Quando, nella notte, il sonno si ritrae, diviene fatica il sogno, l’oscurità prende la ragione, allora è forte il desiderio del giorno, unica salvezza per discernere, risposta se vi sia tempo alla vita. Forte è il peso del reale, e non è neppure la verità ma chiede alle dita della bellezza se ancora potranno scorrere, meditando pensose, sugli uomini. Se l’un l’altro potranno unire l’unità che trabocca dal bisogno.
Sappiamo troppo del mondo, ed è solo l’apparenza, per sentirne il dolore vero, la tenebra che avvolge le coscienze, bisogna ascoltare e parole terribili vengono pronunciate: ricada su di noi il sangue, ma siano sterminati. Baratri d’odio vengono aperti nella luce, odio che s’accumula ovunque, odio che rende i corpi, le menti, spazzatura d’umanita, negli sterpi gettata. Odio che toglie luce, che nega la tragedia, odio che vorrebbe essere ragione, odio che corrode, che giustifica ogni crimine, odio che uccide l’ amore che redime.
Sappiamo troppo per non provare e capire che questo non finisce che ci riguarda perché ci muta, perché lacera prima le parole e poi il silenzio. Connivenza, disumana indifferenza. Saremo travolti dall’odio senza un risveglio di pietà, senza un accendere la luce, per guardarsi attorno, vedendo gli affetti che respirano che sono con noi nei sogni. Non basta rinviare al giorno, esso porta tempo e luce e quanti di energia da spendere, per fermare l’abisso, ma vuole che ci sia argine al vuoto, che l’odio si fermi e venga sconfitto, per conservare la capacità di ridere, per amare e fare e disperdere, ma vivere, vivere e far vivere, amare e insieme vivere.
L’aereo, nella notte, sorvola la penisola arabica. Sotto i deserti, le sabbie fino al mare e poi l’acqua, anch’essa nera. Notte nella notte, nero nel nero, sopra c’è un’immensità di stelle, sotto la dimensione spaurita dell’uomo che cerca il sonno per ritrovare al mattino la luce. Dopo il Cairo e prima di Abu Dhabi c’è solo il buio. E di nuovo buio sino a Sana’a. Le imperscrutabili ragioni economiche della compagnia aerea tagliano due volte il deserto e il buio che avvolge tutto. Nella sosta forzata all’aeroporto, restare a bordo sarebbe il massimo del confort, ma si deve scendere. C’è un’espressione che mi torna in mente: gli occhi feriti dalla luce, ed è così. Il buio era primordiale, ma dolce e ovattato, induceva la vista di cose senza distanza o il sonno, rispettava la stanchezza. Fuori la luce artificiale, violenta lo sguardo. Lancia sui viaggiatori la plastica dei duty free, degli arredi pieni di arabismi fatti in Cina, ferisce l’occhio e la necessità di quiete. Tornare a bordo, dopo aver capito il proprio nome detto da un altoparlante pieno di consonanti, è una conquista e una liberazione. Poi ancora buio. Ore di volo nella cabina con le sole luci di sicurezza e fuori un tessuto di nero. Anche la costa è buia. Il mare sottostante è incessante di moto, ma non si vede e dei pirati non si parla più. Chi si muove nel buio sa cosa deve fare, ha almeno due sensi in più, il primo è la capacità di coordinare ciò che i cinque sensi avvertono, il secondo è leggere il buio come spazio, dargli misura per potersi muovere. Chissà cosa vede e sente un animale notturno. Noi, figli della luce, abbiamo abusato della nostra madre, scordandoci che la notte era anch’essa madre di vita e non solo di riposo e così per noi il buio non ha misura e ciò che non ha limite impaurisce. Il buio sotto l’aereo dice che qualcosa è accaduto sulla costa, che lo Stato che sorvoliamo ha deciso cose che riguardavano le luci e quindi gli uomini. Mi raccontavano che Massaua era una sorta di territorio libero, ricco di divertimenti poco compatibili con un regime di povertà diffusa, poi c’è stato il taglio netto. Via i giovani, via le attività, via tutto ciò che può nuocere ad una dittatura. Anche il divertimento e il turismo nuoce se fa parlare troppo liberamente. Il nero della pianura continua verso l’altopiano, si intravvedono luci troppo piccole per dire che c’è vita. Potrebbe essere un fuoco di pastori, un camion nella notte, l’aereo è sceso molto. Poi l’annuncio: siamo su Asmara. L’aereo si abbassa ancora. Dopo le luci sguaiate di Abu Dhabi, quello che ora si vede è piccolissima cosa, sembra una strada di paese quella che riordina la notte, luci di lampione rade, si intuiscono le case, ma non ci sono palazzi alti, mancano le luci rosse di segnalazione. Eppure è una capitale. Scoprirò poi che quella dimensione di case che si estendono senza alterare le dimensioni, induce una quiete, come ci fosse una presa del territorio da parte dell’uomo, ma senza fretta. Intanto è notte fonda, l’aeroporto è illuminato di luci giallo brune, ma sembrano lampade notturne che non devono disturbare il sonno, e fuori, dopo il piazzale dei taxi improbabili, dilaga nuovamente il buio. Nelle notti seguenti ho spesso alzato gli occhi e li ho immersi in uno strepito di stelle. La Rift valley non è distante, e ho pensato: ecco ciò che vedevano gli uomini che ancora non sapevano d’essere tali.
