La situazione è complicata. Maledettamente complicata. E il rischio di confondere ragionevolezza con real politik è alto. Poi sotto traccia convivono i migliori e peggiori istinti di tutti quelli che un qualche conto in sospeso ce l’hanno, e sanno che se ci si siede sulla sponda del fiume qualcosa passa, non di rado è il cadavere di quel qualcosa, sistema o uomo, che pieno di boria si è infinitamente proposto come il migliore è semplicemente non lo era. Ma si può vivere sempre sulla sponda del fiume? Ad alcuni, non pochi e furbi, questo riesce, ad altri no. Questo riguarda tutti a partire dai partiti. Ma sembra si paesi sempre del PD e Il m5s come sta? Non benissimo se si osservano le pratiche da vecchia Dc che mettono assieme la giunta di Roma, gli scheletri a zonzo per i corridoi, mentre fuori ci sono le attese che non possono attendere. Marino era un mostro di cambiamento visto ora. Non c’è di che essere soddisfatti, però mi fa specie che chi ha perso malamente cominci a compiacersi delle difficoltà del vincitore. Ma anche questo è un modo per non fare i conti con le sconfitte. Non si è mai fatto questo conto ed è un’anomalia dell’Italia, qui si deve sempre vincere oppure non se ne parla. E così negli anni c’è stato uno smottare lento verso il fiume, chi è furbo si salva, gli altri semplicemente si disamorano. Eh si perché stranamente anche nella gestione della casa comune serve amore e autocritica. Non va bene l’autocritica? Almeno un po’ di sana autoironia che attraverso la percezione del proprio limite veda i problemi degli altri, dica che si è sbagliato e che si vuole cambiare assieme. Non questo racconto infinito di successi dentro una realtà fatta di crisi e di bisogni primari negati. Ha ragione Bersani quando con una delle sue metafore parla del non accorgersi della mucca in corridoio. È una casa comune che va a fondo, con allegra rappresentazione dei propri successi (?) si vuole ignorare che l’Italia è in crisi, che l’Europa è in disfacimento, che il mondo non è pacificato anzi comincia a considerare strutturale il terrorismo. Come dire: è un prezzo da pagare alla diseguaglianza, all’incapacità di affrontare i problemi delle persone, allo strapotere dei pochissimi rispetto alla miseria della maggioranza. Risalire dal greto del fiume per riprendere in mano, con umiltà, il proprio destino. Considerare che siamo davvero in una casa comune, che ci sono beni da non buttare e hanno nomi impegnativi, dignità, lavoro, legalità, onestà, tutela dei più deboli, diritti comuni, dovere civico, costituzione, ecc.ecc. Farlo con coscienza del limite, rispetto e attenzione e per favore smettiamola con la narrazione che racconta altro da ciò che si vede e fa perdere la voglia di ridere quando serve davvero. La narrazione è triste se non dice la verità, toglie la capacità di distinguere e disamora. E questo è un guaio, davvero un guaio per il presente e il futuro. A chi piacerebbe vivere in un Paese di indifferenti?
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narcisi senza specchio
Il tipo umano è quello che ha bisogno del confermare l’immagine e rassicurarsi attraverso il comportamento, e ha bisogno di farlo sapere. A sua giustificazione e necessità si potrebbe invocare l’epoca insicura, ma quando mai il mondo lo è stato? Oppure la pressione odierna verso l’individualità come misura del successo e dell’identità. Quest’ultima centralità diffusa dell’individuo potrebbe anche essere segno di un benessere inusuale nel passato, oltreché il modo per dividere il noi, di certo ingombrate per l’autorità. Potendo scegliere però meglio il benessere che il suo contrario. Comunque sia il narcisismo è ben presente nelle attese individuali, è trasversale al genere e riflette il bisogno di conferma della propria attrattività. Quando scivola in una perenne giovinezza, fa sorridere e non è difficile riconoscere anche i tratti propri in questo contemplarsi anziché vedersi. Così c’è una rivalutazione dei peccati di gioventù, che divengono senza tempo e percorsi con leggerezza. C’è però il limite precario del ricolo, e l’assenza di uno specchio perché se il narciso si guardasse davvero si vedrebbe e allora tutte le sue alzate d’orgoglio, il suo rappresentarsi, il racconto di sé apologetico diverrebbe quello che è ovvero una stanca necessità di essere più veloci del tempo, sapendo che ciò che non si è stati non può essere ora. Non è il narcisismo a far aggio al presente se esiste spirito critico, ironia, capacità di vedersi e accogliersi per quello che si è ora, sapendo che non si è da buttare anzitempo. È il giovanilismo ad essere pernicioso per il narciso senza specchio, una autostima invece serve assai e rende diversi e consapevoli, almeno davanti allo specchio sia esso reale o interiore.
