i libri contengono idee e restano

Prendete in mano un libro Adelphi, guardatene la copertina elegante, il colore pastello, la fotografia o il disegno che ne occupa una parte con discrezione. Leggete sul primo risguardo la trama accennata e sull’ultimo alcune notizie sull’autore, entrambe sobrie e senza enfasi particolare. Guardate il carattere, forse meno elegante di quello che per molto tempo ha caratterizzato Einaudi, ma bello e nitido. Infine guardate la quarta di copertina e troverete una pagina senza parole: non ci sono recensioni entusiaste per invogliare ad acquistare il libro.

Quando Einaudi passò sotto Mondadori a chi aveva amato gli autori, l’offerta di catalogo, le scelte tipografiche di quell’editore, sembrò che finisse un mondo che aveva dato sostanza al piacere di leggere. Per questo non pochi esplorarono altri editori che sembravano avere analogie. Due in particolare attiravano l’attenzione: Adelphi e Bruno Mondadori. E’ rimasta l’Adelphi e leggere che Roberto Calasso ne ha acquistato la maggioranza impedendo che finisse nella concentrazione Mondadori-Rizzoli, mi ha dato un piacere importante. I libri di Calasso, quelli che scrive e quelli che edita, sono densi, pieni di un mondo che oggi fatica a manifestare la sua originalità e importanza, ma non sono mai pretesti. Dice l’editore-autore, che su 2500 libri editati ne sono disponibili 2300, già questo parla positivamente delle scelte, della loro importanza, ma sopratutto non confonde qualità con quantità.

Sono belli e importanti i volumi di Adelphi, e se ci si misura con loro, col piacere della lettura e del ragionare, lasciano il segno. Credo che per me nessun e book potrà avere la stessa somma di reazioni visive, tattili, di contenuto che ottengo da un buon libro, perché il testo, e il suo parlarci, è parte di un piacere che è intriso di forma, inchiostro e carta. Per questo mi sento di ringraziare un editore che confida sul proprio ingegno, sulla capacità di essere grande senza eccedere nel numero, che conta sul contenuto, sulla scelta, sul fatto che esistono molti dinosauri come me, che rifiutano le massificazioni, le critiche entusiaste della quarta di copertina, e l’ultima novità dell’elettronica digitale. E per fortuna non è l’unico.

2001

Quello precedente era il 2 millesimo post su wordpress. Non è stato difficile scriverli, è stato lungo. A volte faticoso. Mi sono accorto, ma io sono un po’ lento, che da tempo il linguaggio vorrebbe essere più fluido. Liquido, come direbbe Bauman, in sintonia con me stesso e con il mondo. Se penso allo scarnificare le parole praticato prima, oppure al loro rigonfiarle d’aggettivi ventosi poi, o ancora al suono cercato assieme al ritmo, posso dire che un po’ di sperimentazione l’ho fatta. Ma nello scrivere pubblico ognuno sperimenta sé stesso, cerca qualcosa in più, foss’ anche l’apparire ortografico e lessicale, più curato di quello che solitamente offre al proprio silenzioso scrivere. O anche solo il rileggersi e correggere, cosa che magari spesso non si fa. Anche fossero queste lezioni a sé nell’apparire, ci sarebbe un educarsi. Quindi questa è una scuola che riguarda chi scrive e la sua cercata verità; e che, indipendentemente dagli obbiettivi, dai risultati, dalla soddisfazione che ne trae, è qualcosa in più rispetto al non provare, al non dire per timidezza, al limitarsi perché qualcuno un giorno, secondo parametri oscuri, decise che lui, proprio lui, non era portato, non scriveva bene. Se la realtà è una dura maestra, la memoria, lo sguardo, la fantasia, il dubbio, non sono da meno. Non c’è nulla da mostrare, ma molto da vedere, e in questo mostrarsi ci si mette in gioco. Così per il 2 millesimo post, m’ è venuta l’idea di fluidificare la lingua, di cominciare ad inventarne una di personale da usare talvolta per me. Uno scrivere privato per capire dove s’inceppano le parole e dove il suono diventa significato. Il gramelot esiste da sempre, non solo in teatro, è un linguaggio da bambini oppure da kabbalisti esoterici. Però entrambi credono nella magia delle parole e amano il mistero e quindi s’assomigliano. Bisogna essere un po’ apprendisti e credere nella magia per pensare che le parole abbiano la vita che ciascuno gli dà.

