntamenti graditi e sgraditi. La vita che scorre nello stagno in attesa della fiumana, di ciò che sconvolge e riallinea priorità e dolcezze. Insomma lo stupore che accompagna la felicità e la rende parte di un continuo anche quando non c’è. E per questo vivere diverso serve una caparbietà, quella che adesso dovremmo mostrare nel mutare le cose. Quella che aveva, e immagino, conservi la mia amica, nel costruire un vivere dove l’attesa ha un senso perché è già cambiamento. Ma tra le molte caparbietà che irrobustiscono il cuore e la volontà solo quelle che si sposano con la libertà sono felici. Sono le caparbietà transitorie che ci fanno bene, che trovano la vita che vogliono e non si fermano.  Per questo penso che ciò che si ha, con questa volontà di diverso vivere sia superiore a ciò che vogliamo. Ed è solo un problema di sincronia con noi stessi, l’equazione che riguarda le felicità possibili. 

il sole sotto il portico

Il sole sotto il portico, illuminava colonne scrostate,

segni di gesso e un viva Coppi di un vecchio tour,

anche d’inverno, la porta dell’osteria era sempre aperta, 

e sopra era scritto: agli amici,

come un tempo si diceva. 

Fuori, in attesa, c’era un sacco di patate da 40 chili,

la sera veniva un pugile e lo portava dentro,

poi si beveva assieme,

mentre ai tavoli si cenava e si giocava a carte.

Qualcuno, in fondo alla sala, cantava con la cuoca,

e le voci erano più forti mentre scorrevano le ore e il vino.

Fino alla chiusura nessuno se andava

s’aggiungevano mezzilitri e sedie

fino a notte fonda poi,

nell’aria fresca, si sentiva che l’odore di baccalà

e di spezzatino avrebbe danzato col cappotto e con la notte,

anche a casa, togliendo il pensiero di spiegare troppo.

Appena dopo c’era la casa, la porta di legno coi vetri disegnati,

il corridoio stretto e scuro, la porta, le scale.

Si saliva solo per andare al bagno, 

l’amicizia avveniva lì, in un pianoterra, 

tra un divano e una stanzetta che s’apriva sul giardino minuscolo.

Come le cose che ho scritto nella vita,

e ancor più di quegli anni,

così difficili da raccontare e così asimmetrici:

un fiore nell’asfalto,

ma era vita mia, scelta con la felicità degli errori da pagare dopo

come chi ha ancora tutto da leggere e ancor più da scrivere

di sé e del mondo

così bello prima d’essere capito.

La signora Lolli era una brava cuoca e una grande madre. Con poche cose, in una minuscola cucina, allestiva un pranzo, che poi raccontavo a casa e incuriosiva senza invidia. Noi si mangiava altro. La signora Lolli era gentile e aveva la curiosità di capire chi le stava attorno, ma anche la fermezza di guidare il tempo suo e dell’unico figlio con una libertà e un rispetto raro.

La pensione di vedova, convivere con la famiglia della sorella, le era bastato. I ragazzi erano nati in tempo di guerra, ed era rimasto vivo solo il cognato. Così le sorelle si erano riunite, i legami rafforzati, i ragazzi cresciuti assieme. Un clan in cui ero stato accettato, giovane, forse troppo, ed entrato con la pervicacia che accompagna il fascino di chi è un po’ più grande di te. Ho appreso molto tra quelle mura, solo il mio tempo era sbagliato, come può esserlo per chi lo sfida, ma ne ho un ricordo che ora affiora e riempie le ore in cui dormo poco. Non è l’unico, certo, ma quelle strade, quei discorsi portati innanzi con la spavalderia di un ragazzo che cresceva, il parlare di tutto e tutti, sognare che il mondo fosse a disposizione, ora tornano. E devo ringraziare la sapienza di chi era più grande e assennato per avermi dato passioni nuove e misura del poco ch’ero. Quella strada, quegli amici lasciati quando la rivolta era più adatta a me che a loro, mi sono rimasti dentro, ciascuno col suo posto e anche la loro voce a volte sento. Della signora Lolli m’ è rimasta la dolcezza, ma mi sfugge il tono delle parole e così lo cerco. Forse si nasconde in un altro ricordare, tra i particolari di una parete, un mobile, una poltrona, o forse com’è giusto sia s’è perduto dentro ed è diventato me come ogni altra cosa.

la delusione

Conosci la sensazione del sentirti raggirato, ma anche quella dell’aver riposto speranze e viste possibilità dove esse effettivamente c’erano ma poi si sono consumate nel consueto, nel ciarpame ridipinto che maschera i sogni d’accatto. Si sente da una nota nella voce quando una persona mente, lo si vede dagli atti minuti, dalle difficoltà frapposte, quando qualcosa che dovrebbe raggiungere il suo compimento nel mutare la realtà viene mutato, posposto. La delusione assomiglia a un tradimento minore. In fondo nessuno ha tradito l’altro, ma non ha messo la verità che diceva assieme ai pensieri e ai gesti. Non a caso la politica delude spesso, perché la racconta e poi, con mille scuse, procede per propri interessi. E non a caso dove ci sono sentimenti che legano a un lavoro, a una persona, a un gruppo, se non c’è un processo di verità, subentra il non detto, la presunzione, il sospetto che vi sia altro fino a rendere tutto più guardingo e la prima a morire è la fiducia. È chiaro che se scrivo queste parole così generiche, una molla c’è. Qualcosa non è andato per il verso auspicato e dopo aver tentato più volte che ci fosse un raddrizzarsi della situazione, un ripristinare le premesse e le loro conseguenze, alla fine ho constatato che avevo capito male. Mi ero illuso. E che si fa quando un’illusione investe la vita? Quando si capisce che ogni ulteriore passo e sforzo è inutile? Si prende atto e si inizia un paziente lavoro che deve trasformare un fallimento in insegnamento, un vissuto in spinta per fare altro. La realtà è una severa e amorevole maestra e funziona sempre perché essa indica sia ciò che non va in noi, quello che non aderisce al nostro progetto interiore di vita e alle convinzioni che la rendono davvero unica, ma nel farlo scorre in avanti. Evita che la delusione sia il luogo in cui tutto si ferma e invita a guardare con occhi diversi ciò che abbiamo trascurato. Ci fa l’esame interiore per determinare dove sia quel nuovo che abbiamo tralasciato in noi per riporlo in altri. Ci chiede dove vogliamo andare, mentre ci lascia meditare e riflettere. Senza fretta, verso nuovi modi d’attuazione di quell’assomigliarsi che è connaturato con le vite che si prendono tutte. E si perdonano e sono soddisfatte per un poco, ma non s’accontentano perché sanno che per chi ha deluso esiste certamente un altro che non lo farà.

 

presunzione d’amore

Sembrò, parve, ma non era.

Forse un desiderio s’era fatto strada,

così forte da essere convincimento,

come quando si segue ciò che sembra lieto e facile,

e ricco di soddisfazioni senza costo.

Semplicemente s’esaurisce tutto ciò che eccede il vero,

compie una parabola,

a volte una capriola

e il viso che s’alza poi sorride per l’impresa, o piange,

ma non dura e passa ad altro pensiero

che tenga assieme il ricordo nello sgangherato corpo.

 

https://music.youtube.com/watch?v=0Ri9T6vEC1Q&feature=share