Non ho molto da dire. Oggi l’oceano, dall’alto d’una rupe, gli uomini sono piccoli e le onde instancabili carezze. Ieri, altrove, piazze lastricate di bianco, un ricordo d’autodafè cancellato e poco oltre le sedie di ghisa d’ una pasticceria piena di antica gentilezza. Ancora oggi, le mura bianche bordate di giallo e d’azzurro, d’una città dei Mori, che prima fu dei Visigoti, e ancora prima dei romani. Chi in origine davvero era nato in quella terra ha solo mescolato il suo DNA con chi arrivava.
Cosi la città si è abbracciata e case e chiese si sono strette in cerchi digradanti di spirale. Orgia di turisti, di liquori e specialità locali. Fuori, attorno, la campagna e i boschi. Quasi quelli di prima. Quasi.
Se si ascolta tutto parla e c’è davvero poco da dire. Un marrano poeta, compose poesie che parlavano del fiume e dei boschi, dell’urgere dell’acqua in primavera e del lento carezzare della brezza, innamorata delle foglie e l’erba. Fu assai maltrattato come nuovo convertito, non si fidavano di chi cantava la bellezza, in fondo era quello di prima con vestiti nuovi, per poco evitò il rogo. Ci sono tempi in cui nessuno ascolta, nessuno ricorda, molti parlano con verità sicure e non sono buoni tempi : la bellezza tace e si perde e non salva più nessuno.
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confessione alla stagione del gelsomino
Ho conosciuto l’amore che toglie la precisione, m’ è rimasta la passione per ciò che è simmetrico e imperfetto, per ciò che si rimanda per poca voglia, per il tempo dissipato nell’apparente nulla. Ho confuso i sogni con i progetti, usato matite molto grasse, dal segno obeso, per scrivere parole che dovevano solo suggerire. Tenendo ben presenti i numeri non ho concesso loro il futuro che avrebbero preteso, mentre sono stato avaro nel gettare ciò che poteva aver vita. La notte l’ho mescolata con la mattina, senza lesinare per alzarmi presto.
Mi sono preso cura e molto più spesso ho ricevuto attenzioni immeritate. Quasi mai chi mi ha lodato ha avuto la mia approvazione, sentivo cose che s’agitavano sotto le parole e portavano domande inopportune. Ho esplorato dentro e ho ascoltato, scialando il tempo. Non me ne sono subito pentito, ma dopo, almeno per un poco sì, m’è sembrato d’aver tradito, ma cosa e come, davvero, non l’ho capito.
Spesso mi sono sorpreso di ciò che trovavo in me, e non tutto era buono, però ho portato pazienza e speranza assieme. Non fa così il giardiniere che pota e parla a una pianta con l’oscura sofferenza del vivere. Le racconta la gioia del fiorire, le muove appena la terra, toglie i parassiti, la osserva con occhi amorosi, e cercando d’ indovinarne bisogni, perdona sempre le sue piccole intemperanze. Così per me è stato, e ogni anno attendo la stagione del gelsomino, quando l’aria è tiepida e il bianco compie il miracolo nel suo profumo che perdona la passata stagione e attende quella che verrà. Così penso sia la cura e la ricerca di ciò che sono.
fu dopo il 24 maggio
Di sicuro ne avevano parlato nei giorni precedenti, in casa o tra conoscenti e parenti ritrovati. Discorsi mischiati assieme ai commenti per una buona giocata di briscola. Forse erano nella sala da pranzo che faceva anche da osteria, oppure sotto la grande pergola, appena fuori, che era già piena dell’ombra della vite. Lì, prima del tramonto, si fermavano i contadini che tornavano dai campi, qualche commerciante che girava in bicicletta per i paesi, sensali in cerca di affari, operai delle officine della cittadina poco distante. Persone che si aggiungevano ai pensionati, quelli che stazionavano, un po’ dormendo un po’ parlando, da dopo pranzo e che con un quarto di rosso arrivavano a cena.
Era quasi un anno che la guerra si combatteva tra russi e tedeschi, “sciavi” e austriaci, francesi e inglesi contro ancora i tedeschi. Come si diceva per la tempesta che annullava i raccolti e metteva fame e pellagra, girava, girava, girava attorno questa guerra e da qualche parte avrebbe colpito pure loro, le famiglie, il futuro. Mio nonno era tornato dalla Germania con la famiglia a ottobre, anche le sorelle e il fratello erano tornati, chi dalla Francia, chi dalla Svizzera, ora erano tutti nella grande casa vicina alla locanda di famiglia. Tornati? Erano stati cacciati, espulsi, con quello che poteva stare in una valigia e i bambini in braccio.