Come me, per l’appunto.

miles

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Noi così pieni d’amore e di disperazioni, di baratri nelle coscienze, di icone e santi laici.

Noi così pieni di sentimenti fatti di silenzi, di forza e di fragilità, di battaglie perdute e di speranze.

Noi così pieni di senso del limite, di rivoluzionarie gentilezze, di stanchezze immani, di parole piene d’ amore.

Noi così pieni di sogni e di certezze, di dubbi e di voglia di capire.

Noi che quando vinciamo ci chiediamo come sta chi perde.

Noi che ogni volta che cadiamo diciamo come da piccoli: fatto niente e riprendiamo a correre.

Noi che contiamo le cicatrici e guardandole ci sembran belle perché, ogni volta, gli occhi e il cuore si sono riempiti di sangue, lacrime e sorrisi.

pretese

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Ho comprato prima uno, poi decine, poi centinaia, poi migliaia di libri. Milioni di parole scritte, di pensieri avvenuti o immaginati, di storie narrate. Spesso mi piacevano, le avevo scelte, eppure non volevo assomigliare a nessuna di quelle storie. Volevo essere differente, ma riconoscere qualcosa di me in tutte. Ansia d’umano? Anche, e mi sono circondato di storie, le mie e quelle che ho sentito raccontare, di libri che non riuscivo a leggere, perché erano sì interessanti, ma troppi. Però sapevo che avevo comprato l’immortalità. Lo sapevo ad ogni libro finito, nel piacere di iniziarne uno nuovo. Un piacere intenso pari a quello che avrei avuto nel terminarlo. E mi godevo quel momento intermedio in cui potevo scegliere la prossima storia, il fascino di un altro pensiero. Cosa avrei ritenuto di quel libro: la differenza, l’assonanza, la somiglianza, il ripudio? Quanto di me avrei trovato e quanto di me ancora ignoto avrei scoperto? Di un libro restano poche frasi tra centinaia, alcune folgoranti di sintonia, altre strane od opposte a noi, molte inutili, ridondanti semplicemente scorrono. Una lettura partecipata è un bilancio tra interesse e noia. Lo sanno gli scrittori. E i lettori. Ma ciò che fa di un libro qualcosa che eccede il mezzo è il rapporto tra chi scrive e chi legge. E chi legge è il dominus, è lui che si riconosce. Questo mi dicevo guardando le file di libri sulle pareti di casa. Pensavo che nella perenne ricerca di qualcosa che dovrebbe completarci c’è la stessa immortalità del ritrovarsi in qualcosa d’altri. E questo piacere dell’incontro altrove lo potevo ripetere fin che volevo. Ed ero contento.

abilità

Mi avevano insegnato a far la punta alle matite. Nel libro di disegno c’erano illustrazioni che mostravano il legno scolpito e punte esagonali bellissime. Non si poteva usare il temperino, e neppure il coltellino (forse temevano ci ammazzassimo a vicenda negli intervalli), bisognava adoperare un attrezzo strano, antenato del cutter, che conteneva una lametta da barba. E imparare a controllare la presa e la forza del braccio per avere un risultato era una disciplina zen che ci avrebbe insegnato anche a fare linee sottili oppure grosse con le stesse matite. Ma questo non lo sapevamo e nessuno lo spiegava. E anche se l’avessero spiegato sarebbe stato lo stesso. Così si consumavano le matite, nel profumo del legno di cedro e nel truciolo di grafite che c’ imbrattava le dita, i fogli bianchi A4, squadrati con attenzione, il banco e non di rado maglioni e camicie. Con successivo e insufficiente gran uso di gomme. Quelli bravi erano i puliti, gli ordinati, gli appuntiti. Ci voleva talento e io non ne avevo, eppure di quel fare ho nostalgia e se prendo una matita per farle la punta come un tempo, tralasciando i temperamatite evoluti che posseggo, lo faccio per mio conto, come fosse un piacere  segreto. Non c’è un fine particolare, né un’utilità, è solo la verifica di un ricordo d’abilità che nessuna macchina riesce a dare. E in un sorriso altrettanto segreto finisce tutto.