Carlos Kleiber e la bellezza
Ascolto Carlos Kleiber da molti anni, sempre ho provato gioia, emozioni intense, commozione. Alcuni ascolti sono stati così definitivi da considerarlo il più grande direttore del secolo scorso, mi è accaduto dapprima con la 4 sinfonia di Brahms, poi la 7 e la 6 di Beethoven, poi il resto. Lo so che non è così ma ascoltavo e riascoltavo e mi piaceva ancora di più. E cercavo altro, anche se purtroppo non era moltissimo, ciò che era stato inciso. E mi piaceva, era un innamoramento che ancora dura e mi dà molto.
Carlos Kleiber era figlio di un grande direttore Erich Kleiber, che se n’era andato dalla Germania per incompatibilità con il nazismo. Il figlio è diventato uno degli interpreti (forse il più grande) di Richard Strauss che certamente nel nazismo non era stato male visto che era il presidente dell’associazione dei musicisti nazisti. Se conoscete l’emozione che può dare la musica, il sentirsi tutt’uno con le note, le tempeste emotive che ne derivano, allora capite che solo alcune persone possono risolvere le contraddizioni tra opera e vita, e che in quel momento con l’arte, il gesto unico, le riscattano, mostrandone la bellezza del pensiero che si fa opera. A questo servono i concerti, le esecuzioni dal vivo. E chi ha la gioia di ascoltare un grande tiene poi con sé un pezzetto della sua grandezza, ne è compartecipe. C’è una contraddizione tra bellezza e bene che pare insolubile. Noi tendiamo a trovare il bene nella bellezza, il buono, il giusto in essa, ma la cosa non è correlata. Un animo grande spesso è anche buono, ricopre un ruolo che indica a se stesso e agli altri, pensiamo, ma non è quasi mai così davvero. Nella bellezza c’è un conformismo che solo il transitorio assoluto elimina. Voglio dire che se Heidegger, o Strauss, o Majorana, o Marconi, o Pirandello, o Pound, o Furtwangler, e quasi tutti gli altri cervelli che aderirono al nazismo o al fascismo, furono comunque grandi quel quasi indica che alcuni non lo fecero e salvarono la bellezza dall’etichetta politica, l’aiutarono ad essere altro. Erich Kleiber preferì andarsene e molti altri lo fecero. Così aiutò la bellezza e diede modo al figlio di essere ancora più grande di lui.
Ascolto le registrazioni di molti anni fa. Oggi è difficile dire che non basti il software a disposizione, anche se nulla equivale l’emozione di quell’evento unico che è un concerto. Carlos Kleiber era una persona incredibile per il gesto e i modi, per la conduzione e per la sua imprevedibilità. Ci sono dei ricordi del sovraintendente del teatro di Cagliari che ospitò l’ultimo importante concerto del maestro, che ne descrivono sia l’umanità e sia l’ansia che la sua imprevedibilità creava. Grandissimo anche perché era schivo, intollerante del jet set, persino nella residenza, nel far comunicare la sua morte, molti giorni dopo a esequie avvenute. Era conscio della sua grandezza ed era un fatto personale che coinvolgeva gli altri. Ascolto la musica che oggi sembra più questione di quantità che di fedeltà, mi stupisco perché ne conosco i passaggi, eppure mi sembra nuova. La sento, pulita, forte, come scolpita, una forza dell’anima, un dono. Ecco questa è la bellezza che indica il bene, che salva. E infine torno agli applausi alla fine della registrazione della sesta sinfonia preceduti da un silenzio stupefatto, che ha timore di rompere un’emozione irripetibile, e Lui che si volta e accenna a un sorriso, come a dire: non posso fare di più. Ho bisogno di sentire che non sono solo a sentire questa forza e allora mi commuovo.
