ruggine

Degli involucri fragili e tondi messi a guardia dell’io, uno in particolare merita d’essere indagato per la sua funzione di aggiusta crepe: la dignità del nostro tempo.

Essendo noi oggetti comunque fragili, la pressione che generiamo all’interno del sinuoso vaso che ci contiene è proporzionale allo scostamento tra desideri e ppossibilità. Più alto è lo scostamento tanto più alta è la pressione che genera dipendenza, ovvero bisogno, e infine, incapacità di vivere. Per questo generiamo ruggine, scaglie ossidate di io che si disperdono e consumano.

Meglio un vaso che si rompe e che potra aggiustarsi con saldature d’oro che un foro che s’allarga e diventa incolmabile.

Ruggine è la colpa di ciò che non si è fatto, ancora ruggine è l’abitudine che consuma il tempo. Ruggine è il lasciarsi affogare in luoghi comuni. Ruggine è il rimpianto che impedisce di vivere il nuovo. Ruggine è ciò che consuma i sogni e restringe il cuore.

ragazzo

Mentre fatica a trovare forma di libro un pensiero scarruffato si agita, percorre, muta e le follie maggiori lo guardano sornione. Più misericordiose quelle minori, in forma di nuance malinconiche, raccontano. Ed è un arrivare e ritrarsi di cose non finite, di slanci, di immagini, di cieli che si sono detti e poi raccontati, di parole apparentemente dimenticate che corrispondevano a cose perdute. Tornano.

Madamina il catalogo è questo, perché tutti siamo don Giovanni nella vita e a volte Bovary. O almeno lo sono stati con noi quelli che si sono scelti. I sodali, i compagni di interminabili parentesi, le inutilità personificate e vissute sino a diventare essenziali. Così gli anni non compiuti dovrebbero essere di piombo, ma non è vero: sono piume disperse che gli occhi della mente segue e ritrova mutate. E il meglio non è mai diventato basalto, al più granito che si sfalda in minuscoli semi lucenti o arenaria che vola col vento, buona per clessidre che nessuno volta più, buona per scorrere l’impalpabile dentro. Buona per essere l’essenza del tempo che si respira, che è un noi che torna, che oscura il sole e ricorda i deserti che non sono mai tali per davvero.  Molte delle cose scritte sono vere. basterebbe questo per dire che noi siamo il dubbio ed è solo il tono che toglie aria e accorcia l’orizzonte. Forse oggi fare il bagno nell’acqua gelata rinvigorisce, ma ormai è più semplice raccontarlo e restare al piacere del nuoto.

Penso ed è già una vere delle scelte, penso e si pone il tema di come combinare pensiero con il corpo. Penso e condivido poco o molto, dipende. Più spesso poco, con gli anni, si imparano trucchi che disseminano più che rendere evidente, è la sindrome di Pollicino che in realtà non vuole tornare ma avere la sicurezza di un luogo dietro di sé.  Il fatto è che è inutile tornare se non c’è ciò che si pensa e si inizia a morire quando si torna alla stessa delusione ogni sera, quando rarefà l’attesa, il nuovo e diventa abitudine. Solo abitudine. 

I sessantottini ed emuli seguenti, non vogliono invecchiare. Faccio parte della prima generazione che rifiuta il declino, che ha visto più cose cambiare nelle abitudini e nella società di molte altre generazioni precedenti. Eppure non c’è stanchezza, disillusione casomai nel confrontarmi con gli altri, per capire se esiste differenza nel sentire e trattare il sentire e l’età. Mi dico che siamo solo patetici, a volte, ma senza capirlo, con l’ostentazione di una diversità presunta e intrinseca. Come se il dna si fosse modificato apposta per noi.

Questo aver vissuto intensamente pone davanti al bivio se vivere di ricordi o avere progetti, speranze, passioni. Alla fine mi parlo da solo e concludo che bisogna solo capire ciò che fa star bene. Ed è una fatica, ammettere, che ciò che fa star bene, limita, che non sfasciarsi nel corpo, è fatica, che usare e spiegare ciò che si è appreso, impazientisce. Continuare a impegnarsi, ad essere anche d’altri, per necessità, perché certifica che si esiste, soprattutto a noi stessi, ed è  più importante dal punto di vista personale di molte altre possibilità.

Ho paura del troppo tempo dopo una vita così piena, mi piace ancora mettermi alla prova, crescere, capire. Però i 100 metri non li corro, se non per gioco e se faccio a braccio di ferro con mio figlio, è per allegria. Ed entrambi, rossi in viso, ridiamo, felici. Io perchè ho ancora forza, lui perchè rinnova una complicità e non gli dispiace.

Capisco da poco, che esiste una via personale agli anni, che il passo deve essere misurato sulla felicità del camminare. Per conservare la gioia dell’andare, non per altro. Torna il pensiero che non si dev’essere il vecchio Casanova di Fellini, ma restare se stessi senza la pateticità dell’essere ciò che non si è. Desiderando, indagando, approssimando e non trovando, mentre si riprende a cercare quel pezzo che manca e che deve esistere da qualche parte. Deve esistere.