Mantegna agli Eremitani

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La porta d’ingresso laterale era una staccionata da cantiere, fatta d’assi sconnesse e legata col fil di ferro. Appena dentro il buio, forte e poi penombra, il fresco d’estate e il freddo umido d’inverno. E un immenso cantiere che andava in verticale dal pavimento, già a rettangoli di marmo rosso e bianco, al soffitto, ricostruito nel legno della carena di nave rovesciata; poi, in senso longitudinale, per più di cento metri, si andava fino a quell’abside rabberciato, quell’altar maggiore sbeccato dalle bombe, quelle pareti di cappelle che erano state una chiesa colpita, offesa, polverizzata, che ora ritornava pian piano ad essere edificio, memoria, vita. La guerra era finita da dieci anni e quella ferita rimaneva. Anche in noi ragazzini che pure la guerra non l’avevamo vista ed ora correvamo scivolando su quei pavimenti lisci, facevamo battaglie con pigne tra le staccionate, ci arrampicavamo sui ponteggi inseguiti dai carpentieri. Era accaduto l’irreparabile, ma noi eravamo vivi, spensierati, pieni di voglie piccole e immediate, giochi, dolciumi, corse, stanchezze felici.

Cosa può interessare del ricordo personale a chi non l’ha vissuto ed oggi vede una porta grande, in noce di una chiesa apparentemente, ben conservata? Poco o nulla, ma facciamo un esperimento e provate a seguirmi nella grande chiesa che allora non era più tale, alla fine degli anni ’50. La chiesa degli Eremitani, era stata bombardata per stupidità e incompetenza dagli alleati, l’11 maggio del 1944. Dovevano colpire un edificio vicino, il distretto militare, centrarono una delle più belle chiese di Padova, e un caposaldo dell’arte distruggendo il ciclo di affreschi del Mantegna giovane che aveva cambiato il pittore prima della pittura. Quella cappella Ovetari era stata contrastata sin dall’inizio, piena di lotte tra giovani e anziani artisti, gloria di una famiglia e altempo stesso di una Padova che voleva rivaleggiare con Venezia. Mantegna veniva da un paesino del contado, Isola di Carturo, ma era un caratterino non da poco. E per fortuna è stato così, altrimenti mica ci sarebbe stata la rivoluzione che cambiò modo di intendere la rappresentazione del vero. Da altre parti erano ancora alle prese con i fondi oro, con le quantità di lapislazzuli da mettere in un affresco con manti e abiti da rendere munifici e salvifici. Lui, il riottoso allievo, ha molto altro da dire e si dovrebbe parlare dei suoi rapporti burrascosi con Squarcione, Vivarini, Niccolò Pizzolo, Bono da Ferrara, Ansuino da Forlì e con i Bellini per via di matrimonio, ma sono notizie che potrete trovare ovunque. Eppoi a 8 anni mica le sapevo quelle cose, e neppure di Mantegna sapevo. Giocavo in quella bellezza infranta, con una frotta di ragazzini, inseguito dalle imprecazioni degli operai che disturbavamo. Ogni tanto eravamo richiamati dal Parroco, che era troppo buono per non capire che in quelle corse non c’era nulla di male e credo pensasse, c’era meglio tenerci vicino al campanile, piuttosto che altrove. La chiesa man mano veniva ricostruita, noi correvamo e gridavamo e a volte se ne parlava in casa. Il giorno del bombardamento, molti padovani erano andati a vedere il disastro. De Poli, Zancanaro constatarono piangendo la rovina, sparsero la commozione, anche i miei ne parlavano. Poi, constatati i recuperi nelle casse di “ruinassi” (il dialetto in queste cose è impietoso ed icastico, rovine, ecco quel che erano), forse qualche pezzo di figura o testina di affresco finì altrove. Chissà che riemerga col tempo, le cose nell’arte se non vengono distrutte, ricompaiono. Comunque il danno era stato immane e irreparabile. C’è stato un tentativo eroico di rimettere assieme i pezzi, ciò che si vede sono lacerti ed è giusto sia così, il miracolo non ce lo meritavamo. Tutti, perché ciò che si è perduto definitivamente è emblema della stupidità e non c’è giustificazione. Chi mise un distretto militare tra cappella degli Scrovegni ed Eremitani era stupido e altrettanto stupido fu chi fece l’incursione e sapeva. Se non ci fosse stata la stupidità quel luogo magico in cui si erano scontrate due visioni dell’arte ci sarebbe ancora. E forse anche la storia di noi ragazzini sarebbe stata diversa. Qualche sera fa Edoardo Boncinelli, presentava il suo ultimo libro sulla fisica e su “le leggi di Dio” nella immensa sala del Palazzo della Ragione, e così ha iniziato: sono stato a tenere conferenze in molte parti del mondo, ma in un luogo così bello non mi è mai capitato di farlo. E tutti, assieme a lui, abbiamo guardato le pareti affrescate, il soffitto a carena di nave rovesciata, e magari abbiamo pensato che quel luogo era stato ancora più bello con gli affreschi di Giotto e il soffitto di fra Giovanni Eremitano perduti nel ‘500. Ma eravamo consci della bellezza concessaci e della fortuna di esserci.