le dimissioni
Le dimissioni non nascono mai di colpo. Ovvero sì, ma quelle sono per insufficienza di ragionamento. Partono come un ceffone e spesso ricevono un pugno. Mi è capitato più d’una volta nella vita di reagire a ciò che ritenevo così ingiusto da non appartenermi e quindi di dare subito le dimissioni. Mi hanno fermato facendomi riflettere sull’ingiustizia: andandomene l’avrei avvalorata. Così non me ne sono mai andato per emotività, ma per scelta. E non importava ciò che perdevo, era una scelta che mi permettevo perché ero importante a me stesso. Ho sbagliato spesso i conti, della carriera soprattutto. Un vecchio democristiano mi diceva: mai dare le dimissioni, il tempo in politica è infinito. E anche nelle aziende è infinito. Non è vero ma me l’hanno ripetuto qualche sera fa. Un altro democristiano. Ho pensato: cosa saremmo stati noi comunisti senza i democristiani. Avevamo bisogno di un confronto continuo con ciò che non volevamo essere e anche loro avevano bisogno di noi perché eravamo una alternativa a ciò che erano. E sono ancora, mi veniva da pensare, perché i democristiani non finiscono mai. Sono il paese che respira piano e sembra dorma, ma ha un occhio aperto. Vede. Un po’ di sbieco ma vede.
Le mie dimissioni sono nate per senso del limite. L’ho capito mesi fa. Anzi non molto dopo aver assunto l’incarico. Ero straniero e inadeguato ai circoli locali, alle alleanze, alle strizzatine d’occhio, alle feste riservate, alle decisioni prese per altri fini. Inadeguato. Quando questa parola esce nella mente può provocare un attacco all’autostima: ma come inadeguato, hai affrontato di peggio, hai risolto problemi più grossi. Sì certo, hai sbagliato parecchio, ti dà ancora fastidio pensare alle ingenuità di allora, ma poi ne sei uscito. E cosa sarà mai, impegnati e ci riesci. E invece no, inadeguato non mi dava fastidio. Era un punto d’onore. Me lo ripetevo: inadeguato. E quello mi dava l’idea che dimettermi era la cosa giusta. Certo c’era anche un po’ di spocchia perché significava che non mi mescolavo, che non volevo apprendere il flow chart dei giochetti, delle comunelle, del chi è importante e perché. E quindi inadeguato era la mia motivazione che mi ripetevo come un mantra. Un mantra con delle conseguenze e quindi la decisione di andarmene.
Andar via per scelta. Me lo ripetevo nei lunghi tragitti in auto. Me lo ripetevo nella nebbia, quando volevo solo arrivare a casa. Epperò una ragione per dare una possibilità alle cose, la trovavo sempre: una sfida, un progetto nuovo, un guardare oltre, insomma qualcosa che giustificasse la fatica. Essendo libero di decidere poteva frenarmi solo l’idea del cambiamento e la responsabilità. E il senso di onnipotenza. Abbiamo spesso a che fare con l’onnipotenza. Chi riceve un incarico deve esercitare un’autorità. Poi lo stile è tutto. Ci sono gli stronzi e i deboli, ma sempre di autorità si tratta. E di problemi. Chi è furbo li delega a qualcun altro. Come diceva quella legge di Murphy: un buon capo espiatorio vale quasi quanto una soluzione… Oppure vale il pesce in barile, scaricare i problemi per assenza e per consenso: basta dire di sì a tutti. Il muro dei sì, è insuperabile perché evita il confronto e non fa fare un passo avanti. Ma si può fare altro: si può tentare di risolvere i problemi prendendosene la responsabilità, se c’è lo spazio per farlo. Sennò si è inadeguati.
Inadeguato e conseguente. Le dimissioni sono il riconoscimento che ciascuno può procedere per suo conto e che la cosa non ci dà fastidio. Oppure un piccolo fastidio ce lo dà, ma è inferiore al fastidio che provoca il continuare. Nel decalogo che ognuno si costruisce vivendo, ci dovrebbe essere il posto per andarsene senza essere messi alla porta, perchè un conto è sentirsi inadeguati e un conto è che te lo dica qualcuno. Una grande libertà poter andare via. Con stile, salutando tutti senza ipocrisia. Poter dire: ho ricevuto, ho dato, mi è anche piaciuto, ma non sempre. Di sicuro c’è di meglio di quello che potevo fare io, anche se non è stato poco. Troverete, anzi vi troveranno chi è più adeguato. Ecco questo adeguato è diverso da me e quindi non posso aver nulla che gli rimprovero. Non mi sostituisce, lui è un altro e io sono quello che sono. Interessante questa cosa delle dimissioni, è un lasciare senza rimorsi e senza troppi rimpianti.
