il caffè

Chi metteva il caffè nella cuccuma ogni mattina e lo lasciava bollire sulla stufa, bevendolo poco a poco e aggiungendo acqua. Era un caffè che alla sera non faceva male e faceva leggere i fondi a chi lo sapeva fare. C’era chi metteva su una caffettiera napoletana, usava l’acqua raccolta in un pentolino che era ancora bruna dei fondi del caffè precedente e aveva dei segreti nel macinare i grani e nel premerli nel filtro. Diceva che il suo caffè era il più buono e nessuno gli assomigliava. Lo sorbiva piano, annusandolo, era molto caldo e dolce, e aveva ragione perché il profumo era parte del caffè. C’era chi faceva sempre una caffettiera da sei, anche se era sola. Le piaceva berne due tazze e guardar fuori dalla finestra. Se quella notte aveva fatto l’amore era solo felice, altrimenti pensava alla sua vita. C’era chi faceva il caffè nella moka da tre molto presto al mattino. Era ancora assonnato e tutti dormivano. Sembrava che la casa respirasse piano e bisbigliasse i sogni. Lui scacciava sonno e stanchezza, poi si vestiva e usciva nel freddo o nel caldo, in quello che trovava, perché quella era la vita. C’era chi seguiva un rituale per riempire d’acqua la moka, mettere il caffè e premerlo piano. Aggiungeva poche gocce d’acqua nella parte superiore, dove il caffè si sarebbe raccolto, perché non bruciasse il gusto e questo restasse dolce e pieno. Lo sorbiva, da solo o in compagnia, pensando che le cose che si fanno bene sono buone e condividerle è un piacere. E valeva per ogni cosa. C’era chi il caffè lo offriva a tutti, in qualsiasi ora. Era un modo di accogliere e di iniziare una conversazione. Cercava di fare bene il caffè ma gli interessavano le persone, quello che avrebbero detto, la loro presenza. C’era chi aveva chiesto al medico che non gli togliesse il caffè e sorbiva l’unica tazza con piacere anche se poi gli batteva forte il cuore come quand’era innamorato. C’era chi il caffè lo beveva anche prima di dormire perché tanto non gli faceva nulla e aveva un’abitudine e il cuore in pace. C’era chi aveva comprato una moka da una tazza e mezza, aspettava la sua metà ma non arrivava mai e questo lo rendeva triste e pensieroso. C’era chi il caffè lo beveva al bar, a casa ci stava poco, giusto il necessario, mentre la barista gli sorrideva sempre. C’era chi il caffè neppure sapeva farlo ma non gli pesava perché chi lo amava lo condivideva con lui. C’erano tanti modi di fare e bere il caffè e ciascuno aveva un umore, un segno del vivere, un’attesa che sarebbe stata mantenuta. Era un modo per dire e accudire che ciascuno per suo conto viveva.

mandala e scarichi d’auto

La sera sentiva i saluti di tutti mentre uscivano. Ricambiava. Si alzava dalla scrivania e guardava fuori. C’era un panorama di capannoni, poi la città con le cupole delle chiese e i radi grattacieli, infine i colli e le montagne.

Nelle giornate limpide si poteva vedere il riflesso della neve, mentre a notte, dalle curve delle strade che scendevano verso la pianura, venivano bagliori di fari. Auto che tornavano in città o se ne andavano verso i ristoranti. Ricordava i cibi. Sempre quelli. Le balere trasformate in night per le figlie e i figli dei turisti che venivano con la scusa delle terme.

Bastava poco tempo la sera per essere solo, nessuno aveva mai un lavoro da finire e l’ufficio si vuotava, le stanze erano buie, le ultime parole erano : chiude lei vero? Era così ogni sera, sentiva le risate per scale. Se avesse aperto la finestra gli sarebbero arrivati i rumori della tangenziale e delle voci che si attardavano a bere al bar. Poi chiudeva anche il bar e restava la tangenziale e i camion che caricavano.

Guardava fuori i tramonti bellissimi che solo la pianura padana e l’inquinamento riesce a regalare e aspettava. Spesso, nell’attesa, si rimetteva a lavorare accendendo la luce da tavolo, scorreva le carte, i prospetti. I problemi venivano riassunti scrivendo a mano il tema e le annotazioni. Metteva un cd di musica nel computer oppure provava a cercare qualcosa su you tube. Scriveva corrispondenza inevasa già godendosi la perplessità di chi l’avrebbe ricevuta guardando l’ora d’invio.