 

cursus

Parlavano greco e latino ed almeno altre tre lingue. Non tutti, i migliori o i curiosi. Prima di 20 anni si erano presi in mano la vita e la usavano. Con forza, violenza, dolcezza. Amavano e odiavano. Avevano cominciato più o meno alla nostra età scolare, verso i cinque anni a studiare grammatica, retorica, geometria, filosofia, musica, le lingue. Su libri illeggibili, con carta e penne impossibili. Imparavano, eccome se imparavano. E l’applicazione dell’apprendere era il mondo, campo d’azione e conoscenza. fatto di luoghi e persone per generare formazione e interesse e naturalmente per trarne vantaggio. La sessualità viene esercitata dentro e fuori il matrimonio, più spesso fuori, con figli a seguire. I bastardi che potevano essere re o servi, quasi sempre il secondo destino. L’apparire è importante, la coscienza dell’essere altrettanto. La salute assisteva a tratti e la morte faceva parte della gestione della vita. C’era fretta di vivere e di capire. Le due cose andavano assieme. Il cambiamento era repentino, devastante, si sperimentavano sogni e speranze in diretta. L’io e il noi si confondevano, per necessità. Non era un bel vivere, non aveva sicurezze né agi. Non c’era giustizia ma arbitrio e conseguentemente ci si difendeva secondo possibilità e torto. Verrebbe da dire barbarie ma i barbari una loro etica la possedevano e anche in questo vivere c’era non poca etica. Moltissima superstizione e l’uomo era precario più della natura che in fondo era l’elemento più stabile che avesse a disposizione.  Esisteva l’umanità, ma anche no, dipendeva. C’era molta paura di ciò che poteva accadere e non poca rassegnazione.

Quello che mi chiedo è perché di quell’epoca così forte, ricca, pagata con infinite sofferenze non sia rimasta traccia del meglio. Perché le conquiste si siano affievolite. E non parlo della tecnologia, ma dell’ansia di capire, di essere e insieme di appartenere a qualcosa di più grande. Di quella febbre che ha attraversato l’umanità e consente i nostri agi, le case calde, l’acqua potabile, l’umanità a basso costo perché non serve tagliare in due un mantello per coprire un ignudo come fece San Martino, non capisco cosa sia rimasto. Perché dovremmo essere cresciuti, dovremmo conoscere di più, dovrebbe essere più facile con tutta l’etica nata dalle stragi e dai genocidi capire l’uomo e trovarne il senso comune. Dovremmo avere un amore più semplice e vicino ai sentimenti, con una educazione al rispetto e alla condivisione più forti. E invece è’ difficile capire dove stiamo andando

vecchi amanti

Lui era un signore con una qualche distinzione e gli abiti di tweed della precedente fortuna. Lei era la sua governante, diventata tale dopo molte vicissitudini, nessuna davvero felice. Comunque si erano incontrati. Il caso era diventato necessità e nessuno dei due poteva spendere di più, sentimenti, vita, denaro, quindi erano assieme come si poteva. La vicinanza li aveva resi amanti, per compagnia, per piacere, e l’alcolismo furioso di lei, prima li aveva fatti complici poi disgraziati.
Abitavano una casetta in fondo a un giardino che confinava con il mio. Due camere su due piani, al pian terreno la cucina con soggiorno, a quello superiore la camera da letto e il bagno. Con la pensione di lui pagavano l’affitto, il poco mangiare e il vino. Lei metteva a disposizione la sua cura della casa quando era sobria. Sempre meno e sempre assieme, col tempo le liti del tardo pomeriggio si erano spostate al mattino. Quante volte ci si può ubriacare ogni giorno, almeno due, quelli bravi, tre. Lei era brava. C’erano gli urli, le offese, le accuse, volavano pentole vuote perché piatti, bicchieri e cibo erano preziosi. Poi il pianto di lei e quello a seguire, di lui. I pianti dei vecchi fanno più pena, commuovono perché sono inermi e impotenti e per questo più ingiusti. Lei prometteva, lui ci credeva e smaltita la sbornia era un altro giorno. Non quello  di miss Rossella, ma nuovo lo stesso anche se si ripeteva uguale. E cosi, avanti, sempre peggio e sempre nuovo tempo per rosicchiare vita. Lei nascondeva la bottiglia ovunque, lui ne vedeva gli effetti, morì per prima, non era vecchia era solo bruciata dall’ alcool e sconfitta dalla vita. Lui le sopravvisse per un po’ nella casetta, usciva sempre meno e neppure si faceva da mangiare. Lo aiutavano i vicini, ma quando lo vedevano. Se ne andò senza avvisare, lo si capì che era già troppo per la decenza e per l’umanità di tutti. Aveva il suo vestito di tweet e s’era steso a letto, come per riposare e sognare.