Il personale mi ha detto parole buone, mi sono commosso, ma ai vecchi uomini capita di commuoversi, e quando gli accade si rendono conto dell’età. Credo che dovrebbero fare un corso a scuola sulle dimissioni: come andarsene, commuoversi e stare bene con se stessi anche da giovani. Sarebbe un corso sulla relatività del potere, sull’io e sul noi. Sul potere insomma. Credo proprio dovrebbero farlo.
a proposito dei diari
Qualche giorno fa ho preso in mano il primo volume dei diari di Gide. Un libro di oltre 1500 pagine fatto di annotazioni, impressioni, incontri, giudizi, dialoghi, fatti notevoli e meno. Un insieme di istantanee che Gide riassume per se stesso. Con la diaristica è più facile trovare l’autore piuttosto che cercarlo tra le pagine della sua narrativa, indagarlo nelle speranze e le paure nei suoi personaggi, ricostruirlo per induzione. I diari hanno quel sapore vagamente elegiaco, con le loro verità d’impressione sempre approssimative e il farlocco dell’esibizione, che rendono chi li scrive umano. Sono dialogici anche se fanno finta di rivolgersi unicamente a sé, si mostrano e quindi per chi legge, non è un guardare dalla serratura, è la quotidiana rappresentazione senza contraddittorio. Nei diari si eliminano molte abitudini, si evidenziano le occasioni e, anche se non vogliono, lasciano intuire che tutti ci assomigliamo nella meccanica della diversità. Certo c’è il genio, ma questo non è pane da diari, casomai se ne coglie qualche scintilla, o il perdurante modo di vivere sopra le righe, il genio riserva il suo esplicarsi all’opera e questa è altrove.
Quando è possibile, può affascinare incrociare le diaristiche, le biografie, con le lettere di chi era significativo per l’autore (in questo momento penso, ad esempio a Manganelli, alla Merini, a Fulvia Papetti). Ne esce un ridimensionamento e anche un fascino ulteriore. È lo stesso processo d’interesse altrui nei nostri confronti, che vorremmo nel conoscere per vederci con altri occhi. All’uomo di genio questo interessa ben poco in quanto è dominus del suo vivere, lo subordina per concezione naturale. Gide non è differente, e ciò che lo attornia sembra un’ orchestra che viene condotta come strumento complessivo, che sbaglia e può contrariare, ma suona una sua musica anche durante il processo creativo. La psicologia ha indagato i processi che portano alla scoperta, ne ha stabilito le condizioni necessarie che però non sono in grado di generare il nuovo come importante solo perché c’è un milieu favorevole. Ad esempio quando si parla del rinascimento toscano, che non è solo toscano, che altrove è altrettanto importante, che il substrato è comune, che i grandi, i geni di allora, sono accompagnati da richieste importanti che riguardano la ragione, l’uomo, il bello. Che esiste una committenza diffusa ed estesa geograficamente, che è moda delle classi dominanti, e che il bello costa oggettivamente poco. Come il genio.
Galimberti ha fatto un’osservazione importante: nella nostra epoca non ci sono geni della statura di un Leonardo da Vinci, neppure nelle arti o nella letteratura ci sono geni, e neppure se ne vedono all’orizzonte. In compenso c’è una produzione diffusa di livello elevato e transeunte, la parola geniale viene sprecata e soprattutto la tecnica ha determinato e determina il progresso. Nella diaristica emerge invece la fatica del quotidiano perseguire un ruolo che riguarda il profondo dell’autore. Non basta una app per diventare famosi e restare, quella serve a far soldi ma finisce presto divorata dal passo successivo. Questa è la tecnica, invece nelle vite immerse nel narcisistico compimento di sé, si sente una continua tensione verso un ulteriore. Si abusa molto la parola eterno, nulla lo è davvero, però il durare a lungo è già molto per chi scrive di sé. Il disinteresse, il cinismo, non scrive di sé, e neppure del mondo che lo circonda, basterebbe questo pensiero per far capire che c’è un interesse umano notevole in chi si narra, che non è solo la necessità di essere riconosciuti, apprezzati, ammirati, amati. (tutte queste parole non sono sinonimi, ma si inanellano in una catena recitata dal desiderio)
Ho cercato un blog che da molto tempo non pubblica più. C’è ancora, anche se l’autrice chissà che starà facendo. Mi sono soffermato a rileggere e a pensare alle osservazioni che lei faceva e che la riguardavano, ma soprattutto che guardavano. Il mondo le si svolgeva attorno e lei lo interpretava su di sé, partecipe. Ho pensato che in quel tempo anch’io avevo una scrittura diversa, attenta a fatti immediati da riportare in una prospettiva di tempo lungo. Ho pensato che i blog sono allora, come adesso, un’ immensa diaristica che procede o si interrompe e che chi comunica fa dialogare impressioni, rappresentazioni, ma anche molta sostanza. Anche se manca quasi sempre la verifica, le lettere, le impressioni di altri, di chi conosce personalmente chi scrive. Qui la tecnica ha reso pervasiva e immediata la capacità di proporre e di far assorbire stimoli e meno evidente e necessaria (forse perché noiosa?) la riflessione sui temi essenziali della vita. Che poi sono tre, ma ciascuno li declina secondo bisogno, identità, necessità.