Le dita allineavano pensieri come briciole. faceva dei piccoli disegni a margine delle relazioni e sui fogli A4 scriveva a sinistra, una parte che non arrivava a metà foglio, come fossero temi d’italiano. L’altra metà veniva riempita di glosse e di pensieri che non c’entravano nulla, ma aiutavano a mettere a fuoco e a stabilire un equilibrio tra qualcosa che dentro esigeva e che non trovava corrispondenza con ciò che faceva.

Le dita spostavano cose, ritagliavano articoli, sottolineavano. Componevano disegni che attaccava alle pareti dell’armadio, con fotografie, frasi, scritte a penna. Qualcuno avrebbe chiesto il significato e lui avrebbe tergiversato sull’apparenza. Intanto si faceva buio e allora si alzava di nuovo, spegneva la luce e guardava fuori. Si vedevano gli stop delle auto che s’accendevano e spegnevano. Come una danza o un segnale criptato. Una danza è un enigma, un mimo evidente che ne nasconde un altro. Ma sono sempre gli stessi, l’amore, la felicità, la delusione, il distacco, il finire.

Lo sguardo era già lontano e il filo della giornata galleggiava con i pensieri nella notte. Sentiva i rumori delle sponde dei camion, dei motori che si avviavano verso luoghi ignoti e distanti, ma erano sempre magazzini e capannoni. Pensava a quando era lontano e ancora guidava a quell’ora; l’attendeva una riunione a cena oppure una stanza d’albergo. Anche quelle erano tutte uguali. E pensava che il tempo scorreva senza far male se si aveva un fine da raggiungere. Ci sarebbe stata la mattina, le colazioni con le brioches di cartone oppure il pane caldo scongelato, il caffè. Tanto caffè e poi il giorno così pieno che non lasciava spazi per annotare quello che gli veniva in testa, così pensava di ricordare per la sera e la notte. Tornare e fare le solite cose.

C’era stato un tempo, neppure tanto lontano dove quest’ora, in cui non accade nulla, era il luogo del raccogliersi, del misurarsi con ciò che non era. Come adesso che guardava fuori e vedeva gli stop delle auto che s’ accendevano e spegnevano in una danza che qualcosa doveva pur voler dire. Guardava dal buio, spegneva la musica. Il pensiero galleggiava nei fumi degli scappamenti, sui radicali liberi, nelle catene di azoto e carbonio che si spezzavano nei motori.

Forse era il suo mandala da completare.

Non sapeva dove tornare.

leggere nel flusso

Ho letto i libri sbagliati. Quelli che facevano immaginare, che arrossavano le guance, che illuminavano i mondi. Mi sono rinvoltolato nelle cose che m’incuriosivano, in ciò che era segreto, nelle tecniche del sapere parallelo. Eppure ricordo – e ricordavo – cos’era giusto fare, dov’era la logica, il crescere con un obbiettivo, ma io non avevo un fine che non coincidesse con me. Anche se mi toccava frequentarlo di straforo, quello era il fine. Ho perso il tempo che serviva ad altro per privilegiare il tempo rubato. Così i libri attorno si sono moltiplicati perché la porta della curiosità mostrava mondi sterminati, lasciava vedere quello che c’è oltre la collina. I miei amici ci andavano in auto, anzi la saltavano la collina ed io andavo a piedi, seguendo le righe allineate in pagine nuove o già consunte.

Cos’è il flusso quando l’uggia pomeridiana frena le cose, spinge i doveri da parte, mette indietro il tempo, le cose che si dovrebbero fare scivolano via e basta una pagina, poi un’altra, poi un’altra ancora. Ho imparato a leggere nel flusso, ad uscire dalla solitudine e a sentire chi era accanto silente o vociante. A dargli il giusto peso. Per me naturalmente. Si scoprono segreti importanti leggendo, e ancor più scrutando negli altri i vizi accennati, le rivelazioni che li fanno sentire grandi o piccoli. Ho imparato a non giudicare. O almeno a tentare di non farlo. Non volevo essere giudicato, questo era lo scopo, per le mie innumerevoli mancanze, per le lacune che dovevo riempire d’inventiva, di deduzione. Deduzione e logica ovvero la capacità di seduzione verso se stessi: basta crederci profondamente e libertà insperate si aprono. Nel flusso ciascuno nuota, si lascia trasportare, lotta contro corrente. Leggere insegna ad andare controcorrente, a riempire le crepe d’oro fuso, a sfogliare i petali senza toccarli e ad ammirarne la trasparenza. Poi arrivano i ceffoni della vita, ma sono piccola cosa se si ha un segreto, se i pomeriggi e le notti sono state riempite di pensiero apparentemente altrui che è diventato nostro. E non era lo stesso, non era uguale nel profondo perché qualcosa dentro rielaborava e trasformava una realtà in qualcosa di personale che nessuno può imitare.

