I calendari hanno una loro esattezza indifferente. Ricorrono oscuramente, si riferiscono a cabbale sconosciute, dove la precisione degli astri si sposa alla difficoltà e l’ambiguità dei numeri. Sarebbero meglio i santi che raccontano ciascuno una storia, da condividere o meno, ma pur sempre storia, oppure gli avvenimenti che riguardano le famiglie, il contado, le persone. Però non è così e allora, partendo da certezze speranzose, c’è il tentativo d’interpretare i numeri, dar loro un significato che riguardi le nostre vite. E si sceglie un numero, un mese, si ragiona se ciò sia possibile, se sia bene accada in quel giorno.Penso che farò questo oppure quell’altro, lavoro perché accada questa cosa, mi serve sapere se saremo in quel posto, ecc. ecc. in quel momento.
Purtroppo i numeri che non si ascoltano sono quelli che misurano le insufficienze, i disequilibri (che è poi l’eufemismo per dire iniquità), le diseguaglianze. Interiori ed esteriori. Ma quelli sono numeri che condannano senza appello. Si preferiscono altri numeri che divengono aruspici di futuro. E i calendari c’entrano ancora, ma in altro modo, si leggono in segni zodiacali che vengono da epoche in cui il cielo si guardava davvero. Ora il cielo non si guarda più, ma la necessità di una positività nelle vite è immutata.
L’astrologo indicava una possibilità e quando diventava certezza c’era di che preoccuparsi davvero: attento alle idi di marzo, dissero a Cesare, ma quella era una soffiata. Con 12 sequenze di numeri, neppure tutte uguali che poteva fare un osservatore del cielo interiore: cercare assonanze, sommare numeri, dimenticare il passato e puntare sul futuro prossimo. Si eradica ciò che è stato, il ricorrente. Dov’eri il 16 dicembre del 1999, cosa accadde, che pensavi? E soprattutto quello che eri allora è davvero radicalmente diverso da ciò che sei adesso?
Per questo mi piacciono i lunari, l’oscura potenza di un vicino che solleva le maree, muove il sangue, propizia le nascite, fa crescere le piante, quieta e coccola il vino, agisce con una sola faccia e nasconde il mistero dietro la certezza del vedere. Mi piacciono i lunari che mutano il segno di quella piccola falce che indica il crescere e il calare, che spingono a guardare verso l’alto per verificare una presenza, che si sintonizzano con ciò che brulica e intanto viaggiano indifferenti tra numeri che improvvisamente impallidiscono d’ inesattezza. Nei lunari, il numero riprende il suo posto: è al servizio di qualcosa che con certezza accadrà. È come se il numero si denudasse dei paramenti inutili, si mostrasse nella sua potenza cabbalistica privato dell’anno, del mese, diviene una congiunzione di venerdì e di 13 0 17, un’ora che si sincronizza, solleva un’ attenzione che sfocia poi in un sollievo: nulla è accaduto. Siamo felice dell’inesattezza del premonire. Ma sarà poi vero? Eccoli i numeri dell’insufficienza, delle paure: cosa ci accade attorno, perché siamo insicuri? Torniamo alle radici limacciose del nostro oscuro, mentre il cielo si sincronizza di luminose attese: nessuna precisa, nessuna impossibile. Per questo preferisco i lunari che estraggono positivamente l’oscurità, la illuminano di note che si specchiano.
I futuristi e Marinetti, c’hanno tolto il chiaro di luna. Per abbattere il romanticismo ovvero il predominio della passione personale, hanno evocato la velocità, l’accadere rombante e determinato. E i lunari si sono ritratti, confinati su porte tarlate di cantine, spostati in campagna dalla città che cresceva di metallo, rumore, fumi e case. Son diventati cose da donne e vignaioli, il lato femminile e materno dei giorni e delle notti. È cambiato il tempo e la sua nozione, dapprima si conosceva, il mese, l’anno e la stagione, le feste religiose e quelle pagane, il carnevale ad esempio, non serviva di più. Sufficienti alla vita che si regolava su alba, tramonto e luna. Nei pensieri si collegano ancora lunari e significati. Fissarono il natale perché non ballasse come la pasqua, serviva un punto fermo per il freddo, la luce e la speranza.