su Manganelli:
Era povero in canna. È vissuto fino a dopo il 1960 in una camera ammobiliata, presso la famiglia Magnoni. Quando i Magnoni traslocavano, anche il pensionante traslocava. Come il canarino. Diceva mio padre: io, il portaombrelli e il canarino abbiamo traslocato con la famiglia Magnoni» (L.M.).
«Aveva una moglie e una bimba, ma già le prime bufere esistenziali lo avevano reso inquieto e solitario. In effetti egli stava vivendo in quegli anni l’Hilarotragoedia che darà alle stampe tanto tempo dopo, nel 1964. Il vistoso ossimoro del titolo connota la sua vicenda degli anni 1947-49, oscillante tra un amore assoluto, caparbio e il sospetto della follia incombente sulla giovane poetessa amata. Fu allora che scopersi, durante le visite settimanali che mi faceva la strana coppia degna di un dramma antico, la complessità della natura di Manganelli, che affiancava a sublimi raptus intellettuali una profonda, rara e squisita umanità. Con essa egli cercava di salvare la ragazza, di affidarla in mani sicure, ma la paurosa immensità degli abissi della follia cominciava a dare i suoi segni esteriori. Un giorno egli scomparve in lambretta, diretto a Roma» (Maria Corti). «Mia madre rimase da separata in casa con i suoceri fino alla morte del nonno, accantonando per il momento tutte le sue ambizioni letterarie, ambizioni che riprenderà più tardi. I problemi pratici incombevano, le spese erano tantissime e mia madre tentava di fronteggiarle alternando l’insegnamento con le lezioni private. Io andai a vivere con i nonni materni a Parma, nonni e città assolutamente sconosciuti. Quando mio nonno paterno si ammalò, mi portò da sua madre chiedendole: – Me la tieni per quindici giorni? – E ci rimasi vent’anni» (L.M.).
oppure
o ancora sul rapporto tra geni
http://ilmanifesto.info/carl-gustav-jung-e-wolfgang-pauli-lettere-sulla-fatica-di-essere-un-genio/
è tardi
E’ tardi, che parola stupida,
per la notte che si carica di luci profumate,
per i riflessi che muovono coi passi:
per una risata sommersa nell’ombra del portico:
nel Prato, fumano e suonano, ragazzi svestiti di fretta.
E’ tardi, che stupida parola,
come se il tempo, in un crivello di attese,
si fosse stancato,
e poi sparito nel suono d’una voce,
in un pensiero mai stato.
E’ tardi, che stupido programma
di sogni abbandonati
come cani d’estate.