Mio Padre aveva meno di un anno, la Zia tre, appena compiuti, con il Nonno e la Nonna, erano tutti in una stanza, ormai ospiti più che padroni.
Un po’ di marchi e sterline oro li avevano con sé, ma serviva il lavoro non il gruzzolo che sarebbe finito e così il nonno si dava da fare: aveva ripreso il vecchio mestiere, oppure aiutava nella locanda.
Mentre arrivava la sera, in osteria si parlava, si leggeva il giornale. Qualcuno avrà chiesto più volte al nonno: tu che li conosci i tedeschi e parli la loro lingua, ci tireranno in mezzo? Di noi non si fidano, avrà risposto il nonno, visto che ci hanno cacciati. Ma anche i francesi e gli svizzeri hanno rimpatriato, forse non si fida più nessuno di noi.
Le notizie arrivavano e i tedeschi vincevano dappertutto, sembrava stupido andare in guerra contro chi vinceva. Ma in un paese tra monti e pianura, a maggio, conta di più come cresce il “formenton” per la polenta dell’inverno, le ciliegie da raccogliere, l’uva sui filari già da pompare di verderame, oppure le notizie scambiate tra un sorso di vino e una boccata di toscano? Conta la polenta, e cosi il 24 maggio, quando cominciò la guerra nell’osteria non capirono tutto. Il perché andare in guerra visto che gli austriaci ci davano Friuli e Trentino gratis, a chi sarebbe toccato andare soldato, e cosa fare per mandare avanti il lavoro se toccava andare. Comunque ci sarebbero state più tasse perché fare la guerra costa e non la pagano i siori ma i poveracci, con la vita e il portafoglio. Qualcuno diceva di parlar piano, ma anche sottovoce nessuno era entusiasta e non si sapeva bene quale e quanta, ma di sicuro qualche disgrazia sarebbe arrivata.
Non so cosa disse il nonno alla nonna, avrà cercato di tranquillizzarla, di dire, che no, non sarebbe accaduto nulla di male a loro. La nonna avrà pianto e poi sorriso quando il nonno le avrà fatto notare che lui aveva più di 30 anni e la guerra la facevano i militari. Ormai era vecchio e l’avevano pure scartato a suo tempo. E poi aveva due figli ed era lui che manteneva la famiglia. No, la guerra era cosa d’altri, avrebbero vinto i tedeschi e loro sarebbero tornati a casa loro in Germania. E la nonna pensava alla sua casa abbandonata in fretta, ai mobili nuovi lasciati con dentro i doni di nozze e alla culla in camera. Sperava di ritrovarli, magari impolverati sotto le lenzuola che li coprivano, se fosse finito tutto presto, sarebbe tornata e allora sorrideva contenta.
Non andò così, dopo un po’ il Nonno fu richiamato, resistette nelle trincee delle battaglie per l’Isonzo per un anno e mezzo e poi una granata o un cecchino, lo mise in quella lapide che c’è ancora in centro paese. Davanti a dove c’era la locanda di famiglia, a fianco della chiesa. Non è solo, è insieme a parecchi che erano con lui in quel maggio, sotto la pergola e parlavano, fumavano e tacevano, guardando i visi e il cielo mentre la tempesta girava girava, girava e non si sapeva dove avrebbe colpito. Ma la tempesta lasciava solo la miseria almeno la vita la risparmiava, non lo sapevano ma quella era la differenza.
pietre che non sono pietre
Ogni giorno ci passo vicino, evito di calpestarle quelle pietre che non sono pietre e hanno dei nomi incisi: sono inciampi per il pensiero. Ci sono tre quadrati affiancati, color ottone, davanti alla loro casa. Due sono donne, il nome, la data di nascita e il luogo di morte. In giro nelle strade vicine, ce ne sono altre, i luoghi di morte si ripetono. Anche per i bambini. I bambini non tornarono dai campi se non per pochissime eccezioni. Fa ancora più male pensare che furono non solo uccisi, ma usati per sperimentare la follia di chi doveva essere uomo di scienza. Mengele. Non riesco a pensare ai bambini, però gli adulti mi lasciano uno spazio per lasciar filtrare le loro vite. In particolare di quelle tre persone, sulle pietre, c’è persino una storia che ne narra la vita precedente, anzi il percorso della famiglia. L’oriente, la Crimea, Sebastopoli, poi Trieste in cerca di fortuna e infine la mia città. Un commercio che cresceva con la fatica e l’abilità. Un negozio, poi la casa soprastante, vite borghesi. Discretamente agiate, ma senza grandi pretese se non quella di una normalità. Furono denunciate dalla dipendente del negozio. 500 lire più forse, una percentuale sui beni che venivano confiscati per legge. Presi gli ebrei che fine potevano fare? Fossoli, Buchenwald, un po’ di lavoro pesantissimo per chi era abituato a vendere guanti e cravatte, poi il forno e il camino. L’uomo era già anziano per l’epoca, oggi sarebbe diverso, morì prima, forse addirittura nel trasferimento. Si può pensare che sia stato fortunato? È terribile pensare che tutto avesse una normalità, come fosse una vita parallela.