Se qualcuno mi chiedesse cosa ricordo, direi che la mattina di natale, e solo quella, mia madre mi portava la cioccolata a letto con i biscotti. Era densa e di un profumo che apriva alle bellezze di quel giorno. Lo cerimoniava di bellezza e sapore sin dall’inizio. E così il natale già aveva una sua unicità che sarebbe continuata nella scoperta del regalo sotto l’albero, nella faticosa e imposta letterina sotto il piatto, nella finta e piacevole meraviglia del trovarla.
Quindi una certezza ricorrente l’avevo, assieme ad altre, domestiche e odorose di rito, ma il resto era nebbioso e ripetitivo. Dovevo inventarmi qualcosa che migliorasse l’indefinita attesa, un numero, un giorno. Una vita di agende e calendari, poi ho capito che i lunari contavano di più e che per questo nessuno li adoperava.
Avevo scritto un testo di getto. Parole che erano uscite a fiotti, dove era solo la meccanicità dello scrivere a far da argine, poi mi sono fermato e ho messo da parte. L’ho riletto stanotte, e l’ho trovato troppo proteso verso qualcosa. L’immagine era quella di uno sporgersi da un balcone cercando di toccare una mano. Nessuna pretesa di afferrare, di usare il verbo avere, ma la voglia di far sentire calore, come si usa nel silenzio e nel linguaggio delle mani che si cercano.
Però mi è sembrato eccessivo, troppo scoperto e nudo e allora ho tolto aggettivi, retrocesso pronomi, impastato i verbi di realtà, sfumati gli assoluti. ( Che poi così assoluti non erano, sembravano, al più, bricole di laguna a cui attaccare una barca, e mentre si riposa mangiando in compagnia, si guarda l’acqua che traccia linee nette, si ascolta il rumore che sciacqua e parla e muove per suo conto conchiglie e piccoli sassi e noi )
A furia di limare ne è venuta una forma tondeggiante. Poteva essere un sasso di fiume che si era rotolato così a lungo da bearsi della sua condizione, ma era pur sempre sasso. E se arriva in testa fa male, e se ci si cammina sopra fa un po’ barcollare, ma almeno non lacera la pelle pur facendo ben sentire la sua presenza. Non mi piaceva la compattezza del sasso e se guardavo il tutto da altra angolazione, il risultato poteva essere una bolla di sapone. Una grossa bolla come quelle che fanno gli artisti di strada, facendola uscire da un telaio e mandandola nell’aria. Piena di fascino e translucida di arcobaleni, precaria di futuro, però felice di un fallibile presente. Mi piaceva questa analogia e avrei voluto che le parole fossero così eteree da sollevarsi dal peso del dire, avere la libertà di scoppiare di significato, lasciando un ricordo fugace, qualche goccia controluce e una sensazione di inafferrabile bellezza.
Allora ho capito che non era rimasto nulla e mi sono sentito più leggero.
Certe cose cominciano bene poi finiscono peggio in un rallentare vischioso che affatica sino alla perdita di senso. C’è una legge dell’usura che riguarda l’attrito: il tempo leviga le cose.
Fa attrito il bene?
E cosa ne resta nella sua immagine polita che conserviamo in noi?
Nel rinnovarsi cosa diventa?
E, ancora, cosa affatica dopo l’inizio in cui l’entusiasmo soverchia ogni calcolo di tempo?
Il ripetersi mai eguale, torna, per noi che siamo eccezione, mai regola. Torna il tempo che quando s’avverte è già trascorso, già pesa, già toglie. Non è come allora, quando iniziò ed era nuvola impalpabile di ciprea, un soffio di profumo nell’aria da cui essere imbevuti, respirati, respirando. Il tempo gassoso dell’inizio è diventato prima olio e poi pietra e ha frenato la corsa.
C’è un ansare che è fatica interiore, un non dirlo mai prima del tempo, ché non sarebbe capito, sarebbe un’offesa. E intanto, se l’abitudine non diventa nuovo, il sapore non c’è più, perché il tempo s’è incattivito in rimasugli, cercato tra gli spazi.
Uccelli impagliati sognano l’antico splendore. Evocano, ricordano, e rendono il passo più lento, la memoria pasticciata, scrivono cielo e mostrano l’abisso.