Essere cresciuti in luoghi che oscuramente riportavano al bello, che parlavano di cose che non conoscevamo, mi piace pensare che sia servito per essere un po’ più attenti, che ci abbia spinto appena un poco sulla curiosità del conoscere. E se ora ho una diversa, e più pesante, ignoranza da allora, ho anche la consapevolezza di un Paese che, ben oltre quello che si dice negli slogan e nelle stupidità che riguardano la cultura e i monumenti, ha dentro di sé la possibilità di essere migliore. Di giocare e di essere felice, ma anche di fermarsi di fronte a quello che sente superiore a sé, goderne immeritatamente e poi restituirne il senso in rispetto, tutela, crescita e nuova felicità. La bellezza non fa PIL, ma dà una cosa che nessuna ricchezza è in grado di dare, ci rende migliori.

“For the great desire I had to see | fair Padua, nursery of arts, I am arrived… | and am to Padua come, as he that leaves | a shallow plash to plunge in the deep, and | with satiety seeks to quench his thirst. “

Per il grande desiderio che avevo di vedere | la bella Padova, culla delle arti sono arrivato… | ed a Padova sono venuto, come chi lascia | uno stagno per tuffarsi nel mare, ed | a sazietà cerca di placare la sua sete.

 

(William Shakespeare: la bisbetica domata . Atto 1, Scena 1)

librandosi

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Libri, libri ovunque, lo spazio che voleva diventare una libreria sterminata, ecco cosa immaginava. Gli interessavano i libri e ciò che contenevano: intelligenze, idee, persone con la loro memoria e soprattutto la loro fantasia e razionalità. Gli interessava poter leggere e capire. E apprendere, anche se non avrebbe mai potuto leggere tutto quello che accumulava. No, non era un bibliofilo, anche se gli piacevano i bei libri, i caratteri eleganti, la carta, le librerie di legno pieno, quello che lo sollecitava erano i contenuti. Bastava una frase, un giro di parole, che per lui erano come un giro armonico, e si scatenavano pensieri paralleli, connessioni, nuovi ragionamenti. Sostanzialmente era curioso, e onnivoro, non c’era un ambito, una specializzazione perseguita, era la sua testa che si specchiava, e costruiva, attraverso quello che apprendeva, ma sopratutto era ciò che desiderava sapere che lo rappresentava. Per questo comprava i libri che lo attraevano, bastava una pagina, una trama, una suggestione particolare e li prendeva. E siccome con l’accumularsi di libri, la sensazione di ignoranza cresceva, gli pareva che anche sapendo a malapena leggere (leggere è un verbo che esprime non una capacità meccanica di dare un senso a dei segni, ma il capire cosa essi sottendono), sarebbe stato lo stesso. Tutti quei libri, e quel leggere, non l’avrebbero reso più saggio, sapiente e tanto meno intelligente, avrebbero continuato ad alimentare la fornace della curiosità, mettendo assieme cose disparate dove il senso, per lui chiaro, avrebbe dovuto essere a lungo spiegato se fosse interessato a qualcuno, ma questo non lo pensava. In pratica, attraverso i libri e la loro presenza, perseguiva una sanità personale, qualcosa che altri avrebbe definito una mania o una risposta non razionale a una carenza, invece per lui era la costruzione di un’immagine visibile e tangibile del suo possibile e dei suoi limiti. Non gli interessava una cultura smisurata, gli interessava capire profondamente che gli altri pensavano e che il loro pensiero, comunicato, trasfigurato e mutato nel suo, lo costruiva. Rendeva tangibile il fatto che esisteva, e che a sua volta sviluppava pensiero originale perché suo. Insomma tutti quei libri attorno erano la prova che lui esisteva per davvero e ciò lo rassicurava perché era un pezzetto di tutto quello che c’era e sarebbe potuto essere. Era la sua immagine che riconosceva, e non era statica, ma diventava come la sviluppava e la metteva assieme. Insomma alla fine quella rielaborazione di pensieri, suoi e altrui, era lui. Per questo i libri erano il suo riconoscersi, molto più delle persone che incontrava, e che pure suscitavano la sua curiosità, ma i libri erano impudichi al confronto, entravano nella mente, si mostravano nudi anche quando fingevano o raccontavano falsità, mentre le persone alle quali si poteva davvero attingere al cuore e riconoscersi, erano poche e non di rado, era arduo il loro lasciarsi indagare, andare, toccare dentro. Considerava tutti quei libri una nevrosi positiva, la sua strada per giungere a sé. E questo gli dava una grande rassicurazione: sapeva dove andare per trovarsi.