avrai altro da fare

Ci sono attese che hanno l’ attenzione della punta del coltello.
Non quella furente dell’arma,
ma quella del coltellino che animava le tasche ragazzine.
E la seguo questa punta, come fosse d’altri,
nell’impegno che muove a incidere,
sul legno, un tempo,
e ora nella carne,
attenta a non far male troppo,
come esistesse un troppo nei minuti
o nelle ore
che tranquille scorrono indifferenti
mentre guardo il farsi della distanza immota.

la violenza che cresce dentro e attorno

E poi scopri che le statistiche hanno ragione, che è vero che le analisi delle questure denunciano meno reati, meno violenze  di dieci anni fa e che gli extra comunitari delinquono come gli altri, magari anche un po’ meno nei reati più odiosi, ma scopri anche che siamo noi ad essere diventati violenti. Siamo violenti virtuali, scatenati sui social e pronti a ingrossare la prima coda forcaiola nella vita. In questo tollerare, allevare violenza, crescono i nostri figli, i nipoti. Non esiste più ritegno, discernimento, capacità di vedere l’altro come uomo, ma è solo l’essere che ci contraddice, che non la pensa come noi, un nemico.  nel mare dell’indifferenza di ciò che accade attorno ci sono atolli di amici e di nemici.

Favino recita un monologo a Sanremo che vale l’intero festival, leggi i commenti e il bravo c’è, il plauso non si può negare all’evidenza, è bravissimo, dicono, però si critica l’oggetto, l’importanza, la canzone della Mannoia, che invece di queste canzoni di accoglienza che ormai hanno stufato come il nigeriano all’angolo, potrebbe cantare fratelli d’Italia, no? E visto che il festival si paga con i soldi degli italiani, qualcuno dice che si poteva parlare d’altro. Di cose nostre. Ne abbiamo di cose pulite e belle che non occorre dire, anche se bene, cosa prova un immigrato. E a spese nostre poi. E lo dicono in buon italiano alcuni, senza tutti quegli strafalcioni, quelle k da smartphone, e così la violenza diventa educata e forte, ha la pulizia di chi sa e non è più un’opinione, ma la disponibilità a essere folla, a giustificare, assentire, ad accompagnare un processo di segregazione. Di identificazione del nemico. 

E non crediate di salvare i sentimenti, di erigere muri invalicabili, quando la violenza diventa modo di pensare investe tutto, anche ciò che è vicino e ci contraddice. Siamo diventati più violenti e pronti ad esercitare violenza, occorrono capri espiatori per trovare ragione del malessere. Ma non basteranno, non basterà più raccontare balle, bisognerà inventarne di più grande. Anche le bugie hanno una scala e per far diventare nemico l’altro bisogna che la bugia sia adeguata allora si giustificherà qualunque agire. Violenza compresa.

E bisognerà trovare giudici consenzienti, giudici che guardino prima alle attenuanti e poi ai reati. Allargare le maglie della legge per far divenire la violenza un’opinione, un testa a testa prima virtuale e poi reale perché quando ci si guasta dentro non si distingue più, si è peggio e basta.

 

il ritmo del buio

non si racconta il ritmo della notte,

mentre s’inceppa nel respiro scivolato dalle bocche,

non lo narrano gli occhi e l’indifferenza inutile d’aprirsi

o socchiudere

in fessure d’immoto rettile.

E cosa cercherebbe il nostro rettile mentre la coda interroga il terreno,

mentre qui sono lenzuola che s’aggrovigliano e non sabbia?

A chi dovrebbero chiedere ragione gli occhi se non alla paura,

l’unico legame che supera le specie,

e diventa smisurata e fluida

nell’imbibire ossa di sicurezze chiare,

nel penetrare foglie, pali e fondamenta

su cui la luce incauta aveva costruito il bello,

il quieto,

l’equilibrio indefinito

che si scomponeva nell’andare

ed era ben presente ad ogni passo,

e ad ogni sosta,  

e si ritrovava sicuro nella luce di sé, di noi,

ma non ora.

Nel buio, non c’è ritmo dell’andare

e l’acidulo dell’insicurezza scioglie il tartaro d’ogni fondamento,

toglie lo scandire dei segmenti,

li trasforma in cerchi di gesso,

in vuoti di parole che si rincorrono uguali.

E non chiede permesso il timore,

educa senz’essere gentile,

insegna la somma precarietà di ciò che ci sembriamo

ricordandoci l’impalpabile non essere della solitudine.

E a te, che come un bimbo non sai il risveglio,

temi la continuità dell’amore,

a te che devi allungare una mano per sentirti esistere,

mentre scrolli il buio che ti svuota,

e non balli, non scandisci,

e non trovi le parole esatte dell’alleviare

dico che non c’è un ritmo nel buio,

non c’è una canzone che non sia l’eco dell’andar via,

l’abbandono del cercare,

a te resta il corpo, che si consegna ai piccoli lampi di stanchezza,

la misericordia degli occhi che ora chiudono esausti

per chiamare tregua

e donarti lo sconcluso sonno. 

 

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