un’inutile vita grama

È passato del tempo, allora come adesso, mettevo in forma di lettera, dialoghi, considerazioni che venivano dopo, quando il passo era meno importante di ciò che si era scatenato prima. Nel parlare tra se c’è questa attenzione caparbia ad un oggetto, l’inseguire code di pensieri che si dileguano dispettosi, scegliere porte spalancate ed ammiccanti. E noi parlavamo di temi sensibili, importanti davvero, del che fare della vita, convinti entrambi delle proprie scelte e ragioni, ma ascoltando. C’è una attenzione amorosa nell’ascoltare, un lasciarsi stupire e l’ammettere il dubbio. In questo c’era amore nel confrontare le nostre due diverse concezioni, la mia viscosa, rallentante, che sbottava verso la leggerezza come capacità di lasciare impronte lievi e la tua, bruciante, veloce, piena dell’impeto che spinge e fa vibrare. Confronto impari perché la bellezza s’accoccola sempre nel fascino del pensiero altrui, così è da parte mia ma era anche puntigliosa, la mia difesa, anni di ricerca non si buttano per aria facilmente. Sai cosa emerge in questi casi? Il timore del fallimento totale, aver sbagliato quella prima porta che poi ha reso il resto un cumulo di errori giustificativi, di seppellimenti del fastidioso nella glorificazione del parziale successo. Usare la lentezza come costruzione di se stessi. Dopo il fascino giovanile per me la velocità era divenuta nemica della riflessione. Non siamo militari, mi dicevo, non dobbiamo decidere come uccidere il prossimo nemico per non essere uccisi, non dobbiamo sbaragliare nessuno, e questo lo penso ancora perché la riflessione sospende, rallenta, porta alla considerazione dell’alternativa e quindi argina il desiderio, la sua soddisfazione. E chi ha detto che desiderio e felicità coincidano? Anche se noi cerchiamo la seconda anche attraverso il primo. Come vedi non penso in termini di mortificazione, di assenza, ma di lentezza, ben sapendo che essa contiene veleni importanti e discreti, quelli a cui ci si assuefa guardandosi l’ombelico, contemplando la bellezza e non vedendone le domande, curando il corpo come immutabile perché pensato coincidente con la mente, con il pensiero fecondo, vitale. La lentezza si può trasferire nella dimensione propria di una terzietà, di un guardare distaccato che la velocità, nella sua ansia di bruciare tempo e vita, non ha.
Thanatos, desiderio e rifiuto/ricerca della morte. In un confronto da giganti, l’assalto al cielo degli dei, ecco cosa mi suggerivi, ascoltandoti, e interpretando con le mie lentezze, la tua ansia di corsa vitale. Volevo avere il respiro del mare, contenerne la furia sapendo che sono le maree che contano e con esso portare l’annessione del cielo al proprio piccolo, miserrimo, mondo. Così importante e fondamentale che trovarne misura è impedito. Questa era la mia proposta. Ciò che facevo. Lentezza e velocità messe di fronte, con sorrisi e scambi veloci di parole e silenzi. Io taccio quando non so dove poggiare i piedi, avresti dovuto accontentarti di seminare dubbi come papaveri, ma da buon miles riottoso ho sempre avuto una trincea in cui resistere: questa era la percezione del fallimento. Nel fallire non conta ciò che si è stati, ma ciò che si è diventati. In questo il fallimento assomiglia molto all’innocenza, nell’uno c’è la coscienza che l’errore è stato più grande di noi, l’abbiamo attivato, ci siamo misurati, è stato un confronto perseguito per orgoglio, per delirio di onnipotenza, per impossibilità di fare altrimenti: avevamo poveri mezzi a disposizione del sogno, alcune tecniche di sotterfugio imparate faticosamente e ammantate di sincerità, una capacità infinita di auto convincersi, e una fiducia sterminate di riuscire. Eppure abbiamo fallito. Potevamo fare altrimenti? No, anche se era certamente possibile, ma che fine avrebbe fatto la sfida con la dissoluzione, la coincidenza tra vita e possibilità di dare forma e soddisfazione ai desideri? C’era Thanatos e la sua sfida, sempre aperta, dietro, e sapendo che alla fine essa vince, meglio fuggirle correndole incontro, meglio alzare continuamente la posta, mettere milioni di sogni e di chilometri tra una immagine nostra e il tempo che si confronta con noi. Sai perché il fallimento assomiglia all’innocenza? Perché contiene la stessa impossibilità d’essere altro, quando l’innocenza si percepisce già non è più tale, quindi dev’essere senza saperlo davvero, oppure la consapevolezza di essa si deve arrestare, esattamente come il fallimento, appena prima. Dove si differenziano è invece nei tempi dello svolgersi, thanatos è una fuga continua, l’innocenza sembra immota mentre si muove. Hai fatto caso che entrambe prescindono dalla vita? Questo dovrà pure significare qualcosa. Forse che il dualismo non è così automatico e non esiste una scelta radicale nell’essere innocenti o nel correre, ma un’ approssimazione, una conformità a ciò che si è e non a ciò che ci pare di essere. Potrei usare le tue parole, le tue distinzioni tra cose e pensieri, tra sentimento e piacere, tra decisione e dubbio. In fondo ci si dice che vorremmo avere l’apparenza di qualcuno, ciò che in lui lenisce le nostre ferite, non le sue sconfitte, i suoi dubbi, la tenebra che contiene. Chi persegue la lentezza vorrebbe avere il piacere della velocità e chi è veloce sa che può rallentare se ha superato la paura di essere raggiunto. Ho pensato che se alla fine di un discorrere così partecipe perché entrava nell’intimo, esponeva la propria nudità fatta di paure prima che di desideri, se nel considerare che il fallimento è sempre parziale e che esso è una molla per una impresa ulteriore, se tutto questo resta e affolla la mente, avevamo parlato davvero. Cambiando ciascuno per suo conto, alimentando piccoli dubbi che pizzicheranno la pelle nelle notti poco assonnate, e non è poco perché questo è uscire da una inutile vita grama. Sbagliando, ma provandoci. Non ho nulla da celebrare, nulla, e questo stranamente mi rende sereno, fiducioso, partecipe. Chissà se sono più attaccato a me o al mondo, ma sono attento a ciò che muta, proprio per l’assenza di certezze e rallento.