Eppure c’è una luce. Non per necessità di naufraghi. È nella sublime incoscienza che vede oltre il succedersi immoto delle cose, il loro ripetersi. È nella capacità di sapere che non si sa, nel maneggiare la naturalezza del volo sentendo l’aria. Ciò che sta in essa, sapendo che oscuramente, felicemente, ci riguarda.
queste giornate di sole invernale seguite dal gelo della notte mi portano su stati d’animo opposti. Cammino, guardo, quando non lavoro e sento che la mia metereopatia si accentua d’inverno e l’umore ne risente. Ma se guardo oggettivamente gli sbalzi d’umore del tempo, la sua apparente stranezza, trovo abbia una logica semplice e penso che il procedere apparentemente amichevole della stagione non possa essere confuso con altro. Così credo che i miei umori siano altrettanto semplici e mi parlino con chiarezza di me. Stamattina, mentre pedalavo nel freddo della città, nelle strade che amo, pensavo alle insofferenze crescenti che provo. Alla tentazione dell’isolarsi pur restando tra gli altri. All’apparenza che si deve mantenere per gli obblighi che il nostro “mestiere”, qualunque esso sia, comporta, e ai silenzi che vengono accettati con indifferenza come non rappresentassero un dire. Ci sono delle cronache dell’insofferenza, fatte di piccoli fatti, di atteggiamenti, di distanze, di selezione di amicizie, di rifiuti. Me ne accorgo perché lascio andare, non trattengo, ma ancor più chiudo ciò che non mi piace. Quello che posso, naturalmente. L’insofferenza di cui ti parlo, è spesso scatenata dalla banalità di ciò che viene proposto, dall’esibire la superficie per mascherare la paura del profondo. Cosi i discorsi divengono vuoti, le cose che si fanno, involucri, e cresce attorno a noi l’assenza di una condivisione. Quello che non si può condividere, è la bruttezza e la vediamo diventare comportamenti, oggetti, case, monumenti, gestione della vita quotidiana. Cosi nasce il brutto banale, peggio del kitsch. Ed solo avidità, incapacità di pensare agli altri e quindi anche a se stessi, difficoltà di capire che noi siamo quello che lasciamo e non quello che teniamo. Pensavo, stamattina, che l’insofferenza costruisce un muro che s’innalza e che isola e che solo la disponibilità all’ascolto può correggere questo rifiutare ciò che infastidisce. Ma per ascoltare serve speranza, e questa ancora non mi manca. Pensavo. E non confondo l’insofferenza con l’indifferenza.
Allora mi è tornata a mente un’immagine che mi porto dietro dai sogni dell’infanzia e che posso vedere nel giardino arabo, nell’hortus conclusus. Forse, il mio è un difetto di fabbrica, una tendenza all’insofferenza. Però questa immagine è forte e bella, e riporta al valore dell’interiore. Hai mai pensato a quanto sia stata svalutata l’interiorità in questi anni? È perché essa non è facilmente riconducibile a un valore economico e porta con sé una forte carica di non conformità o per altro? Diciamo che l’interiore si è pensato fosse surrogabile con altro e che esso venisse comunque fuori, ma in modo accettabile. La pubblicità ci propone il buen retiro come uno status economico, lo dota di piscine e grandi spazi, oppure lo innaffia di liquori costosi, o ancora lo mette vicino a caminetti in soggiorni che non sono nel vivere comune, lo riempie di boiserie che da sole fanno un appartamento più grande di quelli in cui viviamo, ne fa oggetto di ambientazioni da film e serie melò. Sorvola sul fatto che l’interiore non costa nulla e tutti l’abbiamo a disposizione, basta un po’ di tranquillità. E quell’interiore, in me, sta costruendo un giardino che non ha porte, che esige per entrarvi di volontà d’arrampicarsi e di superare l’ostacolo, che conserva e mostra sopra di esso punte d’alberi, ma impone una scelta e una fatica. Non ho usato la parola muro, è una brutta parola di questi tempi, eppure se pensi che la sapienza del costruire è legare assieme le pietre, ti accorgi che i muri cattivi sono quelli invalicabili tra uomini, mentre quelli interiori si basano sulla comunicazione, sul comprendere e quindi diventano ponti quando si ha la pazienza di scavalcarli.