A chi lo puoi raccontare dentro al flusso? A qualcuno che ti somiglia, che alterna silenzi a troppe parole, i sogni alla realtà. Difficile, ma comunque è nato uno sguardo nitido, che vede il particolare e l’oggetto nel suo insieme e un sentire che va oltre il suono. Per questo ci si riconosce. Oppure ci sembra che altri nel flusso la pensino più o meno allo stesso modo. Più o meno. È così che nasce la delusione ed è nei libri che hai letto, nella vita che hai vissuto di conseguenza mescolandoli con te e la realtà, che la delusione ha tutte le sue sfumature sino al tradimento. Parola difficile da vedere in positivo, nel flusso, ma cosa contiene il tradimento della tua realtà. Chieditelo perché solo tradendo te stesso non avrai requie, non potrai assolverti. Prova a pensare perché delusione e tradimento si toccano, perché l’una sconfina nell’altro, perché il giudizio altrui dovrebbe essere più importante del tuo male. Importante è non fare il male ad altri come importante è non farti del male, è in questo equilibrio che trovi una ragione per superare ciò che si chiama colpa. Non bisogna arrivarci nel flusso alla colpa perché annegheresti, e allora leggi, fai quello che senti dentro, fai cose inutili e ripetile finché non diventano inutili a te. Poco interessanti, indifferenti. E cerca chi capisce tutto questo. Lo sai già che sarà uno che legge i libri sbagliati e che butta via il suo tempo. Lo sai perché è questo cercare di assomigliarsi che porta la asincronia apparente con l’utile. Ed è il gesto gratuito, inutile, che lo fa riconoscere, che lo rende una propaggine del bello. Quello che non delude e non tradisce, ma che è sbagliato per gli altri, non per te.

entropie allegre

Chi non ha un segreto non ha nulla di allegro da raccontare. L’allegria quella mattina si spandeva sulla lunga piazza e i segreti dovevano essere tanti. In realtà la piazza era un viale molto largo ma da quando le auto non correvano più, era ridiventata la piazza ch’era stata un tempo. Sotto i portici, nel cono d’ombra dei pilastri, ragazzi amoreggiavano. I bar erano pieni e il sole veniva preso in vari modi, chi si stendeva sulla sedia e offriva il viso, chi s’accontentava di quello che arrivava dai varchi degli ombrelloni, chi aveva deciso che era vacanza e si era steso sui gradini dell’antico porto e mostrava più pelle poteva alla luce. C’era un gran disordine, capannelli di discussioni, risate e attraversamenti a slalom tra biciclette e persone che andavano in tutte le direzioni, ma lentamente. Insomma un festina lente realizzato dove la percezione di ciascuno era parte di un tutto dai fini sconosciuti. Molecole di pensiero nell’aria, discussioni sulla freschezza dei tramezzini e bevande poco o medio alcoliche che venivano sorseggiate per punteggiare discussioni. Si parlava di tutto, dagli esami imminenti, ai risultati del campionato di calcio, si facevano progetti sul fine settimana e si approfondivano simpatie sull’orlo di traboccare in qualcos’altro. Si poteva discutere su come si assapora all’ombra della volta di un portico, il mezzo uovo, già un po’ verdastro, con l’acciuga arrotolata e il cappero stanco, redento dal vino bianco ghiacciato che velava il bicchiere. Si poteva chiamare ripetutamente il gestore del bar a testimone di una scena avvenuta sere prima, incresciosa ed ilare per ubriachezza non molesta ma nemmeno modesta e non ottenere risposta, tanto la cosa era ancora viva nel ricordo e nelle tracce sulla saracinesca del locale. Poco prima di mezzogiorno si era formata una lunga fila in attesa davanti alla focacceria, pizzeria e nel rispetto delle distanze, il chiacchiericcio allegro continuava. Una caratteristica della focaccia piegata a mezzo era il colare sulle magliette attraverso i pertugi della carta paglia in cui era avvolta, per cui la fontana aveva un gran daffare e le risate scomposte accompagnavano l’additare, formando nuove aggregazioni in cerca di asciugarsi al sole. Da una delle strade laterali era apparso il trio klezmer che suonava alle lauree, un contrabbasso, una fisarmonica e una tromba e aveva iniziato a sparare motivi balcanici, sperando in un’attenzione accompagnata da qualche moneta. E arrivavano le monete perché aggiungevano confusione allegra.  Anche troppa e per tacitare la tromba, qualcuno comprò una focaccia e gliela portò fumante.