Dell’Eritrea manco da troppo tempo, come dall’Africa.
non si racconta il ritmo della notte, mentre s’inceppa nel respiro scivolato dalle bocche,
non lo narrano le mani e il loro tatto nell’indifferenza inutile d’aprirsi,
non si legge negli occhi che l’anima socchiude in fessure di profondo rettile.
E cosa cercherebbe il nostro sauro mentre la coda interroga l’impalpabile terreno: qui ci sono lenzuola che s’aggrovigliano e non sabbia di pulsioni.
A chi dovrebbe chiedere ragione l’interiore sguardo, se non alla paura, l’unico legante che supera le specie, e s’accomuna nel buio, smisurata e fluida, nell’imbibire ossa di sicurezze chiare
Fuori, si sente il buio, penetra foglie, pali e fondamenta, la luce incauta vi aveva costruito il bello, il quieto, l’equilibrio indefinito che rassicurava e che si scomponeva nell’andare.
Ed era ben presente ad ogni passo, ad ogni sosta, si ritrovava sicuro nella luce di sé, di noi, ma non ora.
Nel buio, non c’è ritmo dell’andare e l’agro dell’insicurezza scioglie il tartaro d’ogni fondamento, toglie lo scandire dei segmenti, li trasforma in cerchi di gesso, vuoti delle parole che si rincorrono eguali.
E non chiede permesso il timore, educa senz’essere gentile, insegna la somma precarietà di ciò che a noi assomiglia ricordando l’impalpabile non essere della solitudine.
E a te, che come un bimbo non sai il risveglio, che temi la continuità dell’amore.
A te che devi allungare una mano per sentirti esistere, che scrolli il buio che ti svuota, e non balli, non scandisci i giorni, e ti disperi senza le parole esatte dell’alleviare, dico che non c’è un ritmo nel buio, non c’è una canzone che non sia l’eco dell’andar via, l’abbandono del cercare, il caso ilare del trovare.
A te resta il corpo, che si consegna ai piccoli lampi di stanchezza, la misericordia degli occhi che ora chiudono esausti a chiamare tregua e donarti lo sconcluso sonno
C’è differenza tra vivere e lasciarsi vivere. Lo dici mentre cerchiamo un luogo dove fermarci per uscire dal rumore e dal freddo. La città di mattina si muove a fiotti, come le tue parole, che spiegano, si gonfiano finché parli e sembrano scavare a ondate, con furia che si ferma indecisa e poi riparte. Infatti esiti a volte, usi quelle forme che servono a prendere fiato, i come dire. Mi pare che tu stia cercando più a fondo. Così, mi pare, frasi dubitative… Mi pare.
Si parla e si riflette sul vivere. E si cammina. Sul serio e metaforicamente, dico, che è vero che le nostre vite non sono solo storie. Dopo le leggiamo così. E a volte anche finché sono in corso, quando si deve occultare qualcosa. Relativizzare. Mai nello stesso momento in cui, con precisione millimetrica, ciò che sentiamo accade. Talvolta si immaginano le evoluzioni delle vite, anche un fine , ma appena dopo i fatti. E se si è aperti a ciò che c’accade, la storia va ancor più per suo conto, ne siamo immersi. E’ una strada intrapresa, una direzione da assecondare con lievi movimenti di guida. Un obiettivo intermedio che consegna alla nebbia una destinazione non determinata.