Nei labirinti tracciati sui pavimenti delle cattedrali medievali, c’era sempre un percorso che portava al centro, alla torre della sapienza. Il senso era che dopo molti errori si trovava l’uomo e l’equilibrio del suo cammino. Erano su due dimensioni che attendevano di essere completate con le nostre due dimensioni, ovvero quella della volontà del sentire (il contrario dell’indifferenza) e quella della nostra concezione del tempo. Trovare il centro, come piantare e curare fiori, erbe, frutti nel giardino arabo era -ed è- la condizione del proprio crescere, la dimensione del condividere con pochi l’equilibrio tra interiore ed esteriore, ma anche la necessità di operare perché ciò che ci attornia sia espressione di quell’equilibrio.
Mi dirai che seguo fantasie, che i miei bisogni sono poco adatti a questo mondo così concreto e veloce. Credo tu abbia ragione ed è per questo che divento insofferente, selettivo, silenzioso. Moltissimo di ciò che mi (ci) attornia, si basa su presupposti privi di tempo. La velocità annulla, o vorrebbe annullare, il tempo e quindi respingere la paura della morte. Questo impedisce di comunicare davvero: non c’è tempo. Pensa a questi giorni convulsi, ai simboli osannati e calpestati pochi giorni dopo. Pensa al fatto che di quelle vite innocenti spente a Parigi, già non si parla più, come se le morti non rilevassero alle vite. E mi allora ho pensato che questa società non propone la vita anche se dice che vale molto, non propone la bellezza ma la caducità dell’acquisto, propone il potere e la perpetuazione dell’esistente negando così alla speranza una quantità incredibili di energie. Quelle del cambiare, del mutarsi e mutare ciò che sta attorno, pensando che ciò che facciamo non serva solo a noi ma a quelli che verranno.
Faccio queste considerazioni sentendo l’ennesima inutilità della conferenza di Parigi sul mutamento del clima. Non cambierà nulla, come è accaduto in passato e le città, i luoghi diventeranno difficile ancor più, pervasi dalla violenza del brutto che abbiamo attorno. Questo mi genera insofferenza. E la verifico in queste orge di consumi che sono le feste, nei casotti di legno che vendono tutti le stesse cose, in questo tripudio di luci che dovrebbe evocare chissà quale idea di contentezza e del bello. Il natale viene associato alla festa della luce, lascio stare i simboli, ma il corpo sente che il sole ricomincia a rinnovare la sua forza, aspettiamo il calore che non è solo una temperatura gradevole, ma il luogo interiore degli affetti , dei sentimenti, dell’amore. Il pensarlo esigerebbe un senso un po’ più profondo dei luoghi comuni. Un meditare su come siamo e come vorremmo essere, un confrontarsi, invece del mettere assieme senza scambiare, del trovarsi senza essersi cercati. Dovrebbe ma non è così, e allora alla vista di come le nostre strade che hanno una loro consolidata bellezza vengano deturpate, ridotte a gimcane tra paccottiglia e cibo che sta girando per tutti i mercatini d’Italia, mi accresce l’insofferenza e accentua il silenzio.
E l’insofferenza mi porta alla selezione severa delle persone con cui parlare davvero, mi porta alla denuncia di ciò che non riesco più a tollerare, mi spinge a protestare per quanto vedo e sento. E penso sia necessario un manifestare pacifico di diversità, un dar motivo dell’isolarsi che magari sembra assurdo, e che a volte, è percepito come un’offesa nella società che privilegia l’individualismo e l’anomia delle persone. Quand’ ero giovane, provavo cose analoghe però non capivo bene cosa mi disturbasse, ora che giovane non lo sono più, le due dimensioni di cui ti parlavo, il sentire il tempo proprio, le coniugo per mio conto, parlandone a chi ha la pazienza di ascoltarmi, proprio come faccio con te, solo che un tempo pensavo fossero tanti e oggi invece penso che si sia assottigliata molto la combriccola degli insofferenti coscienti di esserlo. Forse per questo si tollera la bruttezza che abbiamo attorno, per non star male, per non ascoltare la bellezza interiore che vorrebbe altro. Altre regole di crescita, altre speranze e un senso di responsabilità nei confronti di ciò che accade che sembra non esserci più. Ieri, su Repubblica, Piketty invitava l’occidente a riconoscere che i guasti che si stanno creando nella natura comune, sono fortemente connotati con noi, con le nostre abitudini, con lo sfruttamento che viene fatto delle risorse non fungibili a solo fine di profitto. Ed io l’ho tradotto in un atto di nichilismo di massa che impedisce di considerare la lentezza, ovvero il tempo del comunicare e del condividere come prioritario e quindi di guardarsi attorno, che trova scuse nell’impotenza e nella necessità e così giustifica tutto. Allora penso che delle molte solitudini che ci sono al mondo, quella di massa è la peggiore, perché è cieca e rassegnata, si conforma a qualcosa che non dipende, che non vuole dipenda, da lei. E quando penso a questo, allora preferisco avere pochi amici, sognare la solitudine che diventa gioia del riflettere nel giardino arabo virtuale, costruito con la pazienza, la speranza, il silenzio. E in particolare di quest’ultimo non sento più il peso e sento che vale più di molte parole che si spargono senza voler dire.
