scrivere con vocabolari differenti

“Gli esseri umani hanno scritto molte storie annidate che esplorano diversi domini di indagine e di esperienza: storie, cioè, che analizzano le forme della realtà usando grammatiche e vocabolari differenti.” (Brian Green, Fino alla fine del tempo, Einaudi 2021).

Mi domando quante storie contenga questa immensa biografia collettiva che sono i social, cioè mi chiedo proprio quali storie vi siano dietro ogni scrivere. Per storie intendo vite, sogni e aspettative che tracimano dalle parole, che spesso, come capita a me, raccontano sempre lo stesso bisogno visto da diverse angolature. Tutti siamo distratti dalla necessità di vivere e dalla sua finitezza che trasformiamo in immortalità quotidiana, così poco interessanti a noi stessi, speriamo di esserlo per qualcun altro.

In fondo scrivere è una torcia lanciata nel buio che illumina, finché cade, le cose, gli animali e gli uomini meravigliati e attoniti, ma poi tocca terra e spesso un piede schiaccia l’ultimo fuoco e riporta la notte. La notte che è dentro di noi, in chi scrive e in chi guarda fisso al bar le ragazze sedute in un altro tavolo. La notte che è nel sorriso di chi sta dietro il giocatore di carte e vedendo più mani ha sempre l’opinione giusta da giocare.

La luce si fa strada nel buio ovattato che accompagna i pensieri, mentre s’ascolta il silenzio che accompagna la fine di un’ esecuzione indimenticabile di Kleiber nella sesta sinfonia di Beethoven. E si piange per la stessa commozione che le persone in quella sala hanno sentito e che non riuscivano ad esprimere con un applauso per timore di sporcare l’ultima eco della bellezza.

Ascolti te stesso, leggi ciò che scrivi e poi s’insinua la notte nel divario tra il desiderio e l’attesa, tra la soddisfazione e il pensiero che l’aveva sostenuta. La notte è quando si parla troppo e poi ci s’accorge d’aver traboccato ciò che prima era dentro ed ora è incomprensibile a chi ti ascolta; allora non si parla più per timore di non essere capiti. Banalizzati e racchiusi in una definizione e inconsapevolmente derisi. Solo chi conosce lo scalino tra ciò che si possiede e la difficoltà di raccontarlo sa che la realtà ha bisogno di parole che non conosciamo, e che quelle che abbiamo sono così dense di significato che solo a scriverle sembra di sporcarle di un limite.

È come ripetere all’infinito un ti amo che non riesce a dire a chi lo riceve quello che davvero senti e cioè che non ti basta mai, che nulla e niente è come prima dell’amore, che il dizionario diventa superfluo per raccontare il bisogno, la gioia, la luce che è nata in te.

Allora capisci che l’unico rimedio alla notte sono l’amore e la bellezza, che bisogna avere pazienza, che annidare le storie è il modo di raccontarle ad altri per mostrare il bagliore di ciò che si possiede prima che un piede spenga il fuoco caduto a terra. E fa bene a farlo, perché quel fuoco potrebbe incendiare la notte, rendere visibile ciò che si nasconde, far fuggire chi ha paura e mostrare le cose come sono per ciascuno. Ciascuno, allora, le vivrebbe e le metterebbe assieme e non sarebbero più storie, ma vite.

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