Nella piazza allegra si mescolava la giovinezza, il guardar sottile dei perditempo seduti nelle sedie d’alluminio, il viavai delle biciclette di passaggio e un suono di folla scomposta a distanza di sicurezza che faceva vibrare l’aria. Così il rintoccare del mezzogiorno dalla campana posta nella cella sopra la porta, sembrò scivolare su un tappeto di pensieri, di chiacchiere, di aspettative e desideri, di appuntamenti e di ritrosie, di promesse sussurrate e di voglia di restare. Convinta di prolungare nell’infinito del qui e ora quella mescolanza di rimbalzi disordinati e allegri, l’aggregarsi per simpatie e per ricerca di vicinanza, l’entropia aveva bisogno di spontaneità e di scuse, di sigarette offerte, di parole senza peso e di conversare profondo. Si muoveva a ondate l’entropia e riempiva lo spazio, rimbalzava sulle case, cercava il cielo, dove le nuvole benevole e bianche osservavano come i non giovani erano lieti di quel muoversi, bevevano e pensavano che nel disordine allegro c’è la vita.

scrivere con vocabolari differenti

“Gli esseri umani hanno scritto molte storie annidate che esplorano diversi domini di indagine e di esperienza: storie, cioè, che analizzano le forme della realtà usando grammatiche e vocabolari differenti.” (Brian Green, Fino alla fine del tempo, Einaudi 2021).

Mi domando quante storie contenga questa immensa biografia collettiva che sono i social, cioè mi chiedo proprio quali storie vi siano dietro ogni scrivere. Per storie intendo vite, sogni e aspettative che tracimano dalle parole, che spesso, come capita a me, raccontano sempre lo stesso bisogno visto da diverse angolature. Tutti siamo distratti dalla necessità di vivere e dalla sua finitezza che trasformiamo in immortalità quotidiana, così poco interessanti a noi stessi, speriamo di esserlo per qualcun altro.

In fondo scrivere è una torcia lanciata nel buio che illumina, finché cade, le cose, gli animali e gli uomini meravigliati e attoniti, ma poi tocca terra e spesso un piede schiaccia l’ultimo fuoco e riporta la notte. La notte che è dentro di noi, in chi scrive e in chi guarda fisso al bar le ragazze sedute in un altro tavolo. La notte che è nel sorriso di chi sta dietro il giocatore di carte e vedendo più mani ha sempre l’opinione giusta da giocare.

La luce si fa strada nel buio ovattato che accompagna i pensieri, mentre s’ascolta il silenzio che accompagna la fine di un’ esecuzione indimenticabile di Kleiber nella sesta sinfonia di Beethoven. E si piange per la stessa commozione che le persone in quella sala hanno sentito e che non riuscivano ad esprimere con un applauso per timore di sporcare l’ultima eco della bellezza.

Ascolti te stesso, leggi ciò che scrivi e poi s’insinua la notte nel divario tra il desiderio e l’attesa, tra la soddisfazione e il pensiero che l’aveva sostenuta. La notte è quando si parla troppo e poi ci s’accorge d’aver traboccato ciò che prima era dentro ed ora è incomprensibile a chi ti ascolta; allora non si parla più per timore di non essere capiti. Banalizzati e racchiusi in una definizione e inconsapevolmente derisi. Solo chi conosce lo scalino tra ciò che si possiede e la difficoltà di raccontarlo sa che la realtà ha bisogno di parole che non conosciamo, e che quelle che abbiamo sono così dense di significato che solo a scriverle sembra di sporcarle di un limite.

È come ripetere all’infinito un ti amo che non riesce a dire a chi lo riceve quello che davvero senti e cioè che non ti basta mai, che nulla e niente è come prima dell’amore, che il dizionario diventa superfluo per raccontare il bisogno, la gioia, la luce che è nata in te.

Allora capisci che l’unico rimedio alla notte sono l’amore e la bellezza, che bisogna avere pazienza, che annidare le storie è il modo di raccontarle ad altri per mostrare il bagliore di ciò che si possiede prima che un piede spenga il fuoco caduto a terra. E fa bene a farlo, perché quel fuoco potrebbe incendiare la notte, rendere visibile ciò che si nasconde, far fuggire chi ha paura e mostrare le cose come sono per ciascuno. Ciascuno, allora, le vivrebbe e le metterebbe assieme e non sarebbero più storie, ma vite.

mai come ora abbiamo bisogno di umanità

Tra noi ci sono cattiverie che non strisciano, i rapporti si guastano per ogni gentilezza mancata, per ogni negazione di umanità. Così l’indifferenza si somma alla paura, resta solo l’amore, lo stringersi più forte, tentare di portare il bello dentro di sé e far fluire quel buono che abbiamo con atti minimi di cortesia.