Questo volevo dirti della mia insofferenza, che come vedi non è particolare e forse è proprio semplice da capire, solo che io l’ho descritta con molte parole, come mi viene e come so dire. Eppure la sento ancora parziale e insufficiente nel dirla, come ogni approssimazione di sentire. Se l’ho tradotta in una lettera è per capire meglio e di più. Sapessi quanti pensieri collaterali nascevano finché ti scrivevo queste parole, se fossimo assieme ti spiegherei meglio, tradurrei in espressioni le parole, ti parlerei con tutto me come quando m’infervoro per la passione che mi suscita un argomento. E il tempo volerebbe, ne sono sicuro, anche se penso che tu guarderesti, scuotendo il capo, le mie dita colorate d’inchiostro e mi ricorderesti che esistono le biro e che spesso scrivo lettere che non spedisco. Con tenerezza e comprensione, lo faresti, sentendo che è una partita persa il convincermi. E allora capirei che l’insofferenza ha un limite e che ciò che comunica il bene, invece, no. E di questo, ti ringrazierei, grato come sempre e forse ancor più.
Mi diceva che mi perdevo: sei troppo in alto oppure perduto a cercare tra le pieghe, negli anfratti, comunque con la testa perennemente chissà dove.
Insomma non c’era modo di essere adeguato.
Questa cosa dell’adeguatezza, magari con altri nomi, ci veniva insegnata ad ogni piè sospinto, come forse richiedeva il mondo del lavoro al quale eravamo destinati: l’industria. Conformi a qualcosa, ad un metodo, ad una prassi che era poi tradotta da un’altra di quelle maestre di scuola e di vita nell’assioma che ciò che contava era il mediamente giusto e il tempo d’esecuzione. Era un mantra. Non cercare troppo, fai veloce e abbastanza giusto. La teoria del quasi esatto.
Tutti questi maestri che m’ insegnavano a nuotare nella vita non mi salvavano dalla caparbietà ribelli dei miei naufragi E così continuavo a navigare nei particolari. Oppure così in alto che tutto diventava piccino e allora mi pareva di capire il senso di ciò che si faceva e accadeva.
Inadeguato.
Sembrava una colpa, ma era troppo interessante cercare nei dettagli significati rivelatori. Lì scappavano le verità che non si volevano quasi dire, in una sintassi dell’oscuro e della sostanza che sonnecchiava dietro l’apparenza. Era una macrofotografia in cui indagare e che mostrava cosa c’era tra le pieghe. Forse cercavo l’anima nella superficie. Era il contrario di ciò che dicevano i maestri del pensiero arduo e facile, quelli che ascoltavo e quelli che leggevo, ma mi dicevo: e se avessero torto, se in realtà l’anima evaporasse in continuazione come tutti gli altri fluidi e che, come questi, si riformasse, ci sarebbe una ghiandola dell’anima, un ormone che si spande attorno e induce a capire cosa proviene da dentro. Forse era così. Mi pareva. E intanto guardavo affascinato gli ingranaggi che si muovevano in un nitore stupefacente di moto, la leggera patina di olio che luccicava, lo sfilacciare delle gomene delle barche al mare, l’infinita esattezza delle conchiglie, l’avvolgersi spiraliforme dei gusci marini, le striature precise e conformi alla bellezza dell’insieme.