In questi giorni, sono passati 70 anni, i fascicoli degli ebrei veneziani e veneti sono a disposizione. Ci sono i nomi dei deportati, i beni confiscati, a volte divenuti possesso dei denuncianti, i nomi dei delatori. I delatori saranno ormai morti, ma hanno avuto figli, nipoti, si sono approfittati dell’inumanità delle leggi razziali. Cosa penseranno? E le dattilografe degli uffici pubblici che stendevano gli elenchi prima delle retate, cosa avranno pensato? C’è stata qualcuna che ha avvisato? Non ci furono castighi a fine guerra, neppure giustizia. Nulla, solo la colpa ribaltata sulle vittime.
Ci sono molti modi di non ricordare. Ad esempio basta non mettere su una via un nome che lo meritava solo per la sorte che gli era toccata, oppure basta non togliere il nome di uno che sarà stato pure un combattente ma era dalla parte sbagliata e qualche crimine l’ha commesso. Le vie e le piazze hanno nomi sbagliati a volte e non aiutano la domanda: ma chi era? Quando passo non riesco a distogliere il pensiero che quelle vite avrebbero proseguito, sarebbero state generatrici di tenerezza, di amore, di altre vite. Avrebbero fatto di sicuro qualche errore, come tutti, si sarebbero dispiaciute, avrebbero riso e pianto. Non sarebbero state più buone di molti, ma certamente non avrebbero denunciato, non avrebbero venduto il vicino per 500 lire.
Ciò che non si può tollerare è che tutto questo sia rimosso, che diventi tutto uguale e che tra vittime e carnefici non ci sia differenza. A questo serve la storia e la pietà. Con la pietà si può togliere una maledizione, ma non il ricordo, non la storia. Tutto questo è accaduto e le vite che non sono più state continuano a interpellare da quelle pietre. Volevano vivere, gli è stato tolto il diritto di avere un futuro. Questo penso e penso anche che continua ad accadere. In modi diversi, magari senza delazione, ma con l’indifferenza. Più avanti c’è la chiesa dei Servi, un voto e un dono alla città quando la collera degli eventi coinvolgeva uomini e divinità, con il Cristo del Donatello e il dolore di Maria. Che avrà detto il parroco di quello che accadeva allora, attorno?
Da piccolo per san Valentino, mia nonna mi portava in quella chiesa, a prendere la chiave che mi avrebbe difeso dal mal caduco, dall’epilessia. Forse anche le donne, saranno state portate a ricevere quel segno di benedizione, oppure avranno osservato passando sotto il portico desiderando di essere comunque salvate dalla malattia. E l’uomo, Moisè, ne avrà parlato in casa, la domenica, a fine pasto con i dolci che si acquistavano nella premiata offelleria Zaccaria, in fondo a quel portico. Avranno parlato della festa, del quartiere, delle signore e dei gentiluomini che passavano nella bella bottega, e di loro stessi avranno parlato, attendendo felici che il futuro facesse il suo buon corso.
Penso a Loro quando passo vicino a quelle pietre, che non sono pietre, e le guardo senza calpestarle, sperando che quel tempo non si ripeta mai più, ma so che dipende da noi. Loro, a cui è stato tolto il futuro, possono solo aiutarci a ricordarlo, a conservare un’emozione che distingue ciò che è giusto da ciò che non lo è, ciò che è umano da ciò che nemmeno le bestie fanno.
tempo e maritozzi
C’è un tempo in cui s’impara tutto, una tempesta di saperi viene dentri e s’accoglie alla rinfusa. A sera sembra che la giornata sia stata piena ma già manca il domani che sarà meglio e che si pregusta assieme alla stanchezza. L’ordine delle cose è quello delle tasche ricolme di oggetti che hanno valori immensi se si perdono, solo per poco però, poi si dimenticano e continuano la loro vita. Della vita degli oggetti spesso mi sono chiesto: dove vanno, con chi sono, se davvero da qualche parte ci attendono. Magari sono in un luogo che è quello che ricordiamo, oppure non è quello eppure non importa perché tanto ci sono e vivono.