Ad Alicante, era marzo, ma già il caldo si faceva sentire, un signore passeggiava con bastone e mantello. Un cappello a tesa larga, il viso magro, bellissimo di vita vissuta, la mano sollevava il cappello all’incontro con la persona che gli chiedeva qualcosa o verso un volto conosciuto. L’ho guardato a lungo scendere nella passeggiata che attraversava i giardini e le palme. Una figura che era metafora e ricordo. Pensavo a Pessoa, ma non ero a Lisbona e non c’era il caffè dove spesso lui sedeva la sera ad attendere amici e innamorata, una chiesa dei Gesuiti ci sarà pur stata da qualche parte, ma non era quella vicina, ai piedi della discesa e nei bar non c’era nessuna cortesia antica.

La figura era una macchia nera che lentamente si confondeva con le persone. Emergeva e spariva tra corse di bimbi e mamme che richiamavano, mi sembrava di cogliere il gesto del braccio che usciva dal mantello e si portava al cappello assieme a un sorriso lieve. Ma era un desiderio che confondeva la vista e attorno, nei locali all’aperto, c’era una confusione che ora non c’è più, anche la fretta che si accompagnava al muoversi lento di alcuni, era un camminare che ora sembra perduto. Eppure gli umani ci sono, nelle case e fuori si muovono, fanno finta che ci sia una normalità dietro l’angolo. E allora che avrebbe scritto il mio scrittore preferito stanotte? Che dialoghi sarebbero scaturiti dal seguire un filo che si dipanava nei suoi ricordi, cosa avrebbe costruito che non fosse banale e insieme scoprisse l’umanità che si nasconde in tutti noi, ma che solo alcuni portano alla luce e la donano, perché l’umanità è l’unica cosa che mentre si racconta tiene assieme. E degli annegati nel mare mai come ora Nostrum per responsabilità e per occasione di essere mare di pace, che avrebbe detto? Non l’indifferenza dei numeri, mai diversa dall’indifferenza che circonda i numeri della pandemia. Avrebbe detto che ognuna di quelle vite come ogni scarpa o cartella mostrata nei musei degli olocausti conteneva un futuro, un futuro che ci riguardava perché dalle vite viene spesso il bene per molti o anche solo l’amore per pochi, ma viene qualcosa che nessuna indifferenza riesce a colmare.

E cosa avrebbe detto il signore col mantello e che toglieva il cappello per salutare, alla persona che rifiuta una gentilezza, un gesto di misericordia, una pietà che riguarda apparentemente qualcuno ma in realtà è l’unica via che abbiamo per essere umani, per avere una casa calda, un amore, un ritorno e un sonno che non pesi su altri.

Cosa diciamo alle nostre coscienze per non essere umani, per dimenticare quello che accade eppure fingerci normali e poi convincerci che non c’è alternativa, che è così, che è colpa di chi muore, di chi è contagiato, di chi non ha più possibilità da spendere. Cosa diremo ancora che oscuri ogni bellezza, ogni possibilità che essa sia condivisa, che ci sia una equità e una giustizia che riguardi tutti. Cosa diremo per essere umani e soprattutto come riusciremo a pensarlo senza amore?

per non lasciare che il passato sia solo polvere di se stesso

Cercando tra vecchie carte, è emerso un grumo di sensazioni. Passato, persone che non ci sono più e quelle che ci sono, discorsi concitati, preoccupazioni, timori e risoluzioni azzardate. Attese e risposte. Tutto assieme. Siamo il presente, anzi il futuro, del resto non dovrebbe importarci nulla. Basta non mettersi a pescare perché troppo abbocca e quello quello che poi esce, è una catena lunghissima dove tutto si mescola: il buono, il meno buono, il pessimo. Ciò che si vorrebbe aver fatto e ciò che si è fatto. E tendono a confondersi, sovrapporsi in un insieme dove alla fine si sente che è mancato qualcosa. Forse è per questo che queste operazioni sono solo a perdere eppure danno la sensazione di aver vissuto, di aver molto da tenere stretto e allo stesso tempo spingono a guardare in avanti per trarre speranza, convincersi che non tutto si è scritto e che quello che si deve narrare sia davvero molto. E nuovo, con la possibilità di essere straordinario. Superata l’età di mezzo resta la fanciullezza e la giovinezza che si confrontano con l’età matura e la vecchiaia. Usiamo eufemismi per descrivere impotenze, il bambino non può come il vecchio ma immagina e ciò che vede è nuovo, usa la meraviglia come categoria ordinaria. Il vecchio ha un vissuto che è fatto di strati friabili, arenarie di ricordi e connessioni infinite tra sinapsi che magari mal funzionano, ma lo stesso generano novità e meraviglie. Perché ciò che si è vissuto di corsa rallenta, si ferma, ci aspetta e ci parla con quel tono suadente e calmo che ha chi vuole che lo ascolti. Non trema la voce interiore, anzi ti invita a guardare avanti mentre riesce a muoverti la bocca dal sorriso alla commozione e di nuovo al sorriso per qualcosa che emerge e che è solo tuo. Si può raccontare, condividere, ma questo necessita di qualcuno che ascolti e allora una quantità importante di persone, fatti, cose accadute ritroverebbero un senso. Darebbero una direzione al presente e magari qualche prospettiva al futuro. Non parlo solo di grandi cose ma del pullulare delle vite, del normale e dell’eccezionale quotidiano che poi si scioglie nelle decisioni piccole o grandi che costruiscono il giorno e i patemi o le gioie del vivere. Vite, tutte importanti, e ciascuna ha spinto avanti idee, costruito e disfatto cose, sentimenti e legami. Di tutto questo lasciare che diventi briciole, che si perda, forse dovremmo, dovrei, dare un po’ più conto e contribuire a quella immensa biografia che in questi mezzi si costruisce e a cui ciascuno porta apporto e novità per chi ne è curioso, creando nuovi rivoli e insegnamenti di accaduto, e scorrere verso quel futuro che non si capisce perché il presente è senza passato. Ascoltare ed essere ascoltati, da chi vuole, raccontare e guardare innanzi mentre il viso oscilla tra il serio e il sorriso, per dire che non noi, ma altri hanno detto e noi solo raccontiamo.