Ti ricordi Ulrich, l’uomo senza qualità? Mi dici. Ad un certo punto, spiega che vorrebbe vivere come un opera letteraria, con una vita che si svolge e si interpreta, senza tempi inutili, per vivere di più? Poi se lo osserviamo, leggendolo, di Ulrich, si colgono le abitudini, l’amante, gli obblighi di un incarico da portare innanzi, molta quotidianità, insomma. Ecco, credo che il pensiero di trasformare la vita in racconto lo facciano tutti quelli che leggono molto. Forse anche quelli che scrivono. Meno i pittori o i fotografi che hanno bisogno del reale per farsene attraversare e sentirlo. Anche chi ama solo il piacere è così. O magari ne dipende solo quando emerge la pulsione e la sua soddisfazione diventa più forte di un fine che la comprenda, e poi tutto torna nei ranghi. I lettori invece, confrontano le storie che leggono con la propria, si riconoscono nelle parole, nelle situazioni, nei personaggi. Cercano la realtà che per loro coincide con la verità. In fondo avere a disposizione tante vite vissute aiuta a verificare la propria. Costruirla. Riconoscerla. L’analista dice che quelli che procedono a questo modo non si vedono sino in fondo, scelgono un modo di interpretarsi e basta.
Adesso si tace, ciascuno per suo conto, la vita attorno è più svelta di noi. Essere seduti fa scendere i pensieri lungo il corpo. Cambio discorso. Hai mai osservato, ti dico, che se guardi una bella donna in piedi lo sguardo e l’attrazione sono rapidi, uno scatto d’occhi e sensazioni. Senti che ti prende e cerchi un senso d’insieme come in una fotografia. Da seduti, la stessa donna diviene più morbida, procede per somma di attrazioni, ti soffermi sul viso, sul corpo, assorbi la bellezza lentamente, aggiungi pennellate, e lasci lavorare i sensi in modo calmo e intenso.
Non abbocchi.
Quando non si sa che fare si accavallano le gambe. Lo faccio con frequenza. Ci sarebbe bisogno di silenzio e invece tutt’attorno ci sono rumori che mostrano le vite altrui. Cose che si muovono o stanno ferme, il fare, le identità, tutte storie che si svolgono per loro conto. Un’immensa biblioteca di caratteri, di segni di cui non resterà traccia comune. La raccolta delle vite avviene in silenzio e si confina in cerchie ristrette. Di parole scambiate e sensazioni che restano, vibrazioni che si disperdono portando altrove energia. Il voler bene resta, ed è la propria storia mescolata per buona parte con la storia di qualcun altro. Abbiamo paura a legarci nel profondo, troppo invasivo, siamo troppo nudi nello stare assieme, non è per questo che attrae il piacere che mette assieme sensazioni che poi si spengono e ricominciano finché si può? Mi chiedo se sia questo il principio di piacere. Intanto hai ripreso a parlare, m’ero distratto un po’ troppo.
L’analista sostiene che vivo in modo letterario. Lo dici guardando le persone attorno, non me. Dice che quando gli racconto qualcosa seguo una trama e questo lo fa sentire in superficie. Credo semplicemente che sia in difficoltà perché le storie raccontate e vissute non lasciano troppi margini. Sono conseguenti, già decrittate, e io ho un rapporto particolare con i ricordi e il presente, questo lo so, ma davvero non saprei come vivere diversamente. Non si può essere diversi da ciò che si è, se ci si racconta la verità. Ossia lo si può essere per costrizione, per convenienza, ma che vite sono in definitiva, vite d’altri vissute nostro tramite.