allure
Queste strade medievali sono gole di montagna, tengono luce, odori, uomini, tutto stretto e frammisto alle pietre, ai balconi, alle porte, a quel taglio di cielo che sembra sopra, lontanissimo, ma oltre ogni nube, azzurro. E alla fine ci si riconosce, prima che per i volti, per una allure comune che non c’è altrove. Questo è un senso di vicinanza lieve. Cittadina e da borgo, assieme. Sotto il portico d’una casa importante, del ‘500, c’è una delle poche pescherie della città. Già di primissima mattina i banchi di marmo inclinato, si riempiono di pesci che vengono da Chioggia, Porto Levante, Codigoro, Caorle, poi verso le 11, cominciano ad arrostire e friggere, perché il pesce c’è chi lo vuole vivo, o quasi e chi lo vuole cotto. E stamattina l’odore delle sarde, dei calamari, dei totani, delle schie, degli scampi, delle rade e preziose moeche, invadeva la strada. Veniva spinto ad ondate, ben oltre la pescheria, dal movimento delle poche auto, dalle bici, e soprattutto, dai passanti che pareva volessero uscire dal profumo di fritto e però rallentavano annusando. Chissà cosa pensavano le teste che già erano nella zona dell’appetito, della crisi ipoglicemica di tarda mattina. Fame non era, qui non c’è fame, mai, però appetito, quello sì. E salivazione accelerata che ferma i discorsi e rallenta il passo, perché si associa, si pensa al pranzo, a ciò che lo accompagna. E non era finita la festa perché bastava fare pochi passi e il forno, pochi metri più in là, cambiava la mappa del senso, con ondate di profumo di sfilatini croccanti appena sfornati, di paciose pagnotte, di morbide mantovane, teneri ferraresi, e di dolci : crostate quasi casalinghe, con marmellate dense dai colori scuri, spumiglie colorate, fugazze da vino, e ancora, prosciutto appena affettato pronto a finire nella morbida croccantezza di un panino già tagliato. Insomma un insieme che annullava il fritto precedente e confondeva definitivamente l’aria. Ti prendeva per mano e ti accompagnava nella gloria del bar all’angolo dove il caffè cedeva il posto, vista l’ora, all’aperitivo, agli sguardi lunghi delle coppie sedute, alle chiacchiere al banco, ai salatini distratti, al guardare l’orologio per accorgersi che era quasi ora di pranzo.
Questa è l’allure, il fascino che diventa profumo per quei mitocondri che s’annodano da qualche parte del cervello e che rendono un posto, luogo, casa e ricordo. L’inconcepibile essenza che altrove non sarà uguale e che allora, con moderazione, diventerà nostalgia. Leggerissima nostalgia per un ritorno ipotizzato, a volte impossibile, se si è lontani, e che consentirà di non essere mai definitivamente sopraffatti dal presente perché c’è un’allure che è nostalgia di un luogo, di un profumo, di un suono, in cui abbiamo sentito diversamente. Proustianamente felici d’una piccolissima assenza e infelicità.
p.s. in questa strada ci sono nato e quindi la conosco bene. E distinguo il ricordo dall’adesso. L’adesso è ancora questa atmosfera particolare che si realizza con ingredienti nuovi. E questo mi fa un po’ felice di una vitalità che resterà in altri ricordi e appartenenze.
di te conservo

Di te conservo un prato enorme che finiva nella pietra,. rasati entrambi per cura di frequentazione e decoro d’amministratori. Perché questa è la cura che metteranno nel cuore dei problemi immani e futuri.