Altre volte gli oggetti e ciò che s’impara viene prestato o rubato e ci dispiace tantissimo perché sappiamo che non tornerà più e non sapremo mai se chi lo avrà lo riconoscerà col suo passato, se le cose saranno tenute da conto o buttate. Tutte le mie collezioni di ragazzo hanno fatto questa fine e ancora mi chiedo se proprio tutto è finito in discarica oppure se qualcosa vive altrove, in un altro contesto, con la stessa attenzione felice.
Accade anche a ciò che si impara e poi si trasmette, e in particolare alle parole, che sono davvero nostre quando stratificano significati, e sono freschissime quando sono apprese e attendono di sfolgorare per amore, prima d’essere affidate. Chissà in altri pensieri che fine faranno, che luce avranno, e in fondo non importa perché la loro meraviglia è che generano sempre qualcosa di nuovo. Per questo mi piacciono i testi che evolvono, che sono imperfetti, che si aggiungono e trovano nuove sensibilità e vite. Insomma ciò che nasce quando si chiude un libro. E mi piace da sempre perché anche da ragazzo avevo le guance rosse per l’emozione e non volevo finisse. C’è poi un’ eroticità forte nella parola, preannuncia, sente, racconta, desidera, non si ripete mai eguale. E così accade, è accaduto anche tra chi conta con sistemi numerici differenti, e preferisce la nettezza del binario, al massimo gli ordinali, mentre ad altri, a me piacciono le frazioni che generano numeri sorprendenti perché dopo uno ce ne sarà un altro e poi un altro ancora, magari più grande del precedente e poi chissà.
Era così, imparando e applicando che avevamo iniziato a credere di capirci oppure era già tutto chiaro? Sembrava tutto così netto anche se non è mai così, però consolano le cose chiare anche se hanno sempre qualcosa che tengono dietro la schiena e non vogliono mostrare. Non mostrano fino in fondo, ci sfidano a indovinare ma sono chiare e i colori chiari rasserenano.
Ad esempio la panna del maritozzo di stamattina rasserenava, cercava di nascondersi dietro una moderata dolcezza, mentre svillaneggiava la paziente cedevolezza del maritozzo, faceva la prima donna, ma cos’è una prima donna senza un contesto che le sorrida? Ecco questo faceva il maritozzo, le sorrideva accogliendola, si faceva piccolo e bruno per esaltare la sua bianchezzaa e la consistenza del suo sorriso di densa beatitudine, ma senza di lui, quella panna sarebbe stata aria, acqua e grasso emulsionati. Alla fine eccessivi persino all’apparenza, stomachevoli.
È l’equilibrio di chi lascia passare e di chi accompagna, di chi si perde e chi si ritrova. E chi impara non smette mai, anche quando non ha più i calzoni corti e ancora sorride perché sa ciò che ha in tasca, ha collezioni a casa di cui è contento, sa di qualcosa che ha perduto ma è sicuro che lo aspetta da qualche parte ed è paziente.
Perché finché si impara si prova e si vive e la vita è amore, poi non si sa, ma lo sappiamo che non si smette mai di imparare. Se si vuole.
questione di stile
Si era vestito con cura. Prima guardando il corpo nudo allo specchio e constatando che le immagini non corrispondono mai alla testa. Servirebbe, pensò, un farsi secondo ciò che si vede, un modificare per piccoli tratti quello che c’è e aggiungere il mancante. Chissà da dove vengono questi modelli. Sorrise. Stava leggendo un libro sulla paleogenetica e di come i DNA antichi dimostrassero che la prima forma di integrazione fosse stata il sesso. Un’infinita sequenza di rapporti sessuali che lasciavano tracce di specie homo scomparse, mentre altre ora presenti, erano ben distanti dall’identità che governi e ideologie facevano credere. Tutti mescolati, malamente o meno ma tutti con una carta d’identità talmente composita da capire che solo il mescolarsi era stata la risorsa vitale della specie. Pensieri sparsi in cerca della biancheria. Da aggiungere piano perché c’è un piacere del pulito che ci riguarda prima di essere un modo per vedere ed essere visti con quella vista particolare che è l’olfatto. La vestizione continuava con la camicia. Chiara, meglio i quadretti. Piccoli e azzurri. I calzini lunghi, scuri e si era fermato sui pantaloni. Chiari certamente. Potevano andare bene anche i jeans, ma meglio un color corda. Quando si chiudeva la cintura c’era un misto di soddisfazione e proposito, non era ingrassato, doveva dimagrire. Si dimagra per sé, pensava, per quel senso di leggerezza che ha un corpo più leggero, con i muscoli che funzionano bene. Si guardò le mani. Grandi, mai così abili come avrebbe voluto, ma