E tutto questo mi pareva fosse una dimostrazione di un equilibrio tra dentro e fuori, un trasudare inconsapevole di esattezze interiori. Ecco, mi interessava l’esattezza interiore che, al pari di una qualsiasi età dell’oro, ci portavamo dietro. Non era l’esattezza dei numeri, ma quella delle cose che s’incastravano. E questa esattezza intrinseca doveva uscire in qualcosa di definito, di particolare. Non poteva essere dappertutto e di tutto, era un pressappoco di una esattezza sotterranea che non si piegava alla sovrapposizione dell’apprendere, neppure a prezzo di enormi sacrifici che travisavano la naturalezza. Le cose si lasciavano sfuggire particolari, dettagli e c’erano senza sforzo. L’insieme li ricomprendeva, li fondeva in masse di colore che davano il senso, la direzione. Come in quelle foto in cui si vede una folla e poi con la lente si scava sino a cogliere l’espressione della persona. Il tutto e il particolare, quello che stava in mezzo era importante all’economia, ma non per capire le cose, e in fondo neppure serviva per decidere.
Non ho perso il vizio anche se l’ho corretto nell’apparenza, così non sembro sempre perso altrove. E quando all’olimpiade vidi Yuri Chiechi che faceva delle cose mirabili con il corpo in equilibrio sul nulla e non sbagliava il giusto tempo di esecuzione, mi dissi che quella era la fusione del generale e del particolare, del tempo e dell’attimo, ma che occorreva un grande esercizio dello spirito per renderla conforme. A cosa?
Non è facile pensare. Neppure dopo due giorni. Aleggia un senso di scoramento, assieme all’intelligenza di non avere riferimenti. Neppure le parole sono più certe. Che significa terrorista se non è evidente il fine del terrore? Oppure il terrore ha un significato in sé e si ferma ad esso? Pensando al passato il significato traballa, si disgrega. Che mondo abbiamo contribuito a creare? È certo che siamo tutti coinvolti, ma non abbiamo la stessa percezione, la stessa cultura che indichi soluzioni comuni. Vicino e lontano diventano categorie della solidarietà, dell’amore. Ma così vincerà l’improvvisazione e l’approssimazione di chi ci comanda, trionferà il relativo, la vita perderà valore mentre si useranno le parole di prima. Si parlerà di certezze e di esattezza mentre esse sono in elaborazione, anche il fine, o i fini, si costruiranno in corso d’opera. Insomma non ci sarà verità e neppure la sua ricerca, e così saremo tutti più insicuri. È la precarietà che ritorna dopo che si pensava di averla sconfitta negli animi ed ora ci investe ed assume i connotati della modalità del vivere.
Allontano, non ci penso, rimuovo.
Così ad uno ad uno, ci separiamo sperando tocchi ad altri, sperando sia lontano. Emerge ancora il lontano come misura del vivere tranquillo, ma così nessuna causa, sarà degna d’essere combattuta, l’importante perderà significato mentre ci si allontana. Perché accade? Avevamo a disposizione 25 secoli di pensiero, 70 di storia. Avevamo a disposizione il mito e la sua buja ripetitività nelle menti. Avevamo i testi scritti, si sapevano le implicazioni. Due secoli di sociologia inutile. Psicologia da gettare. Ci siamo fidati della potenza e del potere, del denaro e della tecnologia invece che indagare nella poesia e nel disagio. Chi è sicuro nel suo letto, ora che il bujo non resta oltre gli scuri ben serrati?
Ho fatto i gesti pieni di simbolo, ho acceso una candela sul davanzale. Anche stasera. Ma so che chi dovrebbe vedere non vedrà, che molti passeranno indifferenti, che dirsi francesi non serve a nulla.
Chi capisce ha paura. Come cuccioli ci stringiamo per sentire il calore dell’altro, cerchiamo il corpo vivo che significa sentimenti e amore disponibile per noi. Vicini, vicino.
Le foto sui giornali (i nostri giornali perché per altri sarà tutto distante), le immagini televisive mostrano corpi nel freddo delle vie, luci che lampeggiano, uomini che si muovono in fretta, fatalità che colpiscono. È questa insicurezza che sgretola il mondo. Quello vicino. Non nobis domine. L’invocazione funziona a senso unico, è l’impotenza. Viene distanziata anche la fortuna, anche la possibilità cessa d’essere intera: basta non tocchi a noi.