n’dare in desgrassia

Ad un certo punto, per cause non sempre ben definibili, qualcosa o qualcuno n’dava in desgrassia. Poteva essere per un lasso di tempo, breve o medio, e poi le cose tornavano come prima, oppure era per sempre. Nei cibi era sintomo di qualcosa che covava: il caffé, i sughi, qualche ortaggio, oppure i sapori forti, perfino il vino raccontavano che l’organismo rifiutava. E se rifiutava il vino era perché lo stile di vita era proprio sbagliato. Ma anche le persone potevano andare in desgrassia, i dissapori, gli sgarbi, i soprusi, o le baruffe della convivenza forzata, comunque questo significava che qualcosa si era rotto e che quella persona veniva cancellata dalla cerchia. No lo pol vedare in spiera al sole, (non lo tollera neppure alla vista, la spiera era il raggio di sole), questo era l’anatema, il passo ulteriore alla desgrassia, qualcosa che giustificava l’atto ostile non la semplice indifferenza e l’allontanamento. Quindi il rifiuto partiva da cose piccole o grandi ma aveva sempre le stesse caratteristiche, ovvero il rifiuto assoluto e il bene si trasformava in veleno per la mente e il corpo. Si potrebbe riportare tutto nei meccanismi di odio/amore che il corpo e la mente incessantemente elaborano passando dal favore alla negazione, ma non è così facile, non si accende un interruttore o lo si spegne. C’è un processo di consapevolezza che riguarda anzitutto ciò che sembra non avere razionalità, può essere il cervello che abbiamo nel nostro stomaco e che decide cosa ci fa bene o meno, oppure addirittura le cellule che rifiutano un contatto che prima era gradito. Le allergie ne sono una dimostrazione, segno che tutto a suo modo ragiona dentro di noi e che occorre tempo perché le cose arrivino a una decisione di rifiuto. Come se venissero lasciate molte possibilità prima che qualcosa si trasformi in rifiuto. 

Mi fa riflettere questo maturare lento il rifiuto, come se sempre venissero concesse prove di riserva e che le scelte istintive avessero un tempo lungo per maturare il cambiamento. L’esatto contrario di ciò che definiamo istinto. Oppure che il rifiuto debba nascere da una delusione senza prova d’appello e che dopo la mente si debba sintonizzare con il corpo che già ha trovato altre vie e scelte. Se penso agli ultimi 10 anni vedo una tale congerie di percorsi che si sono esauriti e mi chiedo il perché le cose siano mutate quasi senza saperne il perché. In fondo lasciamo una serie di tracce, di residui di cose state che sono gusci vuoti di un tempo che non si è sviluppato eppure sono un cammino che è riconoscibile. Siamo noi soprattutto attraverso i nostri rifiuti o l’essere rifiutati. Cioè non si riflette sull’accoglienza perché la si dà per scontata, ma ci si sofferma su ciò che sembrava e poi è diventato altro. E ciò che stupisce è che questo rifiutare sia una cura, un rimettere in ordine le cose tra il dentro e fuori, come se il corpo avvertisse a livello profondo sia quello che fa  bene come pure il rifiuto che viene dall’altro anche se mascherato. Questa condizione del capire prima di noi indurrebbe ad affidarsi e a prendere decisioni per tempo e non a ragion veduta.