silenziose e disponibili ancelle. Il linguaggio delle mani è raramente fatto di utilità. Persino quando lavorano provano quel misto di soddisfazione che rende ciò che si fa una dimostrazione di abilità o di goffaggine, ma non sono mai indifferenti. Hanno capacità espressive incredibili, portano la carezza e lo schiaffo, ma soprattutto hanno un tatto così diffuso e una capacità incredibile di disegnare con le dita e con il palmo. Raccolgono, tengono, sfiorano, restano a un millimetro da un’altra pelle e si sentono. Allacciano e sciolgono. Respirano la tenerezza e la paura, sono calde o fredde mai indifferenti. Si ha sempre una difficoltà a mettere le mani in modo armonico, persino la notte quando si dorme. Di giorno, pensò, devono aver inventato le tasche per dar loro un posto altrimenti sarebbero state svolazzanti e rivelatrici propaggini di sé. Gli piacevano le sue mani, le unghie appena rosa, corte, sempre pulite. Erano una parte di sé che non avrebbe mutato. Ormai era ora di mettere la giacca. Gli piacevano le giacche scure e quelle pastello, le tinte unite con una piccola idiosincrasia per il marrone che stava tra il bruciato e il nocciola. Quel marrone insipido che sta bene solo alle foglie secche, che non si sposa con nulla se non con se stesso, anche se non rifiuta l’azzurro e il nero. Forse gli ricordava quegli infagottamenti che un tempo si mettevano addosso ai bambini come cappotti ed erano il residuo di cappotti adulti adattati. Forse era il ricordo di qualcosa che lo respingeva, che lo riportava alle fanghiglie e ai rimproveri. Forse. Comunque fosse il marrone, quel marrone ovvero il pantone 130, nel suo guardaroba non c’era. La giacca, abbiamo detto scura, si ripeté, e scura venne tra le mani, tra il blu e il nero. C’è un piacere nel mettere la prima manica e nel cercare la seconda, sono le spalle che funzionano a dovere, i muscoli che con la loro intelligenza fanno il movimento e la mano sbuca tranquilla e con essa un centimetro di camicia da regolare con le dita e poi c’è quel movimento sincrono che aggiusta le spalle e veramente indossa la giacca, la mette sul corpo non sulla camicia. Diventa parte di noi, pensò. Non bastava, faceva ancora freddo, aggiunse un impermeabile corto, azzurro scuro, quasi blu. Sportivo e con il cappuccio. Ricordò che suo Padre aveva un bellissimo impermeabile bianco, doppio petto, lungo al ginocchio e con cintura in vita, fatto di quel cotone pesante che si usava un tempo. Inglese come si doveva per un regalo, ed era stato un regalo. Gli piaceva l’idea di quell’avvolgere che hanno i soprabiti ampi, ricordo dei mantelli e dell’abbraccio. Chissà che fine aveva fatto quell’impermeabile, pensò, non per un nostalgico uso ma perché le cose, anche quelle belle si perdono. Traslochi, vita, e spariscono, resta la sensazione di qualcosa che aveva un significato e che da qualche parte possa ancora esistere, ma si sa che non è vero. Ossia, pensò, non sempre è vero. Le scarpe, nere. Mancava poco ad uscire. Allacciava le scarpe sul pianerottolo, appoggiando il piede a uno scalino e piegando bene la schiena. Da qualche tempo gli doleva per vecchi insulti rinfrescati di recente. Aveva fatto un gran servizio quella colonna, aveva retto, tenuto alta la testa e dritti gli occhi. Importanti entrambi, anche se da tenere con la giusta riservatezza: la testa e gli occhi rivelano molto e indagano di più. Meglio la seconda funzione da usare sempre con accoglienza intelligente, mentre la prima dev’essere riservata, pensò, a ciò che ci lega o può legarci. Uno sguardo che lascia perplesso l’interlocutore è lo sguardo che si perde o che maschera, o ancora che non dice nulla, meglio dire la verità, ossia che abbiamo idee per nostro conto. Nel frattempo aveva legato anche la seconda scarpa e il lacci avevano bisogno di essere cambiati. Alzò lo sguardo verso il lucernario. Non pioveva e il vento muoveva le nubi. Chiuse la porta e cominciò a scendere le scale. Fuori c’era la città, questa era la casa e una città è fatta di tante case che corrispondono a tante vite che un poco si assomigliano e un poco no. Dipende dalle scelte. Lui non assomigliava, pensò, ma saperlo non era subito la felicità, era la coscienza che si poteva trovare dell’altro in sé. Una piccola lieta, fatica.
chiedimi se sono felice
C’è insoddisfazione attorno, non è solo mia, è un diffuso senso di ricerca di qualcosa che a volte non s’afferra, magari s’identifica con qualcuno che non corrisponde abbastanza oppure, semplicemente, è qualcosa che non accade.