Di te conservo la luce radente che il tramonto regala agli occhi e toglie al cuore. Una luce che puzza di addio, di distacco, di greto di fiume in città, di acqua già morta nel guizzare d’inutili pesci, di cose abbandonate anzitempo da un sé voglioso di nuovo. Eppure è una luce che allunga le dita, indora le cose, le maneggia e le arrossa. Una luce che ha il sospiro freddo del monte e il caldo della terra. Una luce che conserva negli occhi, che riordina gli steli del prato, che affretta le persone a raccogliersi. Una luce ambivalente che contiene immatura la sua fine eppure riluce, riflette.
Di te conservo quella luce che è l’ora in cui si immagina, quando il possibile s’affaccia, il sorriso è ancora dentro, quando la sera non preannuncia la notte, e le cose diventano inutili a mascherare i sentimenti.
Di te conservo il dettaglio della voce allora, già fresca di scuro, , la e che si allarga e la i che s’appuntisce,, il sorriso nervoso di tempo, che sfugge, sfugge,. e consapevole s’incrina.
Di te conservo la folla attorno già pronta ad andare eppure seduta, allungata, discorrente e intenta, inefficiente nelle felicità, distratta fintamente al suo afflosciarsi, esattamente come chi serviva ad esempio,. E il tempo s’affloscia nella luce, lo sapevi? S’affloscia e s’oscura di desideri mancati, di possibili spenti, di baci, di sudori, di corpi scongiunti, di esiti scongiurati, di doveri assolti.
Ci insegnano il congiuntivo e non il disgiuntivo, forse per pudore, nella memoria d’un personale dolore che non è lecito insegnare e allora si lascia fare alla vita. Ed è una vigliaccheria che s’aggiunge, un coraggio tolto agli eventi, un finto malcelato dovere che puzza di tutte le sacristie del mondo credente e ateo, una ignavia che si ripete.
E così ti conservo al margine d’ogni verde, d’ogni riflesso, d’ogni pietra che riluce. E non importa che non sia tu che vieni alla mente perché comunque coincidi. Come coincide il mare con il suo moto e l’immobilità del suo abisso,. come coincide ogni meriggio nella luce che allunga con l’ombra priva di luce,. come diviene ogni angolo in cui la polvere trova rifugio senza diventarne morbida parte.. E io penso che tu sia questo sentire che è forte e non ha più sembianza, ma è te ogni volta che cala il giorno. Ed è assenza che si fa presenza, vuoto che si riempie, coppa che spande, sguardo che si perde e ritorna, fatica e rifugio. Sì rifugio d’un passato distillato in senso,. solo senso come ambra che contiene qualcosa che visse e di essa riluce e vuole contatto di pelle e se s’avvicina al fuoco, brucia. E per questo si cura, perché nel bruciare non ciò che visse ma noi saremmo consumati. Definitivamente.
p.s. la punteggiatura incespica volutamente e cammina, essa sì per suo conto.
la gioiosa fatica dell’incerta direzione
Quando emergeranno le conseguenze nessuno di quelli che aveva sostenuto ciò che le ha generate riconoscerà l’errore fatto. Questa certezza mi fa pensare di essere sempre dalla parte sbagliata, di non vincere mai davvero e questo mi rincuora, mi dice che è sempre l’evidenza a cambiare le cose oltre a quello che posso fare. Un senso di onnipotenza che se va, un essere minoranza congeniale al dubbio, al non avere fedi trascendenti. I dogmi, i proclami, rassicurano chi avrà sempre ragione, vincono più che convincere e al loro rovesciarsi diranno che è la storia, la logica, a determinare le conseguenze. Ma questa è una storia diversa da quella in cui confido, perché una fede sotto sotto ce l’ho ed è nell’uomo, nella somma positiva che genera la sua voglia di vivere. La stessa voglia che prima gli fa credere alle chiacchiere che non includono la realtà ma una sua visione di comodo e poi lo spingono a disfarsene. E così mi fido di ciò che accadrà, dell’ evidenza che fa combattere le battaglie che si pensano giuste, che non rincorre un consenso di potere, e alla fine, quando si sbaglia, è pure contenta e fa riconoscere il proprio errore. È questo vedersi in movimento, nella gioiosa fatica dell’incerta direzione contraria che fa sentire vivi e dentro al mondo. Quello che ci approssima e quello che è.