uno stile calligrafico

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Il pendolo risuona nel bagagliaio con quegli armonici dolci d’acciaio che vibra. Non a caso si chiama acciaio armonico, penso. Perdersi per un momento nei particolari porta a un dialogo che guarda dentro. Cosa si sente in quel pezzo di realtà che non è più tale proprio perché è un pezzo di noi? I particolari, nell’osservare, nell’estrarli dall’insieme, hanno un linguaggio molto diretto, sensuale. Sono grana, asperità, morbidezza, densità, colore intenso che resta o che sfuma. E tutto trova rimandi, simmetrie, in noi. Così nello scrivere, o nel fotografare, o nel dipingere, si porta all’esterno qualcosa che ci appartiene profondamente. E lo si guarda, spesso insoddisfatti perché approssima, ma non siamo noi stessi una approssimazione di ciò che potremmo?

Di che colore è la mia anima? Di quale consistenza? Uniforme o ambigua di più nature? E di questo impalpabile, che pure c’è, emerge un colore e una sensazione tattile che la riconosce e l’approssima. Il pendolo tintinna sui dossi, il suo rumore che evoca ciò che farà appeso, suonerà le ore e i quarti ingentilendo il tempo che scorre. Quel tempo.

La stilografica traccia segni, comprensibili e netti. Sono parole che rimandano ad altro, che spiegano sempre in parte, ma il segno ha una sua vita, distinta dai significati di ciò che si legge. Per questo mi piace leggere e scrivere a mano? Grossezza del tratto, asole che si gonfiano e si stringono, t non tagliate, allineamenti e altezze regolari. Dimensioni. Né troppo, né troppo poco. Mi piace scrivere, penso, e di più sui fogli bianchi perché le lettere si succedono orizzontali. Perché rappresentano il mio ordine e mi rassicurano. Corrispondenze tra dentro e fuori. Non è questione di forma, ma di altro dialogo e questo modo di usare i sensi diventa stile, penso, modalità di vita. Nella ricerca di chi si è, il particolare notato è specchio in cui riconoscersi. La fatica senza fretta è dare significato a ciò che colpisce. Non spiegarlo ad altri, ma a me. Ci sono analogie con il sogno in queste corrispondenze, come se esso continuasse nei simboli attraverso il giorno. O viceversa il giorno continuasse nei simboli, nella notte. Perché mi piacciono gli orologi meccanici, penso? Le ruote dentate che si muovono regolari, scorrono come il tempo che misurano arbitrariamente. Guardandole sono pezzi di metallo, precisi, belli a loro modo, insieme agli altri diventano segni, corrispondenze. Perché mi piacciono gli inchiostri, i pennini, i colori? Eppure non sono un buon disegnatore, penso. Quale mancanza sto colmando con le mie passioncelle? Se indago benevolmente, trovo nei piaceri, nei particolari che mi attraggono, cose che si svolgono con lentezza. Che sbocciano. Vita che cresce, che colgo nei particolari. Prima era occultata, poi si palesa. E’ specchio che mi mostra. Cosa? E’ il limite? Non direi, c’è talmente tanto da vedere, sentire, toccare, annusare che mi riporta a me che non c’è limite, penso.