Magari viviamo tutti in modo letterario, ti dico, o forse chi consideriamo notevole vive così. E magari letterario significa avere un filo, una trama che conduce le cose. E poi non è così per tutti? Conosco così poco degli altri tanto che adesso mi pare di non conoscere nulla di me. Più si procede e meno certezze restano. Vengono a galla le sensazioni, i sentimenti, ci si fa guidare da essi, ma se appena guardiamo sotto si vede che sono ancorati a principi forti che risalgono a chissà chi. Noi ne siamo portatori e in parte sono nostri davvero. Per questo lasciamo che la confusione galleggi, spuma per pelle e cervello per vivere capendoci qualcosa, sotto è tutto così torbido, c’è solo forza che tiene e si confronta. Bisognerebbe dare un nome alla forza per capire qualcosa. Ma dimmi, tu sai perché il piacere non è storia, perché si smarrisce e mal si ricorda? Ecco, vedi, questo ti dà misura della mia confusione. Sul piacere si orientano le vite e io non so capire cosa significhi davvero. Sembra un ornamento di qualcos’altro che avanza con fatica. Si adoperano piacere e felicità come sinonimi, eppure non lo sono, l’uno si può perseguire, l’altra è una condizione che movimenta tutta la persona. Ma entrambi non durano, però significano molto. Forse quel modo letterario di cui parla il tuo analista è la ricerca della felicità sempre e del piacere a volte, e il modo è una direzione verso cui scrivere la propria vita. Come si può. In balia dell’esterno, del caso e dell’interno con le sue forze oscure. Forse una storia è il tentativo di un ordine.
E forse chi non scrive e si affida, cerca le stesse cose. Lo dici guardandomi. Semplicemente spera la felicità e il piacere, ma lascia fare alla volontà che dura un attimo, alla decisione del momento. E’ un altro modo di vivere, con la storia che si scrive da sola. Hai notato quanti forse abbiamo adoperato? Si capisce poco e quel poco sono i comportamenti di tutti. Ci assomigliamo tutti, ma ciascuno vuole le cose in modo differente. Come dici tu, capisco poco anch’io e se mi guardo dentro ancora meno. Vivere letterariamente significherebbe rispettare un teorema, arrivare a una sintesi filosofica. Cose d’altri tempi, ora è tutto relativo, solo noi in fondo non lo siamo.
Un cane continuamente abbaia. né vicino né lontano, da ore è lui la notte per chi veglia. Instancabile continua, ferma un attimo, per illudere silenzio e cuori, poi ricomincia. Nella solitudine che lo travolge, non c’è mattino, e nessuno lo consola dalle strade. Sente lontano qualche auto, fari che scrutano case, alberi bruni, verde d’erba diaccia, e un branco di betulle sotto la collina. Chi veglia con lui scava nella notte, vede spettri diurni delle cose, funzioni che attendono il mattino. Ma ora sono livide e silenti, attonite nello sguardo che le vede, impudiche si mostrano solo per essere parvenza, forma e cosa. è un attimo, poi la notte abbraccia e sparge nella mente il buio.
Nei paesi si festeggia, tavolate, cibo e musichette, le voci scivolano tra dialetti e cori: specialità tipiche del posto, ma appena fuori non c’è più nessuno, a sera solo voci da finestre illuminate, luce di lampioni, perimetri di case.
Segni d’una notte che non mente che non avvolge e non rassicura. il tramonto s’è riempito di nubi gialle e grigie, la città lontana proietta voglie in cielo, ma le stelle cadenti si nascondono e neppure un desiderio durerà a lungo.
Vicini lampi annunciano la pioggia. che verrà, presto, grigia, e sporca d’abitudini, pur di non lavare il mondo, s’infilerà tra gli steli e bagnerà i fiori del campo, gorgoglierà in grondaie di rame rosso verde, si getterà tra scacchiere di chiusini giocando con polvere e lamiere, ma non con noi che abbiamo chiuso il cuore,
Non con noi che circondiamo l’amore di rifiuti, non con noi che non ci stendiamo più sull’erba e non guardiamo chi è vicino, chi è lontano, ma ancora ha forza di collocare un desiderio in cielo.