Sembra d’essere in una nube che è la somma di tanti desideri collettivi insoddisfatti, ed è anche qualcosa di più profondo che allontana gli uni dagli altri e non fa vedere la possibilità di essere più forti assieme.
Eppure mai come in questi anni opportunità e risorse sono disponibili, solo che sono divise in modo pessimo, tanto che sembra di essere poveri in modo più assoluto e cresce l’insicurezza cosicché il nemico diviene l’altro povero. Il futuro si restringe per i poveri, i ricchi, i potenti, viaggiano con altre regole, non gli importa o forse neppure s’accorgono dell’ingiustizia e dell’insoddisfazione. Per loro il presente e il futuro non è un problema.
Il problema di questa bolla di malcontento è verso il basso, effetto forse della competizione esasperata che non punta solo a massimizzare la produzione e l’utile ma invade la sfera dei sentimenti,chiede di più, di essere adeguati prima quasi di essere assieme.
Persone mi raccontano i desideri sollevati dal quotidiano, dai sentimenti frustrati, persone che tentano infinite volte fino a sfiancarsi, per trovare un equilibrio che le faccia star bene e al tempo stesso che assicuri che ci sarà una risposta definitiva a ciò che gli pare sia necessario. Non analizzano ciò che li rende precari, il bisogno e il dolore dell’assenza sono spesso troppo grande per non fare parte di meccanismi competitivi. Così confondono la coazione a ripetere con la speranza che facendo le stesse cose muti il risultato. Non accade mai.
Questa è la follia che passa da una condizione di insofferenza ad una ulteriore e altra insoddisfazione attraverso un percorso che sembrava di liberazione, ma era lo stesso provato altre volte e fallito. Solo che senza analisi profonda della propria condizione non si intuiscono altre vie e si ripete sempre con modalità apparentemente diverse lo stesso percorso.
Non credo sarà mai possibile liberarsi di ogni insoddisfazione ma di proposito non userò il verbo accontentarsi, perché nell’accontentarsi ci si arrende e non si mutano le esistenze, le cose restano apparentemente in moto mentre si attende che il caso o gli altri lo facciano per noi.
È necessario riconoscere la propria infelicità per creare i presupposti di una felicità possibile. Non lo vedete il ripiegarsi, il cercare alternative e succedanei, non sentite che il mondo dei rapporti anziché liberarsi semplicemente diventa anonimo e s’incattivisce?
Riconoscere di non essere compiuti, forti, performanti e di aver bisogno degli altri per vedersi. Come sono visto? Cosa c’è di me che metto in secondo piano eppure sono io ?
Le iinsoddisfazioni fanno parte della vita ma non ne sono la costante, se ciò che viene da altri ci è insufficiente è di per sé fonte di insoddisfazione, chiediamoci se anche noi non creiamo le condizioni per non darci quello di cui abbiamo bisogno. È del rapporto con chi sentiamo vicino che abbiamo bisogno e se esso si nega, semplicemente non ci è vicino.
Sembra tutto molto difficile, abbiamo molti condizionamenti attorno per poter essere liberi del tutto, ma è quello il terreno su cui lavorare ovvero non mettersi nell’insoddisfazione per reticenza, compiacenza, riduzione di sé.
Le intenzioni possono essere buone ma non è essendo diversi da ciò che siamo che la felicità ci acchiappa.
Per cui la domanda che dovresti farmi è: sei felice ?
lampioni e imbecilli
Le luci dei lampioni non sono sempre le stesse. A volte più gialle o bianche, sfrangiate al terreno, oppure spezzettate e riflesse dalla pioggia, qualche volta soffuse dalla nebbia; di rado davvero nette. Per questo bisogna attendere che la notte sia davvero fonda e si spengano gli altri laterali chiarori, per cui nel loro momento migliore sono solitarie e riservate a ben pochi occhi. Questo dovrà pur significare qualcosa.
Comunque non pochi disattenti e scenografici Comuni, usano anche, oggi, mandare luce diretta verso l’altro e si beano di questo riflesso da pulviscolo e da nubi verso il basso che crea atmosfere ovattate e rende impossibile trovare le chiavi se cadono per terra. Possiamo maltrattare chi preferisce il romanticismo degli amanti? Di certo no, e comunque esse siano, le luci dei lampioni, s’accendono dappertutto, più o meno alla stessa ora e si spengono, quasi sempre, con gli stessi orari. A volte restano accese anche di giorno, e allora sembrano assurde vestigia della notte e un poco offensive, nel loro spreco. Inutili insomma. Esattamente come gli imbecilli. Non voglio dire nulla all’Amministrazione municipale, ma potrebbe gestire meglio gli interruttori crepuscolari e così spargere il rispetto delle cose comuni facendo sapere che sono davvero di tutti. Ma le cose hanno un significato se noi lo attribuiamo loro oppure non ne hanno: esistono e basta.