È inutile insistere ci viene detto da dentro, fa male ed è un male inutile. Non devi fartene una ragione è qualcosa che non funziona, ti fa male e ti coinvolge, allora taglia e trasforma in ricordo il buono che assaporavi e cerca dell’altro buono che ancora non hai assaggiato. Non perderti nelle prevenzioni ma lascia che il tuo istinto scelga e che mentre ti libera da ciò che non ti serve, tu possa imparare a dialogare con lui. Per il presente e per il futuro. Non ce l’ha insegnato nessuno e lo dobbiamo imparare da soli, così si passa oltre.

perché impediamo di essere scelti?

La delusione fa parte del processo di apprendimento. Me lo devo ricordare, magari annotare in un paio di righe che restino appese alla mia bacheca. E accanto a queste dev’esserci la considerazione che la delusione non esaurisce altro che un passato non riconosciuto come tale. Deve cioè aprire il pensiero e l’agire, non crogiolarsi nel recriminare e sfociare nell’acrimonia e nella colpa.

La delusione è la speranza che prende coscienza, il perenne ripetersi di una fiducia data e malriposta, ma anche il regno della disattenzione. La domanda mi si nota di più se ci sono o non ci sono è un eufemismo della coscienza, quando essa appare si è già scomparsi dall’orizzonte e non si conta più, se mai si è contato.

Tutta questione di narcisismo, immagine di sé e necessità di dare forma alla propria sensibilità. Pensateci un momento: senza sensibilità, senza sensi che dialogano e compongono il reale, il nostro reale, saremmo prigionieri di convenzioni, di regole e conformismi infiniti, perennemente alla ricerca di essere altro da sé. La sensibilità ci libera. Prende forma e ci da forma, anche il corpo ne viene trasformato e noi non siamo più l’immagine estranea dello specchio ma un insieme unico di sentire e di capacità di leggere noi stessi e il mondo. Questo provoca necessità di comunicare, di mettere assieme le sensazioni. La ricerca di qualcuno in grado di scambiare, di avere la stessa capacità di trasformare il banale in unicità, diviene un accessorio del vivere. La condizione per lasciarsi andare. E sembra che questa persona si trovi, se si tratta di una persona, ma potrebbe essere una corrente artistica, i coautori di un progetto d’ingegno, un partito politico sorretto da forti ideali e volontà di cambiare la realtà, un cenacolo letterario o delle persone con cui si condivide una passione profonda.

Tutti deludono, prima o poi, ma non alla stessa maniera e la delusione è il processo che ci costringe a rivederci per come siamo, a spingerci ancor oltre nella sensibilità e nel mettere assieme realtà interiore ed esteriore, per questo la delusione insegna. Non smette di spingere ma solo fornisce un portolano di quello che è accaduto e non dovrebbe ripetersi. Delle scelte sbagliate e di quelle giuste ma non sufficientemente sviluppate. È il superamento di un limite e la richiesta a noi stessi, non di essere più prudenti ma diversi e di credere ancora di più nella capacità di sentire in maniera unica il mondo. Come per il DNA, non esisterà mai nessuno che potrà leggere allo stesso modo le cose, vedere gli stessi particolari, sentire il significato unico e pieno di alcune parole che traducono i pensieri. Nessuno potrà cercare di assomigliare a noi stessi se non noi, in una perenne ricerca di una coincidenza che ogni volta che troveremo ci riempirà d’entusiasmo e ci spingerà a cercare qualcuno con cui condividerlo.

La delusione non ci dice che siamo sbagliati ma rende attuale la domanda che ci si deve porre quando apparentemente scegliamo : quanto noi impediamo di essere una scelta? 

limiti interiori ed esteriori

Ci sono persone che non ne possono più e vogliono la vita di prima. Altri si limitano ad essere stanchi e pensano che la vita di prima non era esattamente il sogno che avevano ma era pur sempre qualcosa. Poi c’è l’apatia che cresce. L’indifferenza che divora le sensibilità. Le notizie non aiutano, scavano nelle paure, inducono non la ricerca di una verità impossibile ai più da determinare, ma un’attenzione perenne verso qualcosa che si aggiunge al giorno prima. Così l’insofferenza si trasferisce nei comportamenti, tra le mura obbligate della casa, oscilla tra piccole libertà e il pensiero che esse non sono collettive. Che senso ha andare a pranzo fuori quando il timore si mescola al sapore del cibo e la voglia non è quella di restare a tavola ma di andarsene. Così anche un gesto che è anzitutto comunicazione come prendere un caffè in compagnia viene fatto all’esterno di un bar. Guardandosi attorno.