Difficile e predittivo l’inizio, diceva la mia insegnante di lettere, poi il resto è opera d’artigiani del pensiero logico. Ed io facevo inizi folgoranti, salvo poi seguire le mie fantasie per pagine tortuose. E’ questione di pazienza, le dicevo, se si legge abbastanza magari non si coglie il senso dello svolgimento rispetto al tema, ma quello della testa, sì. ( Non mi pareva vi fosse eccessivo interesse per la mia testa). Mi consolavo, pensando che le migliori cose sono quelle fuori tema e visti gli insuccessi del folgorante, ero passato all’inizio ansante, quello che sembrava un cagnone accucciato un poco enfisematico, un inizio senza corsa, fatto di pennellate rapide, convulse, come se il passato fosse davvero già avvenuto, mentre chi scrive sa bene che il passato è davvero avvenuto solo quando lo si è scritto, prima è una sequenza di fatti, di fotogrammi con precario filo logico (il filo è sempre nel futuro, perché lì si capisce cos’ è accaduto davvero) e solo la logica delle parole può dargli un senso. Insomma io scrivevo storie che promettevano molto e poi menavano il can ansante per l’aia. Non mi capiva nessuno, neppure l’insegnante di lettere, che pure mi elargiva bei voti d’incoraggiamento e mi diceva, ma cosa volevi davvero dire? Io facevo il misterioso, alludevo, le parlavo della festa della sera prima e di quella della sera dopo, così lei capiva che ero festaiolo e un pochino m’invidiava, perché diceva, bella età, ma poi i nodi vengono al pettine.
Ecco questa dei nodi che vengono al pettine mi è sempre parsa una partenza fulminante, per niente scontata, perché per me era il pettine che veniva ai capelli. Faccenda questa dei nodi anche un tantino pericolosa, io avevo i capelli ricci e i nodi si scioglievano passandoci le dita aperte, ma forse si trattava di nodi più difficili e dolorosi rispetto ai miei. Cadevo nel dubbio, si avvicinava la fine della fatica scolastica e i nodi restavano. E se per caso fossi caduto nella configurazione topologica gordiana, la cosa sarebbe diventata critica, un qualsiasi Alessandro il grande(ne avevo più d’uno tra gli insegnanti) con un colpo di spada avrebbe sciolto il nodo, ma si sarebbe fermato a tempo? Ecco, queste cose mica le potevo spiegare alla mia insegnante di lettere, al massimo potevo dirle che i nodi non mi piaceva scioglierli e subire il rischio che ancora una volta lei non capisse nulla di quell’allievo che molto prometteva e nulla manteneva,
Fu allora che determinai che in ogni storia che si rispetti, anziché mettere in premessa ciò che poi sarebbe venuto, l’inizio sarebbe stato un parlar d’altro, e che il senso l’avrei criptato e nascosto tra le frasi del testo successivo. Pezzetti d’una storia che non finiva in un comporre chiuso, ma diveniva una sciarada che continuava a svolgere il suo senso. Devo dire, sommessamente, per chi avesse capito l’andazzo linear circolare dello scrivere mio, che mica ne posseggo la soluzione, al massimo ne intuisco il divenire. Turing, genio assoluto e co-inventore con Newman di Colossus, la macchina per decrittare i codici che i tedeschi creavano con Enigma, mi avrebbe sputtanato in un attimo e m’avrebbe raccontato per filo e per segno la storia, quella che ancora non so come vada a finire. Ma la mia insegnante non era Turing, era bella e discuteva volentieri e forse per questo perdeva il filo del mio discorso.
Lei spiegava benissimo, molto e d’altro, ma chi m’affascinava era Gadda, chi volevo essere era Boccaccio, per via degli ormoni giovanili applicati alla letteratura, entrambi mi sembravano perfetti. Glielo dissi, lei mi rispose che c’erano altre sorprese nella letteratura. Non le credetti che al 78%, finché non scoprii Calvino. Lui non lo sapeva, ma alla stregua di Borges e della riscrittura del Don Chisciotte, la lezione di “una notte d’inverno un viaggiatore” io l’avevo già svolta, solo che non l’avevano capita.
Il segreto si nasconde nei dettagli, parimenti al buon diavolo, oppure nella pancia dove sembrano dormire le parole, e il rasoio di Occam serve a far la barba più che a scegliere, l’inizio è solo un inizio a cui se ne sovrappone un altro, così in sequenza perché se è vero che se si vuol sapere “dove vuole arrivare questo scemo” (Totò), ci sarà sempre uno che capisce e dice: “ma mi faccia il piacere” (idem).