Appunto, come gli imbecilli, che hanno sempre posizioni nette, magari per poco tempo ma quanto basta per far perdere il senso delle cose, che non servono dove sono collocati e si accendono indipendentemente dalla volontà di chi passa. Sparano sentenze verso l’alto pensando che possano illuminare il mondo, descrivono con nettezza ciò che non serve a nessuno. Magari possono avere qualità aggiunte, aggettivi per renderli precisi, essere vanagloriosi, arroganti, incapaci, atoni, ecc. ecc. Ma di sicuro non ho mai incontrato un imbecille profondo, come non ho mai visto un lampione che oltre a svolgere il suo lavoro non si perdesse nella sua inutilità per gran parte del tempo in cui resta acceso. Era l’esempio della luce e della sicurezza anche quando non c’era davvero nessuno che potesse trarne conforto. Volendo ci sarebbero interruttori volumetrici che renderebbero intelligente il lampione, variatori di luminosità che lo renderebbero efficace, ma si ritengono non necessari, troppo sofisticati, inutili all’uso banale che ad esso è deputato. E’ così anche per gli imbecilli, sono utili all’uso deputato, non devono eccedere o migliorare, devono semplicemente contrassegnare le ore meno luminose delle nostre vite e poi essere arredi del territorio. Nulla di più di ciò che viene loro chiesto d’essere. Esattamente come i lampioni che ci permettono di vedere e di capire, ma non hanno la capacità né di leggere né di imparare. Ma la differenza è che i lampioni quasi sempre si accendono o si spengono secondo regole precise, mentre gli imbecilli sono sempre accesi e non si guastano mai.
s’allarga mentre fluisce e finisce
Un fluire che porta via la vita, è sangue, esce per una violenza. Non è una macchia, neppure una pozza, è un piccolo lago di vita in cui essa annega. Imbeve lenzuola, ricopre asfalto, colora l’acqua ma non è mai cosa. Prima portava vita, generava pensieri, sentimenti, era futuro e presente assieme, scorreva e toccava ogni minimo equilibrio di quel sistema incredibile che è un corpo vivo, pensante, amante.
Mancano i vocaboli giusti per le morti violente delle donne, hanno motivazioni che non sono motivi. Pretesti, insufficienze, errori di valutazione d’amore ma non dell’assassinio. Uomini che uccidono le donne. sono più frequenti di quanto si pensi e si racconti perché molti omicidi avvengono in testa, nelle quotidianità, nella gelosia, nell’impotenza che diventa violenza. Omicidi raccontati, mostrati nelle serie televisive, nei film. Le donne sono un tema forte perché suscita sentimenti, ma la riflessione si ferma nell’atto. Chi racconta il dolore che accompagna l’estinguersi della vita, l’incredulità, la consapevolezza che sta finendo? Nessuno e non è giusto. Non c’è mai un racconto della fine, di quando c’è ancora la coscienza mentre la vita se ne va. Si racconta il dopo, si usano parole come raccapriccio, vittima, efferato, oppure si punta sulle avvisaglie che nessuno ha voluto vedere, si indaga sulla personalità dell’assassino, mai emerge il motivo vero, ma una ragione complessiva: la gelosia, il rapporto “malato” di un amore possessivo, dove le parole sono sporcate nel diventare scusa. E la scusa non c’è mai.
Si descrive il fatto per similitudine, si usano schemi interpretativi che riconducano alla dinamica dell’evento, si usano parole che potrebbero essere usate in contesti differenti e non tragici, mancano le parole assolute dell’orrore e così scompare la vittima, la morte stessa diventa un fatto processuale, non un evento assoluto. Scompaiono le botte, il ricatto psicologico patito, la costrizione, ciò che c’era prima e questo assieme a ciò che avviene durante l’omicidio, il fluire del sangue e l’abbandono della vita viene rimosso, espunto perché il racconto della violenza o è rigettato o è fonte di una giustificazione. Sembra necessario a chi osserva, a chi è vivo, che il male sia inserito nella normalità: può accadere e quindi fa parte dell’universo in cui viviamo.