Alla fine, lietamente capisco che non mi conosco, ciò che scopro mi affascina e questo non mi chiude, ma cerca corrispondenze continue con l’esterno. Che esterno e interno si parlano, diventano sé. Ciò m’induce a cercare negli altri ciò che m’assomiglia, penso. Che sia questo una parte del bisogno d’amore ? So che entrambi non si esauriscono, la ricerca e il bisogno, e in questo non finire, non finisco.

i grandi davvero

La grandezza di una persona si vede dalla sua consapevolezza del limite. Gli altri non si accorgeranno di questa fatica del superarsi, vedendo il risultato, presi dalla meraviglia, dal nuovo e l’ inaudito e parleranno con le parole dell’agiografia, del tutto eccellente, ma non è stato sempre così e la grandezza è passata attraverso errori, scontentezza di sé, instancabile rifarsi. Ciò che è grande si ripete, ma non è mai eguale ed esso stesso addita chi lo affianca nella grandezza, chi lo seguirà. Sono i nani che strepitano per farsi notare, chi è grande può frequentare il silenzio. A chi ha la fortuna di vivere quando ci sono grandi uomini, dovrebbe essere dato discernimento, giusta distanza, compartecipazione nel comprendere ciò che accade. Perché non è facile partecipare della grandezza, esserne mutati, sentire che essa ci parla oltre le opere e spinge anche noi a superarci. 

la ripetitività dei numeri primi

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Chi l’ha poi detto che il criterio cronologico permette di capire tutto? Ovvero come si sono svolte le cose. Avevo un collega e amico che ogni volta che gli chiedevo notizie sul suo magazzino, di cui era il capo, cominciava un lungo discorso che partiva dalla recinzione. Una volta gli dissi che avevo poco tempo, 5 minuti,  e dovevo conoscere il carico di uno scaffale, cominciò : quand’ero piccolo e mia nonna… Doveva per forza partire da lontano, ci abbiamo scherzato per anni, ma a me non interessava come si estraeva il ferro che era servito a fare lo scaffale, mi interessava ciò che ci stava sopra. 

Però mi piace la storia. Così ogni volta che inizia una nuova enciclopedia storica, con trepidazione compro il primo volume. Sfoglio le pagine, mi immergo nella lettura, confronto, mi faccio domande, poi constato che è una riedizione, rimaneggiata, di qualcosa che è già uscito e concludo che non c’è così tanta novità per aumentare il peso complessivo delle librerie di casa. Adesso anche National Geographic riedita ? (mi pare di averla già vista) una sua enciclopedia storica e parte dall’Egitto e i faraoni. 

Non se ne può più, dell’Egitto e dei faraoni, ma perché magari solo per confondere le idee, cari esperti di marketing, non partite dalla riforma protestante, dall’impero Ittita, dalle crociate, dall’impero Turco, dalla storia della Cina, che per averne una di decente bisogna spendere un patrimonio con Einaudi.

Partite dal novecento e risalite, così capiamo quante cazzate si sono ripetute nei secoli. Indagate sull’assedio de la Rochelle  e perché gli olandesi protestanti affittavano navi ai cattolici francesi contro i protestanti ugonotti. Fate confusione e parlatemi della battaglia della Marna, e di quello che successe sul fronte russo che così capisco perché abbiamo quasi vinto una guerra ma non ci hanno riconosciuto che era vero.

Insomma parlateci d’altro che ormai di Ramses terzo sappiamo molto, uscite, dai luoghi comuni, estraete il midollo, lo facevano anche gli egiziani, date aria, non alle mummie ma al resto della storia dell’umanità che attende di essere messa in prima fila. E se proprio vi piace l’Egitto e i faraoni, tirate fuori qualcosa dalla sabbia e dalle decine di dinastie, che poi vengono ridotte a dieci nomi, fateci viaggiare nel tempo per davvero.

E per farlo, imparate dalla rete, parlateci di molto, ma senza criteri cronologici (?), che le vite non ci bastano per leggere ogni volta dall’inizio. Diteci dei vostri dubbi fondati, non spacciate per scienza il collage, il predigerito, stupiteci, fate confusione, appassionateci che le pareti ormai sono coperte di primi volumi.

Non fateci abbandonare la storia, guidateci nel dubbio, fateci capire quanto siamo ignoranti, che anche se lo sapessimo non ci gioverebbe per allargare la mente senza una grande curiosità.

Ecco, incuriositeci, e non vuotate i fondi di magazzino riempiendo a caro prezzo le nostre case. Mi ricordo ancora una serie di cd, con tanto di pubblicità dell’editore, su Glenn Gould, ad un prezzo esattamente il doppio di quello a cui li vendeva Feltrinelli. Poi si dice che la cultura non dà da mangiare, certo che lo fa, ma non a chi la frequenta, piuttosto a chi la usa.

Insomma cercate di essere nuovi e adeguati ed evitate la noia. La noia uccide tutto, anche voi.