Non ho una poesia dell’alba, forse s’è consumata appresso nell’ umida notte. La prima luce ha liberato, l’aria impregnata di buio e calore mischiato, e il possibile tenero nel primo accenno di chiaro.
Il mezzogiorno è scivolato sul corpo, Indagando distratto le curve, la pelle, il legno di barca, del colore da scrostare. Sorrideva della sua forza, del sudore radunato dall’aria con vapore d’acqua, e chiazze di sale. La nudità s’è persa nel biancore accecante, nella luce diritta, sui casti corpi offerti al mezzogiorno che succhia i pensieri dal nulla dentro disciolto.
L’ombra ha disegnato il pomeriggio, nel suo silenzio preciso e mutevole, che quieta l’ora del rimorso. Il nulla segue il desiderio, soddisfatto d’indicibili stranezze è un cane affettuoso, immagine d’un compiuto senso, il mio, messo da parte. Impotenza del giorno, fumo e vino spanto, dopo l’ansia di carezze, e il travaso d’un nulla nella luce spenta dalla notte. Come i pomeriggi d’amore, stropicciati dal sudore, e inghiottiti dalla sera. Gli umori sono equità divise, spartite tra noi, bevute con furia e già senza traccia. Cosi si spengono le ore, e ritardo il passo, la casa, me.
Nella notte non credo più a niente, nella notte ho paura vedo i papaveri bruni nell’erba Il rosso che racconta il giorno e la notte dispera. Attorno tutto è preciso, le cose si ergono mute, si spegne il clamore e ciò che è fatto ha un senso che ora chiede conto. S’aggruma il nero, gocce di mercurio i pensieri, è umidità che scivola l’erba, piega gli steli, e raccoglie l’afrore di piante assetate. Il mio è il sonno dei marinai, che chiudono gli occhi mentre amache vuote dondolano in attesa di casa, d’un sogno sognato, d’una carezza scordata.
In questa notte che spinge sui vetri, che volteggia e danza col vento. In questo silenzio di parole gonfie di buio, di sogni interrotti, di piccole luci accese su comodini carichi di libri, parlami d’amore mariù. Parla con le parole umide di te, con l’accento che ti piace, con le sintassi frenate, gli aggettivi arditi, i silenzi eloquenti.
Parlami della mia vita, incagliata tra scogli, che attende la marea, del tuo orizzonte che mi cerca, del tuo navigare insicuro e fidente. Parlami del mare e del salso che bagna i capelli, dell’odore forte dell’estate quando s’appiccica alla pelle. Parlami dei salti temporali, delle primavere passate, degli scrosci d’acqua costellati di risate, del piacere d’allungare il corpo nel letto avvolti nei sogni sognati.
Sosta un poco presso il mio cuore e perdona ogni striscio sul vetro, la tazzina versata, le parole consumate in cerca di significato. E perdona quel dire sconclusionato che gridava alla luce d’ essere presente, lì in quel momento, tra noi.
Ancora parlami d’amore mariù e poi fammi dire delle nuvole bianche che non vedo nel cielo. E sorridi, come sai fare tu, senza un motivo apparente, perché la realtà non è mai come appare, eppure l’abbiamo dentro, mariù, anche se non coincide mai con le ore. Sempre in ritardo sul tempo e sempre in anticipo nell’attesa. Parlami sempre d’amore mariù, e tieni stretto ogni pensiero che non dico. Leggimi a fondo e poi raccontami, che mi piace sentire la tua voce che spiega nella notte. Che dice e poi si ferma, che s’assopisce parlando con i sogni, e poi si gira, s’avvolge e si sveglia e mi guarda.
Parlami sempre del tuo amore mariù, con la voce bassa che risuona nelle giornate che attendono, nelle sere che verranno, nei sogni che stentano, eppure si fan largo, aspettando d’essere capiti.
Se ti viene, usa con me l’entusiasmo della pazienza che capisce, prendimi d’assedio con le braccia, estrai il dolore dell’assenza dalle parole. E dai silenzi, soprattutto.
E col tuo sorriso dammi dimensione delle cose. Io ricambierò come so, come imparo, come viene, mariù.