Non è così perché non vi è necessità del male. C’è stata una deviazione nel possedere, quando è accaduto? Diventa un’altra parola deviata, che non tiene conto della volontà: perché non voleva più? Perché un amore era finito, e ci sono state ragioni ma una in particolare riguarda i sentimenti che finiscono o si rinnovano sennò sono crisalidi vuote, convenienze. Ma nella gamma del sentirsi amati e di amare, il rifiuto non viene insegnato e così non viene ammesso. Sembra che tutto sia naturale nell’amore, nello stare assieme, non è così perché la condizione del progetto iniziale muta, perché c’è un mondo che si muove fuori casa, perché si fanno errori e si fanno cose giuste. Insegnare l’evolvere dei sentimenti non ci pensa nessuno. Ma questa non è una scusa, quante cose non ci vengono insegnate e le portiamo dentro perché sono giuste. Resta quel sangue che fluisce, s’allarga e spegne, toglie una possibilità infinita di amore e di umanità, diventa cronaca ma non è così, una vita che cessa per violenza è sempre oltre la cronaca è una privazione che riguarda chi aveva diritto di sognare, respirare, sorridere, piangere, vivere.
ci sarebbe bisogno di silenzio
C’è il vociare, lo scambio dei motti di spirito, le risate che si mescolano al pane intinto nelle pietanze. Le dita usate al posto delle forchette e dei cucchiai, poi leccate per non perdere il gusto sapido dell’arrosto. Tutti in un tavolo unico, forse, o in più tavoli, comunque è una cena tra chi vuole festeggiare assieme e quindi si conosce. I gesti usuali dettati dal cibo e dalla compagnia, le parole con i ricordi recenti, magari qualcuno più antico. La meraviglia di ciò che è accaduto da poco o più in là nel tempo. Ogni volta che si è assieme emerge il presente e il ricordo e fa parte della consuetudine anche il chiedersi quale sarà il prossimo prodigio. Ci si abitua persino alla meraviglia e alle parole, sempre dense di ulteriore significato. Bisogna pensare e ciascuno capisce a suo modo. Qualcuno chiede spiegazioni, altri mutano la prima opinione, infine resta l’idea di qualcosa di importante che si capirà appieno un po’ per volta e intanto deve scendere e restare nel profondo.
Immaginiamo la sala con le tende che si gonfiano nella brezza della sera. Si accendono le lucerne alle pareti, anche sul tavolo ci sono dei lumi. Il sole tramonta verso il mare che pur distante fa sentire fin qui, tra le pietre, la sua aria un po’ aspra e colma di colori puri la stanza, così le fiammelle sono punti di luce che illuminano i volti, li scavano, lampeggiano sui sorrisi, riempiono di ombre mobili il soffitto. È la luce che gonfia l’aria o è l’inverso? Lo sguardo del Rabbi guarda distante o dentro di sé? Non si capisce, ma nessuno si pone la domanda. Sappiamo tutti che abbiamo così poche notizie del pensiero oltre la parola e il silenzio.
Ad certo momento la luce s’è invertita, sono le lampade a rischiarare e le ombre a muoversi. I discorsi si sono fatti più fitti, le voci più forti per farsi sentire meglio.
Ci sarebbe bisogno di silenzio. Rabbi parla poco, per Lui ci sarebbe bisogno di silenzio. Forse Gli altri fanno festa. Sono contenti, i volti ora più arrossati, parlano, dicono di cose che accadono nella città. Forse qualcuno pensa a casa e allora ci sarebbe bisogno di altro silenzio perché la sera è il luogo della nostalgia di qualcosa che manca o che ancora non c’è, ma passa presto.
Ci sarebbe bisogno di silenzio per capire quello che si acquatta sotto al rumore, per vedere meglio l’ombra che lasciano le parole, per ascoltare quello che sembra e invece non è ma si muove bene attento a non farsi notare. Il silenzio aiuterebbe a definire meglio i contorni delle ombre che s’intrecciano sul soffitto e le pareti. Ci sarebbe bisogno di silenzio per non dire la paura di essere soli, per non pensare pensieri già adoperati, per vedere ciò che sta accadendo e rendersene conto. Ma stasera non c’è più silenzio, le persone sono allegre, hanno ben mangiato e si preparano a una festa.
Il mare lontano non si vede ma si scurisce, si sente nel vento piu fresco e lo sappiamo che diventa nero. Quando siamo in riva, la notte porta lo sguardo al cielo, mentre gli occhi cercano qualcosa tra le stelle. Chissà cosa cercano. Intanto il cuore cerca di non pensare e da fuori arriva il suono di altre cene, di altri che fanno festa. Così scende la notte, senza un silenzio che l’accompagni, senza un segno che voglia essere letto. La solitudine è la condizione della parola che non si rapprende in gesto, la solitudine è il giusto, l’evidente che non trova il suo posto e allora tace.
Ci sarebbe bisogno di silenzio che ci aiuti a capire, a sentire, vedere che non siamo soli se capiamo, sentiamo, vediamo. Ma non è ancora ora. Forse non è mai ora.