È il tempo dei solitari, verrebbe da dire, ma non è così perché il solitario sceglie la solitudine e percepisce chi gli sta attorno. Ha necessità del silenzio e del brusio, vuole scegliere e non essere costretto. La solitudine è una libertà non una prigionia. Così si formano nuovi limiti. Quelli esteriori li conosciamo, sono determinati da leggi, regole, talmente labili che diventano più auto costrizione che limite vero. In realtà viene chiesta responsabilità di agire e d’incontrare, di capire che star male è facile e che il nemico è subdolo, destinato a restare tra noi in varie forme. Bisogna ridurne l’aggressività, confinarlo e confinandoci. Questo ripetere il pericolo, lo rende relativo sinché non acquista la consistenza che colpisce qualcuno che si conosce. Poi tutto dipende dall’età, più portati all’invulnerabilità i giovani, meno certi della propria onnipotenza quelli più anziani. E dipende dalla necessità di lavorare, cosa che accomuna quasi metà della popolazione. In un modo o nell’altro il lavoro diviene elemento concreto della propria salute. Forse per questo, molti preferiscono non pensarci, provare, adottare le precauzioni possibili e sperare. Anche in quelli che lavorano da casa questa condizione muta il rapporto con il lavoro, la sua socialità e rende tutto più precario. È una infinita indeterminatezza in cui ci si muove a vista e nella nebbia. Mi torna a mente una scena di un film di Kurosawa, quando attorno al castello dove s’annida la paura, nella nebbia gli alberi sembrano muoversi. Può accadere qualsiasi cosa ma qualsiasi cosa è sospesa, non è ancora realtà.

Per questo penso al limite interiore, quello che unico, può aiutarci a costruire un futuro: un disporre ordinato delle proprie energie per un fine perseguibile. Qualunque esso sia.

Oppure un disporre confuso e dispersivo delle proprie energie perché qualsiasi possibilità resti reale, perché ci sia un cambiamento che ci sorprenderà in quanto non previsto ma comunque in grado di mutare e di mutarci.

Alla prima categoria del limite interiore appartengono quelli che in fondo hanno un metodo che il passato gli ha fornito e che pensano che ancora funzioni, anche perché non saprebbero fare altrimenti. E il passato aiuta attraverso il ricordo, l’onnipotenza più che il dubbio. Sanno che otterranno risultati comunque indipendentemente dal futuro che coagulerà dalla nebbia.

Gli altri sentono il vento che agita le ombre indeterminate, capiscono che qualcosa arriva e che potrà essere positivo o negativo, ma comunque diverso da ciò che conoscono. E questa percezione misurerà la loro capacità di conformarsi o meno al futuro, di trarne una nuova vita. Anche il lavoro muterà e così le modalità di farlo, in modo così veloce da entrare in una società che si forma, qualcosa di nuovo in cui è importante capire e governare la propria presenza. Cambieranno molte cose, troppe per averne il controllo, allora meglio esercitare intelligenza e intuito contando sul fatto che ogni errore sarà rimediabile in una situazione di cambiamento sconosciuto.

Intanto alcune parole sono scomparse, inflazione, crescita, produttività, disoccupazione giovanile, anche il debito sembra riprodurre una condizione di realtà ovvero che al denaro non corrisponde nulla se non una onorabilità che si poggia sugli uomini, sulle loro capacità, sugli stati, ma in sé non è altro che carta. Resta la mafia, il malaffare, la corruzione, l’ingiustizia crescente, la diseguaglianza, ma il loro risuonare è attenuato. E questo accade mentre altre parole sembrano trovare una concretezza nuova. Scienza e ricerca, ad esempio, infrastrutture, big data su tutto come dominatore dell’economia e degli uomini con il suo controllo sociale pervasivo. Viene quasi da ridere pensare alle piccole libertà costrette di questi mesi quando tutto viene immagazzinato di ognuno e usato per orientarne i gusti, le necessità, il ruolo sociale, le aspirazioni, la stessa nozione di democrazia. E senza una consapevolezza profonda che inizi a mettere dei limiti e togliere l’onnipotenza di pochi uomini, saranno le grandi banche dati a governare il mondo non i governi, con una pervasività sinora sconosciuta e un controllo del lavoro e dell’intimità mai sperimentato perché persuasivo e apparentemente non costringente. Per questo i limiti interiori che sono fuzzly, pazzerelli, diventano un argine, un camminare in direzione opposta e contraria, sapendo che sarà difficile ma che ogni realtà può essere vissuta in modo da portarla verso l’indole, che la libertà si trasferirà nella parte profonda di noi e nel rifiuto e questo può mutare il mondo.

Tutto questo sommuovere tra apatia e rifiuto renderà ancora più veloce e precario il cambiamento e mai come ora una domanda ci riguarda in senso di specie: chi governerà il mondo e come ciò accadrà?