Dimenticheremo presto, perché vogliamo dimenticare. Resteranno numeri, date, e le vite perderanno consistenza. Penseremo che il caso, solo esso, le ha messe nel posto sbagliato, nell’ora sbagliata. Resterà l’inquietudine.
È così enorme l’inconosciuto che deriva da ciò che non si è fatto, da ciò che si farà, che solo la speranza ci potrà dare l’illusione che il mondo muti. Che il mondo si metta in ordine, il nostro ordine, senza che noi facciamo nulla.
Complice l’ora che preannuncia il meriggio (ricordate il meriggiare pallido e assorto?), tra le piante, s’ indora di sole un pulviscolo. Accade anche in primavera, ma adesso quello che allora era pullulare fertile di vita, esita a posarsi. Come intuisse che altro cadrà su lui. Foglie, piccoli rami, zampettare d’uccelli in perenne cerca di cibo, strati di materia ch’era viva altrimenti. Quel pulviscolo si trattiene in aria, s’appresta, ma non cade. È un funambolo che sfuma i contorni, attrae l’attenzione, segna la luce.
Sulla strada, auto veloci e disattente. Il parco è vuoto, neppure i bimbi lo frequentano, impegnati nel diventare altro da sé. A noi invece, con la voglia d’ubiquità che ci portiamo dietro, sfugge il mondo.
In un segmento ci sono infiniti punti, ma solo due sono i terminali d’esso. Ecco, c’accontentiamo del punto A e del punto B, e ci pare una gran conquista l’esserci giunti a tempo, mentre il resto è solo suolo da calpestare. Peccato perché ha infinite meraviglie che durano un attimo e poi già sono altro.
Dove ora fiorisce la camomilla, il timo selvatico, e il cardo piumoso, bacche rosse sfolgorano dalle pietre, C’è profumo d’erbe d’autunno dov’era la trincea, e più avanti, sul ciglio d’infinito, l’avamposto diruto ancora guarda la piana. Attorno, tra schegge di bianco puro calcare, fosse d’antiche granate non conta di chi fosse in quella ruga, che il declivo conquista ricoprendo di fiori e rami spinosi, ma lontano gli azzurri monti e la pianura avvolta di bruma, hanno accolto allora gli sguardi. Nei giorni di limpido freddo, luccicava d’acque e riflessi, l’orizzonte, ed era la bellezza inconsapevole e cruda, a stringere nel pugno il cuore e la vita.
Questa fotografia è stata scattata nel 1968, durante la festa delle matricole, poi di fatto abolita dalla contestazione. Non conoscevo gli studenti fotografati. L’ho conservata pur essendo priva di riferimenti personali. E di fatto non contiene nulla. Nulla di conosciuto.
Già allora mi piaceva fotografare volti, figure, corpi, mi sembrava che le storie contenute si potessero intuire da una espressione del volto, da una posa, dagli occhi. Mi sono chiesto, e lo faccio ancora, come si sono svolte le loro vite. Dove sono adesso. Ho la sensazione che nei volti ci sia una continuità che resta, come un’eco di qualcosa di accaduto.
Non sono mai stato un gran fotografo, ma mi piaceva, già allora, fissare ciò che percepivo, intuivo. Stranamente il vedere veniva dopo, magari leggendo la fotografia in camera oscura. Associavo le fotografie a un pensiero, a un suono, un odore. Di allora restano parecchi negativi, spesso non stampati. Mancavano i soldi.
Mi accorgo che documentavo qualcosa a me stesso.
Fotografavo spesso sconosciuti e privi di particolarità forti. Oggi si guarda una foto per riconoscersi (teologia del selfie) oppure per riconoscere o per meraviglia. Il resto fa parte di quel mondo poco interessante che è la realtà. E pur fotografando la realtà mi pareva di distorcerla con le persone, con i loro pensieri, le attese, la normalità unica d’ogni vita. Per questo volevo aggiungere i volti alle cose, perché loro avevano un’altra percezione rispetto alla mia. Ed io non l’avrei mai conosciuta, ma ritenevo possibile che essa in qualche modo mi arrivasse.
Devo dire che anche adesso ho la stessa illusione e che nel fotografare spesso cerco qualcosa d’altro rispetto a ciò che apparentemente vedo. Non sarò mai un buon fotografo, ma in fondo la fotografia è una scrittura e l’adopero come mi viene. Proprio come le parole.